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Salve a tutti readers e bentornati nuovamente su mio blog dedicato al cinema (che è da un po’ che non aggiorno). Ma oggi ho delle special guests qui sul blog con me, nonché delle mie colleghe della magistrale, perché abbiamo dovuto fare un lavoro, nello specifico un portfolio, per un laboratorio che ci è tanto piaciuto e che ci ha formato moltissimo nel corso di alcune – per noi poche – lezioni. Abbiamo deciso di impostare il nostro lavoro in quattro macro sezioni in cui abbiamo parlato del corso e delle sue sfaccettature, per poi andare nel dettaglio in ogni sezione. La parte che ci ha divertito di più fare di tutto il lavoro è stata la 3a sezione, ovvero l’intervista, in cui ci sbizzarriamo un po’, rispetto a l’altra parte del lavoro, e dove abbiamo una sorta di conversazione gli uni con gli altri.

Detto questo, vi auguriamo un buona lettura e speriamo vivamente che il nostro portfolio vi piaccia!

Al portfolio!


1° SEZIONE – CI PRESENTIAMO!

Ciao a tutti! siamo Francesco, Ilaria e un tris di Giulie, abbiamo 24 anni e viviamo e studiamo a Roma. Siamo al primo anno del corso di laurea magistrale in Lingue e Didattica Innovativa ed abbiamo avuto la fortuna di seguire un corso-laboratorio sulle moderne metodologie per la didattica innovativa.

Il corso di per sé ci ha intrigato sin da subito e siccome quando l’abbiamo iniziato ci trovavamo in zona arancione/rossa, e quindi la possibilità di fare un tirocinio fatto bene (come Dio comanda) che ci avrebbe lasciato qualcosa dentro si riduceva di molto, allora abbiamo optato per la scelta migliore tra quelle proposte e che ci sembrava una valida e ottima alternativa.

Inoltre, siamo stati invogliati dai vari colleghi del corso di laurea ad intraprendere questo percorso con il professor S. Patera perché, da quello che ci era stato detto – e così poi si è rivelato -, è un professore empatico, “rivoluzionario” (in positivo) nel modo di intendere la lezione propriamente detta, con una grande esperienza (anche all’estero) alle spalle, intelligenza, loquacità ed eloquenza da fare invidia al miglior oratore! Demostene et Cicerone who?

Il motivo che ci ha spinto a continuare a seguire questo corso è stato il suo modo di impostare la lezione, tant’è vero che ogni lezione era stimolante più delle precedenti.

Inoltre, grazie alle riflessioni che facevamo con il professore, avevamo modo di confrontarci e di ragionare insieme, arrivando al livello più profondo dell’apprendimento: il deutero-apprendimento. 



2° SEZIONE – I LAVORI PIÙ SIGNIFICATIVI

Durante questo laboratorio abbiamo potuto apprendere varie tecniche innovative per la didattica: abbiamo lavorato a gruppi di 4/5 persone e in questo modo tutte le attività svolte sono risultate più dinamiche ed interattive. Inoltre, tutto ciò ci ha permesso di conoscerci meglio tra colleghi, considerando le difficoltà di socializzazione che comporta la didattica a distanza. Tra le attività più rilevanti abbiamo potuto sperimentare la peer education (trasmissione, scambio e condivisione di informazioni, valori ed esperienze tra persone della stessa età o appartenenti allo stesso gruppo sociale), l’attività di flipped classroom e l’impiego di test sociometrici. Nonostante le difficoltà iniziali di queste nuove metodologie, il lavoro di gruppo ci ha permesso di stimolarci e supportarci a vicenda e quindi di risolvere le difficoltà con molta più facilità. Di seguito riassumiamo le attività più significative condotte durante il corso.

  • L’attività di flipped classroom (classe capovolta) si basa sul ruolo attivo del discente. In che modo? Semplice! I ruoli del docente e del discente vengono appunto capovolti. Per rendere ancora meglio il concetto, è lo studente o il gruppo di studenti che, ad esempio, prepara l’argomento approfondendolo come meglio crede per poi presentarlo alla classe e al docente.

Come risultato, la lezione non è più condotta a piacere dell’insegnante, ma è lo studente che sceglie temi e modalità di insegnamento e organizza a suo piacimento la lezione. Nel nostro caso, il materiale da cui partire era il libro del corso e ogni gruppo doveva presentare al resto della classe e al prof. Patera alcuni capitoli o approfondire un argomento particolarmente interessante presente in quei capitoli.

Il risultato non sono state delle semplici presentazioni fatte di slide, immagini e discorsi preconfezionati, tutt’altro. Ovviamente slide e immagini erano presenti, ma il loro compito era solo quello di supportare la presentazione del gruppo che, trasmettendo dei nuovi contenuti e concetti, cercava di far partecipare il resto della classe gestendo anche imprevisti e situazioni nuove. Infatti, l’attività di Flipped Classroom, sullo sfondo della Peer Education (educazione tra pari), prevede uno scambio continuo di idee tra studenti e un’interazione attiva e coinvolgente.


  • L’attività di impiego dei test sociometrici mira ad esplorare i fenomeni di inclusione ed esclusione che si manifestano all’interno di una classe. Per raggiungere tale scopo, il test registra scelte e repulsioni degli individui nei confronti degli altri tramite delle domande positive o negative. Se, ad esempio, ci sono poche scelte all’interno di un gruppo ad una domanda positiva significa che c’è poca interazione tra i soggetti ed è proprio in quel momento che l’insegnante deve agire per riuscire ad ottenere un clima classe stimolante e collaborativo. Anche il nostro gruppo ha potuto sperimentare il test sociometrico ed era venuto fuori che, nonostante fra di noi non ci fosse mai stato nessun tipo di contatto, avevamo tutti una gran voglia di conoscerci. Questo test quindi ha previsto la futura collaborazione che si sarebbe creata all’interno del nostro gruppo che poi ci ha portato ad ottenere degli ottimi risultati durante le attività.


3° SEZIONE – L’INTERVISTA

L’intervista mira a far emergere le sensazioni che abbiamo provato durante il corso e, in particolare, durante le attività di gruppo che ci hanno visto tutti coinvolti. Questo aspetto, molte volte ignorato, è invece la parte più importante da valutare alla fine di un lavoro in quanto vede coinvolta la parte emotiva di ognuno di noi che inevitabilmente favorisce o danneggia la riuscita del prodotto finale. L’intervista si svolgerà in maniera collegiale: uno di noi porrà delle domande ad un altro partecipante che a sua volta intervisterà chi gli ha appena posto la domanda o un altro partecipante del gruppo. Lo scopo è quello di portare a galla quelle emozioni sia positive che negative che di solito rimangono inespresse. Questa intervista, quindi, chiarirà ai lettori il retroscena emotivo delle nostre attività che, molte volte, è ignaro anche agli stessi partecipanti.

Francesco: Ragazze, iniziamo? Perché avrei già un bella domandina da sottoporvi.

Ilaria: Sì, ci siamo. Vai!

Francesco: Innanzitutto cosa pensate del lavoro di gruppo in generale? E cosa pensate di aver appreso grazie alle attività che abbiamo svolto insieme?

Giulia O: Ho trovato il lavoro di gruppo molto interessante ed efficace nell’apprendimento e questo mi ha sorpreso. Ho sempre pensato che lo studio e l’apprendimento fossero qualcosa che potessi fare con la massima concentrazione solo individualmente, sottovalutando l’importanza dell’interazione con l’altro. Invece, dopo questa esperienza, credo che lavorare in gruppo possa darti molto di più rispetto al lavoro individuale. Ovviamente anche il lavoro individuale conta molto, ma se confrontato con gli altri colleghi risulta essere ancora più efficace. Ho riscontrato tantissimi aspetti positivi tra cui quello di superare dubbi e difficoltà con molta più facilità. Inoltre il lavoro di gruppo mi ha permesso di conoscere delle persone nonostante il periodo che stiamo vivendo tutti che ci ha allontanato dall’interazione e dal contatto reale con le persone.

Giulia R: Anche io, come Giulia O., ho sempre sottovalutato il lavoro di gruppo. Le radici di questo pensiero credo che vadano trovate nel metodo a cui siamo stati abituati fin da piccoli. La maggior parte degli insegnanti che ho avuto non hanno dato tutta questa importanza al lavoro di gruppo. Qualche ricerca e presentazione mi è capitata di farla in gruppo ma parliamo comunque di un numero di attività ridotto. Invece, ora posso dire che è importante spingere gli studenti a lavorare sempre di più in gruppo perché è proprio il potere della condivisione di idee e pensieri che porta ad una conoscenza stabile e soprattutto completa. Lavorando in gruppo emergono diversi punti di vista e vengono esposti dubbi utili ai quali noi da soli non avremmo mai pensato. I nostri dubbi, uniti ai dubbi degli altri, aprono dei nuovi scenari di conoscenza.

Giulia P: Ovviamente sono d’accordo con tutto ciò che hanno detto le Giulie e lo condivido. 

Prima di iniziare questo laboratorio, non mi era mai capitato di lavorare, e quindi relazionarmi, con un gruppo composto sempre dalle stesse persone per qualche mese. E inizialmente, a dire la verità, non ero entusiasta all’idea. Pensavo che il lavoro di gruppo forzasse le persone ad auto-coinvolgersi ed auto-motivarsi in una gara a chi dimostra più partecipazione in un determinato progetto. Ho poi piacevolmente scoperto che con le persone giuste non esiste questa competizione e ho rivalutato totalmente questa modalità di lavoro trovandola invece stimolante. Oltre a facilitare l’apprendimento di nuovi concetti utilizzando metodi innovativi, come la flipped classroom, lavorare in gruppo favorisce le relazioni interpersonali e ciò che comportano: imparare a collaborare, aiutarsi in caso di difficoltà, ascoltare l’altro e spesso imparare dall’altro. Dinamiche senz’altro fondamentali in un contesto come quello scolastico o universitario. 

Ilaria: Sono d’accordissimo con quello che avete appena detto ragazze! Anche io ritenevo che lavorare in gruppo impedisse di apprendere in modo profondo. Sicuramente le motivazioni all’origine di questa mia convinzione sono da ritrovare nelle mie esperienze passate, tutt’altro che positive. Grazie a questa esperienza, invece, mi sono ricreduta: ho potuto rendermi conto di quanto sia arricchente lavorare insieme. Dal confronto con gli altri si possono imparare molte più cose rispetto a quelle che si potrebbero imparare lavorando individualmente. Lavorare in gruppo permette quindi di arrivare a un grado di conoscenza maggiore e molto più profondo. Senza contare che lavorare con altre persone mi ha permesso di migliorare alcune delle Life Skills, ossia alcune abilità cognitive, emotive e relazionali di base che consentono alle persone di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale, in particolare la comunicazione efficace, la gestione delle emozioni e il risolvere problemi. Sono grata per aver partecipato a questo laboratorio anche perché mi ha dato la possibilità di conoscere persone nuove in un momento in cui le interazioni sociali si erano notevolmente ridotte a causa delle restrizioni imposte per contenere la diffusione del virus. 

Giulia R: Non va sempre “tutto liscio”. Per questo vi vorrei chiedere: avete trovato delle difficoltà in particolare?

Francesco: Questa nuova modalità di fare lezione online tramite un dispositivo, meglio conosciuta come “il mostro DAD”, all’inizio non mi ha dato particolari problemi e non ho trovato particolari difficoltà, anche perché comunque è stato un aiuto in alcuni casi, ma poi man mano che la situazione pandemica peggiorava e ci avvicinavamo ad un nuovo ed ennesimo lockdown che ci costringeva a chiudersi in casa nuovamente… lì si che per me sono iniziate le difficoltà! Sono state e continuano ad essere delle difficoltà di tipo pratico, come il pc che va in tilt o internet che ogni tanto salta oppure anche la pressione che alcuni professori ci hanno messo per quando ci saremmo trovati a fare i loro esami online. Mi rendo conto che sono delle difficoltà “non difficoltà” perché possono essere superate facilmente in vari modi: uno di questi potrebbe essere l’aiuto e lo spalleggiarsi a vicenda tra colleghi. A questo proposito un particolare episodio che mi viene in mente è quello avvenuto un paio di settimane fa nel “making of” di un lavoro di gruppo che ci era stato assegnato dal prof. Patera.

Giulia R: Ti andrebbe di condividere questo episodio con noi?

Francesco: Certo! Il lavoro di gruppo di cui sto parlando è quello che riguarda la flipped classroom: come già sapete, ognuno di noi aveva dei capitoli del manuale da riassumere e poi da presentare in classe. Tra i vari problemi familiari e personali, ad un certo punto, sarà stata anche la stanchezza o lo stress accumulato, ho avuto il pensiero di lanciare tutto quel lavoro per aria. Il contesto in cui mi trovavo in quel momento mi ha fatto vacillare per qualche ora quasi costringendomi ad abbandonare… ma grazie a voi, ovvero alle mie splendide e premurose colleghe che mi avete aiutato, non soltanto emotivamente ma anche proponendovi di aiutarmi con la mia parte del lavoro, dopo mi sono ravveduto e ho proseguito con il preparare la mia presentazione.

Ilaria: Quindi possiamo dire che questa è stata la parte più ostica per te. Come te ne sei uscito?

Francesco: Nonostante i molteplici problemi e intoppi che ho avuto nel farlo, poi l’ho completato facendo la mia parte (come era giusto che fosse), così come avevate fatto anche voi. Le difficoltà che avevo riscontrato erano relative al manuale e al suo contenuto e di come questo fosse scritto e inteso; però forse era solo il mio capitolo che era un po’ astratto e che riguardava un argomento non molto conosciuto e che non mi aveva particolarmente affascinato. Nonostante questo, sono riuscito a completare la mia parte di lavoro e sicuramente ne sono uscito con il vostro immenso aiuto, supporto e spalleggiamento. Mi ricordo benissimo che vi eravate addirittura proposte di fare la parte del lavoro al posto mio!

Giulia R: Come minimo Francesco! Mi ero offerta in particolar modo io perché anche nel mio capitolo venivano affrontate le stesse tematiche che avevi tu e ho avuto un momento di sconforto anche io. Appena ho letto il capitolo ho pensato: “No, non ce la posso fare. Didattica scientifica? Già era tanto non essere stata rimandata a matematica e fisica al liceo, figurati analizzare strumenti e software scientifici per la didattica!”. Dopo due giorni mi ci sono rimessa e, facendo delle ulteriori ricerche su internet che andavano a riempire i vuoti che il manuale lasciava, sono riuscita a creare una buona e chiara presentazione. 

Giulia P: Fortunatamente io non ho riscontrato particolari difficoltà. Pensavo che ne emergessero soprattutto durante lo svolgimento della presentazione, lavorando ciascuno dal proprio computer in momenti differenti potevamo magari scontrarci ed avere differenti opinioni su come presentare il compito, invece tutti quanti siamo stati d’accordo e nonostante distanza e difficoltà tecniche, siamo riusciti a fare un bel lavoro!

Giulia O: Finora abbiamo parlato di episodi e di difficoltà più che altro pratiche e tecniche. Scavando più nel profondo, c’è stata una qualche emozione o sensazione che avete provato in un particolare momento?

Giulia P: Una difficoltà che ho riscontrato nell’ultimo periodo è stata quella di conciliare lavoro e studio. Nonostante la mia assenza per alcuni compiti, mi sono sentita aiutata e compresa dai miei colleghi e per questo li ringrazio moltissimo! È stato bellissimo trovare persone così comprensive e collaborative. Ciò ha sicuramente reso il lavoro di gruppo molto più semplice e interattivo, nonostante le difficoltà tecniche della DAD. 

Giulia R: Anche io avrei una sensazione da condividere anche se non è positiva. Il public speaking per me è stato sempre una sfida perché non mi sento a mio agio a parlare davanti a delle altre persone. Mentre parlo mi domando sempre se sto dicendo la cosa giusta e se sto impressionando il pubblico. Inoltre, mi chiedo: “Chissà cosa stanno pensando di me in questo momento? Che sono una brava oratrice o fra di loro pensano che stanno solo perdendo tempo ad ascoltarmi?”. Per questo, mi concentro molto sulle loro espressioni e sui loro atteggiamenti. Tutto questo accade durante l’esposizione quindi non mi godo mai il momento. Anche questa volta è stata così e in più, anche se il mio pubblico erano i miei colleghi e il docente, nella realtà stavo parlando davanti ad un computer. Il fatto di non poter vedere l’espressione dei destinatari, quindi di non poter tenere sotto controllo quei pensieri che tanto mi assillano su cosa pensano gli altri della mia presentazione, mi genera ancora più ansia e insicurezza.

Francesco: Vuoi condividere un aneddoto su questo?

Giulia R: Durante la presentazione, ho posto una domanda ai miei colleghi per cercare di capire anche solo dal tono della voce se erano interessati all’argomento o meno. Appena ho posto la domanda, nessuno si faceva avanti a rispondere, nonostante la risposta fosse molto elementare. Ho dovuto insistere un po’ e alla fine un’anima pia ha acceso il microfono ed è intervenuta, ma in quei secondi di attesa mi sono molto scoraggiata e ho pensato subito: “Ecco, nessuno risponde perché nessuno mi ascolta perché non sto dicendo cose interessanti e non sto motivando nessuno!”. Ho concluso comunque la mia presentazione senza far capire quello che stavo provando in quel momento, ma è stata dura. Da piccola, la mia insegnate di ginnastica artistica mi disse: ”Tu non ti preoccupare di chi ti sta guardando, pensa che sono tutti in mutande, quindi non li guardare con la paura che ti stanno giudicando, e dai il meglio di te”. Ho sempre seguito questa strategia anche per il public speaking che però non posso attuare davanti ad un computer e per questo mi trovo in difficoltà se il contesto è quello della DAD. 

Ilaria: Mmmh… la strategia delle mutande! Me la terrò a mente 😂 Come abbiamo già sottolineato, non sono mancati momenti di sconforto che ci hanno demotivato, ma fortunatamente c’è stato chi è riuscito a ridare la giusta carica al gruppo. Chi si sente di aver contribuito in questo modo vorrebbe condividere come ha fatto per motivare e coinvolgere il gruppo?

Giulia P: Ritengo che ognuno di noi abbia contribuito nel motivare il gruppo alla partecipazione e nel portare a termine i lavori. Per quanto mi riguarda, per il compito assegnato riguardante la presentazione, ho creato la prima slide e sono stata contenta che l’impostazione sia piaciuta e sia stata mantenuta per tutto il lavoro.

Francesco: Io nel mio piccolo, durante le varie lezioni, ho cercato di coinvolgere sia le ragazze del mio gruppo che le altre colleghe del corso: ho cercato di spronarle a parlare rispondendo per primo quando venivano fatte delle domande dal prof, quindi facendomi sentire anche solo con un breve intervento, to hype them up (dare loro della carica) e far sì che la loro paura o il loro vergognarsi non le fermassero dal vivere a pieno questo laboratorio e avere un buon coinvolgimento anche con il prof. stesso.

Giulia R: È vero Francesco. Come accennavo prima, ho delle difficoltà a parlare davanti ad un computer, ma quando vedo che tra i partecipanti di un corso ci sei anche tu mi tranquillizzo perché con la tua spontaneità e leggerezza nell’intervenire mi trasmetti la sicurezza che mi manca. Non mento se dico che una volta sono intervenuta subito dopo il tuo intervento. Sei stato tu a rompere il ghiaccio e quindi a darmi la giusta leggerezza per accendere il microfono e intervenire.

Giulia O: Spostando il focus sul corso in generale, vi viene in mente una riflessione nata grazie all’interazione con il prof? Ad esempio una frase o una citazione.

Giulia P: Più che frasi o citazioni, riflettendo sull’approccio che il prof ha adottato con noi studenti, mi è rimasta impressa l’empatia che il professore ha dimostrato nei nostri confronti, facendoci sentire compresi per le difficoltà dovute alla DAD, spronandoci a partecipare, facendoci sentire partecipi e mai fuori luogo con le nostre osservazioni e spingendoci ad essere sinceri nei nostri giudizi. 

Francesco: Una riflessione che mi è venuta naturale fare dopo aver interagito con il prof è stato rendermi conto che, nonostante io abbia dimostrato molto interesse e predisposizione per gli argomenti svolti a lezione, quindi essere presente a lezione interagendo con il prof e la classe, rispondere e stare sul pezzo, avrei potuto fare di più in una delle presentazioni assegnateci.

Ilaria: Pensi che avresti potuto fare di meglio in quell’occasione?

Francesco: Assolutamente sì. Dico ciò perché so che avrei potuto fare di più per questa presentazione, anche solo cercando informazioni aggiuntive per arricchire, approfondire e ampliare il discorso in sé per renderlo un po’ più scorrevole e fruibile ai miei colleghi.

Giulia R: Tirando le somme quindi, cosa possiamo dire che ci portiamo a casa da questa esperienza?

Giulia O: Da questa esperienza mi porto a casa il fatto di aver conosciuto delle persone in maniera più profonda date le difficoltà della DAD, quindi di essere riuscita in maniera soddisfacente a collaborare e a lavorare in gruppo. Il che non era così scontato. Inoltre, data l’alta praticità del corso, mi è risultato più facile e agevole studiare ed approfondire i vari argomenti mettendo anche in pratica la teoria con i lavori pratici.

Giulia R: E ripensando agli artefatti che abbiamo presentato, a cosa pensate possano esserci servirti?

Giulia P: Ho trovato particolarmente utile aver appreso lo scopo dei test sociometrici ed averli utilizzati, poiché li ritengo un tool indispensabile per un insegnante.

Francesco: Anche io mi trovo molto d’accordo con Giulia P. in quanto abbiamo scoperto e appreso come fare dei lavori utili per il nostro futuro, che sono appunto un tool importante per noi futuri docenti. 

Giulia P: Per concludere, e qui penso di parlare a nome di tutti, da questo corso abbiamo imparato tantissimo. Oltre a tecniche pratiche da sfruttare come docenti, tramite i lavori di gruppo abbiamo appreso quanto sia importante collaborare, aiutare il prossimo e avere spirito d’iniziativa. In tutto ciò, è stato fondamentale l’approccio del docente con noi studenti. Il professore, per tutta la durata del corso, ci ha invitato a confrontarci, ad esporci senza temere il suo giudizio e ad essere sinceri. Inoltre, per qualsiasi decisione riguardante le modalità del corso, siamo sempre stati interpellati e ascoltati.

Francesco: Che suggerimento dareste ai futuri partecipanti del corso?

Ilaria: Il suggerimento che darei ai prossimi partecipanti è quello di aprirsi totalmente a quest’esperienza e di mettersi in gioco partecipando attivamente e condividendo le proprie riflessioni. So benissimo che per le persone più timide parlare in pubblico, sia in presenza che davanti a uno schermo, rappresenta una difficoltà. Lo so perché anch’io sono molto timida, ma vi assicuro che il professor Patera vi metterà a vostro agio, creando un ambiente sereno in classe in cui ogni partecipante si sente libero di esprimere i propri pensieri senza la paura di dire cose sbagliate, noiose o poco chiare. Alla fine del corso sono sicura che avrete imparato anche a gestire meglio le vostre emozioni, il che rappresenta un grande successo personale! 

Giulia O:  Anch’io consiglierei a prossimi partecipanti del corso del professor Patera di sentirsi liberi di poter esprimere la propria opinione e di partecipare attivamente al corso. Sicuramente troveranno le sue lezioni interessanti, un luogo dove poter apprendere e sperimentare le nuove metodologie didattiche. 

Giulia R: Esatto! Quindi mi rivolgo a voi, futuri docenti e frequentanti del laboratorio di moderne tecnologie: godetevi il momento, Carpe diem! Perché è facendo pratica di quello che viene detto a lezione grazie anche all’interazione con il docente che si acquisiscono delle nuove e più consapevoli conoscenze. Io ho fatto tesoro delle varie attività, come la valutazione diagnostica, la flipped classroom e la sociometria, che utilizzerò sicuramente nella mia futura didattica. Detto ciò, è arrivato il momento di salutarci. Grazie Francesco, grazie ragazze per questi mesi passati tra nuove scoperte, risate, deliri, rassegnazioni, sconforti e poi anche soddisfazioni e successi! Ci risentiamo per un caffè. Ciao!

Ilaria: Grazie a voi! A presto!



4° SEZIONE – LE NOSTRE CONCLUSIONI

Il tempo passa così velocemente che a volte non ci accorgiamo di quello che stiamo vivendo. Per questo, dopo aver portato a termine un determinato progetto o una qualsiasi altra esperienza formativa, è importante fermarsi a pensare e valutare quello che siamo diventati. Prima di tutto, ricordare come siamo partiti, per poi ripensare a quelle sensazioni ed emozioni provate durante il percorso e, infine, ragionare su quello che abbiamo aggiunto al nostro bagaglio personale e professionale.

Il laboratorio ci ha permesso di rivalutare l’efficacia del lavoro di gruppo, di creare una rete di collaborazione e di sviluppare rapporti interpersonali in un momento in cui tutti siamo stati messi a dura prova dai forti limiti della DAD. Inoltre, i contenuti appresi dai lavori svolti, le conoscenze e gli strumenti fornitici dal professore costituiscono parte di quel bagaglio formativo essenziale di chiunque voglia affacciarsi al mondo dell’insegnamento e per questo ci teniamo a ringraziare il prof. Patera per aver strutturato un corso così completo e arricchente!

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Il Diritto di Opporsi – recensione film.

(ENG) (SPA) (FR) (DE)

Per George Floyd, Breonna Taylor, Michael Lorenzo Dean e tutte quelle vite di uomini e donne di colore morte ingiustamente per mano di agenti di polizia bianchi (e non solo). “La legge è uguale per tutti”, si dice, ma non sempre è così purtroppo. A volte, però, capita che (come nella storia di cui parleremo oggi) Giustizia venga fatta!

Non verrete dimenticati!

#BLACKLIVESMATTER.


Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo – così come ho parlato qualche settimana fa con il film “Cattive Acque” del 2019 di Todd Haynes – di una nuova recensione film. Il film di cui parleremo è – come avete letto dal titolo – “Il Diritto di Opporsi” del 2019 di Daniel Cretton.

Così come il film della settimana scorsa, anche questo titolo è tratto da una storia vera, e la sua storia vera si svolge in Alabama, una terra che oltre ad essere patria del famoso classico americano de “Il buio oltre la siepe”, diviene dapprima terra di oppressione e in seguito di riscatto; la storia è fatta di colpevolizzazioni di persone innocenti da parte di bianchi, razzismo a livelli estremi, odio, cecità di fronte alla verità perché incolpare qualcuno a caso, anche se innocente, è sempre meglio e di molto altro ancora. Scopritelo leggendo.

Spero che questo articolo vi piaccia e buona lettura.

All’articolo!



Trama:

Nel 1989, Bryan Stevenson, giovane idealista laureato in legge ad Harvard, si reca in Alabama sperando di aiutare a combattere per i poveri che non possono permettersi un’adeguata rappresentanza legale. Incontra Eva Ansley e fonda la Equal Justice Initiative, poi si reca in una prigione per incontrare i suoi detenuti nel braccio della morte. Incontra Walter “Johnny D.” McMillian, un uomo afroamericano condannato nel 1986 per l’omicidio di Ronda Morrison, una donna bianca.

Bryan esamina le prove del caso e scopre che si basa interamente sulla testimonianza del condannato Ralph Myers, che ha fornito una testimonianza altamente contraddittoria in cambio di una sentenza più leggera nel suo processo in corso.

La prima mossa di Bryan è quella di chiedere aiuto al procuratore Tommy Chapman, ma Chapman lo licenzia senza nemmeno guardare i suoi appunti. Bryan chiede poi a Darnell Houston, amico di famiglia di McMillian, di testimoniare che era con un testimone che ha corroborato la testimonianza di Myers il giorno dell’omicidio, il che farebbe crollare il caso dell’accusa. Quando Bryan presenta la testimonianza di Darnell, la polizia lo arresta per falsa testimonianza. Mentre Bryan riesce a far cadere le accuse di falsa testimonianza, Darnell viene intimidito e si rifiuta di testimoniare in tribunale.

Bryan si avvicina a Myers, che alla fine ammette che la sua testimonianza è stata costretta a testimoniare dopo che la polizia ha giocato con la sua paura di essere bruciato e ha minacciato di farlo giustiziare sulla sedia elettrica. Bryan si appella alla corte locale per concedere a Walter un nuovo processo e convince Myers a ritrattare la sua testimonianza alla sbarra, ma il giudice rifiuta comunque di concedere un nuovo processo. Sconvolto, Bryan sfoga le sue frustrazioni sul caso ad Eva. Appare su 60 Minuti per raccogliere il sostegno dell’opinione pubblica a favore di Walter, poi si appella alla Corte Suprema dell’Alabama. La Corte Suprema ribalta la decisione del tribunale del circuito e concede a Walter un nuovo processo. Bryan poi chiede l’archiviazione totale delle accuse. Affronta Chapman a casa sua e cerca di convincerlo ad unirsi a lui nella sua mozione; Chapman lo espelle con rabbia dalla sua proprietà. Arriva il giorno della mozione e Bryan si appella al giudice. Chapman accetta di unirsi a lui nella mozione, il caso viene archiviato e Walter viene finalmente ricongiunto alla sua famiglia.

Un epilogo nota che Bryan ed Eva continuano a lottare per la giustizia fino ad oggi. Walter è rimasto amico di Bryan fino alla sua morte nel 2013. Un’indagine successiva sulla morte di Morrison ha confermato l’innocenza di Walter e ha ipotizzato che un uomo bianco fosse probabilmente responsabile; il caso non è mai stato risolto. L’ex compagno di cella di McMillan, Anthony Ray Hinton, è rimasto nel braccio della morte per 28 anni, finché Stevenson non è riuscito a far cadere tutte le accuse e Hinton è stato infine rilasciato nel 2015.



Commento:

Just Mercy: A Story of Justice and Redemption: Amazon.it ...

Il diritto di opporsi ” è un film del 2019 sceneggiato e diretto da Destin Daniel Cretton ed è tratto dal libro del 2014 “Just Mercy: A Story of Justice and Redemption.” scritto dall’avvocato e attivista per i diritti sociali Bryan Stevenson. Il film, basato sulla vera storia raccontata dal vero Stevenson nel libro “Just Mercy“, è il resoconto di una battaglia contro l’ingiustizia e il razzismo nello Stato reso celebre da Harper Lee con il suo “Il buio oltre la siepe“: l’odissea di un innocente accusato ingiustamente di un omicidio e difeso dal coraggioso avvocato Atticus Finch. Il film è intrepretato da Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson, Tim Black Nelson, Rafe Spall e Rob Morgan, tra gli altri.

A volte capitano, nel quotidiano, cicli inaspettati e in poche settimane è capitato di vedere tre film con uno stesso filo conduttore: storie vere sugli abusi e la violenza della polizia di alcuni Stati americani che, una volta individuata una persona “debole” la rendono colpevole “per forza”, senza andare per il sottile, come per “Richard Jewels”, fatto passare da eroe a terrorista; “Se la strada potesse parlare”, in cui un giovane di colore viene accusato di stupro, senza prove e nonostante il suo leale amore con una coetanea e la sua proclamata innocenza… e poi questo film “Il diritto di opporsi ” che vede un uomo di colore preso di mira da poliziotti e magistrati e viene accusato, senza approfondimenti, di avere ucciso una ragazza bianca. La Giustizia dovrebbe essere democratica, al di sopra di razze, colore, appartenenza religiosa, … Così si dice, ma la realtà è ancora ben diversa e la vera Giustizia, quella “giusta” spesso è un miraggio ancora oggi, in tutto i Paesi come non muore il razzismo.

A questo proposito mi viene di citare, parlando de “Il diritto di opporsi ”, “Il diritto di contare”, un film che abbiamo visto qualche anno fa che era sempre tratto da una storia vera. Ma rispetto al secondo film sopra citato, la storia è totalmente diversa sotto certi aspetti.
Dopo le nomination agli Oscar, si è parlato molto delle nomination stesse e di come la maggior parte di esse fossero state ricevute solamente da parte di persone bianche e che, per esempio, ci fosse una totale assenza di persone di colore, inteso come termine ombrello” per considerare tutti coloro che non vengono classificati come bianchi. Il film è stato nominato ai premi NAACP Image Awards, che sarebbero una associazione che riguarda proprio le “people of colour” e da anni si concentra su questo tipo di professionisti nell’ambito musicale, televisivo e cinematografico. Visto che si parla sempre di questo argomento e dell’assenza di queste persone, visto che secondo me l’unica maniera per poter cambiare le cose, per dare uno scossone è effettivamente parlare di questi progetti se ci piacciono, e quindi dar loro una voce, una cassa di risonanza. Il diritto di opporsi vede un cast principalmente black, e dietro la macchina da presa ce un regista hawaiano (questo è semplicemente un dettaglio, non per dire che il film sia bello o brutto per forza, assolutamente no). Il film parla di un evento di cronaca ormai di diversi anni fa, però è estremamente attuale, fa delle scelte molto interessanti per quanto riguarda la rappresentazione, altre volte un pochino meno.
Il cinema spesso ha parlato di razzismo, però a volte – diciamo che – come ne ha parlato, non andava troppo bene, e spesso è stato criticato. Il motivo principale è che molto spesso nel cinema il razzismo che viene rappresentato è quello del piccolo Signore anziano ignorantello che poi conosce una persona afroamericana e diventano amici ecc. Purtroppo però il razzismo, un po’ come tutti i tipi di discriminazione, sono qualcosa di abbastanza trasversale e se, insomma, ad essere razzista è il Signore che fa poniamo caso, il burbero vicino di casa è un conto, ma il problema è quando il razzismo è all’interno delle maglie della giustizia e delle istituzioni. E quindi li si parla di razzismo istituzionalizzato. Se delle persone che fanno il mestiere dei poliziotti, avvocati, giudici sono razziste, che ripercussioni ha questo su una giustizia uguale o giusta? Ricordiamoci che negli stati uniti ovviamente ci sono questi strascichi, soprattutto negli stati del sud degli stati uniti, che hanno una storia differente, che hanno una storia di schiavismo, ce stata la guerra tra il nord e il sud degli stato uniti, e fino ad un periodo recentissimo c’era stata la segregazione, un periodo buio della storia americana in cui proprio per legge le persone erano diverse, solamente pochi decenni fa è avvenuto tutto ciò. Inoltre, in una storia recentissima, solo pochi decenni fa, c’erano dei grandi problemi. Ci sono dei disegni di legge che, insomma, vanno a colpire principalmente le persone nere. Inoltre ci sono anche altri problemi: pensate che negli Usa, per esempio, ce una giuria e per molto tempo non era possibile per gli afroamericani far parte della giuria, non erano ammessi, però insomma venivano però processati da una giuria di soli bianchi in cui non si andava a vedere troppo nel dettaglio se quelle persone fossero con delle discriminazioni, con dei pregiudizi o altro di genere simile. È tutte queste cose, ovviamente, creano un sistema giudiziario che ha tante voragini e tanti problemi, perché se ce pregiudizio probabilmente non ci sarà una giusta giustizia.
Il film, oltre a parlare molto bene secondo me di questa cosa, quindi parlare del razzismo istituzionalizzato  e di come sia trasversale, secondo me fa un discorso giusto e reale, ovvero non divide semplicemente razzismo come bianchi e neri, ma fa un discorso più complesso, più difficile, ovvero parla di razzismo e di come la discriminazione abbia una divisione tra le persone che molto spesso non è semplicemente la pelle, ma è la classe sociale: i ricchi stanno da una parte, i poveri stanno da un’altra parte. La differenza economica da privilegi maggiori a chi è nero e da meno privilegi a chi è bianco, ma povero. Questo discorso  raramente viene fatto nei film e a volte il razzismo finisce per essere bianchi= cattivi e neri=buondì, e purtroppo è un po’ una retorica sterile che non parla veramente del discorso e di quanto sia complesso, di quante sfaccettature abbia, ma è semplicemente un “buoni e cattivi”, che secondo me non aiuta particolarmente; mentre qui invece si fa un discorso più interessante.
Per quanto riguarda la rappresentazione del film, alcune scelte del film mi sono piaciute. Il film inizia con Johnny D. che sta tornando dal lavoro, noi lo seguiamo nella sua giornata lavorativa e lo vediamo che viene dapprima fermato e in seguito arrestato, come se fosse un criminale pericolo, e noi esattamente come il protagonista non sappiamo niente, non sappiamo il motivo, non viene detto perché, cosa sia successo…niente! Questa, secondo me, è una strategia ottima perché subito fa identificare il pubblico con il personaggio che entrambi conoscono le stesse cose, o meglio ‘non conoscono’ le stesse cose. Subito dopo, noi scopriremo la storia di Johnny D., come sono andate le vicende giudiziarie e lo scopriremo dai giornali. Vediamo i giornali che sono raccontato da persone che sono bianche, e attenzione: questo non vuol dire a prescindere che sia una cosa negativa, però noi vedremo molto bene, essendo questo uno degli argomenti del film, la narrativa che si porta avanti. Come sapete, nei casi di cronaca nera a volte l’informazione non da effettivamente informazioni, ma diciamo prima ancora del processo “dipinge” un po’ un colpevole che a volte viene scagionato dalla giustizia ufficiale, però rimane sempre agli occhi del pubblico ormai colpevole definitivo. Il film, infatti, parla proprio della narrativa, dell’influenza della stampa, e lo vedremo sotto vari aspetti, sia da una parte cosi come dall’altra. Vediamo anche come il sistema giudiziario venga un po’ stiracchiato per compiacersi dal ben volere delle persone vicine, delle persone potenti di quel luogo.
Il film divide nettamente, infatti c’è proprio questa rappresentazione in cui ci sono le villette a schiera, bellissime, grandi, sfarzose, ecc. dei bianchi e insomma poi la strada sterrata con dei quartiere poveri che sono abitati principalmente da persone nere, proprio per via di una società che divide. Il film, infatti parla di come, essendo la maggior parte di persone afroamericana povere, siano quelle maggiormente colpite, che quindi siano colpite su più fronti, sia dalle discriminazioni di classe cosi come da quella razziale. Però ovviamente crea un rapporto un pochino più complesso, e noi lo vediamo anche all’interno del carcere con i condannati. Io ho apprezzato molto questa rappresentazione perché secondo me, è complessa, la realtà è difficile, ha tante sfaccettature e tanti motivi per cui si arriva ad una situazione, e secondo me è meglio insomma darli. Ho trovato molto interessante come si parli anche della narrativa, di come un pubblico percepisce un condannato. Lo vediamo all’inizio che viene presentato tutto dagli anchormen che sono bianchi, poi la cosa, non a caso, cambierà quando la storia di Johnny D. verrà raccontata da 16 minutes, un programma che vede in quell’epoca almeno un conduttore afroamericano. Si parla molto della narrativa e insomma potrebbe essere magari una narrativa neutra, quella di un conduttore afroamericano? Non lo sappiamo. Il razzismo non è una cosa che dipende dalla pelle, è una cosa che dipende dal pensiero che viene applicato.
Il film parla molto bene anche di tutte le falle che ci sono all’interno della società americana di quel periodo. Si concentra principalmente sul “non-accesso” a una giustizia, da parte di persone che non hanno problemi economici, si parla infatti di come a volte gli avvocati che non siano strapagati, facciano delle cose alla buona oppure vogliano solo denaro, ci sono dei processi sommari, avvocati che non fanno bene il loro lavoro, e tutta questa non calanche, diciamo, lascia spazio ad abusi di potere da parte della polizia e del sistema giudiziario che lascia le persone povere un po’ ad essere dei capri espiatori per dare l’impressione alla società che tutto sia apposto. Il film, però, parla anche di un altro argomento, ovvero quello della pena capitale. Come sapete, molti stati degli stati uniti hanno “come parte della loro cultura” quasi, questo tipo di giudizio e addirittura il film fa vedere molto bene come, addirittura chi chiede di cambiare in ergastolo quella pena datagli, viene visto quasi come un traditore della patria. Una parte, secondo me, molto ironica del film è come si sottolinei spesso che quello che sta avvenendo è praticamente a due passi da dove è stato scritto “Il buio oltre la siepe”, che ha come fulcro principale un uomo afroamericano accusato da giustizia sommaria, esattamente la stessa storia che noi viviamo all’interno di questo film.

Il film parla proprio di privilegi e di come si possono avere acceso a nuovi privilegi. Il protagonista è un giovane avvocato, è riuscito ad andare ad Harvard, è afroamericano, e nonostante abbia alcuni privilegi, purtroppo non ne ha alcuni altri, perché agli occhi della comunità è afroamericano. Lui è convito di riuscire a combattere questa cosa tramite la sua bravura, la sua preparazione e professionalità, però purtroppo non è abbastanza tutto ciò per combattere la discriminazione, perché è un po’ come giocare ad un sistema che in realtà è truccato. Il film, secondo me, fa leva su tanti piccoli elementi che spesso sono dei piccoli sistemi di discriminazione che tendono ad umiliare il soggetto, come ad esempio, non far entrare le persone nere per prime, ma costringerle ad entrare per ultime, tutte quelle piccole cose di umiliazione che vanno a minare la sicurezza delle persone e le fanno vivere in una sorta di piccole violenze costanti; noi, vedendo il film, viviamo proprio l’umiliazione soprattutto per quanto riguarda il personaggio protagonista interpretato da Michael B. Jordan, cha addirittura viene perquisito e fatto denudare dalla guardia carceraria, nonostante insomma teoricamente non dovrebbe farlo, però noi viviamo all’interno di un abuso di potere e viviamo proprio la sua umiliazione, e viviamo proprio quell’intento di volerlo umiliare abusando del proprio potere. Quella scena è molto forte ed era anche molto difficile da gestire all’interno della rappresentazione, perché M. B. Jordan è famoso per il suo fisico, è un attore molto bello, prestante, ha un bel fisico, e insomma rappresentare una scena in cui il denudarlo rappresenti non l’essere bello, ma concentrarsi su una umiliazione che sta vivendo, è una cosa molto difficile. Il regista ha puntato principalmente sul suo viso, e sinceramente parlando era una cosa difficile da mettere in scena, però c’è proprio riuscito. La cosa che colpisce della scena è l’umiliazione e non si viene distratti dalla bellezza e prestanza fisica del protagonista, in quanto il suo corpo non viene sessualizzato.  Questo è un aspetto importante che a volte non avviene per i personaggi femminili, quando, ad esempio, vi sono scene di violenza, a volte vengono eroicizzate e altro (questo è un discorso un po’ completo).

Gli interpreti sono stati scelti con attenzione da parte del regista Destin Daniel Cretton sia per somiglianza ai personaggi reali, sia per bravura e quindi applausi per Michael B. Jordan, Brie Larson, Jamie Foxx, O’Shea Jackson Jr., Tim Blake Nelson e tutti gli altri, comparse incluse.

M. B. Jordan – attore già visto in “Black Panther” e “Creed ”, qui però è un po’ “così”; qui c’è Jamie Foxx che qui è bravissimo letteralmente, cambia anche la voce, davvero molto molto bravo. Dall’altra parte c’è MBJ che non sempre riesce a reggere il confronto con l’altro, soprattutto nel finale, dove ci sono due monologhi in cui si sente che manca quel passetto un più per diventare iconico, è un po’ come se fosse un pochino acerbo. Quello che, secondo me, ha dato la performance migliore, lasciandomi a bocca aperta, è Tim Blake Nelson, lui interpreta Meyers, ed è bravissimo. Interpreta questo personaggio pieno di Tic, di problemi, di paure…vi lascerà senza fiato! Mi è molto piaciuto anche l’attore che interpreta il figlio di Johnny D., anche se ha una piccola e marginale parte nella storia, però è davvero molto bravo, soprattutto la scena in tribunale dove dice, urlando, che condannando in primo grado suo padre, sta condannando tutta la sua famiglia, tutto ciò che ha e che lo fa sentire al sicuro.

Per quanto riguarda ciò che non mi è molto piaciuto, devo parlare di Brie Larson e del suo personaggio. Lei interpreta un personaggio reale che è l’aiutante dell’avvocato, anche lei è una avvocata che aiuta il personaggio di MBJ, però purtroppo il suo personaggio è letteralmente sprecato. Lei è una bravissima attrice premio Oscar, e all’interno di questo film è una sorta di comparsa, se così la si può definire, e se da una parte capisco la voglia di frenare il suo personaggio per non farla ricadere nella figura del ‘white saviour’, quindi il bianco che salva la situazione ecc, una cosa molto negativa e che ha una strascico della rappresentazione razzista, dall’altra parte il suo personaggio viene talmente appiattito che a stento riusciamo davvero a capire se sia una avvocata o semplicemente una tizia che sta lì a mettere le carte apposto, perché onestamente non sembra nemmeno capire quello che stiamo facendo, quando in realtà si trattava di una avvocata. Diciamo che tutte le figure femminili siano proprio il meglio del meglio all’interno della pellicola: c’è la moglie di JD, c’è Brie Larson che è caratterizzata come madre-avvocata, però non si capisce bene come faccia, diciamo che l’inizio del film prometteva bene, perché c’era lei combattiva che combatteva contro un tizio chela criticava per il fatto che lei fosse contro la pena di morte in generale come sistema punitivo, quindi c’è l’hanno rappresentata combattiva. Purtroppo però diciamo scompare tutto e diventa tipo parte dello sfondo. Il suo personaggio sembra letteralmente una bozza, esattamente come il personaggio della segretaria ad esempio, che in un momento è un personaggio chiave e in altri no, e risulta come un abbozzo. L’unica cosa che sappiamo è lei che commenta l’attore protagonista che dice: “eh beh, è un bel ragazzo” e basta…

Un dettaglio sulla rappresentazione che mi è piaciuto è che all’interno dei parenti di Johnny D. che non vengono mai specificati più di tanto, c’è anche un uomo che è su una sedia a rotelle: non sappiamo se effettivamente si rifaccia ad un personaggio reale della storia, però ho apprezzato questa rappresentazione, perché noi non vediamo mai della comparse, ad esempio, che hanno delle disabilità e se a livello cinematografico tagliare o cambiare questa cosa sarebbe stato più semplice, – anche perché molto più economico, perché non devi affittare una sedia a rotelle, non devi adattare il tutto, dove si riprende, ecc. sarebbe stato molto più semplice. Ho apprezzato che ci sia, e quindi che non siano in continuazione cancellate persone con disabilità all’interno del cinema. Il suo personaggio neppure parla, è proprio una comparsa, però secondo me ha un valore, ecco, inserire tutto ciò.

Mi è piaciuta molto la scena dell’esecuzione capitale, in cui un amico di Johnny D., Herbert, subisce ciò, e noi vediamo proprio tutto l’iter che porta un condannato alla morte, più che l’azione di per sé. È una scena di grande impatto emotivo e non solo, è una scena forte, struggente, che ti prende dentro. Mentre Herb viene condotto verso la sedia elettrica, e quindi alla morte, iniziamo a sentire in sottofondo, prima più lievi e poi più alte, le note di “The Old Rugged Cross” di Ella Fitzgerald. In seguito, lo vediamo che viene portato dalle guardie nella piccola stanza ed angusta in cui si trova la sedia elettrica, e qui viene fatto sedere in un modo più o meno, più meno che più, “umano” e viene inumidito con dell’acqua in alcuni punti, legato con le varie cinghie nei vari punti e gli viene messo in testa quella specie di ‘cappellino’ che servirà a tenere ferma la testa. E qui c’è un una sequenza di primi piani che ci fa sperare che ci sia un minimo di umanità, dato che una guardia ed Herb si scambiano uno sguardo: la guardia con un viso un po’ triste, aggrottato, Herb invece con una espressione felice in volto. Nel frattempo, gli vengono elencate le sue accuse e infine gli si chiede se ha delle ultime parole da dire e lui dice che ‘non ha nessun risentimento e nessun rancore per nessuno.’ Qui, il volume del brano aumenta e si cambia inquadratura, con primi piani e figure intere degli altri prigionieri, che nel mentre ascoltano lo stesso brano, e da Johnny D. parte un gesto di vicinanza fisica per il suo amico condotto alla morte, prendendo un mini padellino inizia a sbatterlo su e giù, a destra e sinistra, della fessura che serve per fargli passare il cibo e sulle grate delle celle, e piano piano lo seguono tutti gli altri prigionieri a ruota, fin quando non si inizia a creare un certo suono crudo, metallico, duro, con di sottofondo sempre il brano e il tutto accompagnato dalle frasi di vicinanza dei suoi amici e degli altri prigionieri, in cui gridano che ‘sono tutti con lui, che gli vogliono bene, che “camminano” con lui, gli dicono di seguire il suo cuore e che lui è forte’. Qui c’è un cambio di inquadratura che riporta alla stanza dell’esecuzione, e vediamo come anche gli altri che si trovano li ad assistere a quel macabro e terribile atto, sento questa vicinanza. Noi lo capiamo perché tutte le persone in sala, l’avvocato compreso, si guardano tra di loro non capendo ciò che sta avvenendo, e vediamo che anche Herbert li sente, sente quella vicinanza, sente quel grido di amore nei suoi confronti e inizia ad inspirare ed espirare lentamente, accennando un sorriso, e continua il suo espirare e inspirare intervallato dal chiudere gli occhi. Ad un certo punto la scena si rallenta e la musica svanisce, inquadrando il suo volto per qualche secondo, per poi spostare l’obbiettivo verso il pubblico, dietro la vetrata, e dopo aver udito il suono crescente che l’energia fa, una singola, breve e intensa scossa elettrica lo uccide. (noi non lo vediamo direttamente, ma dal riflesso dell’uomo che si intravede sulla vetrata.)

Vediamo quanto sia disumano fare una cosa del genere, vediamo per esempio i personaggi che chi di loro deve sottoporsi a questa cosa, cioè deve subire l’esecuzione, ad esempio, gli rasano le sopracciglia, i capelli, gli chiedono cosa vuole mangiare come ultimo pasto, ecc., c’è proprio una ferma disumanizzazione e vediamo quanto tutto ciò sia anche ipocrita, perché se si condanna una persona a tutto ciò e poi la si tratta benissimo poco prima di ucciderla, insomma, c’è dell’ipocrisia di base. L’atto in sé non viene proprio mostrato e ho apprezzato, senza scadere nella retorica e senza puntare sulla drammaticità a tutti i costi.

Il film si concentra principalmente sulla fragilità del sistema giudiziario americano, di come i pregiudizi possano creare delle situazioni di abuso di potere e di come insomma la condanna capitale sia fallace, perché dai dati risulterebbe che ogni 9 condannati 1, in realtà, sia innocente. Far valere la propria innocenza sembra quasi semplicemente accessibile a chi ha il potere economico di potersi comprare un buon avvocato, e come capirete, questa non è giustizia, ma semplicemente capitalismo.

Mi è piaciuto il modo in cui il razzismo è rappresentato nel film, ovvero come qualcosa di molto più complesso di un semplice metà ignornatelli o bianchi e neri, ma inserito all’interno del contesto sociale e della gerarchia di classi.

Il film parla della storia di Bryan Stevenson e lui stesso è tra i produttori. La pellicola, secondo me, apre un discorso importante estremamente attuale, ovviamente negli USA, e potremmo dire anche interessante su cui discutere.

Ne “Il Diritto di Opporsi ”, lo stato dell’Alabama diventa terra di oppressione, ma anche di riscatto. Sia il titolo originale Just Mercy sia il titolo italiano Il diritto di opporsi custodiscono l’essenza del film di Destin Daniel Cretton. Infatti, mentre il “dovere” indica un obbligo morale, talvolta, un’imposizione, il diritto è la libertà attribuita ad un uomo, la libertà di scegliere. Il giovane avvocato sceglie di fornire una gratuita e adeguata assistenza legale ai detenuti in Alabama mettendo in luce gli errori, i preconcetti di un sistema giudiziario viziato dal razzismo e facendo trionfare una giustizia più vera, più empatica, più umana.    
L’Alabama, cuore feroce del Sud dell’America, periferia di un’umanità avvilita da discriminazioni secolari, è stato teatro della dialettica storica tra oppressori e oppressi ma anche di un’eroica e costruttiva ribellione a questo stato di cose, della rivendicazione dei diritti civili dell’uomo

Una terra in cui è persistito un divario tra la legge che formalmente ridimensionava la questione razziale e la mentalità dei suoi abitanti atavicamente razzista, discriminatrice, quasi nostalgica della segregazione. Per paradosso, il primo strumento dell’avvocato Stevenson è proprio la legge, è la fede nella forza della giustizia. Al contempo l’Alabama è stata la terra del riscatto, terra che ha visto il piccolo grande gesto di Rosa Parks, il rifiuto di cedere il suo posto ad un uomo bianco su un autobus (nel 1955), ha visto l’umanità marciare per l’uguaglianza ispirata al sogno di Martin Luther King. È stata la terra dell’infanzia di Harper Lee e di Truman Capote, della giovinezza di Forrest Gump che ha sullo sfondo l’integrazione razziale nell’Università dell’Alabama e al contempo la grave opposizione alla desegregazione, la terra della storia di Idgie e Ruth, del loro coraggio, in Pomodori verdi fritti.    
La storia macrocosmica si riflette sempre nel microcosmo di individui come Stevenson, destinati a cambiare o perlomeno riorientare il corso della prima. La sua vicenda fatta di un continuo alternarsi di sconfitte e piccole conquiste segue lo stesso ritmo di quella dell’America: da Lincoln e la proposta di abolizione della schiavitù alla sua ingiusta uccisione, dalla fine della guerra civile all’apartheid fino all’approvazione del Civil Rights Act del 1964. 
Una questione che si protrae drammaticamente e che al contempo mostra in modo esemplare come la ricerca di giustizia sia sempre più tenace, forse non celere perché non procede per scorciatoie ma più vera e i suoi frutti sono duraturi a differenza di quelli generati dalla logica dell’occhio per occhio dente per dente.

Il film insegna il valore di una vita. Il valore della libertà. Il trailer del film si apre con un filo finissimo appeso a un albero, simbolo di quanto sia precaria e fragile l’esistenza di un uomo. Uno sprazzo di cielo in mezzo agli alberi. Quel senso d’impotenza, marcato dal modo in cui la macchina da presa, quasi invisibilmente, inquadra la scena; un senso d’impotenza, ma anche la voglia di poter scalare qualcosa d’insormontabile per ottenere un po’ di misericordia (non a caso in originale Just Mercy).

L’opera, già dalla prima sequenza, con uno stile che vibra grazie al lavoro effettuato dalla colonna sonora, emerge una dinamica che non affonda le proprie radici nella disperazione, ma che si aggancia alla perseveranza di un uomo, l’avvocato Bryan Stevenson, di cercare quella misericordia e quel senso di giustizia che tutti meritano e che negli Stati Uniti pochi riescono a ottenere. Le inquadrature e il sonoro rendono l’idea di un disco rotto, il sistema americano, che blocca i personaggi in un ciclo di sconfitte che sembrano non trovare una luce.

La grazia sembra negata alle persone che la società, in questo caso una piccola cittadina dell’Alabama, definisce come “emarginate” per motivi di genere, di religione, di soldi o di semplice colore della pelle. Il disco rotto rappresenta, quindi, un sistema, che i titoli di coda rimarcano essere purtroppo ancora attuale, che, nonostante le evidenze, ha difficoltà a cambiare. In ciò, il film nella sua stessa struttura, ma anche tramite piccole scene puramente visive o che evocano immagini tramite lo sguardo dei personaggi, cerca un varco per distruggere una routine che non tiene conto dell’umanità. I bicchieri di latta suonano sulle sbarre. Un uomo disperato ricorda un odore di bruciato: l’odore di un uomo. Un uomo che, sostiene il film tramite un gioco di sguardi e di parole, non perde il proprio statuto neanche di fronte alla fine, ma che trova in questa situazione tragica, la forza di nutrire la speranza di un cambiamento futuro.

“Il diritto di opporsi”, oltre che essere tratto da una storia vera e adattato dall’omonimo libro scritto dallo stesso Bryan Stevenson, è film classico, dove l’impianto filmico non cerca di far rimanere a bocca aperta lo spettatore. Destin Daniel Cretton, infatti, già abituato a trattare tematiche legate a persone in difficoltà, che sembrano abbandonate da un sistema che non funziona (già regista di Short Term 12), decide di cercare una semplicità che, tramite il sonoro, alcuni frame, i dialoghi e la performance degli attori, possa far elevare una realtà pungente al fine di smuovere nel pubblico la voglia di un cambiamento.

Dunque, questo non è un film sensazionale, ma è un film che funziona e che alla fine lascia lo spettatore in silenzio nella propria poltrona con la speranza e la voglia che davvero la situazione possa cambiare e si possa avere un po’ di misericordia e di giustizia. Misericordia e giustizia che si stagliano nella mente del pubblico come quell’iniziale sprazzo di cielo in mezzo agli alberi, dove la vita umana è un tronco forte e robusto, capace di stagliarsi contro ogni barriera di un sistema colmo di pregiudizi stantii e non più un filo precario e fragile.

Il Diritto di Opporsi è uno di quei film impossibili da giudicare o recensire prettamente dal punto di vista cinematografico. Ci sono pellicole che apprezziamo per la regia, altri per la fotografia, altri per la trama o per i loro personaggi indimenticabili. Just Mercy – questo il titolo originale del film – è un film che racconta qualcosa di talmente umano, che supera il concetto stesso di cinematografia.

Perché con questo film drammatico basato su una storia vera e triste, ci troviamo dinanzi a un confronto col concetto di umanità, analizzato nella sua brutalità galvanizzata dal pregiudizio più totale.

La ricerca della verità e la trasparenza di quest’ultima sono le tematiche che il film intende analizzare e trasmettere. Basti vedere la scena finale, prima delle consuete didascalie che rimarcano la realtà che abbiamo visto in parte nel film, dove i due protagonisti si stringono la mano dietro un bicchiere d’acqua, simbolo della trasparenza.

Il regista Destin Daniel Cretton prosegue il suo sodalizio artistico con Brie Larson, che qui ha il ruolo di un’avvocatessa locale, per raccontare una storia di ingiustizia e pregiudizio che, come molti film di questo periodo, raffigura l’umiliazione rituale degli afroamericani partendo dal più comune degli abusi della polizia yankee: il fermo ingiustificato, spesso accompagnato da mortificanti perquisizioni.

Stevenson entra volontariamente in un abisso di scorrettezza e discriminazione razziale perché sa cosa voglia dire nascere nero in America ed essere etichettato sulla base del colore della pelle. “Basta guardarlo in faccia” è infatti la motivazione data dalle autorità dell’Alabama per incarcerare un innocente, e l’accusa “lombrosiana” nasconde una paura profonda del diverso.

Cretton ricostruisce la vicenda di Stevenson sposando interamente il suo punto di vista, e questo purtroppo rende il racconto meno efficace. Ma questa (ennesima) storia di ingiustizia a sfondo razziale è il ritratto di un’America che ancora oggi tollera disparità ingiustificabili. La vicenda narrata infatti non accade negli anni Cinquanta ma nei Novanta, eppure incontra le resistenze e ostruzionismo dell’epoca precedente alle battaglie per i diritti civili degli afroamericani.



Costumi:

I costumi del film sono stati creati e ideati da Francine Jamison-Tanchuck, già costumista in altre pellicole famose come, “Il colore viola” (1985), “Glory – Uomini di gloria” (1989), “Sister Act 2 – Più svitata che mai” (1993), “The Birth of a Nation – Risveglio di un Popolo” (2016) e “End of Justice – Nessuno è innocente” (2017), tra gli altri. Nella sua carriera più che ventennale ha collaborato con molti registi e in molti film, soprattutto film storici, e per questo film è stata scelta proprio lei per ricreare i costumi di quell’epoca in cui la storia è ambientata.

Quando Francine Jamison-Tanchuck ha firmato come costumista per “Il Diritto di Opporsi ”, è stata attratta dalla prospettiva di raffigurare personaggi reali attraverso il suo lavoro. “A volte può essere più impegnativo di qualsiasi altra cosa uscire dalla propria immaginazione”, dice la Jamison-Tanchuck. Dopo aver letto la sceneggiatura de “Il diritto di opporsi “, la costumista veterana è stata spinta dall’idea di illustrare non solo il periodo che va dal 1987 al 1992 nella piccola città dell’Alabama, dove si svolge il film, ma anche “una bella famiglia che stava attraversando questo periodo orribile della sua vita”.

Per le risorse, Jamison-Tanchuck si è rivolta alle fotografie fornite sia dalla famiglia McMillian che da quella Stevenson. Anche le memorie bestseller dell’avvocato (su cui si basa il film) hanno fornito una grande quantità di informazioni, così come le loro conversazioni e le sue approfondite ricerche online e presso la Western Costume Research Library di Los Angeles.

Con l’aiuto dell’assistente costumista Joy Cretton (sorella del regista del film), Jamison-Tanchuck si è impegnata a ricreare look storicamente accurati per ogni personaggio, con un cenno ai suoi viaggi personali.

Tra questi, in particolare, le divise da carcerato bianche (che, in Alabama, avevano anche cinture nere, con grande sorpresa di Jamison-Tanchuck). Per Foxx, era fondamentale che l’uniforme del suo personaggio apparisse sempre perfettamente stirata e immacolata, dato che il vero McMillian usava la piccola indennità fornita dalla sua famiglia per pagare la gente della lavanderia per stirare le camicie. Anche nel braccio della morte, “voleva che le persone vedessero che non lo stavano distogliendo dall’essere umano”, dice la stilista. “Bryan Stevenson, che gli faceva visita costantemente, diceva che sì, aveva davvero quell’aspetto – e così anche le altre persone nel braccio della morte”.

Il senso di McMillian di rispetto per sé stesso si manifesta anche nella scena finale dell’aula di tribunale quando viene emesso il verdetto. Qui indossa il suo abito nero in tre pezzi, fornito dalla sua famiglia, senza cravatta. “Sua moglie, Minnie, voleva che fosse al meglio”, spiega Jamison-Tanchuck. La stilista ha replicato il completo per Foxx, usando come guida le fotografie di famiglia.

Il regista e Jamison-Tanchuck hanno concordato che ogni membro della famiglia McMillian e della comunità in generale che è stato raffigurato sullo schermo, che parlasse o meno, dovesse avere un look individuale. “Destin voleva che fossero molto importanti per il sostegno. Io volevo che avessero le loro personalità”, dice. “Volevo davvero che sembrasse qualcosa di veramente reale”.

Allo stesso modo, la costumista si è anche messa a ricreare il guardaroba di Stevenson, che comprendeva un solo abito quando ha incontrato McMillian per la prima volta (“E anche quello stava diventando logoro“, dice). “Bryan Stevenson voleva che si sapesse che per lui non si trattava di abbigliamento”, spiega la stilista. “Tenerlo nello stesso vestito e cambiargli la cravatta e la camicia era una cosa che Destin, Michael B. e io abbiamo accettato di fare per dimostrare che questo ragazzo che non si preoccupava dei soldi. Ma lui si preoccupava di riparare ad un torto”.

Fare parte de “Il diritto di Opporsi” è stato un progetto di passione personale per la costumista Francine Jamison-Tanchuck, che è adatto solo per un film su persone che portano giustizia quando il sistema legale è fallito. Il dramma del tribunale mostra il primo lavoro sui diritti civili che avrebbe portato alla fondazione della Equal Justice Initiative con Eva Ansley (Brie Larson) nel 1989.

I pezzi d’epoca possono spesso essere difficili, soprattutto quando l’arco temporale fa parte della memoria vivente del pubblico. Questo è particolarmente vero quando i personaggi sono basati su persone reali. Naturalmente, avere accesso alla persona su cui si basa la storia ha un valore inestimabile. “Lo stesso Brian Stevenson è stato un’incredibile fonte di informazioni e le sue porte erano sempre aperte. Se non ti rispondeva subito, ti diceva che forse stava discutendo un caso davanti alla Corte Suprema e si scusava umilmente. È solo un supereroe nella vita reale. Abbiamo anche incontrato la vera Eva Angsley, che è stata semplicemente meravigliosa”.

Ritrarre i personaggi significava anche prestare attenzione ai piccoli dettagli che tanto parlavano delle circostanze. Jamison-Tanchuck spiega: “Per la corte, Walter si è assicurato di essere molto presentabile, ma guardando da vicino i suoi abiti, ho notato in alcune ricerche che si vedeva un po’ di usura, un piccolo strappo o qualcosa su uno dei suoi abiti”.

Jamison-Tanchuck si è imposta un alto livello di autenticità. “Non volevo ricreare l’abbigliamento creando un sacco di cose”, spiega. Anche se in altri progetti è stata conosciuta per costruire ogni oggetto fino ad arrivare ai cappelli, ha ricercato pezzi impregnati di un senso della storia esistente. “Ho deciso di cercare tesori trovati in abiti vintage e antichi. Mi è sembrato molto più reale. Ho avuto dei meravigliosi acquirenti che avevano appena setacciato Los Angeles, anche qui in Georgia e a New York”.

L’arte e la vita si sono incrociate nel corso del progetto, in particolare quando i membri dell’attuale Equal Justice Initiative si sono recati in visita durante le riprese a Montgomery e hanno fatto da sfondo alle riprese sui gradini della Corte Suprema di Stato. “Fa proprio qualcosa alla vostra sensibilità”, dice. “Credo che tutta la nostra troupe si sia sentita così. Qualunque sia stata la parte che ha giocato o qualunque sia stato il nostro lavoro in questo film, tutti noi abbiamo sentito che era un onore”.



Attori:

Michael B. Jordan nei panni di Bryan Stevenson, giovane avvocato idealista laureatosi ad Harvard e che vuole fare la differenza e aiutare coloro che non possono permettersi un avvocato, soprattutto gente di colore, e sempre dalla parte degli ultimi;


Jamie Foxx nei panni di Walter McMillian, detto anche “Johnny D.”, un lavoratore afroamericano che taglia la legna per far sì che si producano fogli, che si trova nel braccio della morte accusato di un crimine che non ha commesso;


Brie Larson nei panni di Eva Ansley, una avvocata che vive a Monroeville e che per prima da aiuto e supporto a Stevenson, per poi affiancarlo anche sul lavoro. Inoltre lavora con Stevenson anche per riformare il sistema della giustizia fonda la Equal Justice Initiative.


Rob Morgan nei panni di Herbert Richardson, un altro carcerato e vicino di cella di Walter, che ha commesso un omicidio perché ha uno stato emotivo alterato;

Tim Blake Nelson nei panni di Ralph Myers, un carcerato anche lui nel braccio della morte per alcuni crimini, che fornisce una testimonianza falsa e altamente contraddittoria incolpando Mcmillian, in cambio di una sentenza più leggera nel suo processo in corso;

Rafe Spall nei panni di Tommy Chapman, il procuratore dell’Alabama che si dimostra prima gentile e disponibile, ma quando Stevenson chiede di riaprire il caso, esaminarlo e leggere i suoi appunti, lo lincenzia senza mezzi termini, cercando di mettergli i bastoni fra le ruote;

O’Shea Jackson Jr. nei panni di Anthony Ray Hinton, un altro amico e vicino di cella di Walter e Herbert, anche lui passa circa 30 anni nel braccio della morte per un crimine che non ha commesso, e grazie a Stevenson è un uomo libero;

Darrell Britt-Gibson nei panni di Darnell Houston, amico di famiglia dei McMillian, ma anche il primo a testimoniare che era con un testimone che ha corroborato la testimonianza di Myers il giorno dell’omicidio, il che farebbe crollare il caso dell’accusa.;

Lindsay Ayliffe nei panni del Giudice Foster.

C.J. LeBlanc nei panni di John McMillan, il figlio di Walter che tiene molto alla sua famiglia e che cerca di fare di tutto per aiutare il padre ad uscire dal carcere, ed è anche colui che dice a Stevenson che un suo amico, Darnell, ha delle prove che lui cerca;

Karan Kendrick nei panni di Minnie McMillian, la moglie di Walter, che lo supporta in tutti gli anni in cui si trova in carcere, e nonostante abbia subito delle violenze da suo marito, continua ad amarlo e ad essere dalla sua parte;

Kirk Bovill nei panni di David Walker.

Terence Rosemore nei panni di Jimmy.

Ron Clinton Smith nei panni di Woodrow Ikner.

Dominic Bogart nei panni di Doug Ansley.

Hayes Mercure nei panni di Jeremy.



Colonna Sonora:

La musica originale del film che figura nel film è composta da Joel P. West, un cantautore e compositore di film con sede a Los Angeles – già compositore delle partiture di Short Term 12 (2012), Grandma (2015), The Glass Castle (Il castello di Vetro – 2017), Band of Robbers (2015) e molti altri). Nella sua carriera pluridecennale, la sua musica è stata descritta come una “musica che mostra una grande sfumatura emotiva” e “ammonisce…, riccamente strutturata e pastorale”. I suoi lavori sono fortemente ispirati dalla natura selvaggia e dagli ampi spazi aperti del Nord America.

Nella colonna sonora di questo film, oltre a dei componimenti, sono presenti diversi brani di repertorio incisi da artisti vari, come Ode To Billie Joe di Martha Reeves & The Vandellas, Higher Ground di J. Alphonse Nicholson, Don’t Wanna Fight di Alabama Shakes e altri.

“Questa musica è il risultato di un lungo processo di collaborazione con Destin Cretton, l’editor musicale Del Spiva, l’editor di immagini Nat Sanders e il resto della nostra straordinaria troupe di post-produzione. Tutto è iniziato con un profondo tuffo nel mondo musicale di Bryan Stevenson, che è lui stesso un musicista e che ha sempre puntato sulla musica jazz, gospel e soul come carburante per il suo lavoro e il suo movimento. Le terribili verità che lui sta cercando di correggere sono schiaccianti e difficili da digerire e, in definitiva, stavamo cercando di sviluppare una musica da partitura che potesse portare un po’ della stessa dignità, speranza e bellezza che Bryan porta alle persone bloccate in quelle ombre.”

Karriem Riggins.

“Ho scritto le parti ritmiche come bozze, e abbiamo trovato un incredibile gruppo di musicisti per dar loro vita.

Thomas Drayton.

Avevamo Karriem Riggins alla batteria, Thomas Drayton al basso,

Lynette Williams.

Lynette Williams alle tastiere e Justus West alla chitarra,

Justus West.

e anche se non si erano mai incontrati né avevano mai suonato insieme prima, si sono rapidamente combinati in un suono davvero speciale e hanno iniziato a nutrirsi l’uno dell’altro. Abbiamo passato tre giorni ai Capitol Studios a fare riprese e a sperimentare idee come si farebbe per un album jazz, e ho scoperto che più mi allontanavo e lasciavo che mettessero il loro timbro collettivo sulle melodie, più la musica migliorava. Non potrei essere più felice del prodotto finito.”, dice.

“Dopo le sessioni della band abbiamo trascorso un’intera giornata a registrare gli archi, e abbiamo fatto in modo che un coro gospel entrasse dopo l’orario di chiusura e mettesse gli ultimi ritocchi alla partitura. Era stata una giornata lunga e impegnativa e ci sentivamo tutti piuttosto prosciugati, ma siamo usciti dallo stand in una stanza piena di gioia e di risate e siamo stati immediatamente eccitati dal gruppo. Sentirli cantare insieme è stato il miglior regalo alla fine di un lungo viaggio creativo, e tutti nell’edificio hanno smesso di fare quello che stavano facendo per venire ad ascoltare ed essere nutriti dal loro talento e dalla loro positività.”

“Sono incredibilmente onorato di aver contribuito a raccontare la storia di Bryan, e raccomando vivamente di visitare il sito web della Equal Justice Initiative – rendono davvero facile trovare un modo per contribuire al loro lavoro, e per istruirsi ulteriormente sulla storia del nostro Paese di ingiustizia razziale che ha portato al razzismo istituzionalizzato e all’indifferenza che tutti noi tolleriamo ignorando. Grazie a tutti coloro che sono stati coinvolti, e a Destin per essere stato una roccia di umiltà, perseveranza e premura attraverso il lungo processo di portare in vita questa storia. Sono così orgoglioso di aver contribuito e sono sempre grato per la crescita personale e la prospettiva che ho acquisito lungo il cammino.”


Lista dei brani del repertorio pop:

Ode To Billie Joe • Martha Reeves & The Vandellas

Higher Ground • J. Alphonse Nicholson

Don’t Wanna Fight • Alabama Shakes

Dream Come True • Hilton Felton

Blessed Be The Name Of The Lord • Sister Emily Braum

Jesus Is With Me • The Mighty Indiana Travelers

Save Their Souls • Bohannon

Troubles of the World • Brother Samuel Cheatam

Masterpiece • Atlantic Starr

The Old Rugged Cross • Ella Fitzgerald

No More Auction Block for Me • Sweet Honey In the Rock

I’m Gonna Lay Down My Life for My Lord • Bessie Jones & Group

The Old Rugged Cross • Karriem Riggins, Lynette Williams, Thomas Drayton and Justus West


Lista dei componimenti originali composti per il film:

1. Just Mercy (2:01)

2. Holman Prison (1:19)

3. Johnny D. (2:02)

4. Jackson Cleaners (2:16)

5. Walter’s Case (1:16)

6. Tell Me Everything (1:05)

7. Tapes (1:44)

8. We’re Done Here (0:50)

9. Everybody Out (1:04)

10. Petition (1:15)

11. Courthouse (1:28)

12. Nowhere Near True (2:05)

13. Hearing (1:40)

14. Church (0:55)

15. 60 Minutes (3:20)

16. Freedom (4:17)

17. Equal Justice (2:10)

18. The Old Rugged Cross (4:31)



FINE.


Spero che questa nuova recensione sul film “Il Diritto di Opporsi ”, sia stata di vostro gradimento, e se così fosse, lasciate un like, commentate facendomi sapere che ne pensate, condividete a chi volete e iscrivetemi al mio blog. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

Post in evidenza

Cattive Acque – recensione film.

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Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo nuovamente, rispetto all’ultimo articolo pubblicato qualche settimana fa riguardante l’uscita libresca del momento e del mese di maggio «Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente », di una recensione film, nello specifico del film “Cattive Acque” del 2019 diretto da Todd Haynes, e della sua assurda storia vera fatta di inquinamenti chimici, insabbiamenti, di scarica barile e molto altro ancora.

Spero che questo articolo vi piaccia e buona lettura.

All’articolo!



Trama:

Wilbur Tennant e il fratello.

Robert Bilott è un avvocato societario di Cincinnati specializzatosi nella difesa di aziende chimiche. Il contadino Wilbur Tennant, conoscente della nonna di Robert, chiede a Robert di indagare su una insorgenza anormale di tumori e malformazioni nelle sue mucche a Parkersburg, in Virginia Occidentale. Tennant collega questo fenomeno alla società chimica DuPont e dà a Robert un grosso contenitore di videocassette.

Robert visita la fattoria dei Tennant e scopre che 190 capi di bestiame sono morti con condizioni mediche insolite, come organi gonfi, denti anneriti e tumori. L’avvocato della DuPont, Phil Donnelly, gli comunica di non essere a conoscenza del caso ma di voler dare una mano in ogni modo possibile. Robert intenta una piccola causa in modo da poter ottenere informazioni tramite la scoperta legale delle sostanze chimiche scaricate sul sito. Quando non trova nulla di utile nel rapporto dell’EPA (United States Environmental Protection Agency – L’Agenzia per la protezione dell’ambiente) si rende conto che le sostanze chimiche potrebbero non essere regolamentate dall’EPA.

Robert si confronta con Phil in un meeting di settore provocando uno scontro animato. La DuPont invia a Robert centinaia di scatole, sperando di seppellire le prove. Robert trova numerosi riferimenti al PFOA, una sostanza chimica senza riferimenti in nessun testo medico. Nel cuore della notte la moglie incinta di Robert, Sarah, lo trova mentre strappa la moquette dal pavimento e rovista tra le loro padelle. Ha scoperto che il PFOA è l’acido perfluoroottanoico, usato per produrre il teflon e usato nelle case americane per le pentole antiaderenti. La DuPont ha eseguito test sull’effetto del PFOA per decenni, scoprendo che causa il cancro e difetti congeniti ma non ha mai reso pubblici i risultati. Hanno riversato centinaia di barili di fango tossico a monte del fiume dalla fattoria di Tennant. Il PFOA e composti simili sono sostanze chimiche che non lasciano il flusso sanguigno e si accumulano lentamente.

Tennant è stato escluso dalla comunità per aver fatto causa al loro più grande datore di lavoro. Robert lo incoraggia ad accettare l’accordo della DuPont, ma Tennant si rifiuta e vuole giustizia e rivela che lui e sua moglie hanno entrambi il cancro. Robert invia le prove della DuPont all’EPA e al Dipartimento di Giustizia, tra gli altri. L’EPA infligge alla DuPont una multa di 16,5 milioni di dollari.

Robert tuttavia non è soddisfatto e si rende conto che gli abitanti di Parkersburg subiranno gli effetti del PFOA per il resto della loro vita. Cerca di ottenere il monitoraggio medico per tutti i residenti di Parkersburg attraverso un’unica grande azione legale collettiva. Tuttavia la DuPont invia una lettera per notificare ai residenti la presenza del PFOA dando così il via alla prescrizione e concedendo loro solo un mese di tempo per iniziare ogni ulteriore azione. Poiché il PFOA non è regolamentato, il team di Robert sostiene che la società è responsabile in quanto la quantità in acqua era superiore alla singola parte per miliardo ritenuta sicura dai documenti interni della DuPont. In tribunale la DuPont sostiene che, secondo un loro successivo studio, la soglia di sicurezza è di 150 parti per miliardo. La popolazione locale protesta e la storia diventa una notizia nazionale. La DuPont accetta di patteggiare per 70 milioni di dollari. Poiché la DuPont è tenuta a effettuare un monitoraggio medico solo se gli scienziati dimostrano che il PFOA causa i disturbi, viene istituita una valutazione scientifica indipendente. Per ottenere i dati necessari Robert dice alla gente del posto che può ottenere il denaro del risarcimento dopo aver donato il sangue. Quasi 70.000 persone donano allo studio.

Passano sette anni senza alcun risultato dalla revisione. Tennant muore e Robert si impoverisce in seguito a diversi tagli di stipendio, mettendo a dura prova il suo matrimonio. Quando Tom gli comunica un ulteriore taglio di stipendio Robert crolla, tremando. I medici dicono a Sarah che ha sofferto di un’ischemia causata dallo stress. Sarah dice a Tom di smettere di far sentire Robert un fallimento perché sta facendo qualcosa per le persone che hanno bisogno di aiuto. La valutazione scientifica contatta Robert e gli dice che il PFOA causa tumori multipli e altre malattie. A cena con la sua famiglia Robert viene informato che la DuPont sta rinnegando l’intero accordo. Robert decide di portare il caso di ogni imputato alla DuPont, uno per volta. Vince i primi tre accordi multimilionari contro la DuPont che risolve la class action per 671 milioni di dollari.



Commento:

“Cattive acque” è un film del 2019 diretto da Todd Haynes, sceneggiato da Mario Correa e Matthew Michael Carnahan ed è interpretato da Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, Victor Garber, Mare Winningham, William Jackson Harper e Bill Pullman. Il film è basato sull’articolo del New York Times Magazine del 2016 intitolato “The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare(“L’avvocato che divenne il peggior incubo della DuPont ”), scritto da Nathaniel Rich, sullo scandalo dell’inquinamento idrico di Parkersburg. Inoltre, il vero Robert Bilott ha anche scritto un libro di memorie, chiamato “Exposure”, che descrive nel dettaglio la sua ventennale battaglia legale contro la DuPont.

Da sempre viene utilizzata la metafora della sfida tra Davide e il gigante Golia per porre parallelismi relativi alla personale impresa dei personaggi coinvolti, spesso per l’appunto costretti ad affrontare nemici o insidie molto più grandi di loro. E in questo caso ci troviamo di fronte ad una battaglia impari che, come si scoprirà poi nella scioccante postilla finale riguarda da vicino tutti noi.

Il film in italiano è uscito con il titolo “Cattive acque”, e onestamente parlando non mi ha convinto troppo questa traduzione del titolo, perché “dark waters” vuol dire tante, troppe cose. Noi utilizziamo la frase “(trovarsi in) cattive acque” per indicare quando qualcuno si trova nei guai, o quando ci si trova con l’acqua alla gola, o ancora quando ci si trova in una brutta situazione; mentre invece “dark water” vuol dire diverse cose: acque oscure, acque misteriose, acque che nascondono qualcosa, ma anche molto spesso si usa per dire “acque sporche”, acque salmastre, quindi anche qualcosa che riguarda le acque reflue, e secondo me, ha un senso più vicino a quello che vuol dire il film.

La traduzione “Cattive acque” è un po’ bruttina, un po’ come lo sarebbe stata se avessero tradotto il titolo come “Acque sporche”, traducendo letteralmente. Secondo me, purtroppo, il titolo italiano lima la parte traumatica e drammatica del film. Però qui le Cattive Acque si riferiscono alle acque sporche dell’industria chimica americana, in cui Rob si trova “contro tutto e tutti ”. Il regista del film è Todd Haynes, – lo stesso di “Velvet Goldmine” (1998), “Carol ” (2015), “Io non sono qui” (2007) [interpretato da sei attori diversi che interpretano momenti diversi dell’artista premio Nobel.] –, e secondo me il suo tocco all’interno del film si vede, perché i suoi film hanno questo aspetto tale come se fossero appena usciti da un quadro di Hopper, parlano molto di “americanità”, se ci si fa caso. Il regista, molto spesso, nei suoi film lascia un grande spazio per l’introspezione dei personaggi, anche se non ci sono dei dialoghi specifici, e molto spesso noi vediamo queste atmosfere che sono tipicamente americane, quasi deserte, e allo stesso tempo un po’ retrò.

Il film, ovviamente ha una storia interessante, ma secondo me uno dei tagli cinematografici più interessanti dati al film è il “taglio”. Il film poteva benissimo avere un taglio drammatico, un po’ storico, un po’ stereotipato, invece secondo me questo film ha un taglio fortemente inquietante. Il personaggio principale del film, interpretato da Mark Ruffalo, il quale è anche produttore del film, fa un viaggio spaventoso, in quanto accettando questo caso si sta mettendo contro l’intera cittadina da cui proviene, l’intera cittadina che insomma basa il proprio lavoro e il proprio sostentamento proprio su quell’azienda, la DuPont, che ha creato scuole, edifici, parchi, dà lavoro all’intera cittadina. Robert sta rischiando tutto: a livello lavorativo, economico, personale e familiare. Il lavoro porta via lui molto tempo, che purtroppo sottrae alla propria famiglia. Inoltre il film, secondo me, riesce a trattare un aspetto molto inquietante che raramente all’interno di queste storie viene trattato, ovvero la pressione psicologica che vive il personaggio. Noi lo vediamo molto bene attraverso il personaggio di Robert, decidere di far causa ad una azienda così grande vuole dire potenzialmente – nel caso di perdita – perdere tutto quello che si ha economicamente, dover pagare dei danni economici immensi e pagare anche per un dislivello di potere. Molto spesso film del genere, diciamo che “minimizzano” queste preoccupazioni e rappresentano il personaggio come “un eroe senza macchia e senza paura“, pronto a tutto, sicuro, forte e molto altro; mentre è invece molto meglio rappresentare un eroe, diciamo, come quello di Robert: un eroe con tutte le sue paure, le sue fragilità;

Il film dà il giusto spazio a l’aspetto emotivo che ha un viaggio del genere ha sulla psicologia di una persona, sulla sua emotività. Robert è letteralmente sovrastato da un senso di impotenza che prova nei confronti delle altre persone, non potendo salvare loro la vita, ma anche in un certo senso il senso di tradimento: lui ha vissuto in quella città, credeva che tutto fosse tranquillo e andasse bene. Robert ha dedicato la sua intera carriera, la sua intera carriera lavorativa a salvaguardare gli interessi di aziende come quella della DuPont, mentre quella di Tim in realtà potevano anche rischiare la vita di tante persone, compresa la sua. Noi vediamo soprattutto lo stress che, in un certo senso, sfocia quasi nella paranoia; c’è una scena, soprattutto quella del parcheggio, in cui noi vediamo effettivamente il crollo psicologico di Robert, il che è sensato, perché se un’azienda è pronta ad inquinare le acque, davvero uccidere qualcuno è un passo troppo lontano, rispetto alla norma?

Io ho apprezzato moltissimo il taglio inquietante del film, perché l’argomento è esattamente così. Inoltre il film, secondo me, ha un arco molto appetibile per il pubblico statunitense: parla di un ritorno alle origini per il personaggio di Robert, ovvero parla del ritorno nella cittadina in cui è nato e cresciuto; ritorna anche alle origini, lontano da quei palazzoni degli avvocati, delle lobby e ritorna, per così dire, “vicino” alle persone. Gli stati uniti hanno questa concezione molto particolare: da una parte il sogno americano, e sia quello di fa crescere nel proprio garage la nuova lobby che conquisterà il mondo; ma allo stesso tempo apprezzano che questo percorso inverso. Il film, secondo me, parla di molte altre cose, tenta di non cadere troppo nei cliché, parla di argomenti reali negli Stati Uniti, come la discriminazione perché si proviene da determinato stati, un po’ come per noi italiani che abbiamo questa discriminazione per chi arriva dal sud, non tutti ovviamente; Robert viene discriminato e tacciato di essere campagnolo perché arriva da un determinato stato e arriva da una determinata classe economica. Vediamo anche il “classismo”: lo si vede quando Robert parla con gli altri socio-avvocati per accettare o meno la ‘class section’. Ma una delle discriminazioni più interessanti, che non mi aspettavo di vedere all’interno del film, è stata proprio la misoginia. Noi ci troviamo in un arco di tempo che varia dalla fine degli anni ‘90, quindi 96-98, fino al 2010. E quello che noi vediamo all’interno del film è proprio la discriminazione delle donne lavoratrici; c’è per esempio la moglie di Robert, Sarah, che anche lei è un’avvocata. Il film, come vi ho detto, si svolge in una epoca molto recente, fine anni ‘90 e anni 2000-2010, e parla proprio di come la carriera della moglie di Robert sia, in realtà, stata bloccata da una scelta, ovvero la scelta di diventare una madre ha reso inconciliabile per lei la carriera lavorativa.

Noi lo vediamo, in particolare, all’interno di una scena: Sarah e Robert sono ad una cena, parlano con un collega anziano di Robert e la moglie si immette nel discorso dicendo che ‘anche lei è stata una avvocata e ha lavorato nel campo, però ha dovuto lavorare tutto quando ha iniziato a mettere su famiglia’, e l’uomo risponde con “è questo che accade alle avvocate” – molto spesso quando si parla di lavori, principalmente svolti da professionisti uomini, si parla di “ostacoli”, come anche quando si parla di “gender gap” (per quanto riguarda alcune professioni) e questo ne è proprio un esempio, il fatto che non ci sia un divieto per le donne di praticare un certo lavoro o professione, ma che, insomma, sia “inconciliabile” la loro vita personale – al contrario degli uomini – rispetto a dei lavori. Sempre in quella scena c’è una collega di Robert che nasconde al proprio capo di essere incinta proprio per paura di essere “mandata fuori”, e quindi di essere licenziata. E ovviamente questa non è più una scelta, ovvero la scelta di lasciare il proprio lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia, perché se è una scelta obbligatoria fatta da altri, allora non è affatto una scelta, ma semplicemente una Discriminazione.
Sinceramente proprio per questo, avrei preferito il personaggio di Anne Hathaway, che interpreta Sarah, la moglie di Rob, un po’ diverso (anche se non so per certo come siano andati realmente i fatti e non sono riuscito ad approfondire maggiormente), però mi sarei immaginato che lei desse maggiori consigli a Robert, essendo entrambi due avvocati con una specializzazione simile; invece purtroppo il suo personaggio, a volte, ricade nel solito personaggio de “la moglie dell’eroe” (la moglie dell’eroe, molto spesso nei film è quella che, mente l’eroe è stanchissimo per quello che sta facendo, sta cambiando il mondo, sta facendo qualcosa di grandioso, mentre sta per salvare vite, la moglie lo ammorba e lo colpevolizza proprio per questo fatto, perché toglie tempo alla famiglia, a lei e così via. Noi vediamo esattamente una scena così da parte di Anne Hathaway (la Sarah del film): da una parte capisco all’interno del clima familiare un problema del genere, ovvero la non presenza nella vita familiare; dall’altra parte è un cliché cinematografico, in cui molto spesso la moglie dell’eroe, diciamo che sembra una piagnona rompiscatole che sta colpevolizzando un uomo che in realtà sta facendo la storia, sta salvando centinaia di vite. É un cliché come viene rappresentato tutto ciò. Inoltre l’ho trovato un po’ strano che all’interno del film, il fatto che cinque minuti prima il suo personaggio faccia così e cinque minuti dopo lo difenda e difende il suo lavoro a spada tratta. È un cambiamento di umore troppo repentino, manca una connessione, una evoluzione.

Però andando ad approfondire, la vera moglie di Robert, la vera Sarah (dato che non viene detto nel film, quindi credo non lo sappiate neppure voi, e dato che avrei preferito che l’avessero detto), è ritornata nel mondo dell’avvocatura, dandosi al volontariato in una associazione e adesso è avvocata di una associazione che si chiama “Pro kids”, che sarebbe una associazione che difende i diritti dei bambini, principalmente i diritti dei bambini vittime di molestie da parte dei genitori, tutori. É un rifugio per bambini vittime di molestie. Lei ha iniziato questo percorso proprio dopo il percorso del marito, ispirata proprio dalla sua voglia di cambiare le cose, e non saprei, ma credo che narrare questa cosa poteva aggiungere qualcosa di più interessante al film, e mi dispiace che non ci sia.
Tra le comparse del film, si possono vedere anche le vere persone che hanno preso parte, diciamo, a questa piccola storia che è stata scritta e lo si vede alla fine del film (così come accade anche in Il diritto di opporsi); il film, come vi ho già detto, secondo me, è molto bello, sia per quanto riguarda la storia, sia per il taglio inquietante, bravissimo Mark Ruffalo.

Volevo però sottolineare una cosa: quando sono andato a cercare materiale per questa recensione, mi sono reso conto che il film racconta una storia molto simile a quella di Erin Brockovich (dal quale anche è stato tratto un film) è non ho trovato nessuno che parlasse di “Cattive Acque” come la versione maschile di Erin Brockovich e l’ho trovato interessante, perché noi spessissimo vediamo, per esempio, quando si parla di due personaggi completamente diversi, anche se sono storie vere, dire “la versione femminile di…“, e il fatto di dire che si riferisca a “la versione femminile di…” e mai il contrario, secondo me ha un senso, perché dire “è la versione femminile di…” non è misogino o roba del genere, però secondo me fa capire come paragoniamo le cose, e se un certo paragone è sempre in una direzione e mai nell’altra, allora forse vi è una gerarchia, e se vi è gerarchia non vi è parità. Di base, secondo me, dire “è la versione femminile/maschile di…” non è un pensiero particolarmente profondo, però può essere utile, magari, per capire il taglio di un prodotto cinematografico in breve e in maniera immediata.

Il film può essere considerato un legal-thriller, il cui inizialmente apparente sfondo ecologista si trasforma in un vero e proprio scontro tra la gente comune ed un sistema malato, dove i soldi e le giuste conoscenze permettono di farla franca nella gran parte delle occasioni. Una sorta di versione sobria e aggiornata di un grande classico come “Tutti gli uomini del presidente” (1976) che risveglia in tutti noi quella coscienza civile che troppo spesso viene dimenticata od oscurata dall’opinione pubblica. Inoltre, “Cattive acque” guarda anche ad altri film simili a quello sopra citato, come “L’uomo della pioggia” (1997) di Coppola, “Insider – Dietro la verità” (1999) di Michael Mann, “Promised Land” (2013) di Gus Van Sant, ma rivolge lo sguardo più indietro ricordando “Silkwood” (1983) di Mike Nichols e il dimenticato “Conflitto di classe” (1991) di Michael Apted (Class Action), o ancora come “Il caso Spotlight“ (2015) e “The Post” (2017), in cui l’individuo deve accettare che il sistema è – in fondo – nulla più che noi stessi: fallaci e opportunistici, ma anche capaci di tirare una riga e dire “basta”.

Ed è proprio in una class action (in riferimento al film di Apted) ancora in corso che culminano le indagini partite dalla denuncia del 1998 di Wilbur Tennant, un allevatore di Parkersburg nel West Virginia morto di tumore nel 2002 (sua moglie lo seguirà due anni dopo), che aveva dovuto abbattere 190 mucche, tutte gravemente ammalate e che, inconsapevolmente, beveva anche lui acqua contaminata da Pfoa, sostanza chimica altamente nociva per la salute che la DuPont sversava nella discarica limitrofa al suo appezzamento. Le inchieste giudiziarie portate avanti con ostinazione e a sprezzo del pericolo da Robert Bilott dimostreranno che l’azienda era perfettamente consapevole del livello di avvelenamento cui stava sottoponendo la popolazione, le cui cause di risarcimento per morti e malattie sono ancora aperte. Il film, come abbiamo già detto in precedenza, si snoda in un arco di quasi 20 anni, partendo da quella denuncia, si dà il via ad insabbiamenti, lunghissimi e continui rinvii e procedimenti giudiziari che tengono con il fiato sospeso fino all’epilogo, dove nei ringraziamenti finali una scritta informativa fa luce sulla succitata rivelazione, fino ad arrivare quasi ai giorni nostri.

“Cattive acque” è stato un progetto fortemente voluto e sviluppato dalla star attivista Mark Ruffalo, e la sua dedizione interpretativa nei panni di Bilott è ammirevole così come la scelta di usare, in brevi comparsate, alcune figure realmente coinvolte, come vittime, nel caso. Pur a dispetto di uno svolgimento lineare e con solo un paio di sequenze ad alto tasso di suspense, nelle due ore di visione regna una tensione di sottofondo opprimente e angosciante magistralmente giostrata dal regista Todd Haynes. Inoltre il film è animato da uno spirito educativo doveroso, ma che rischia sempre di far passare in secondo piano il valore dell’immagine, e trova una sintesi tra le sue anime spurie grazie al regista, che accetta le costrizioni del dramma legale e familiare senza opporre loro resistenza, e anzi assecondandole nella loro semplicità. Il cineasta organizza tempi e modi con raffinato equilibrio, lasciando che la pressante verve melodrammatica (accentuata soprattutto nelle dinamiche familiari del protagonista e nella situazione vissuta dall’agricoltore primo accusatore) conviva appieno con la parte legale e d’inchiesta, mantenendo sempre alto l’interesse e spingendo il pubblico ad indignarsi in più occasioni per le ingiustizie perpetrate dai potenti.

Molti spettatori si chiederanno dove sia il regista di film maiuscoli e sovversivi come “Carol ”, “Io non sono qui ” e “Safe”, e la risposta è che lo si può trovare in questo mondo filtrato di un blue corporate e ordinato nella griglia interminabile delle finestre dei grattacieli di Cincinnati che ospitano gli uffici della Taft Law.

Come nel suggestivo incipit del film, che riporta agli anni Settanta e a un gruppo di ragazzi pronti a un bagno di mezzanotte in un lago particolarmente torbido, occorre guardare sotto la superficie per notare certi riflessi da film horror. Haynes va a cercare il veleno invisibile nel cuore della famiglia americana, l’unica istituzione più potente della malefica Dupont, che ha costruito un impero sull’utilizzo del Teflon celandone i pericoli per la salute. La padella anti-aderente è il simbolo del capitalismo sposato all’ideale domestico a stelle e strisce, due capisaldi non meno inscindibili degli atomi di carbonio che si legano per creare i PFAS, inattaccabili per il nostro organismo.

Con cattive acque, Todd Haynes firma un solido e documentato film d’inchiesta, legal sui generis (non sono molte, in fin dei conti, le scene in tribunale) fortemente voluto dal protagonista Mark Ruffalo, non a caso in veste anche di produttore: “Cattive acque” è un buon esempio di cinema civile che lascia l’amaro in bocca e legittimamente solleva dubbi e paranoie nello spettatore. L’attore coinvolge alcuni componenti del team de “Il caso Spotlight” (2015), come il produttore esecutivo Jonathan King e gli sceneggiatori premi Oscar Tom McCarthy e Josh Singer (quest’ultimo sceneggiatore anche di “The Post” di Spielberg). Il progetto viene messo in piedi e successivamente viene coinvolto il regista Todd Haynes che porta in dote non solo il “suo” eccellente direttore della fotografia, Edward Lachman che ha firmato anche “Erin Brockovich” di Soderbergh, ma un’evidente cognizione di causa sul cinema d’inchiesta americano. Il risultato è un lavoro che intrigare molto gli appassionati del genere.

Nel lunghissimo articolo di approfondimento che sembra già il soggetto di un film, una frase ritorna ripetuta e attribuita all’avvocato Bilott “Sembrava la cosa giusta da fare“. Infatti prima di accettare la causa che lo porterà a scontrarsi con la DuPont lui era un avvocato che lavorava per le aziende e in alcune circostanze si era trovato a cooperare con i legali del gruppo chimico. Nel film non manca una scena – grande classico nei legal drama – dell’arrivo di un’incredibile quantità di casse contenenti documenti nello studio legale dell’avvocato che sfida il colosso. Una scena che apprendiamo, sempre dal racconto del giornalista, è realmente avvenuta.

Per quanto riguarda la sfida narrativa non sempre è sostenibile. La difficoltà principale è di restituire un racconto avvincente in un arco di tempo così ampio e seguendo tutte le vicissitudini principali dell’indagine: la scommessa è solo parzialmente vinta grazie a una sceneggiatura che fa comprendere perfettamente e in ogni istante tutto ciò che accade, “tecnicismi” inclusi, mentre si arranca un po’ (forse anche più di un po’) nell’aderire a un personaggio, quel Bilott interpretato da Ruffalo, che non ha grande pregnanza umana e che fondamentalmente è funzione di un gesto eroico, quello del portatore di giustizia, che divora il personaggio in virtù del messaggio. Si fatica per esempio a essere davvero interessati ai suoi legami famigliari, come la moglie, ad esempio, che punteggiano pigramente il film più per “dovere di cronaca” che altro, e il suo ruolo sta a rappresentare la più classica delle aggiunte da parte degli sceneggiatori (Mario Correa e Matthew Michael Carnahan) per inserire il momento familiare di un film, anche se già nell’articolo del New York Times Magazine si parla di lei e ci si sofferma su di lei. Così come non è centratissima la figura di Tom Terp (Tim Robbins), il capo dello studio legale di cui Bilott è socio. Il film, realizzato con la consulenza del vero Billot, risente del fatto di dover probabilmente “rendere giustizia” a tutti i personaggi coinvolti nella vicenda, omaggiandoli in qualche misura, ma risultando così un po’ sovrabbondante e meno incisivo di quanto potesse essere.

Allo stesso tempo ci sono immagini e momenti che valgono più di tante parole, come le camera car sui cittadini di Parkersburg, veri e propri spaccati di persone/fantasmi abbandonate al proprio destino (e alla morte) in nome dell’interesse ferale per il profitto. Uno, in particolare, ha la capacità di raccontare in pochi secondi il ricatto cui tante persone sono sottoposte, ovvero la scelta tra morire di liquami tossici e inquinamento o restare disoccupate, orfane dall’industria che ti dà il pane (e non è certo un problema solo americano, basti pensare a Taranto): Haynes realizza un piccolo montaggio in cui mostra come tutto, a Parkersburg, sia della DuPont, datore di lavoro ed erogatore di servizi. A fare da controcanto c’è la scena in cui l’allevatore Wilbur Tennant urla a un elicottero che sorveglia la sua casa che quella è la sua proprietà: un grido di disperazione per suggellare una sfida già vinta tra chi detiene davvero il potere e la proprietà privata (anche della cosa pubblica) e il disperato cittadino che, pur credendo nel valore della proprietà, è di fatto espropriato di ciò che lui presume essere suo. In questi momenti il film diventa molto efficace e doloroso facendo emergere la sua natura convintamente politica: nessuna Amministrazione (Obama incluso ovviamente) ferma il potere del denaro, nessuna agenzia pubblica controlla davvero i grandi gruppi e tutti gli americani hanno diritto alla proprietà privata ma alcuni americani ne hanno assai più diritto degli altri. Se è stridente l’uso della hit Take Me Home, Country Roads di John Denver, collocata in un West Virginia sfregiato (sui titoli di coda si sente I Won’t Back di Johnny Cash), Haynes non indietreggia nell’innestare elementi quasi horror (il ricordo dei denti neri di una bambina in bicicletta) per fare uscire dal cinema lo spettatore con un forte senso di disagio. Anche perché il Pfoa – chiamato “la sostanza chimica eterna” visto che resta per sempre nei corpi degli esseri umani – è stata utilizzata per decenni dall’industria chimica in tutto il mondo (e a basso contenuto è ancora utilizzata).



Attori:

Mark Ruffalo nei panni di Robert Bilott, un avvocatosocietario di Cincinnati specializzatosi nella difesa di aziende chimiche, ma che ben presto intraprende una battaglia legale contro il colosso DuPont quando capisce e vede con i suoi occhi le prove;


Anne Hathaway nei panni di Sarah Bilott, la moglie di Billot, una avvocata anch’essa che ‘ha dovuto lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia’, a detta di qualcuno;


Tim Robbins nei panni di Tom Terp, il datore di lavoro di Robert, che inizia a supportarlo in questa sua causa, ma al contempo mettendolo però in guarda e un minimo ostacolandolo, fino a procurargli un esaurimento;


Bill Camp nei panni di Wilbur Tennant, il contadino di Cincinnati amico della nonna di Rob, che chiede all’uomo di aiutarlo nella sua causa di denuncia contro l’industria fornendo prove su prove, dato che viene ostacolato da tutti, DuPont compresa, dopo la morte di tutti i capi di bestiame.

Victor Garber nei panni di Phil Donnelly, un dirigente della DuPont, mentre Bilott sfidava l’azienda;

Mare Winningham nei panni di Darlene Kiger, una residente di Parkersbug il cui pirmo marito era un chimico della DuPont e aveva lavorato nel suo laboratorio di PFOA.

Bill Pullman nei panni di Harry Dietzler, un avvocato infortunista specializzato che ha lavorato con Bilott nella sua causa collettiva contro DuPont.

William Jackson Harper nei panni di James Ross, un altro avvocato della Taft Law e collega di Rob, che ben presto darà del suo per ostacolare Rob e la sua causa.



Colonna Sonora:

A Marcelo Zarvos, rinomato pianista e compositore brasiliano di musica classica e jazz, è stata affidata la composizione della colonna sonora del film. Nella sua lunga e fortunata carriera ventennale, oltre ad aver pubblicato quattro album musicali, ha composto le colonne sonore di alcuni film per il grande schermo, come “The Door in the Floor” (2004), “Sin Nombre” (2009), “New York I Love You” (2009), “Wonder” (2017) e “Atto di fede” (2019) – tra gli altri, ma anche alcune sigle televisive ed anche musiche da teatro.

La colonna sonora del film è, come tante altre colonne sonore, sia composta da componimenti originali che da alcuni brani del repertorio pop dei decenni passati, e vanta classici di John Denver, come Take me home country roads e – non poteva essere altrimenti visto che la West Virginia della canzone è l’ambientazione chiave – e Johnny Cash, che si adatta con aria malinconica e struggente al cuore del racconto.

Per questo film, Zarvos traccia musicalmente il complesso percorso emotivo di Robert mentre passa dallo shock alla paura, alla sofferenza e infine alla speranza. Zarvos cercava questa tensione a basso punto di ebollizione, ovvero qualcosa che fosse a cavallo tra l’emozione e la suspense, essendo questo un thriller, per di più un thriller di Todd Haynes, e allora ha deciso – in concomitanza con il regista – di andare dritto al limite del genere, in modo artistico. Dato il fatto che il film nella sua interezza è una storia epica, la sfida era trovare l’equilibrio tra ciò che si trova in superficie e ciò che si trova appena sotto di essa. E la sua precedente esperienza lavorativa su film come “The Door in the Floor“ e “Sin Nombre“, lo hanno aiutato a mostrare come far emergere ciò che non è apparente sullo schermo e nel profondo delle emozioni reali. Non importa quanto sia eccitante e pericolosa una storia, c’è sempre un elemento emotivo da far emergere. In questo film, ci sono tre turni emotivi che trasformano la partitura: dal primo atto, che è molto thriller; al secondo atto, che è molto più sui ritmi della sfida legale; alla terza parte, che si concentra sul costo umano, non solo su di lui ma anche sulla popolazione della città della Virginia occidentale. La sua sfida era quella di passare da una battuta all’altra, pur facendo sembrare la stessa partitura.

A metà del film c’è un pezzo di nove minuti per pianoforte solista, che Todd era molto desideroso di fare. Nel film, Rob fa finalmente un collegamento chiave tra ciò che DuPont ha fatto e come sta influenzando le persone. Ed essendo lui (Zarvos) un pianista e un compositore, la stesura di una parte strumentale solista così lunga è stata una novità. E non gli era molto chiaro come avrebbe funzionato. Così Todd l’ha diretto come se fosse un attore. Gli ha ricordato un po’ la composizione della colonna sonora di The Door in the Floor. Ricordava di aver pensato ‘che non capiva bene l’intento di Haynes, ma che gli avrebbe dato ciò che voleva’.

Nella prima parte del film, la colonna sonora crea questo inquietante senso di presagio e paranoia, soprattutto nella scena in cui Rob cerca di avviare la sua auto in un parcheggio vuoto. Quella particolare scena nel parcheggio è forse l’esempio migliore di come siamo riusciti a spingere la sensazione che non si sa se quello che si vede è reale o meno. Ma invece di accentuare il pericolo della scena, ha focalizzato la musica su ciò che passava per la mente di Rob. La sua paranoia è legata alle sue emozioni e al suo senso di essere un uomo di famiglia. Man mano che la musica cresce, invece di diventare solo un thriller, diventa sempre più emotiva. All’inizio, Todd disse: “Ogni volta che la musica diventa troppo tesa, non dimentichiamo l’elemento umano”.

Ma come ha fatto Zardos ad ottenere quel suono profondo e represso nella partitura? Fin dall’inizio, Tood era stato chiaro sulla questione di volere che il suono fosse pesantemente elaborato. A parte quel lungo pezzo per pianoforte, tutta la musica, tutti gli archi e gli strumenti sono pesantemente elaborati. Voleva che la musica non si sentisse mai completamente organica. Molti brani hanno un sacco di pad e di elettronica che sono raddoppiati, ma non nel senso di aumentare la partitura. La base della partitura è elettronica, e le corde dal vivo sono raddoppiate per farne una terza cosa che non è né organica, né elettronica. Gran parte del lavoro pianistico include molti echi, ritardi e suoni a scatti, per evidenziare questa idea dell’essere organico influenzato da qualcosa di chimico. Questa sensazione di qualcosa di chimico che corrode il suono degli strumenti diventa un’analogia uditiva con ciò che accade nel film. Allo stesso modo, c’è molto looping, perché ogni volta che una nota viene ripetuta in loop, diventa degenerata solo un po’ di più. Si ha ancora il suono originale, ma ad ogni ripetizione questo diventa più sgranato e degradato.

Mentre gran parte della colonna sonora sottolinea che il film è un thriller, come ha usato la musica per ricordare al pubblico il disastro ecologico al centro della storia?

Musicalmente parlando, questa è stata la spinta della parte finale della colonna sonora. L’ultimo terzo del film diventa progressivamente più incentrato sull’evidenziare il costo umano per queste persone. Come tale, la musica dell’ultimo terzo musicale diventa più emotiva e penso più umana. Abbiamo permesso che la musica colpisse una nota di vera tristezza. Quel tono era nel film fin dall’inizio, ma nella prima parte era sotto la copertura dell’oscurità del genere thriller.

Man mano che la storia diventa più incentrata sulle persone e meno sulle tensioni del caso, la musica diventa più fluttuante e meno tesa. Nel primo atto, quando cerchiamo di capire cosa sta succedendo, il tono è molto sospensivo. Poi la musica ha una sorta di atmosfera da gatto e topo nel procedimento legale. Alla fine, si tratta meno di chi l’ha fatto e più del costo umano. La musica diventa più lenta e triste. Le trame diventano molto meno dissonanti e molto più elegiache man mano che il film arriva alla sua conclusione.


Lista dei brani del repertorio pop:

Take Me Home, Country Roads • John Denver (trailer)

Stop the World (And Let Me Off) • Waylon Jennings

Who Can It Be • Thomas Paxton

Suddenly It’s Spring • Stan Getz

The Heart Is a Lonely Hunter • Reba McEntire

The Real Thing • Kenny Loggins

Here I Am, Lord • Daniel Schutte

A Kiss Goodnight • John Barrett

Deck the Halls With Boughs of Holly • Philadelphia Brass Ensemble

Strawberry Wine • Deana Carter

You Are Near • Daniel Schutte

With Arms Wide Open • Creed

I Won’t Back Down • Johnny Cash


Lista dei componimenti originali:

1. Drive to Parkersburg (1:31)

2. City Montage (1:40)

3. Filing the Suit (1:39)

4. Cow Attack (2:22)

5. Sea of Boxes (1:14)

6. TV Reports (2:04)

7. The Findings (2:40)

8. Helicopter at Wilbur’s (2:21)

9. Teflon Connection (9:29)

10. Memo / EPA Hearing (2:07)

11. Angry Joe (1:58)

12. Leave This Place / Blood Testing (3:20)

13. Funny Teeth (2:11)

14. Still Fighting (0:56)

15. Bucky (2:24)

16. Harry’s Call Center (1:05)

17. Opening Credits (1:50)

18. Meeting Wilbur / PFOA (1:28)

19. DuPont Deposition (3:50)

20. Garage Paranoia (2:26)

21. Rob Brings Report / Wilbur’s Videos (2:19)

22. Dark Waters (2:53)

23. End Credits (3:27)



FINE.


Spero che questa nuova recensione sul film “Cattive Acque” , sia stata di vostro gradimento, e se così fosse, lasciate un like, commentate facendomi sapere che ne pensate, condividete a chi volete e iscrivetemi al mio blog. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente.

(ENG) (SPA) (FR) (DE)

The Hunger Games – recensione/ differenze libro e film. (clicca qui) [In caso foste interessati.]

Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi non parleremo, come quasi sempre, di una recensione film, ma parleremo del prequel di Hunger Games chiamato «Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente »,in uscita in libreria oggi 19 maggio 2020 e di quello che fino ad ora è trapelato. Già lo scorso anno, nel mese di luglio (precisamente il 2), avevo parlato di questo argomento e di quel poco che era trapelato fino a quel momento. Se in quel primo articolo ho riportato quelle poche cose sicure che si sapevano, come la data di uscita, un accenno di trama o comunque un particolare della trama e della sicura futura trasposizione cinematografica per mano della Lionsgate, – già produttrice della fortunata saga cinematografica principale di Hunger Games, composta come già sappiamo da quattro film –; in questo secondo articolo, riporterò tutto ciò che è trapelato fino ad ora, includendo alcuni altri dettagli del romanzo prequel stesso.

Spero che questo articolo vi piaccia.

All’articolo!



“Benvenuti, benvenuti, benvenuti. Felici Hunger Games e…possa fortuna essere sempre a vostro favore! “

Effie Trinket.


Maggio è diventato il mese fortunato della fortunata saga distopica di Hunger Games. Una celebrazione continua su più fronti. Quali? Da una parte quello televisivo con Italia 1 che ripropone i quattro film a cadenza di uno a settimana: questo giovedì 21 maggio, infatti, in prima serata, vedremo in onda il terzo capitolo della saga, Hunger Games – Il Canto della Rivolta pt. 1; mentre dall’altro, oggi 19 maggio è attesa la messa in vendita e l’acquisto (e l’imminente arrivo per coloro che lo hanno pre-ordinato) sui vari canali online e non, di « Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente », il nuovo romanzo prequel di Hunger Games dell’autrice Suzanne Collins. Questo romanzo anticiperà il quinto film che uscirà, presumibilmente, il prossimo anno.

Sono trascorsi esattamente dieci anni dalla pubblicazione italiana del bestseller mondiale sui giochi più pericolosi di sempre, chiamati Hunger Games e ideati dalla scrittrice Suzanne Collins. Il nuovo romanzo pare non tradire né le aspettative dell’attesa né la magia di una saga che questa volta racconterà il mondo di Panem prima degli Hunger Games in cui combatterà Katniss. Esatto, un diverso punto di vista: per la precisione 64 anni primadel momento in cui comparirà la futura ghiandaia imitatrice. Così come era avvenuto per la pubblicazione della saga principale, anche questo romanzo prequel sarà pubblicato in Italia da Mondadori.

Se prima sapevamo che il prequel si sarebbe ambientato durante la decima edizione dei giochi, e l’ambientazione, dunque, sarebbe stata la stessa, anche se in una Panem che sta cercando ancora di riprendersi dalla guerraavvenutamolti anni prima della nascita di Katniss Everdeen, la coraggiosa protagonista della serie di libri Hunger Games. Sapevamo che in quell’epoca a Panem era da poco terminata una rivolta fallita. Il periodo di ricostruzione a 10 anni dalla fine della guerra, è un periodo oscuro e terribile, in cui i personaggi hanno ampio modo di riflettere e affrontare domande esistenziali. Ma non sapevamo ancora nulla su chi sarebbero stati i personaggi e quali difficoltà si sarebbero trovati a dover affrontare. Adesso, sappiamo che il protagonista è il giovane diciottenne Coriolanus Snow, agli esordi della sua carriera, prima di diventare il tanto temuto e al tempo stesso tanto odiato – e aggiungerei anche dittatoriale – Presidente Snow, ma non solo. Questo personaggio, Coriolanus Snow, lo avevamo già conosciuto nella saga adulto e presidente di Panem. In questo nuovo romanzo invece lo conosceremo all’età di 18 anni, in piena giovinezza, nella sua famiglia borghese, nella suo essere ricco, ma alla ricerca di qualcosa in più nella vita. La scrittrice mostrerà un personaggio di gran lunga diverso da quello che abbiamo visto nei volumi precedenti, infatti Coriolanus Snow sarà affascinante, simpatico ed eroico!

L’obiettivo del giovane Snow sarà quello di diventare mentore degli Hunger Games, quando i giochi di Capitol City erano però ben diversi da quelli che abbiamo conosciuto nei film e nei libri precedenti. I giochi non avevano il successo che hanno ottenuto in seguito e la Capitol Arena non era altro che un anfiteatro fatiscente dove i tributi venivano chiusi insieme a delle armi per uccidersi l’un l’altro. Proprio per dare maggiore risalto alla manifestazione si decise di inserire 24 mentori, 24 personaggi scelti dall’Accademia per portare sotto i riflettori i tributi e mettere in scena lo spettacolo che poi abbiamo conosciuto con la saga di Hunger Games.

Snow riesce ad entrare tra i prescelti e con il suo fascino il giovane è certo di essere assegnato come mentore al distretto più prestigioso. Tutto cambia quando viene sì scelto per il ruolo, ma gli viene affidato il Distretto 12, il più povero e – a suo avviso – il peggiore. Ma sarà questo episodio a far scattare l’odio di Snow verso Katniss in futuro? Guarda caso, gli viene affidato lo stesso distretto che in futuro sfornerà una partecipante che gli darà filo da torcere e lo sfiderà, fino a portarlo alla distruzione. Di certo il romanzo della Collins sarà un tripudio di colpi di scena che ci mostreranno la storia di Snow e la sua trasformazione da giovane eroico ad anziano sadico.


Trama

L’ambizione lo nutre. La competizione lo guida. Ma il potere ha un prezzo.

È la mattina della mietitura che inaugura la decima edizione degli Hunger Games. A Capitol City, il diciottenne Coriolanus Snow si sta preparando con cura: è stato chiamato a partecipare ai Giochi in qualità di mentore e sa bene che questa potrebbe essere la sua unica possibilità di accedere alla gloria e ottenere fama e successo. La casata degli Snow da cui discende, un tempo potente, sta attraversando la sua ora più buia. Fasti che paiono ormai finiti e volti ad un inarrestabile declino. Il destino del buon nome degli Snow è nelle mani di Coriolanus: l’unica, esile, possibilità di riportarlo all’antico splendore risiede nella capacità del ragazzo di essere più affascinante, più persuasivo e più astuto dei suoi avversari e di condurre così il suo tributo alla vittoria. Sulla carta, però, tutto è contro di lui: non solo gli è stato assegnato il distretto più debole, il 12, ma in sorte gli è toccata la femmina della coppia di tributi. I destini dei due giovani, a questo punto, sono intrecciati in modo indissolubile. D’ora in avanti, ogni scelta di Coriolanus influenzerà inevitabilmente i possibili successi o insuccessi della ragazza. Dentro l’arena avrà luogo un duello all’ultimo sangue, ma fuori dall’arena Coriolanus inizierà a provare qualcosa per il suo tributo e sarà costretto a scegliere tra la necessità di seguire le regole e il desiderio di sopravvivere, costi quel che costi.


Come avevo scritto nell’altro articolo, la notizia del prequel di Hunger Games è stata lanciata ufficialmente dalla casa editrice Scholastic che sul suo account Twitter annunciava di tenerci pronti: “Notizie entusiasmanti, fan di Hunger Games: è in arrivo un nuovo romanzo prequel ambientato ben 64 anni prima degli eventi degli Hunger Games che conosciamo.”

Inoltre, ecco come Suzanne Collins descrive il suo lavoro sul nuovo romanzo: « Con questo libro voglio esplorare le condizioni della natura, chi siamo e cosa per noi è necessario per garantire la nostra sopravvivenza. Il periodo della ricostruzione, dieci anni dopo la guerra, viene di solito definito quello dei “Giorni Oscuri”, è il momento in cui il paese di Panem cerca di rialzarsi. Fornisce un terreno fertile per i personaggi, che affrontano queste domande e perciò definiscono il proprio modo di concepire l’umanità.» Un po’ come ha fatto J.K. Rowling con la saga di Harry Potter mostrando il mondo di Animali fantastici.


Ma ci sarà una trasposizione cinematografica, sì o no?

Come avevo già scritto nel primo articolo riguardante questo argomento, riguardante questo prequel, si vociferava e si pensava che ci sarebbe stata una futura trasposizione cinematografica dell’opera in questione, anche se ancora il testo non era nemmeno in minima parte stato messo nero su bianco dall’autrice. Ma non è una sorpresa sentir dire ciò, ovvero voler trasporre l’opera, dato che i precedenti film della saga, oltre a consacrare star di Hollywood, come Jennifer Lawrence, hanno registrato nel mondo incassi da cine-comic: infatti ha incassato nel mondo un totale di quasi 3 miliardi di dollari.

L’annuncio della lavorazione del film è arrivato da Joe Drake, a capo di Lionsgate Motion Picture Group, che ha dichiarato: “Valeva la pena attendere il nuovo libro di Suzanne. Offre tutto quello che sperano i fan e si attendono da Hunger Games, oltre a offrire qualcosa di nuovo e introdurre un nuovo contesto per i personaggi. La Ballata dell’Usignolo e del Serpente è creativamente elettrizzante e porta questo mondo verso nuove complesse dimensioni che aprono delle fantastiche possibilità cinematografiche. Siamo elettrizzati nel riunire il team in occasione di questo franchise davvero unico e non vediamo l’ora di iniziare la produzione”.

Alla regia del nuovo tassello della saga ci sarà nuovamente Francis Lawrence, dietro alla macchina da presa di tre dei quattro film in cui è stata trasposta la trilogia letteraria (il primissimo Hunger Games è stato diretto da Gary Ross). A scrivere la sceneggiatura sarà Suzanne Collins in persona, insieme a Michael Arndt, già autore di “Little Miss Sunshine“. Attualmente non ci sono dettagli sulla data di uscita, che si prevede per il prossimo anno, né tantomeno sul cast.


Fine.


Spero che questo nuovo articolo riguardante l’uscita libresca del momento «Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente » , sia stata di vostro gradimento, e se così fosse, lasciate un like, commentate facendomi sapere che ne pensate, condividete a chi volete e iscrivetemi al mio blog. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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La Dea Fortuna – recensione film.

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Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo di un film italiano uscito lo scorso anno, verso metà dicembre 2019, che ero molto curioso di vedere, ovvero “La Dea Fortuna” di Ferzan Özpetek, che già dal primo trailer diffuso, mi sono detto “questo film lo deve assolutamente vedere! ”. Oggi sono qui per condividere con voi il mio pensiero in toto sul film. Spero che questa recensione vi piaccia e buona lettura.

All’articolo!



“La Dea Fortuna è un segreto, un trucco magico. Come fai a tenere per sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui/lei ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà per sempre con te.”



Trama:

Arturo e Alessandro, rispettivamente un traduttore e un idraulico, sono una coppia da oltre quindici anni: vivono a Roma circondati da molti amici. La loro relazione è tuttavia in crisi da lungo tempo: passione e complicità si sono spente, e Arturo sopporta consapevolmente le numerose infedeltà di Alessandro, che si è fatto sempre più riservato e taciturno nei suoi confronti. Un giorno Annamaria, migliore amica di Alessandro, affida ai due uomini i due figli Martina e Sandro, di 12 e 9 anni, perché badino a loro mentre lei è in ospedale per alcuni controlli. La sua degenza, programmata inizialmente per pochi giorni, si prolunga a causa della scoperta di una malattia congenita, cosa che necessiterà dapprima una biopsia e successivamente un’operazione chirurgica.

La convivenza con i bambini sconvolge il già precario equilibrio dei due uomini, i quali prendono a litigare spesso causando tensione anche tra i fratellini; Martina inoltre instilla in Arturo il dubbio che Sandro possa essere in realtà figlio di Alessandro, del quale in effetti porta il nome. Successivamente Alessandro scopre che Arturo aveva a sua volta una relazione clandestina con un artista, che va avanti a sua insaputa da oltre due anni: questa è la causa di una forte crisi in seguito alla quale la coppia decide di separarsi. Intanto Annamaria, comprendendo quanto gravi siano le sue condizioni, scrive il proprio testamento in cui nomina Alessandro tutore legale dei suoi figli, ma quando vede i due uomini sconvolti per la loro rottura non ha il cuore di parlargliene.

Con la separazione imminente, Alessandro e Arturo non possono più occuparsi dei bambini, così chiedono ad Annamaria di affidarli a sua madre Elena, una baronessa decaduta che vive in Sicilia; la ragazza la odia e ha chiuso i rapporti con lei in seguito alla morte per overdose del fratello Lorenzo, ma data l’urgenza si lascia convincere. Durante il viaggio in traghetto da Napoli verso Palermo i due uomini hanno un drammatico confronto nel quale si rinfacciano le reciproche mancanze; saranno i bambini a consolarli durante quella che sembra la chiusura definitiva della loro storia. Giunti nella villa settecentesca dove vive Elena, a Bagheria, i due si rendono subito conto che la donna è eccessivamente severa nei confronti dei bambini, ma ritenendo che la loro permanenza sia solo temporanea li lasciano lì. Una volta tornati a Roma, i due assistono alla morte improvvisa di Annamaria.

Tornati in Sicilia per il funerale dell’amica, Alessandro e Arturo si vedono impedire da Elena di vedere i bambini: la donna dimostra di aver sempre saputo tutto della vita di sua figlia, compresa la loro omosessualità, pertanto ritiene che essi non sarebbero in grado di allevarli correttamente. Lea, la governante di Elena, in gran segreto spiega loro che la donna era estremamente cattiva con Annamaria e Lorenzo, al punto di diventare violenta; i due uomini decidono allora di riprendersi con la forza i bambini, chiudendo Elena nello stesso armadio dove per punizione ella chiudeva i suoi figli e, adesso, i nipoti. La donna, pur sopraffatta, minaccia di denunciarli per sottrazione di minorenne.

Sulla via del ritorno, Alessandro e Arturo si fermano lungo la costa, sicuri che tornando a Roma le cose potrebbero precipitare: durante la notte i due si scambiano per la prima volta dopo tanto tempo un gesto di intimità, cosa che prelude a una possibile riconciliazione. Arriva l’alba e tutti e quattro fanno un bagno nel mare: ciascuno esegue un rituale della Dea Fortuna, insegnato loro da Annamaria, che serve a tenere con sé la persona più cara al mondo: guardare fisso il volto della persona desiderata, per poi chiudere gli occhi e subito dopo riaprirli, affinché l’immagine, come fotografata, scenda fino al cuore. Sandro e Martina lo eseguono rivolgendosi a Alessandro e Arturo, che a loro volta si rivolgono l’un l’altro.



Commento:

Il film, vederlo o meno? ASSOLUTAMENTE SIIIIII!!!

Sin dalle prime immagini e dal primo breve trailer ufficiale diffuso, ho avuto grandi ed alte aspettative riguardo questo film, e posso dire con immensa felicità che sono state ampiamente soddisfatte, se non addirittura anche di più. È un film che mi è piaciuto alla follia, nonostante la “complessa semplicità” dell’opera. Ferzan Özpetek non sbaglia mai un film.

Era da un bel po’ che non andavo al cinema a vedere un bel film d’autore. Solo guardando questo film mi sono ritrovato a guardare un tipo di cinema che mi piace da impazzire, ovvero quello d’autore, quello un po’ più di nicchia. Guardando questo film è come respirare una boccata di aria fresca, e per chi come me  ama il cinema di Özpetek – che in molti trovano “simili” su alcuni tratti – , anche se è un cinema molto drammatico, triste, pesante, lui lo fa senza esasperare o esaltare la disperazione, il pianto; ma lo fa sempre lasciandoti una sorta di “presa a bene” finale, diciamo, una sorta di “speranza”, come quella che trova Pandora alla fine del vaso: una Speranza (Elpis). La vita è terribile, agghiacciante, spaventosa, però vale ancora la pena di essere vissuta. Diciamo subito che questo film non ha un caso cosiddetto ‘giallo’ vero e proprio, perché è un film drammatico, però sicuramente ci sono degli altri elementi che se li scoprite guardando pian piano il film, ovviamente ve lo godrete, ne fruirete, in maniera diversa.

“La Dea Fortuna” è una storia corale, com’è nello stile migliore del regista turco, che ricorda, sì, altre sue opere di successo – da Le fate ignoranti Saturno contro Mine vaganti –, ma senza prenderle come obbligatorio punto di riferimento, senza fossilizzarsi su di esse. La coralità della storia è rappresentata da un cast importante e affiatato, rappresentato – oltre ai due attori principali – da vecchie e nuove conoscenze di Özpetek: Serra Yilmaz, Filippo Nigro, Yasmine Trinca, Barbara Alberti e i due bravissimi ragazzini Sara Ciocca ed Edoardo Brandi, ed è una storia intessuta di differenze di genere, di orientamento sessuale, culturale, di condizione sociale o, più semplicemente, di vita, è un elemento gioioso sempre caro ad Özpetek, che qui trascolora nella quotidianità più rassicurante. La felicità – come esprime in maniera evidente la scena del ballo improvvisato sotto la pioggia – consiste nel vivere insieme e condividere determinati, piccoli ma preziosi istanti e null’altro conta, null’altro è visibile al di fuori di questa riconciliazione degli opposti.

L’amore e l’amicizia, i sentimenti parentali, non conoscono quelle categorizzazioni puramente esteriori in cui l’essere umano ama rinchiudersi, e la “dea fortuna” del titolo (elemento allegorico ma anche tangibile a legare gli snodi della narrazione, riferimento a un luogo specifico – il Tempio della Fortuna Primigenia di Palestrina, poco fuori Roma – che fa da sfondo a un frammento non peregrino della vicenda) non basa il suo operato su questo tipo di distinzioni. Semmai, la dea fortuna mette alla prova: non solo la coppia protagonista, ma anche la loro cerchia d’amicizie, gli affetti consolidati: tra questi, Annamaria che all’improvviso riemerge dal passato con due figli al seguito, Martina e Alessandro, e molte incertezze sul futuro.

Ne nasce una sorprendente odissea, un viaggio sia geografico che interiore, che conduce Arturo e Alessandro all’interno, sino al “cuore sacro”, al nucleo ardente e nevralgico della loro relazione in crisi… ma anche all’esterno, attraverso le strade e le piazze di una Roma che si svela: dal quartiere Nomentano a Villa Pamphili, dal Tevere a Palestrina, e oltre, verso Bagheria e una Sicilia dal mare trasparente. Dove, non a caso, il film si apre e si conclude, nel passaggio dalle porte chiuse a chiave di un’antica dimora culla di segreti dolori, orrido regno di una mamma/nonna –“strega” (a questo proposito, mi riferisco il piano-sequenza iniziale, profondamente permeato da quel senso del favolistico, del misterico e, a tratti, del gotico che è una delle marche stilistiche primarie del regista) al sentimento di riconquistata libertà regalato dalla contemplazione della linea di un orizzonte marino, nel finale.

Se “Chiamami con il tuo nome” (2017) era il racconto del primo amore, che è uguale e valido per tutti, ma per come è strutturata la nostra società è ovvio che salti all’occhio il fatto che sia un film a tema LGBTQI+; qui, al contrario, si narra della fine, forse, di un amore adulto, maturo, un tipo di storia che va al disopra del genere e che è un po’ comune e uguale per tutti, che ha sicuramente dei punti in comune analoghi un po’ per tutte quante le coppie, così come lo era “Chiamami con il tuo nome”, però sul primo amore o amori di gioventù; in questo caso è però un film che fa parte delle categoria LGBTQI+ (che ben presto spero venga tolta questa “etichetta” e ci saranno film con persone che si amano o che si odiano, a prescindere dal genere), perché ancora categorizziamo il genere.

Di attori nostrani molto conosciuti ce ne sono parecchi, come Stefano Accorsi (che ha una carriera molto lunga, a partire dallo spot MAXIBON agli inizi degli anni ’90), ma vi è pure Jasmine Trinca, bella, brava, talentuosa, versatile, e anche Edoardo Leo, che praticamente è in qualsiasi film italiano: commedie, drammi…lui c’è! Edoardo Leo è una certezza per il cinema moderno; qualsiasi film, pure film d’animazione, come nel remake del 2019 del 32° classico Disney “Il Re Leone”. È ovunque! È l’unica certezza del cinema italiano degli ultimi anni e anche Ferzan Özpetek l’ha voluto per il suo film. Özpetek lavora – secondo me – in maniera magistrale con i suoi attori, è proprio un artista che io trovo di grande ispirazione per qualsiasi cosa, per il modo di scrivere, di narrare, di lavorare con gli attori. Diciamocelo: lui sa far recitare anche i sassi, perché è vero che la bravura di un attore è molto importante per la sua carriera, ovviamente, ma è anche vero che la direzione del regista è fondamentale per la buona riuscita della recitazione dell’attore nel contesto del film, in accordo con gli altri personaggi che si hanno vicino, e per questo serve la guida, l’occhio esterno e le indicazioni di un regista che ha la visione d’insieme di quello che poi sarà il film. Ferzan è così bravo nel suo lavoro – un po’ come Pupi Avati – che ha fatto recitare chiunque, anche persone fuori dal loro contesto, ha fatto recitare Francesco Arca. La cosa furba, intelligente, che ho notato che fa, è prendere degli attori che siano simili nelle proprie corde (di recitazione) ai personaggi delle sue storie, quindi se ha un personaggio con un determinato carattere, cerca di trovare e associare un attore che sa che si trova a suo agio in quelle corde, e questo è già un aiuto molto grande che lui dà a sé stesso, ma anche all’attore che va a scegliere, ma non solo. Non gli basta mettere un attore semplicemente in una “comfort zone”, quindi non facendo partire da una situazione di “difficoltà”, ma partendo poi da una comfort zone riesce a lavorare bene creando e costruendo un personaggio che non risulti un “macchietta” del personaggio scritto da Özpetek o dello stesso attore, bensì che risulti un personaggio fatto e finito a 360°. In questo film lo si può notare con Jasmine Trinca? No, perché lei è una brava attrice e anche molto versatile, e quindi risulta molto brava, come sempre; come non lo si nota con Stefano Accorsi, anche lui un bravo attore che ha dimostrato negli ultimi anni di essere particolarmente versatile, anche se c’è stato un periodo in cui si è ritrovato incastrato sempre negli stessi ruoli, ma anche con “Veloce come il vento” ha dimostrato di sapere, di poter fare molto altro, ma lo si nota – e l’esempio è calzate – con Edoardo Leo. Lui è un attore che di solito ricopre ruoli più comici, ha un suo stile di fare comicità, di far divertire il pubblico, e ha tante appoggiature: si appoggia su un personaggio ben stereotipato, quindi il personaggio un po’ “grezzo”, ma simpatico, romantico, che funziona una volta, due volte (anche visto nella serie di “Smetto quando voglio”), alla decima volta sembra faccia sempre la stessa cosa, sembra che non possa fare altro, e soprattutto si ha voglia di vederlo in qualcosa di diverso. Tra l’altro, questo modo che ha di caratterizzare questi suoi personaggi comici, che è un po’ un “guitto”, ovvero un attore che si diverte a fare il ruolo che sta facendo, però con l’atteggiamento di “so che sto facendo ridere gli altri.” Si nota che non è a 360° dentro il suo personaggio, perché si vede che sta recitando, perché sa che risulta simpatico e che farà divertire gli altri; quindi risulta un po’ finto. Ecco, qui Özpetek ha preso le caratteristiche migliori di queste corde, ironiche e comiche che ha E. Leo, per metterle in un personaggio che è il suo personaggio nel film, ovvero quello di una persona “grezza”, che si contrappone al personaggio di Accorsi che fa il classico ruolo di una persona intellettuale, mentre Leo è quello un po’ più alla mano, semplice, che ha la romanità nell’accento. Quindi sfrutta tutte queste sue caratteristiche che lui ha e che funzionano e gli dà qualcosa in più, gli dà lo spessore, la struttura del personaggio, dell’attore. Si vede che qui non ce un “guitto”, ma ce la costruzione della personalità di un personaggio che ha anche quelle caratteristiche. Per la prima volta si vede Edoardo Leo che recita, e l’ho apprezzato davvero moltissimo. Tutti gli attori sono molto bravi, alcuni sorprendono più di altri per quello che visto prima dei suoi lavori, diciamo. E su questo si può anche vedere che ci sta anche tanto lavoro dell’attore, ma c’è anche un enorme lavoro della direzione registica, e quando un regista ha questa cura nel dare questa attenzione alla recitazione degli attori è meraviglioso, e si vede tanto! Ma anche la cura nel casting, non solo a trovare attori che si trovino in una “comfort zone” rispetto ai personaggi della sceneggiatura, ma anche proprio, per esempio con il casting dei bambini, cioè la bambina, interpretata da Sara Ciocca, che è un piccolo talento in miniatura, è bravissima! E sinceramente, diciamocelo, quanto è raro vedere nel cinema italiano “castati” dei bambini che hanno talento per la recitazione? davvero poco! Ad esempio, si può vedere come i ragazzini del film dei supereroi “Il Ragazzo invisibile” di G. Salvadores siano terribili! Hanno tutta la vita davanti per studiare recitazione, ma “avoja a magnà pagnotta”; questa bambina è davvero incredibile, proprio brava.

Sicuramente ho amato il tipo di narrazione di questo film, che è la narrazione di Özpetek, quindi da “amatore” del genere, l’ho amato di più. Mi piace questa chicca di inserire un “segreto” nelle sue storie, e anche in questo film vi è un segreto, che si vede sin dall’inizio in una scena che è l’antefatto, in qualche modo, e poi per tutto il film ci si chiede come i personaggi con cui abbiamo a che fare si ricollegheranno a quell’antefatto; molto spesso questo segreto è legato a qualcosa di molto drammatico, ad un trauma, che molto spesso va ricostruito. Un’altra cosa che mi è piaciuta tantissimo del film e che fa parte del suo cinema, è la caratteristica di mettere molto spesso dei brani musicali integrali o quasi, che praticamente danno voce ai pensieri degli attori; quindi si ha una sequenza in cui gli attori non parlano, ma compiono delle azioni, oppure nemmeno compiono delle azioni, ma sono lì che pensano e intanto si può ascoltare un brano e quel brano ti sta raccontando esattamente quello che pensa il personaggio in quel momento, quella che è la situazione tutta intorno.

Un’altra cosa che si può trovare all’interno di questo film è un ritmo moderato, un ritmo più lento, non estremamente lento, anzi potremmo definirlo addirittura “il ritmo giusto, perfetto”; e la pecca è il fatto che siamo abituati ad un ritmo molto più forsennato che viene dal cinema internazionale, però qui ce un ritmo giusto, e soprattutto troverete quelle magnifiche sospensioni del tempo che sono le pause di silenzio tra gli attori, e sono delle pause cariche di “non-detto”, di tensione, di forza, di energia, ed è difficilissimo creare una cosa del genere. Sembra facile, ma non lo è affatto, perché una pausa può risultare vuota in maniera estremamente facile in un film; mentre riuscire a dare tutta quella densità di significato ad una pausa alla fine di una scena, che si prende un respiro tra un taglio e l’altro, riempie tantissimo il film, è magnifico, e soprattutto deve avere una storia densa e deve avere degli attori che reggano quelle pause. Non tutti gli attori reggono quelle pause o reggono i piani d’ascolto. Sono davvero moltissimi gli aspetti interessanti del modo di raccontare questa storia: innanzitutto la “DESTRUTTURAZIONE” e la “RISTRUTTURAZIONE” del dramma.

All’inizio del film noi veniamo a sapere che Annamaria (J. Trinca) potrebbe essere malata, deve fare degli accertamenti e andiamo a pensare che si tratti di un tumore, anche perché la narrazione cinematografica negli ultimi anni ci ha abituato che un brutto male è al 99% un tumore, o ci ha abituato comunque a molti personaggi che muoiono di questo male. È un po’ il male della nostra epoca, la piaga di questa epoca, no, e quindi diciamo sembra che sia così. Lei viene ricoverata, vengono fatti degli accertamenti e ti viene detto che in realtà non è così, che lei non ha quel male, ma una malformazione congenita alla testa, che è operabile, e che lei si salverà. E questa è la seconda fase. Nella terza fase, invece, il personaggio che la Trinca interpreta, muore a causa di questa malformazione. Queste tre fasi destrutturano il dramma e poi lo ristrutturano:

Nella prima fase, già partiamo sapendo che il personaggio è ammalato, quindi si è preparati, lo si è visto in altri film, si pensa che il male sia questo, quello “famoso”, “celebre”, quindi ci si abitua all’idea che questo personaggio probabilmente morirà o insomma non farà una bella fine.

Nella seconda fase, invece, ci viene detto: ‘No, non è quel male e non è così! Il personaggio sopravvivrà.’, e quindi si pensa in qualche modo “Ah okay, vedi, qualcosa di diverso, non si parla del solito male e soprattutto, vedi, ci hanno messo il dramma all’inizio, però poi era una di quelle cose che poi alla fine non succede” (quello che sembrava l’allarme iniziale). Dopo che ci si “tranquillizza”, e quindi il dramma iniziale che ci stava facendo angosciare finisce, arriva la mazzata! La botta tra capo e collo. Dopo la calma, ributta il dramma, perché all’improvviso lei muore, proprio improvvisamente e proprio lì davanti a i loro occhi (di Alessandro e Arturo), senza che ci sia una operazione di mezzo o altro, e ci si rimane male, perché quando meno lo si aspetta ricompare il dramma, e secondo me questa cosa è molto potente perché non ti da un dramma di default, ma lo “destruttura” e poi te lo “RIPROPONE”, ed è lì che ti prende di sorpresa.

Nel film ci sono due monologhi che vengono dati ai due protagonisti principali, che sono molto belli, profondi, che rappresentano molto i loro personaggi, ma rappresentano anche molto i pensieri, le opinioni, le emozioni, i sentimenti, che sono comuni a tanti di noi, cose che abbiamo pensato, che ci sono accadute, e sono due monologhi interpretati magistralmente, e nello specifico Accorsi è da commuoversi proprio. La cosa bella è sempre questo contrasto con il dramma, e quindi il fatto che E. Leo fa tutto il suo monologo sulle scale dell’ospedale e parlando dell’inutilità che prova, all’impotenza di quanto si sente inutile e poi il personaggio di Accorsi smorzerà con una battuta sul suo (in realtà) effettivo talento di allacciare i caschi e di non essere, quindi, totalmente inutile. Stessa cosa succederà sul monologo di Accori che avviene sul traghetto per raggiungere la Sicilia: terribile, struggente, ma poetico, su come “invecchia” una relazione, su come ti passa tutta la vita davanti, su quello che poi rimane delle relazioni tra persone che si amano, e quello che rimane dei sentimenti e che fine ha fatto la sua vita, e il monologo si conclude con la frase “…pensavo saremmo invecchiati insieme.“, un grande classico, smorzato dalla bravissima bambina. Infatti, essendo lei una bambina, loro sono già vecchi ai suoi occhi e quindi lei gli dice “Voi siete già vecchi.” Quindi questo contrasto, che è la vita stessa, che un giorno è una tragedia e il giorno dopo è una commedia; c’è sempre questo spirito che per quanto le cose vadano male, in qualche modo ce la si può fare, in qualche modo ce la si può cavare. Altro punto del film che mi è piaciuto moltissimo è stata la lite tra Alessandro (Leo) e Arturo (Accorsi), quella che avviene quando sono a pranzo sul traghetto, e mentre i bambini si alzano per andare a mangiare il gelato, rimangono loro due soli al tavolo ed è bello come si scambiano i ruoli, l’uno per ferire l’altro. In quel momento Alessandro (Leo) – che viene presentato, rappresentato e additato come un “bambinone” cresciuto, diciamo, dà al personaggio di Accorsi (Arturo) – che invece è quello sofisticato, raffinato, intellettuale, il traduttore; mentre l’altro fa l’idraulico –, in quel momento il personaggio di E. Leo parla al personaggio di Accorsi per ferirlo, nel suo linguaggio, e quindi usa un modo di comunicare più adulto rispetto ai suoi standard, concludendo la sua riflessione ‘dandogli del fallito’ nella sua vita, diciamo, però usando un modo di comunicare e un linguaggio con parole forti, infatti parla appunto come un adulto, e questo è il linguaggio dell’altro personaggio, quello di parlare appunto da adulto tra adulti, e lo ferisce profondamente, davvero tanto. La reazione di Accorsi, che invece è il personaggio più intellettuale, è quello di usare un altro codice di linguaggio che è quello che ferisce l’altro, ovvero un linguaggio più infantile, più da bambino (peraltro non verbale) perché la sua reazione a quel lungo monologo su quanto l’altro sia inadeguato, è quella proprio di alzarsi e andarsene, come un bambino, appunto, in maniera infantile. E una volta che se n’è andato, torna indietro, prende il ketchup e ne spreme tantissimo nel piatto di patatine di E. Leo, che precedentemente glielo aveva chiesto, e il personaggio di E. Leo si commuove, proprio come un bimbo al quale è stato fatto un dispetto da una persona che ama. Siamo a livelli altissimi di scrittura, perché i due personaggi che per ferirsi a vicenda invertono il loro modo di dialogare. Qui si può fare caso al tipo di scrittura che vi è dietro, ovvero un tipo di scrittura che ha dietro uno studio nella creazione e nella costruzione dei personaggi. Da qui mi collego ad un’altra cosa che mi è piaciuta molto e che sta nella cura dei dettagli, vedere come Özpetek utilizza il cibo sul set, come abbiamo appena visto nella scena di cui vi ho parlato poco fa, quella del ketchup, che usa questo ketchup come se fosse una pugnalata di sangue che dà all’altro; oppure è molto interessante l’uso del cibo proprio perché sono degli strumenti che si danno agli attori mentre loro recitano, sono strumenti per aiutarsi, per appoggiarsi, per costruire un personaggio, sono strumenti per renderlo vivido, vero, che attraversa lo schermo e, soprattutto, per dare dei messaggi, dei dettagli subliminali, come la scena della lite a casa loro, tra i due protagonisti, quando Alessandro ha appena scoperto che Arturo lo tradisce da due anni con la stessa persona; mentre hanno questa lite, Alessandro sbuccia e mangia questa arancia e l’arancia – essendo un agrume, è un frutto che per quanto dolce possa essere, è apprezzabile proprio per la sua asprezza, per il fatto che sia un po’ acido –, e in quel momento di grande difficoltà per la scoperta del tradimento del suo compagno, lui sta proprio mangiando questo agrume, questo boccone “non amaro”, ma “boccone aspro”. Una immagine molto bella ed evocativa. In questo film ci sono così tante cose belle, dettagli, che queste sopra citate sono solo alcune. Un’altra cosa che si può notare, e che accompagna la questione dei silenzi densi e pregni di significato, è il fatto di vedere i due protagonisti, tra i quali c’è stato un grande sentimento, che praticamente non si toccano mai, eppure nonostante ciò, riesce a creare una tensione fortissima tra i due, davvero densa che si potrebbe prendere a blocchi e spostare da una parte all’altra, e anche questa è una cosa incredibilmente difficile da creare tra due attori e tra due personaggi, e ovviamente dietro ci sarà un lavoro meraviglioso ed incredibile. La potenza di questo sentimento, la densità di questo sentimento, nonostante il fatto che gli attori non si tocchino praticamente mai, eppure c’è questa costante latente, questa esplosiva tensione tra i due, che sia essa una tensione di rabbia, tensione erotica e molto altro ancora. È davvero ben, ben, ben fatto!

Un’altra scena che ho amato tantissimo è una scena che avviene all’improvviso ed è la scena della danza sotto la pioggia. Alla fine di una cena i nostri personaggi sono a rilassarsi e si godono quei doni che la serata dà nella veranda del loro appartamento, e d’improvviso mentre il cielo notturno minaccia tempesta e pioggia torrenziale, un personaggio (Mina) si alza per ballare e prende per mano la piccola Martina per farla unire a lei nella danza, e qui iniziano a sentirsi le prime note, emesse da un piccolo stereo, di un brano turco dal ritmo vivace e allegro che ti resta dentro, e lì mentre le due stanno ballando, e pian piano anche gli altri personaggi si alzano per unirsi a loro due e danzare, dal cielo notturno inizia a scendere giù, su di loro come una sorta di benedizione, come un dono, tantissima pioggia torrenziale. La musica continua – coinvolgendo sempre di più i personaggi stessi e anche gli spettatori nella scena in questione – mentre i nostri personaggi continuano a ballare sotto la pioggia, continuando a gioire di quel dono, di quella pioggia, di quella benedizione. La felicità espressa in questa scena consiste nel vivere insieme e condividere determinati, piccoli ma preziosi istanti e null’altro conta, null’altro è visibile al di fuori di questa riconciliazione degli opposti.

A questa scena potremmo dire sia collegata un’altra scena che mi è piaciuta moltissimo, e cronologicamente si trova subito dopo l’inizio del film, ed è la scena in cui il ricevimento di un matrimonio di una coppia arcobaleno si sta svolgendo in una casa, e non come è diffuso, in un ristorante o un luogo adibito ai ricevimenti, e tutta la festa si sta riprendendo in maniera amatoriale con un cellulare, e si capisce per la qualità della fotografia, dal fatto che la mano non è ferma, ma ballerina, un po’ tremante, e questo è il bello della scena stessa, e al contempo ci sono questi piani sequenza che si intersecano ai titoli iniziali, in cui si vede come un ricevimento, che sia un matrimonio o una festa, siano le più belle se passate e festeggiate con le persone con cui si sta bene e a cui si vuole bene. Il ricevimento di questo matrimonio ripreso con un cellulare – che appunto segue al piano sequenza dei titoli iniziali, quello in cui si allude al trauma infantile che troverà decodifica e replica nell’epilogo, – diventa la rapida presentazione dei personaggi principali del racconto e del contesto sociale che li accoglie. Qui siamo nell’Özpetek più riconoscibile, nella proposta di una personale mitologia, quella di una comunità solidale che intercetta culture e etnie diverse, una bolla ideale nella quale qualsiasi scelta sessuale trova espressione e nessun giudizio. Nell’ambito così delineato si inscrive la storia di Arturo e Alessandro, compagni di vita in crisi da tempo, oramai avviatisi sulla via dell’inevitabile imborghesirsi: una coppia aperta più per evitare o rinviare la rottura che per reale convinzione, due caratteri diversi segnati da una differente estrazione sociale e la cui distanza, anche culturale, si è fatta nel tempo brutalmente economica. Il rapporto di coppia è quindi sfaccettato e sfumato a dovere: le sue problematiche, il suo quotidiano, il modo in cui si espongono le radici dei contrasti, il riottoso chiudersi alle ragioni dell’altro dicono verosimiglianza. L’arrivo di Annamaria e dei suoi bambini, la sua malattia e l’ombra di una morte che sappiamo non potrà non arrivare, mettono in moto l’intreccio virandolo sul tema dell’adozione omogenitoriale.

L’ultima parte, la parte di Romoli, che si allontana dal suo cinema più classico e si avvicina a quello più azzardato e sperimentale, dal fantasy/fantasmatico “Magnifica presenza al mistery “Napoli velata, assumendo vaghe tinte horror e chiaroscuri psicoanalitici, ma senza radicarli troppo nel racconto, quasi accostandoli.

Se il mondo di Özpetek è il condominio e la sua vita, Serra Yilmaz che si affaccia ed è sempre pronta a venire a pranzare o cenare da te e a parlare con te, gli amici. Ma non solo questo, anche il trascorrere del tempo, perché qui non troviamo più il Ferzan de “Le Fate Ignoranti”; il mondo di Romoli è quello scuro, gotico, crudo, inquietante. Il film è magnifico proprio perché noi spettatori dimentichiamo, in un certo senso, il mondo di Romoli con tutta la sua oscurità, – anche perché dura molto poco l’introduzione, per poi riprenderlo verso la fine della seconda metà del film – per poi entrare dentro il mondo di Özpetek. Inoltre, la meraviglia del film è che c’è una doppia lettura, molto bella. Il primo livello di lettura è questa storia d’amore stupenda, che riguarda anche l’amicizia, la coppia, il tempo che passa e la paternità. Il secondo livello di lettura è che un film che mette in conflitto i mondi di Gianni Romoli e di Ferzan Ozpetek. Romoli è la parte “dark”, horror, la parte “Dario Argento”, lui è quello per la morte dell’amore, è il più tenebroso tra i due.

Figure con teste di teschi, ci troviamo intrappolati in stanze inquietanti, ci troviamo intrappolati in case enormi con corridori solitari in cui essere soli con le nostre paure, in stanze nelle quali ci chiudiamo o veniamo chiusi, e la richiesta d’aiuto tarda a giungere a destinazione, non c’è nessuno, tranne una camera che penetra in questa casa degli orrori, in questa casa dei nostri traumi infantili… sembra stia iniziando “Profondo Rosso” di Dario Argento da un momento all’altro, nel bel mezzo di un altro film.

E questo film è pazzesco proprio perché vi è l’interazione di questi mondi, già presenti, ad esempio, all’interno di “Cuore Sacro” del 2005 dello stesso Ozpetek. Come in quel film, così come in questo, c’era una camera che filmava le pareti di una casa che contenevano il dolore e l’orrore. In questo film vi è lo stesso incipit. Dopo questo inizio misterioso con persone intrappolate che chiedono aiuto, all’improvviso, ci si ritrova a Roma e veniamo in contatto con i due protagonisti e la loro storia. Nei primi dieci minuti passiamo dal mondo di Romoli al mondo della festa e della condivisone di Ozpetek. Il buffo sodalizio tra questi due, tra il “depresso ironico argento” e questo meraviglioso turco italiano, bello, morbido. Questo film è uno di quelli in cui questi due mondi entrano in conflitto. Quel mondo della paura, che poi scopriremo essere Sicilia, bella, di una nobiltà decaduta, della perversione, degli interni soffocanti, dei nostri traumi infantili, queste figure femminili che dire “streghe” è poco; poi entra in contatto con questa vita borghese, sotto il sole di Roma, ed entriamo nella storia di Arturo e Alessandro che sono una coppia traumatica, problematica.

Uno dei temi del film è sicuramente quello che sta affrontando ultimamente – in generale – il cinema contemporaneo, ovvero quello della genitorialità, ma una genitorialità ovviamente che fa capo a delle famiglie che non sono quelle “tradizionali”, in questo caso ad una famiglia arcobaleno composta da due uomini, che si trovano a dover gestire due bambini e quanto la famiglia natale (in questo caso si parla di una nonna con un carattere terribile, che ha causato dei traumi non indifferenti ai propri figli e che stava per farlo anche ai nipoti); comunque, come non è detto che la tua famiglia originaria sia la famiglia giusta, o comunque la famiglia impostata in maniera tradizionale, non è detto che sia l’unica possibile e sana, ma in questo caso, i bambini stanno meglio con i genitori acquisiti, nonostante non siano una famiglia tradizionale, ma siano in questo caso due uomini.

Come ho detto prima, all’inizio di questa sezione, Ferzan Özpetek non sbaglia mai un film. Per questo film ha preso spunto da una vicenda personale accadutagli. Un paio di anni fa riceve una telefonata da sua cognata, che gli comunica che il fratello ha un brutto male, e gli chiede l’impegno di badare ai suoi figli, nel caso dovesse capitare qualcosa di brutto anche a lei. Ovviamente le ha risposto subito di sì, di getto. Ma poi la cosa lo ha fatto riflettere. Con il suo compagno non aveva mai preso in considerazione l’idea di assumersi la responsabilità di avere dei minori a cui badare, come genitori adottivi. Questa vicenda personale accadutagli lo ha portato ad interessarsi, nel suo lavoro, nel voler trattare di un amore di coppia nella fase in cui, dopo una lunga convivenza, viene meno la passione, e si trasforma in qualcosa d’altro. A questo ha intricato, connesso all’amore, l’antico concetto di “Fortuna”, che non coincide esattamente con la buona sorte. Bella e significativa, al proposito, è la frase ripetuta sia da uno dei piccolissimi protagonisti, che, poi, più avanti da Jasmine Trinca che è: “La Dea Fortuna e un segreto, un trucco magico. Come fai a tenere sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà sempre con te.”.Con “La Dea Fortuna”, Özpetek, torna alle atmosfere che sono di più nelle corde del cineasta italo-turco, quelle delle storie d’amore incastonate in una storia collettiva. Questo film è un film di raffinata bellezza e di intense emozioni, un classico “Ozpetek touch”, con attori sublimi, che, al solito con Özpetek, danno il meglio di sé, ed il meglio di sempre. Tutti perfettamente in parte.

Mentre cercavo notizie per scrivere questa recensione, mi ha colpito e incuriosito la lunga ed articolata “domanda” di una giornalista al regista turco sul questo suo nuovo film, al quale chiede: «Ferzan il tuo cinema tocca le corde dell’anima dello spettatore, come pochi. Le musiche giocano un ruolo importante. Come hai lavorato con Pasquale Catalano, con il quale hai collaborato più volte in passato, con risultati eccellenti in “Napoli Velata”? Con questo film mi pare vi siate spinti ancora oltre… E poi ho un paio di curiosità di scenografia: hai chiesto tu di avere a casa dell’artista, l’amante di Arturo, lenzuola di colore “Rosso Istanbul”? E come è stato scelto come luogo delle riprese il celebre ‘Palazzo del Sole’ di via della Lega Lombarda, di fronte al cinema Jolly, realizzato negli anni ’30 dall’Arch. Innocenzo Sabbatini, riportato in tutti i libri di architettura per la caratteristica struttura a terrazze degradanti, perfetta per la vita corale di comunità che rappresenti nel tuo film?». E la risposta di Ferzan Özpetek è stata: «Grazie a Giulia Busnengo, grazie ad una scenografa al suo debutto. Era una assistente sul set de “Le Fate Ignoranti”. Prima è diventata una grande arredatrice. L’ho conosciuta. È stata molto meticolosa. Le ho detto che volevo un’ambientazione come il quartiere de “Le Fate Ignoranti”, dove vivo da anni, ma che non ha più il carattere che aveva una volta. Poi ho cambiato idea. Volevo un quartiere con quelle caratteristiche simili. Lei ha trovato e scelto quell’edificio. Appena siamo entrati in casa ho detto subito che andava bene, senza nemmeno vedere le altre proposte. Era stupendo, l’ideale… Io stesso vorrei una casa cosi nella mia vita. Quando mi ha chiesto se la casa andasse bene, le ho subito detto che era perfetta… […] Ho mandato le foto, la musica – anche se ogni tanto do retta alle persone che mi dicono: “usi troppa musica.” In qualche film ho cercato di trattenermi sulla musica. In questo ho detto: “non mi trattengo”. Ci deve essere un’atmosfera. Sono stato molto libero. La canzone di Mina: una certezza! Il brano di Diodato… quando l’ho ascoltato, qualcosa mi ha emozionato, mi ha fatto fremere…. non avevo la canzone per i titoli di coda. Lui (Pasquale Catalano) viene a casa, e mi dice: “Ti faccio sentire qualcosa di Diodato”. Dopo 20 secondi ho stoppato ed ho detto: “Questa!”. Quando senti qualcosa che ti fa avere un sussulto, è quella. È un po’ come quando si incontrano le persone. Ho l’idea in genere, che ci sono delle persone che incontri, e dici: “non mi convince.”. Magari, poi ci fai anche amicizia. Ma poi torna quella prima sensazione. Io sono così, un animale con il sesto senso sulle cose.»

Anche in ambito di ambientazioni e luoghi scelti, questo film è spettacolare. La storia si svolge attraverso le strade e le piazze di una Roma che si svela: dal quartiere Nomentano a Villa Pamphili, dal Tevere a Palestrina, e oltre, verso Bagheria e in una Sicilia dal mare trasparente – dove, non a caso, il film si apre e si conclude, nel passaggio dalle porte chiuse a chiave di un’antica dimora culla di segreti dolori e al sentimento di riconquistata libertà regalato dalla contemplazione della linea di un orizzonte marino, nel finale. Qui non troviamo una Roma riconoscibile, una Roma “centrale”, in cui figura San Pietro e la sua piazza che dà l’illusione di abbracciare il popolo, o Piazza del Popolo e Via del Corso, o ancora il Colosseo, i Fori Imperiali e la sua via, o ancora l’Altare della Patria, ma figurano più luoghi meno visitati,

meno centrali, come il quartiere Ostiense, la Nomentana, e in alcuni casi, anche luoghi fuori dal centro, come Palestrina e il suo Tempio della Fortuna Primigenia. Uscendo dal Lazio, anche qui ci si svela una Sicilia sconosciuta, nonostante sia raffigurata Villa Valguarnera nella zona Vergine Maria di Palermo, a Bagheria.

Sul Tempio della Fortuna Primigenia il regista sottolinea che si tratta di «un complesso sacro dedicato alla Dea Fortuna. Ma non è, come molti pensano, riferita solo alla “buona sorte”; è fondamentale il modo in cui ognuno di noi reagisce al Caso e alla Fortuna. Siamo noi che determiniamo se quello che ci succede è positivo o negativo. C’è chi lo chiama libero arbitrio. A parte l’affetto che ho per quel luogo, mi sembrava perfetto come riflessione di partenza per raccontare una storia d’amore che ancora non avevo mai raccontato».

Infine, Villa Valguarnera di Bagheria nei ricordi di Özpetek «sembrava la casa di Hansel e Gretel, era quello che volevo. Anche con i suoi macabri affreschi, fatti realizzare dal bisnonno della proprietaria, una amica di Giuseppe Tornatore, come a invitare tutti a godere del buon cibo e della vita perché la morte prima o poi arriva per tutti». Un po’ almodovariano per forma e contenuti, saturo di colori (dei cibi, delle ambientazioni), di sentimenti e sentimentalismi, di sguardi (intensissimi quelli che si scambiano Alessandro e Arturo, fra di loro e con i due bambini che gli vengono affidati), discussioni e riflessioni.

“La Dea Fortuna” è diverso da ciò che appare in prima istanza. A dispetto dell’involucro che lo avvolge, non è basato sull’eccesso: è malinconico e gioioso nel dipingere i paradossi del vivere, l’ansia del tempo che scorre, la lenta consunzione della passione che, diventa, però, un sentimento nuovo. A questi temi Özpetek affianca, con estrema naturalezza, il delicato ma fondante discorso sulla bellezza e la legittimità dell’idea di famiglia, anche quando quest’ultima non si declina nella maniera più tradizionale (e, del resto, la storia familiare di Annamaria si rivela, in questo senso, emblematica). La dea fortuna può non essere il miglior film del regista turco, ma è senza dubbio uno fra i più sinceri, anche nel condividere con lo spettatore la consapevolezza della caducità di ogni cosa: finire, come nella canzone di De André, ma con un ridere rauco/E ricordi tanti/E nemmeno un rimpianto.

Per concludere, dico che il punto forte di questa pellicola è quello sorpassare senza troppi riguardi le tendenze del momento. Oggi, per produrre “cultura per bene” significa sponsorizzare l’omosessualità in tutte le sue forme, nelle modalità più disparate, passando dalla commedia al dramma, nel tentativo apparente di distruggere ogni cliché e spazio d’ignoranza. Chiunque può riconoscersi in questo e può commuoversi, dal momento che il film tratta anche di perdita, abbandono e in un certo senso anche di adozione, nel dramma e nella potenza di potersi affidare di nuovo a qualcuno. È l’universalità disarmante di questi temi, che riguardano genericamente l’elemento umano, a rendere “La dea Fortuna” un film degno di una nota positiva: lo distanzia da chi ha analizzato le diversità attraverso le diversità, pensando di produrre qualcosa di nuovo senza aggiungere, in verità, niente di originale.



Costumi, trucco e parrucco:

I costumi per il film “La Dea Fortuna” sono stati affidati ai costumisti Alessandro Lai e Monica Gaetani.

Nella sua carriera ventennale, Alessandro Lai ha collaborato con molti registi e in molti film per il cinema, come in “Rosa e Cornelia” (2000) di Giorgio Treves, “Bellas Mariposas” (2012) di Salvatore Mereu e “Lezioni di volo” (2007) di Francesca Archibugi – tra gli altri – e per la televisione, come in “Romeo e giulietta” (2014) di Riccardo Donna, per “I Medici” (2016-2018) o ancora per “Diavoli” (2020), ma ha collaborato maggiormente con Özpetek in molti dei suoi film, tra cui “Saturno Contro” (2007), “Mine vaganti” (2010) e “Magnifica Presenza” (2012) e con la Archibugi, ai quali da molti anni è legato professionalmente e collabora con loro per la creazione di molte delle loro opere cinematografiche. Lai ha pure vinto molti premi, tra cui molti David di Donatello e vari Nastro d’argento.

Così come Alessandro Lai, anche Monica Gaetani nella sua carriera più che decennale ha collaborato con molti registi per svariati film per il cinema, tra cui “Croce e Delizia” (2019) di Simone Giordano, “Metti la nonna in freezer” (2018) di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, e film per la televisione (Un Passo dal Cielo – 2011).

I due costumisti sono stati molto bravi nello scegliere i costumi per questo film, perché così come può esserlo una battuta o una parola, o addirittura una movenza o una espressione, hanno fatto in modo che i costumi di molti dei personaggi riflettessero il personaggio stesso, oltre al fatto di inserire dei riferimenti ad altri film di Özpetek. Ad esempio, Arturo, il personaggio di Accorsi è caratterizzato da un look casual-chic, con camice colorate a tinta unita e pantaloni abbinati, e a volte anche giacca abbinata ai pantaloni, in colori chiari come il bianco, l’azzurro, beige, per scarpe mocassini, francesine; viso sbarbato, se non per un baffo molto folto sul prolabio e capelli sempre a posto; tutt’altro look ha Alessandro, il personaggio di Leo, che ha un look più sbarazzino, più semplice, più funzionale – dato il suo lavoro –, un look composto da magliette multi-color nelle nuances del nero e del grigio a manica corta, jeans, scarponi o scarpe sportive, raramente indossa camicie e giacche; il suo viso barbuto, duro, capelli mossi, scompigliati; invece il look di Annamaria (Trinca) è casual-chic/elegante, con svariati outfit tra pantaloni e gonne, maglie a manica corta colorate o a fantasia e camicie, sulle stesse nuances di colore di Arturo, capelli sempre a posto, viso molto naturale e semplice. Sierra, il personaggio di Sierra Yilmaz, ha il suo solito stile: camicioni larghi e lunghi con pantaloni abbinati in vari colori e pattern floreali o maglie larghe e lunghe in pendant, scarpe basse, solito riconoscibile taglio corto biondo platino, con in viso uno smokey eye nero, gote e rossetto rosa chiaro. Mentre Michele il pittore, l’amante di Arturo, ha un look molto sbarazzino, un look da “bello e dannato”, con camicia larga e comoda aperta sul davanti, pantaloni comodi, un po’ larghi e lunghi, piedi scalzi, capelli ricci e scomposti che ricadono sulla fronte e nella parte posteriore fin sopra le orecchie, con qualche macchia di colore addosso e pennello alla mano.



Attori:

Edoardo Leo nei panni di Alessandro Marchetti, un idraulico romano sposato con Arturo.


Stefano Accorsi nei panni di Arturo, un traduttore freelance, con il sogno infranto di diventare uno scrittore, sposato con Alessandro.


Jasmine Trinca nei panni di Annamaria Muscarà, amica di vecchia data di Alessandro, ma anche amica della coppia, che porterà un po’ di scompiglio, ma anche tante cose positive.


Sara Ciocca nei panni di Martina Muscarà, figlia di Annamaria, dallo spirito ribelle e libero come la madre, sorella di Alessandro.


Edoardo Brandi nei panni di Alessandro Muscarà, secondo figlio di Annamaria, timido e impulsivo, fratello di Martina.


Serra Yilmaz nei panni di Esra, una wedding planner romana che lavora insieme alla propria figliatransessualeMina’, nonché amica e vicina di casa della coppia.

Cristina Bugatty nei panni di Mina, figlia transessuale di Esra, wedding planner insieme alla madre, nonché amica e vicina della coppia.

Matteo Martari nei panni di Michele, il pittore-amante fisso, da due anni, di Arturo.

Barbara Alberti nei panni di Elena Muscarà, la madre (di Annamaria) e nonna molto severa e rigida.

Dora Romano nei panni di Lea, governante della Villa di Elena, ma anche sua stretta confidente, la quale è stata più “madre” per Annamaria di quanto non lo sia stata Elena, comprensiva e buona.

Filippo Nigro nei panni di Filippo, un nuovo che soffre di Alzheimer precoce e che continua ad innamorarsi della donna che ha sposato, Ginevra, che dà una mano al lavoro della moglie,nonché amico della coppia.

Pia Lanciotti nei panni di Ginevra, sposata con Filippo, e gestiscono insieme un’attività.

Carmine Recano nei panni del dottore che opera nel settore in cui Annamaria è ricoverata.



Colonna Sonora:

A Pasquale Catalano, abile musicista e compositore napoletano, è stata affidata la composizione e l’assemblamento della colonna sonora originale del film. Catalano ha già lavorato diverse volte con Özpetek per comporre le colonne sonore di altri suoi film, come nel film “Mine vaganti” del 2010 – per il quale ottiene una candidatura ai David di Donatello 2010 –, in “Allacciate le cinture” del 2014, in “Napoli Velata” del 2017, e in tanti altri film. Questa colonna sonora è un mix di brani e componimenti originali, e la melodia ha un sapore “italo-turco”.

Come sappiamo, canzoni e colonna sonora sono elementi centrali per la buona riuscita di un film. E Ferzan Özpetek ne è ben consapevole, ponendo una grande attenzione nei riguardi del comparto musicale dei suoi lavori, finendo con l’elevare la colonna sonora non solo ad un elemento portante della sua filmografia, ma anche, se vogliamo, ad un suo tratto peculiare, cercando di nutrire il suo cinema di una costante compenetrazione fra suoni e immagini. Molto spesso perfetta. Grazie a brani entrati subito nell’immaginario collettivo.

Significativa fin da Le Fate Ignoranti, la collaborazione tra il regista di origini turche e i vari artisti della scena nostrana è stata sempre salda, felice e puntualmente rinnovata. Come ha dichiarato di recente per Ferzan il lavoro sulle canzoni è qualcosa di prioritario: «Spesso scrivo le scene dei miei film ascoltando le canzoni, non sono io a cercare i brani giusti per i miei film, sono loro che trovano me».

Nei tre trailer che hanno anticipato l’uscita del film, sono state utilizzate tre differenti canzoni: nel primo trailer reso disponibile troviamo il brano “Aldatildik della cantante turca Sezen Aksu. La particolarità di questa bellissima ballata sta nel forte contrasto tra il suo ritmo, così vivace e allegro, e le parole del suo testo, che ci raccontano di una visione drammatica dell’amore, un sentimento costellato da bugie e che riesce solo ad infliggere del dolore.

La scelta di Özpetek di collocarlo nel momento catartico del ballo collettivo sotto la pioggia dei personaggi può essere forse spiegata dalle circostanze in cui questo rito di gruppo avviene: i protagonisti si trovano a celebrare un momento di sincera felicità vissuto insieme, ma all’interno di una esplosione emotiva molto potente, che lascia scorie complesse e pesanti dentro di loro.

Nel secondo trailer si può ascoltare per la prima volta e in anteprima il brano “Luna Diamante” di Mina e Ivano Fossati – di fatto anticipando l’album Mina Fossati –. Intanto questo brano (Luna Diamante) lega La Dea Fortuna alla voce più famosa della canzone italiana, Mina, inseguita da anni e ora una delle incursioni canore più riuscite del suo cinema. Il brano Luna Diamante, scelto da Özpetek per il suo film, è scritto da Ivano Fossati e cantato a due voci con Mina. La canzone fa da cornice ai sentimenti contrastanti che animano l’ormai difficile rapporto tra i due protagonisti Arturo e Alessandro, fatto di tante incomprensioni, mancanze e rimorsi, ma al centro del quale rimane un forte e ingombrante sentimento di amore. Il brano racconta anche il valore dell’attesa, quello del perdono e del ritrovarsi. E la voce di Mina è appassionata, sorretta solo dal pianoforte e dall’orchestra d’archi. Il videoclip ufficiale, firmato dal regista, mostra un originale montaggio di alcune scene del film, rielaborate ad hoc con l’inserimento delle grafiche del disco.

Nel terzo trailer si può ascoltare il brano “Che Vita Meravigliosa” di Diodato. (anche questo anticipando l’album di Diodato – Che vita Meravigliosa). Questo brano suggella lo spirito del film di Özpetek e del lavoro che c’è dietro. La sua scelta come parte della colonna sonora è puro istinto, all’interno di una lavorazione durante la quale il regista di origini turche ha deciso di buttare a mare tutti i termometri per riuscire a raccontare una storia che parlasse di lui, della sua visione della vita e dei sentimenti. E di questo parla Diodato nel suo brano: delle difficoltà, delle emozioni, dei tanti ostacoli che sono all’interno di una vita paragonata ad un mare in tempesta, in cui è pericoloso nuotare, ma a cui è anche impossibile resistere.

Le tre canzoni sono anche presenti nella tracklist della colonna sonora, nella quale spicca una seconda canzone di Mina intitolata “Chihuahua. È, inoltre, presente il brano “Veinte Años” di Isaac & Nora, due bambini di 11 e 8 anni che cono stati introdotti alla musica dal padre Nicolas, mentre la madre Catherine è la loro cameraman.

Per quanto concerne invece i componimenti musicali, sono tutti molto belli e orecchiabili, e mi sono piaciuti tutti e nove i componimenti, alcuni più, alcuni meno. Ma il terzo, il quinto e il sesto sono i miei preferiti.

  • Il primo componimento “Armarium Sicilis”, inizia con questo ritmo incalzante composto da archi, ai quali – dopo un po’ – si aggiungono altri archi, per “aggravare” il tono, e ottenere un gioco di alti e bassi con toni gravi. In seguito si aggiungono altri strumenti, come gli archi, arricchendo e facendo diventare più incalzante il ritmo. In seguito, d’improvviso, ritorna ad essere solo con i toni gravi dell’inizio, per poi evolvere ancora, ripetendosi per circa 2:22.
  • Il secondo componimento “Discessus Sicilis”, è un componimento che sembra un po’ un lamento, dato dal fatto che una specifica nota sul piano viene ripetuta all’infinito, fino a che non si aggiungono altri strumenti che rafforzano questo sentimento di sofferenza.
  • Il terzo componimento “Fortuna Sortes”, inizia con un leggero accenno di piano e chitarra che danno un senso di tranquillità, pace, calma ed hanno una dolce melodia. In seguito si aggiungono gli strumenti e il tutto ha un sapore simil jazz, forse un po’ più incalzante, ma non troppo. C’è un leggero stacco di batteria, e poi subito solo “archi”, con un accenno di batteria. Poi c’è uno stacco e tutto ritorna come l’inizio, con l’aggiunta di altri strumenti e così in loop per 3:20.
  • Il quarto componimento “Incipit Fabulae”, inizia con un tono grave e “leggero”, come stare a significare che la fabula sarà più che movimentata. Ha questo ritmo un po’ “inquietante” che ci fa subito capire come è stata la vita di Annamaria da bambina e da adolescente, prima di fuggire di casa e dalla madre (come si può anche ben vendere dall’incipit del film). Man mano che procede, il ritmo cambia e la musica si “rallegra”, così come si “rallegra” Annamaria, con alti e bassi, fino a stabilizzarsi sulla frequenza calma, allegra.
  • Il quinto componimento “La dea fortuna “, inizia con questo “spirito” dal sapore arabeggiante, con il ritmo scandito da tamburelli, da strimpelli alle corde della chitarra e da fiati, pur sempre rimanendo sulla stessa melodia. Verso la fine, dopo alti e bassi melodici, diventa più allegra e ritmata, scandita da quello che sembra sia un violino, o comunque un arco.
  • Il sesto componimento “Sortes “, inizia con lo strimpello della chitarra, poi si ferma… poi riparte… ed è anche questo calmo e rilassante. D’improvviso parte un po’ più ritmata e piena di energia di allergia, poi si ferma… e in seguito riparte come era iniziata.
  • Il settimo componimento “Arena”, inizia con suono lieve che ben presto si aggrava e diventa più alto di alcuni toni per poi fermarsi. Questo suono poi si ripete con le stesse modalità. E verso la fine, prima si aggiungono alcune note dolci e delicate di un arco, poi si aggiungono note più vivaci e allegre.
  • l’ottavo componimento “Domus Mater”, ha una melodia triste, intristita e “aggravata” da altri strumenti dal tono grave.
  • Il nono componimento “Bonus Numerus”, è un continuo del precedente componimento, e continua questo “lamento”, come un lamento generale: per Alessandro e Arturo, per la morte prematura di Annamaria, per i bambini divenuti da poco orfani, che staranno dalla nonna e dovranno stare con due piedi in una scarpa. Ad un tratto mi è sembrato di ascoltare “Bella’s Lullaby” dalla colonna sonora di Twilight, per poi ritornare ad essere triste come all’inizio.

Le tracce in tutti sono quattordici, tra brani e componimenti, per la durata totale di 38 minuti e 31 secondi.


Arturo: Abbiamo già i nostri guai!
Alessandro: Mettiamoci ancora di più nei guai!


FINE.


Spero che anche questa nuova recensione riguardante il film “La Dea Fortuna”, nonostante il ritardo immenso nel pubblicarla, vi sia piaciuta e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

Post in evidenza

Ted Bundy – Fascino Criminale – recensione film.

(ENG)

Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo di un film molto chiacchierato uscito lo scorso anno, Ted Bundy – Fascino Criminale, di cui avevo accennato il 20/06/19 in un altro articolo sul blog. So che avrei dovuto pubblicare questo articolo tempo fa, poco dopo che il film era stato distribuito nelle sale e perché nel sondaggio fatto nelle mie stories tra “Ted Bundy – Fascino criminale” e “Lo schiaccianoci e i Quattro Reami”, avevate scelto il primo, ma per vari motivi ho rimandato fino a dimenticarmene. Però oggi eccomi qui, a condividere con voi il mio pensiero in toto sul film.

Spero che questa recensione vi piaccia.

All’articolo!


 “Noi serial killer siamo i vostri figli, noi siamo i vostri mariti, noi siamo ovunque. E domani ci saranno molti più morti, morti tra i vostri bambini.”

― Ted Bundy



Trama:

Nel 1969 a Seattle, Ted Bundy incontra Liz Kendall, studentessa universitaria e madre single. I due iniziano a frequentarsi e Ted aiuta Liz a crescere la sua giovane figlia, Molly.

Nel 1974, i notiziari annunciano la scomparsa di molte giovani donne in tutto Washington e in Oregon, tra cui due rapimenti che hanno avuto luogo in pieno giorno al Lake Sammamish, State Park. Un uomo che assomigliava a Ted è stato visto da diverse persone che chiedevano alle donne di aiutarlo a caricare una barca a vela su una Volkswagen Maggiolino. Viene rilasciato uno schizzo dell’aggressore e, dopo centinaia di telefonate, Ted viene arrestato nel 1975.

Carol DaRonch riconosce Ted da una fila di sospettati, affermando che lui l’abbia rapita e minacciata di ucciderla prima che riuscisse a fuggire. Ted è rilasciato su cauzione, tornando a casa da Liz che è sconvolta dopo aver letto un articolo su di lui sul giornale. Ted spiega che a Carol è stata mostrata la sua foto prima del riconoscimento, ed è per questo che le è sembrato familiare e crede di essere stato incastrato. Dopo un processo di prova di quattro giorni, Ted viene dichiarato colpevole di rapimento aggravato e viene condannato a scontare da uno a un massimo di 15 anni nella prigione dello stato dello Utah.

Poche settimane dopo, le autorità del Colorado accusano Ted dell’omicidio di Caryn Campbell e viene trasferito ad Aspen, Colorado, nel 1977. Liz rifiuta di credere che Ted sia colpevole, ma gli eventi iniziano a farle perdere la testa, e lei inizia a bere alcolici regolarmente. Mentre si trova al Pitkin County Courthouse, Ted sceglie di essere il proprio avvocato e, come tale, è dispensato dall’uso di manette o catene. Durante una pausa, Ted fugge dal tribunale saltando da una finestra del secondo piano e correndo verso le montagne, ma viene ricatturato dopo sei giorni.

Liz visita Ted e termina la loro relazione. Ted più tardi fugge di nuovo dopo aver visto un quadrato nel soffitto della sua cella. Due donne in una casa di sorellanza vengono uccise in Florida, seguite da attacchi violenti contro altre due. Dopo che Ted viene arrestato, cerca di contattare Liz ma lei lo abbandona.

Carole Ann e Ted in carcere, in una scena del film.

Inizia a ricevere un seguito di donne che sono affascinate da lui, alcune affermano persino di amarlo. Ted è visitato da una vecchia amica, Carole Ann Boone, che crede nella sua innocenza e si trasferisce in Florida per essere più vicino a lui.

Viene negoziato un patteggiamento prima del processo in cui Bundy si dichiarerà colpevole di aver ucciso le due sorellastre, Lisa Levy e Margaret Bowman, e la dodicenne Kimberly Leach, in cambio di una condanna a 75 anni invece della pena di morte. Ted rifiuta l’affare. Ted e Carole Ann si avvicinano mentre lei lo visita regolarmente; i due iniziano una relazione ma Ted continua a cercare di raggiungere Liz, che sta seguendo il suo processo via televisione, sentendosi in colpa per essere la persona che ha dato il nome di Ted alle autorità di Seattle nel 1975. Ted più tardi si propone a Carole Ann e si sposano.

Giudice di Prova Edward Cowart.

In tribunale vengono fornite prove fisiche incriminanti, inclusa una corrispondenza di un calco in gesso dei denti di Ted con le impressioni delle ferite da morso sui glutei di Levy. In meno di sette ore, la giuria ha condannato Ted degli omicidi di Levy e Bowman, tre conteggi di tentato omicidio di primo grado e due accuse di furto con scasso. Il giudice di prova Edward Cowart impone la pena di morte per omicidio da eseguire con un’esecuzione per sedia elettrica.

Dieci anni dopo, Liz riceve una lettera da Ted e lo visita, scattando una fotografia. Liz chiede la verità, ma Ted continua a negare di avere qualcosa a che fare con gli omicidi. Mostra a Ted la fotografia – l’immagine di una scena del crimine di una delle sue vittime decapitate – e Ted ammette di averla scattata.

Liz lascia la prigione in stato di shock, ma viene incontrata al di fuori da sua figlia adolescente e dal suo nuovo fidanzato, e afferma che ora sta bene. Alla fine del film, il filmato d’archivio e il testo sullo schermo dicono che Ted è stato giustiziato nel gennaio 1989, all’età di 42 anni. Ted aveva confessato più di 30 omicidi qualche giorno prima e le sue ceneri erano sparpagliate sulla Catena delle Cascate dove aveva depositato i resti di numerose vittime.



Commento:

Il film, vederlo o meno? Si, ma non aspettatevi chissà che.

Il film, a mio parere e gusto personale, non è stato un film di quelli che mi hanno entusiasmato, sconvolto o mi sia piaciuto alla follia, ma è stato un film semplicemente carino, niente di più, niente di meno. La storia non è che sia sconvolgente o cosa, anzi è un tipo di storia che abbiamo già visto narrata da altri registi con altre storie, altri attori, altri luoghi, fatti e altro; già dal teaser trailer del film diffuso, non è che ne fossi tanto entusiasta, sinceramente, ero solo un po’ interessato alla storia, perché conoscevo già la vicenda, il personaggio, l’uccisone di queste donne. Ma qui l’unica differenza, rispetto ad altre storie già narrate, è che si tratta della vita di Ted Bundy.

Ma chi era Ted Bundy? Theodore Robert Cowell, alias Ted Bundy, è stato un famoso serial killer americano degli anni ‘70/’80, chiamato “il killer gentiluomo”, che in solo quattro anni seminò il terrore lungo tutti gli Stati Uniti, dallo Utah alla Florida. Anche se in tribunale confessò 28 omicidi, in realtà, secondo gli inquirenti di allora, Ted ne collezionò un numero maggiore (tra le 36 e le 52 persone). I giornalisti dell’epoca arrivarono addirittura ad attribuirgli ben 100 assassinii. Quante siano state veramente le sue vittime non è ancora oggi noto. Ma, numeri a parte, una cosa è certa: Ted Bundy, uomo colto, raffinato, dal viso pulito e i modi gentili, rimane una delle personalità criminali più affascinanti degli ultimi decenni, al punto tale che le sue gesta sono state raccolte in numerosi libri (su tutti “Ted Bundy: Conversazioni con un Assassino” di Ann Rule), TV movie (“The Deliberate Stranger”, 1986 e “The Stranger Beside Me”, 2003), e film (“Ted Bundy” di Matthew Bright, 2002, e “Bundy: An American Icon” di Michael Feifer, 2008).

Ma adesso andiamo più nel dettaglio dell’analisi del film.

il libro ed. inglese da cui è tratto questo film.

La storia è tratta da un libro scritto dalla Liz reale circa negli anni ‘80 e chiamato “Il Principe Fantasma – la mia vita con Ted Bundy” scritto da Liz Kendall, la fidanzata storica di Ted. Della vita di Ted Bundy si considerano principali soprattutto tre relazioni: quella con Liz, quella con Carole Anne e il conseguente matrimonio e poi la richiesta di matrimonio ad un’altra ragazza, ma Carole Anne ed Liz sono le due relazioni principali all’interno della sua vita. La relazione con Liz viene considerato il momento “più normale”, all’interno della vita di Ted Bundy e lei viene quasi considerata il vero amore della sua vita.

Il film infatti è principalmente la sua parte narrativa, non è la storia di Ted Bundy, ma la storia di Ted come lo conosceva Liz tramite i suoi occhi. Nel film facciamo tutto il percorso insieme a lei: quello che sembrava un principe inaspettato, in realtà si rivelerà l’incubo degli Stati Uniti.

Infatti il percorso che noi seguiamo è proprio quello di Liz. Questo percorso potrebbe sembrare un po’ confusionario, se non si conoscono bene gli eventi della vita di Ted Bundy, perché tutto è concentrato e le informazioni sono limitate, proprio come quelle che aveva Liz in quell’epoca. Il film più che altro è il percorso di Liz alla scoperta della verità, così come della libertà emotiva, e del suo rapporto con Ted. Il film si concentra solo a livello laterale per quanto riguarda i crimini di Ted, infatti noi non li vedremo mai, o quasi mai del tutto, erano davvero molto centellinati, e la maggior parte dello spazio all’interno del film non riguarda tanto i suoi crimini e di come venivano compiuti, ma lascia principalmente spazio al fascino dell’uomo, che qui non a caso è interpretato da Zac Efron, un sex symbol. Principalmente vediamo il lato manipolatorio di Ted Bundy, più che i crimini violenti di per sé. S’è parlato parecchio per quanto riguarda questo serial killer e proprio del suo fascino, ovvero la capacità di essere affabile verso gli altri, di suscitare fiducia, ma anche di affascinare le persone. La maggior parte dei suoi crimini sono stati possibili proprio perché dava l’impressione di una persona come si deve, dava fiducia, affidabilità, aveva carisma ed aveva anche fascino per l’epoca, ed è proprio per questo che riuscì a farla franca diverse volte. Molte storie di Ted Bundy parlano per quanto riguarda questo aspetto di lui, ma qui “lo vediamo per la prima volta”, ovvero vediamo effettivamente la capacità di Ted Bundy di manipolare sia Liz, sia Carole Anne. Quindi il film si concentra principalmente sull’aspetto quotidiano di questo serial killer, che molto spesso viene dimenticato oppure “dipinto” alla buona per poterlo liquidare velocemente. È un aspetto, secondo me, interessante e fondamentale soprattutto se avvicinato a Ted Bundy. Ad esempio, lui è proprio famoso per quell’intervista in cui disse che “I serial killer sono i padri, gli amici, i figli…” non qualcuno di diverso che si riesce subito a capire, ad inquadrare, ma appunto un qualcuno cui non ti aspetti. Sono persone che non conosciamo, ma che nascondono un lato che non rischiamo a cogliere, che noi non vediamo.


Dettagli tecnici del film:

Il film usa delle tecniche di ripresa un po’ stile anni ‘70, esattamente quando è ambientato il film, e questa cosa è molto interessante. Ci sono molte “immagini” reali – cosa che ho molto apprezzato – per quanto riguarda i servizi tv, le storie, i giornali. Ho molto apprezzato il fatto che alcune scene siano state girate esattamente come i vari video reali esistenti riguardanti lui e le sue interviste quando di trovava in carcere, che si possono trovare alla fine del film.

Sin dall’inizio il film sottolinea una cosa: il carisma di questo personaggio ed il suo rapporto all’interno dei media. Infatti si dirà che il processo di Ted Bundy è in realtà il primo processo tramesso in diretta tv, e questo aspetto è molto interessante e fondamentale da sottolineare, soprattutto per quanto riguarda un personaggio come Ted Bundy, che viene dipinto, proprio grazie a i media, quasi come una celebrità, addirittura firmerà e lascerà autografi in tribunale, sulle locandine in cui era ricercato. Come si capisce, è un grandissimo pericolo per quanto riguarda i media, lasciare un “palcoscenico” intero, una diretta tv in mano ad un personaggio carismatico, capace di essere manipolatorio e con un grande ego, infatti fare il processo in diretta tv vuol dire dargli la possibilità di avere e mettere in scena un proprio show, di avere un ‘fandom’, avere un potere grandissimo, soprattutto pericoloso quando si parla di un personaggio così violento e carismatico.

La regia inoltre accentua tantissimo gli occhi azzurri di Zac Efron, proprio per sottolineare dei tratti considerati belli, quasi a livello universale (-dettaglio che condivideva con il vero Ted Bundy). Il film, secondo me, usa bene la musica. Mi è piaciuta anche la scena iniziale, quella in cui al presente si mescola il passato dopo che viene detta una frase, e quella frase riporta indietro nel tempo.

Il film ha delle interpretazioni straordinarie per quanto riguarda principalmente due personaggi, Zac Efron e Kaya Scodelario, che sono più che bravissimi!

  • Zac Efron, nonostante i costumi che indossa sono identici a quelli di Ted, stessi tagli di capelli (che cambiano più volte nel corso del film), ha aumentato le folte sopracciglia proprio per assomigliargli di più, in post-produzione il suo naso viene “modificato”, indossa le protesi ai denti per somigliare maggiormente a Ted, ha fatto un lavoro davvero meticoloso in tutto e per tutto, perfino per i movimenti; Infatti ci sono delle scene in cui i suoi movimenti si rifanno a delle scene reali che si sono svolte durate il processo in aula e che sono andate in diretta tv. Lui si muove alla stessa maniera, fa esattamente le stesse cose; ma anche in altri ambiti, utilizza lo stesso modo di gesticolare che si vede in delle foto reali che noi vediamo di Ted Bundy, ed è davvero strano vedere lui nelle stesse identiche pose in cui abbiamo visti Ted Bundy in altri contesti. La sua performance in toto è strabiliante. Ha fatto un lavoro assurdo su di sé e sul personaggio che sarebbe andato ad interpretare.
Kaya Scodelario nei panni di Carole Anne durante una intervista.
  • Un’altra delle interpretazioni migliori all’interno di questo film è quella di Kaya Scodelario, che è fantastica. Qui è davvero bravissima! Riesce ad interpretare Carole Anne esattamente come nei filmati: lo stesso modo di parlare, di muoversi, di gesticolare… è identica! Anche a livello estetico riesce ad assomigliarle tantissimo.

Ad un certo punto – anche se per poco – la storia, così come la vita di Ted stesso, si svolge come se fosse il protagonista di un libro di cui Ted diviene ossessionato, Papillon, che narra la storia di un galeotto innocente che ne escogita una più del diavolo per poter sfuggire ai vari penitenziari, nonostante venga preso più e più volte e picchiato e punito, ma che alla fine si rivelerà innocente.

copertina ed. inglese del libro “Papillon

Il libro “Papillon” esiste realmente ed è un romanzo autobiografico scritto da Henri Charrière e pubblicato in Francia il 30 aprile 1969.

Nel film, Ted ci viene mostrato – quasi fino alla fine – come una vittima e non come il carnefice quale realmente è, anche se poi sarà lui stesso a confessare la faccenda della testa mozzata della ragazza in foto (la quale, per la cronaca, è la prima e ultima volta in cui si vede Ted uccidere/ferire – anche perché come abbiamo già detto sono molto ‘centellinati’ –), prima a Liz e poi alle autorità competenti, per poi essere giustiziato sulla sedia elettrica. Inoltre, per quanto riguarda la sua morte avventa tramite sedia elettrica, appunto, anche qui non ci viene mostrato il momento in cui viene condotto e fatto sedere sulla sedia elettrica, o comunque anche il solo fatto di inquadrare la sedia elettrica stessa con voce fuoricampo che narra quello che succederà o altro ancora, invece al suo posto vengono inseriti dei frame riprodotti (dai veri) footage per il film, intervallati dai veri footage di Ted e della sua vita.


COSA c’è di VERO e cosa di FALSO:

Il film ha come titolo originale “Extremely Wicked, Schockingly Evil and Vile”, una parte della sentenza del processo di condanna alla pena di morte di Ted Bundy, e dipinge un uomo che sembra totalmente diverso rispetto a quello che conosceva la comunità, quindi qualcuno di estremamente cattivo, malvagio, proprio per sottolineare la discrepanza tra la visione che ne aveva Liz e la natura reale di Ted. Il film nasconde allo spettatore quasi fino alla fine un dettaglio, per creare un pochino l’effetto colpo di scena, ma in realtà noi sappiamo che Liz fu colei che fece il nome di Ted dopo la scomparsa delle due ragazze al lago, e da lì la polizia ha iniziato un pochino a tenerlo d’occhio. Questa parte inizialmente non viene detta, ma verrà detta alla fine proprio per un senso: sia creare un colpo di scena, sia per renderne il tutto più problematico.

Efron e la Collins in una scena del film.

COSE VERE: vero è che Liz e Ted si siano incontrati all’interno di un bar per studentesse (come si dirà spesso nel film, la maggior parte delle sue vittime erano delle studentesse, e probabilmente andava lì per adescare delle possibili nuove vittime o “uscite” di un certo tipo – Liz stessa assomiglia molto al tipo di “vittima” di Ted Bundy, che erano ragazze dai capelli bruni con la riga in mezzo).

Infatti il film stesso è proprio il viaggio di Liz nel tentare di accettare il fatto che il “Ted” che conoscesse lei, fosse in realtà anche un serial killer. Nella vita reale è stato abbastanza complicato, pure un po’ melodrammatico, quali “accettate le mia parola”, come quello che vediamo nel film. Liz effettivamente aveva fatto il nome di Ted, però per tutta la durata del processo non era sicura fosse colpevole e si è sentita molto in colpa perché temeva di essersi resa complice nel mettere in galera un innocente, in questo caso il suo ragazzo. Quindi per molto tempo lei viveva dei sentimenti contrastanti, aveva sì fatto quella denuncia, però al tempo stesso credeva potesse essere innocente, soprattutto per quanto riguarda i primi processi sulle violenze; e tutto questo percorso di accettazione, di mettere in discussione la figura che aveva lei di Ted, lo vediamo proprio all’interno del film.

COSA FALSA: Il film inizia con un confronto finale tra Liz e Ted, quando Ted è lì lì per essere ucciso dalla pena capitale. Quello non è vero, come anche la confessione finale. Sono tutti fatti non reali. In realtà, l’ultimo confronto tra lui e Liz, c’era stato per telefono diversi anni prima, prima di venire ucciso con la sedia elettrica; non si sentivano più da anni, ma quella parte è stata messa un po’ per far capire allo spettatore che Liz aveva effettivamente bisogno di staccarsi da lui per poter andare oltre. Infatti, vederlo effettivamente come colpevole, come colui capace di azioni terribili, così da poter voltare pagina.

Quel punto è però interessante, perché proprio all’interno di quel confronto finale Liz fa una domanda a Ted, ovvero:” Hai mai pensato di uccidermi, hai mai pensato di farmi qualcosa come hai fatto a quelle altre ragazze?” – questo è un taglio molto interessante, e anche se non è effettivamente vero all’interno di quel contesto, è in parte vero, perché ovviamente Liz, avendo così tanti punti in comune con le ragazze uccise/abusate da Ted, si era fatta questa domanda che non era solo una domanda, perché Ted Bundy ha effettivamente tentato di uccidere Liz una volta: una volta lei era ritornata a casa, era fortemente ubriaca e si era messa a dormire. Ted aveva acceso il camino, aveva otturato la canna fumaria del camino così da far riempire la casa stessa di fumo e aveva anche messo un panno sotto la porta di casa così da non far uscire il fumo e farlo rimanere il più possibile dentro casa. E poi lui se ne è andato. Fortunatamente lei si è svegliata, tossiva, si sentiva malissimo, ma si è salvata, aprendo tutte le finestre ecc., però effettivamente c’è stato un tentativo di ucciderla da parte sua (Ted), ma nonostante tutto lei ha continuato ad uscirci, a vederlo, anche dopo il processo e tutto, perché come si sente e si vede all’interno del film, anche nella verità Liz aveva una sorta di dipendenza nei confronti di Ted: si sentiva persa senza il suo amore, persa senza trovare la sua approvazione, sentiva proprio il bisogno dell’effetto che le dava Ted.

Il fatto di Liz come possibile vittima, lo vediamo anche all’interno del film “tradotto” in una scena in particolare, in cui loro sembrano sul punto di fare sesso e lui sta fermo un momento, alzato, a guardarla, mentre lei è sdraiata, si ferma a fissarla e inizia presto a formare la forma di una sorta di fotografia con le mani, come per decidere che cosa fare, se fare effettivamente sesso oppure tentare di ucciderla.

Tutto questo passaggio nel tentare di capire se accettare la figura di Ted Bundy, di quel fidanzato che sembrava il principe arrivato al momento giusto; come serial killer lo vediamo anche all’interno del film, nel lungo percorso di Liz. Viene fatto con delle frasi un pochino sdolcinate ogni tanto, ma effettivamente è stato un percorso molto doloroso per lei. La duplicità di questo personaggio la vediamo quasi sin dall’inizio, per quanto riguarda il film, c’è quella scena costruita molto bene, quando loro vanno a casa a dormire la prima sera che si incontrano, lui è un po’ un gentiluomo, dormono solamente e non fanno nient’altro. Quando al mattino lei si sveglia, vede che lui non c’è, non c’è sua figlia e allora pensa immediatamente che le sia stata rapita. Si reca in cucina e lo vede con un coltello in mano, ma sta preparando la colazione. Il film usa molti elementi simbolici, proprio per far capire questo percorso allo spettatore: come la confessione finale, il libro Papillon (che in realtà non diventa una fissa per Ted e che non ha mai regalato a Liz.)

Joel Osmet

Un altro elemento non reale che ha, però, proprio una funzione è il “non fidanzato di Liz”. Vediamo Joel Osmet, nei panni di Jerry, il nuovo compagno di Liz, che nella vita reale non esiste, o magari sarà esistito dopo; però ha una funzione: noi vediamo lui essere un uomo affabile, un brav’uomo, però è interpretato da un attore che ha un volto un po’ “inquietante”, non è proprio ciò che si aspetta dal “principe azzurro”; mentre dall’altra abbiamo un serial killer interpretato da un uomo sexy, di bell’aspetto, affabile, carismatico, bello, proprio per farci capire come il pericolo potrebbe essere sotto mentite spoglie.

Il film aggiunge anche un’altra scena, ovvero quella del canile, dove il cane che appena lo vede abbaia. Però questa scena è del tutto strumentale: ovvero serve per inserire il personaggio di Carole Ann, ma anche per far capire poi un’altra cosa: ovvero tutta la parte manipolatoria di Ted. Lui alle varie donne racconta sempre la stessa “fiaba”: quella di “ci compriamo una casa sulla riva di un lago, ci compriamo una macchina, ci compriamo un cane”…lui lo dice sia a Liz che a Carole Ann, e fa vedere come ricicli sempre la stessa storia, sempre le stesse parole, sempre gli stessi sentimenti a tutte le donne, semplicemente per arrivare ad un fine: voleva forse la devozione di Liz, per il fatto che fosse così dipendente da lui oppure ancora voleva Carole Ann, usarla come strumento per poi fare da tramite con i media, ma anche come partner fissa all’interno della prigione.

Molto spesso, quando si parla di Serial Killer – e penso sia stato detto a proposito di Ted Bundy – , molto spesso i sociopatici e gli antisociali non sempre riescono a provare tutto un range di sentimenti, e molto spesso imitano, sanno imitare molto bene i sentimenti visti e sentiti dagli altri. Infatti la storiella che racconta alle sue donne, quella del cane, della casa ecc; è proprio un simbolo di come Ted Bundy abbia fatto del male alle donne, non solo fisicamente, ma anche manipolandole, manipolando i loro sentimenti, facendole credere amate, raccontare una storia finta ed impacchettata per usarle come gli servivano.

Carole Ann nel film è palesemente un “rimpiazzo”; dato che Liz l’ha lasciato, lui era molto spaventato dal fatto che non potesse vedere Liz una volta arrestato, però subito dopo insomma, trova un “tappa buchi”. Tutta la relazione con Carole Ann era molto uno strumento per dipingere la sua immagine, infatti non a caso, lui chiede a Carole Ann di sposarlo in tribunale, lo stesso giorno in cui doveva essere data la sentenza della condanna perché sperava che non l’avrebbero mai condannato a morte, lo stesso giorno del suo matrimonio, ma purtroppo per lui non è andata così. Tutte e due le relazioni vengono dipinte come uno strumento per poi arrivare ad uno scopo, e questo di vede molto bene. Il film in sé si concentra maggiormente sulla parte manipolatoria del personaggio, anziché sui suoi omicidi. Il regista stesso all’interno del film ne interpreta un piccolo cameo, colui che intervista Ted Bundy, una cosa interessante perché tempo fa lo stesso regista aveva diretto una serie tv per Netflix su una confessione, un’intervista di Ted Bundy. Il film da molto spazio a Zac Efron, che è effettivamente molto bravo, fa questo monologo finale che funziona davvero molto bene e si vede che lui per interpretare questo personaggio ha fatto davvero un lavoro pazzesco. Il film ha l’intento di far mettere lo spettatore nei panni delle vittime, più che empatizzare con il serial killer, infatti si punta molto soprattutto sul finale, sul ricordare le sue vittime e poi ci sono dei filmati originali. Una cosa che non mi ha fatto tanto impazzire è stato il fatto che mentre si elencavano le ragazze che erano sparite/ uccise/ abusate da Ted, si vedessero i tre protagonisti principali (Ted, Liz e la bambina), e di sottofondo una voce che parlava di queste ragazze che avevano subito violenze. Inoltre, il film ci vuole dire che nonostante Liz sia viva, sia anch’essa una delle vittime di Ted Bundy.

Le parti del tribunale: le più importanti e belle. Bella è pure la scena in cui viene data la condanna a morte: c’è il tribunale, una ad una si spengono le luci in aula e lì c’è solo Carole Ann, sola, e il fatto delle luci sta a significare come lo show sia finito! È finita l’arte manipolatoria di Ted!


Sceneggiatura e fotografia.

Sceneggiatura:

Michael Werwie

La sceneggiatura viene affidata Michael Werwie – che ha già lavorato come sceneggiatore per un altro film “A Rose Reborn” del 2014 – scrive una serie di quadri con ellissi temporali disomogenee che si focalizzano in particolare sui processi che possono essere interessanti in quanto tali, ma montati troppo seccamente uno con l’altro. Inoltre, la sceneggiatura è molto meccanica e poco fluida! All’inizio della prima metà parte, il film si svolge con un po’ di lentezza, però questa lentezza iniziale ci serve per introdurci la storia in sé, i personaggi, e poi d’un tratto inizia ad essere un po’ più movimentata, così, all’improvviso. Già dalla seconda metà della prima parte e tutta la seconda parte del film si inizia ad entrare nel vivo della vicenda, nel vivo del personaggio, nella vita di Ted, questo uomo sadico che uccide, sevizia, violenta le donne. È un personaggio particolare, una persona bipolare, un uomo che entra e che esce dai penitenziari. Ma il tutto avviene troppo velocemente, troppo repentinamente. Quindi, non mi ha fatto impazzire affatto, e secondo me, inoltre, non ha un impatto positivo sullo spettatore, anzi mi ha innervosito parecchio, perché i vari cambi di scena e non solo, erano molto repentini, e da spettatore non riuscivo a concentrarmi perché, vero è Ted Bundy da un penitenziario usciva e dall’altro entrava, però questa cosa succedeva troppo spesso e troppo velocemente.

Joe Berlinger e Zac Efron dietro le quinte.

Ma, secondo me, il punto più debole è proprio l’incapacità di Joe Berlinger – il regista – di avere il coraggio di portare fino in fondo la sua scelta di sposare il punto di vista della Kendall, che ben presto viene sostituita da quello di Bundy, e non solo. Sembra quasi che a un certo punto non si potesse sacrificare il volto di Bundy-Zac Efron. E proprio anche questo tradimento che rende il film incerto. Oltretutto, partendo dalla Kendall e arrivando a Bundy, non si spiegano fino in fondo le dinamiche degli omicidi, né l’efferatezza degli stessi, citando il minimo indispensabile, creando un ritratto di un serial killer di grande fascino, quasi un eroe di fronte alla macchina della giustizia reso spettacolo mediatico, dimenticandosi (se non nei titoli di coda dove sono elencate le trenta vittime accertate ufficialmente, come già accennato prima) che Bundy era un feroce assassino, stupratore, necrofilo che collezionava le teste delle sue vittime. Manca, però, anche la perversa capacità manipolatoria che Bundy utilizzava nei confronti delle giovani donne, evidenziando solo l’elemento del fascino esercitato. E questo perché fin dall’inizio si voleva raccontare il dramma interiore della Kendall e focalizzarsi su di esso per poi, invece, abbandonarlo. E purtroppo la mancanza di controllo della materia, si riverbera anche sulla forma. Su Bundy, Berlinger, ha diretto e prodotto una miniserie documentaria di quattro puntate targata Netflix, prima di girare “Ted Bundy – Fascino criminale”, ma purtroppo il film stesso appare troppo debitore a un estetismo da documentario televisivo che compromette la messa in scena cinematografica. Inoltre, questa pellicola non aggiunge altro sulla figura di questo serial killer, fallendo nel tentativo di raccontare una vicenda così complessa e articolata da un punto di vista diverso. Ed è un gran peccato dire così, perché Berlinger ha una esperienza trentennale come documentarista alle spalle, in particolare per la televisione – vincitore pure di due Emmy – e interessato a storie di cronaca. (ricordiamo “Paradis Lost 3: The Purgatory”, basato su un assassino di tre bambini e la condanna e poi l’assoluzione di tre adolescenti dopo vent’anni di prigione scagionati dalla prova del Dna, che è stato candidato all’Oscar). Dico che è un peccato perché ha compiuto un lavoro mimetico per niente semplice: nei titoli di coda appaiono sequenze televisive originali dei processi e si nota il lavoro da “replicante” effettuato da Zac Efron per interpretare Bundy, arrivando a imitarlo non solo fisicamente, ma soprattutto nei gesti, nelle espressioni, nei movimenti, così come i vari processi con relativi inserti dei veri dialoghi ripetuti all’interno della narrazione. (come avevamo già detto sopra)


Fotografia:

Brandon Trost

Brandon Trost – che ha già lavorato su “The Disaster Artist” del 2017 – è stato chiamato per la direzione della fotografia. Per quanto riguarda la fotografia e scenografia, sinceramente, mi sono molto piaciute entrambe, mi sono piaciute perché sono pulite, nette, distinte, mi è piaciuto il fatto che la notte come il giorno sono distinti per bene, non ci sono molti elementi, il tutto molto semplice, limpido. A questo proposito, nel film, non vengono fatti vedere i vari omicidi, stupri, violenze e abusi che Ted compie, non si vedono se non prima della fine del film (ne viene fatta vedere una nello specifico), e il tutto viene narrato sotto un video da una voce fuoricampo sotto un video di Liz, Ted e Molly, così come i nomi delle ragazze cha da Ted hanno subito violenza. Quindi, per queste due categorie si è optato per tenere il tutto un po’ più “pulito”, rispetto a film analoghi.

Anche la caratterizzazione dei vari luoghi mi è davvero piaciuta, anche perché se non erro, in vari video di confronto tra la realtà e la storia narrata nel film, son stati usati i veri luoghi, edifici, le varie aule e molto altro ancora. [Dettaglio irrilevante: mi è piaciuto il fatto di rappresentare i vari penitenziari, perché da uno stato all’altro, da quello della California a quello dello Utah a quello del Colorado, cambia.]

Mi è tanto piaciuto il fatto che alcune scene sono state girate tali e quali alla realtà: stesse inquadrature delle persone e dei luoghi, stesse movenze, stesse domande, frasi, parole, stesi gesti, abiti… tutto. (es. le scene in cui viene “intervistato”, anche se in carcere, inizia a diventare una sorta di idolo, perché le persone sono attratte dal suo aspetto e dalla sua oratoria; oppure la scena in cui il procuratore di uno stato parla di lui e della pena che gli verrà affibbiata e lui, davanti al suo pubblico fatto di ragazzine pazze di lui, giornalisti e tanti altri ancora, fa una scenetta, e questa scena è uguale identica alla realtà. – sappiamo di questo “rigirare le scene tali e quali”, perché alla fine del film, durante i titoli di coda, passano le immagini reali di quei momenti). Mi è davvero piaciuto, quindi, questo fatto di includere alle riprese moderne, quelle dell’epoca, in un’alternanza di vecchio e nuovo. Inoltre il film ci fa capire – e poi ci viene pure detto – che questo caso giudiziario è stato il primo caso in cui in aula vennero messe delle telecamere per registrare il tutto e mandarlo in onda via cavo, come una sorta di reality show, una sorta di panem et circense.



Costumi, trucco e parrucco:

La costumista e stilista Megan Stark Evans – già curatrice dei costumi del film “Tron:Legacy” – si è occupata dei costumi di questo film. Non ho trovato chissà che su internet sui costumi e sul processo creativo dietro questi, persino sul suo blog personale (MSE – Megan Stark Evans) non vi è molto, se non che si possono trovare le locandine dei film per cui ha lavorato e cliccandoci sopra ne viene fuori solo una serie di immagini e scatti prese dal film.

Per questa sezione appunto, che è una delle mie preferite e che molto spesso è una di quelle che mi occupa più tempo perché trovo quasi sempre tantissimo materiale, questa volta purtroppo non è che abbia trovato granché, anche se non è che – al dire il vero – ci sia molto di cui parlare, perché i costumi si rifacevano alla realtà, agli anni ’70 e ’80, se non addirittura in alcune scene, ad una copia identica degli abiti, soprattutto quelli di Ted Bundy e di pochi altri personaggi.



Attori:

Zac Efron nei panni di Theodore “Ted” Bundy, un ex studente di legge accusato di diversi crimini violenti contro le donne.


Lily Collins nei panni di Elizabeth “Liz” Kendall, una studentessa del college e madre single che intraprendere una relazione con Ted e professa l’innocenza di Ted durante i suoi processi.


Kaya Scodelario nei panni di Carole Ann Boone, vecchia amica di infanzia di Ted, la quale si trasferisce nello stesso stato in cui si trova Ted per sostenerlo. In seguito si sposeranno in tribunale.


Jeffrey Donovan nei panni di John O’Connell, il primo avvocato difensore di Ted nello stato dello Utah che lo difende dal caso di rapimento.

Angela Sarafyan nei panni di Joanna, la migliore amica di Liz la quale crede che Ted sia colpevole.

Dylan Baker nei panni di David Yocom, l’avvocato d’accusa nello Utah.

Brian Geraghty nei panni di Dan Dowd, l’avvocato d’ufficio di Ted in Florida quando viene ricatturato dopo esser scappato in Colorado.


Terry Kinney nei panni del Detective Mike Fisher,detective della omicidi che collega Ted con l’omicidio avvenuto in Colorado.

Haley Joel Osment nei panni di Jerry Thompson, college di Liz alla Divisione Medica Universitaria che inizia a frequentare dopo Ted.


James Hetfield nei panni di Bob Hayward, un agente di polizianello Utah che per primo arresta Bundy.

Grace Victoria Cox nei panni di Carol Daronch, una donna che Ted ha rapito nello Utah e che ha portato alla sua prima condanna.

Jim Parsons nei panni di Larry Simpson, procuratore della California.

John Malkovich nei panni del Giudice Edward Cowart, il Giudice che presiede all’ultimo processo per omicidio di Ted.

Justin McCombs nei panni di Jim Dumas, l’avvocato di Ted in Colorado che difende il suo primo caso di omicidio.

Forba Shepherd nei panni di Louise Bundy, la madre di Ted.

Molly Kendall, la figlia di Liz che viene rappresentata ad età diverse da Macie Carmosino, Ava Inman, Morgan Pyle, and Grace Balbo.

Il direttore Joe Berlinger ed il cineoperatore Brandon Trost fanno un cameo nei panni di presentatore e del cameramen che intervistano Ted in Colorado.



Colonna Sonora:

Marco Beltrami.

La colonna Sonora di questo film è stata affidata a Marco Beltrami – tra l’altro compositore anche della colonna sonora di “A Quite Place” (“Un Posto Tranquillo”) del 2018 – e Dennis Smith. Come le colonne sonore di tanti altri film, è composta sia da brani famosi usciti in quegli anni, sia da componimenti. Tra i brani famosi troviamo “Do you believe in Magic?” di The Loving Spoonful, “Crimson and Clover” di Tommy James & The Shondells, “Thousand-Watt Work-Out” di John Moran, “Lucky Man” di Emerson, Lake & Palmer e tanti altri, come i Metallica, Thelma Houston, Dave Teves e the Elder. Per quanto riguarda i componimenti/interludi musicali, ne troviamo disparati e tutti molto orecchiabili, alcuni abbastanza inquietanti che servono da accompagnamento ad alcune scene clue, alcuni con melodie già sentite e usate prima in altri film – già dall’inizio per il componimento “Opening scene”, che inizia con un tono alto, che mina un po’ i nervi e dà fastidio, ma che man mano cala di tono e diventa sempre più scura e tenebrosa, un po’ inquietante, che ci introduce all’inizio del film; alcuni altri sono componimenti che sono un mix di componimenti e arie classiche, come “The Truth (Queen of The Night)”, in cui The Queen of the Night – una delle arie più famose al mondo – viene cantata con un misto di delicatezza e dolore, sofferenza e leggerezza, con una base leggermente differente, sempre al piano, ma in aggiunta altri strumenti, come la chitarra, per darle un peso diverso dall’originale e darle un tocco “gregoriano”, e da ciò che salta subito all’orecchio sono i vocalizzi del ritornello. Alla fine dei conti, la colonna sonora è molto orecchiabile, carina, ma non la mia preferita.


FINE.


Spero che anche questa nuova recensione riguardante il film “Ted Bundy – Fascino Criminale” – che molti di voi mi avevano chiesto -anche se pubblicata in ritardo, vi sia piaciuta e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Hunger Games prequel.

  • Recensione libro e film di Hunger Games (ITA)
Suzanne Collins

Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo, come due o tre giorni fa, di Hunger Games, ma non della trilogia libresca che già ampiamente conosciamo e della quale ho parlato del primo romanzo (e del primo film), o ancora della tetralogia di film che ha incassato milioni di dollari, ma parleremo del Prequel di Hunger Games e delle poche notizie che sono trapelate fino ad ora.

Spero che l’articolo vi piaccia.

All’articolo!


Sappiamo già alcune cose sul romanzo che arriverà nel 2020 e ci riporterà a Panem. Sappiamo che il prequel si ambienterà durante la decima edizione dei giochi, mentre il ciclo originale si svolgeva a partire dalla settantaquattresima edizione. L’ambientazione, dunque, è la stessa ma, trattandosi di un prequel ci troveremo a Panem, una Panem che sta cercando ancora di riprendersi dalla guerra, molti anni prima della nascita di Katniss Everdeen, la coraggiosa protagonista della serie di libri Hunger Games, interpretata nei film da Jennifer Lawrence. In quell’epoca a Panem era da poco terminata una rivolta fallita. 

Il periodo di ricostruzione, a 10 anni dalla fine della guerra, è un periodo oscuro e terribile, in cui i personaggi hanno ampio modo di riflettere e affrontare domande esistenziali. Non sappiamo ancora nulla su chi saranno i personaggi e quali difficoltà si troveranno a dover affrontare. Ma siamo sicuri che maggiori informazioni saranno disponibili molto presto. Sebbene non esista ancora alcun titolo ufficiale per il romanzo, sappiamo però che l’appuntamento per la pubblicazione è fissato in una data ben precisa. Quindi, quando esce il prequel di Hunger Games?Per quanto riguarda il romanzo la data di pubblicazione è prevista per il 19 maggio 2020.

Ecco come Suzanne Collins descrive il suo lavoro sul nuovo romanzo: ” Con questo libro voglio esplorare le condizioni della natura, chi siamo e cosa per noi è necessario per garantire la nostra sopravvivenza. Il periodo della ricostruzione, dieci anni dopo la guerra, viene di solito definito quello dei “Giorni Oscuri”, è il momento in cui il paese di Panem cerca di rialzarsi. Fornisce un terreno fertile per i personaggi, che affrontano queste domande e perciò definiscono il proprio modo di concepire l’umanità.”

Per quanto riguarda la domanda che ci poniamo tutti riguardo il Prequel di Hunger Games: “Ci sarà anche il film? “. Domanda più che lecita, dato che i 4 film tratti dalla serie principale composta da tre romanzi di Suzanne Collins, (saga che aveva incassato nel mondo un totale di 2,970 miliardi di dollari) sono stati portati sul grande schermo dalla Lionsgate. In più, sembra che la casa di produzione sia già in contatto con l’autrice per discutere dell’adattamento cinematografico del romanzo prequel.


A questo proposito, pochi giorni fa, girando su internet e cercando più notizie sul futuro “prequel ” di Hunger Games, mi sono imbattuto in un titolo che porta questo titolo:Hunger Games: la Lionsgate conferma il prequel ambientato oltre 60 anni prima degli “originali” .”

Screen della notizia lanciata dalla Scholastic su twitter.

Come già sappiamo, il nuovo libro verrà pubblicato a maggio del 2020, ma proprio la Lionsgate, per bocca del presidente Joe Drake, ha confermato che la traduzione cinematografica del romanzo è già in lavorazione.’

Non è una sorpresa, dato che i precedenti film del ciclo, oltre a consacrare star di Hollywood Jennifer Lawrence, hanno registrato nel mondo incassi da cine-comic:

694 milioni di dollari per Hunger Games (2012), 865 mln per Hunger Games – La ragazza di fuoco (2013), 755 mln per Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1(2014) e 653 per Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 2 (2015).


Fine


Spero che anche questo nuovo articolo riguardante un futuro prequel di Hunger Games vi sia piaciuto, e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

Post in evidenza

The Hunger Games – recensione libro/film.

(ENG)

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Oggi, purtroppo, non pubblicherò la famosa recensione su un film da molti richiesto, ovvero Ted Bundy – Fascino Criminale“, ma prometto che arriverà in questi giorni, so stay tuned! Oggi, come potete leggere dal titolo, parleremo di “Hunger Games ”, sia del libro che del film, includendo anche le differenze tra l’opera letteraria e quella cinematografica, i temi principali trattati dall’opera e le mie impressioni personali. Ho deciso di parlare di questo argomento, in primis perché ho ri – letto da poco il romanzo per un esame di literary adapattion, e poi anche perché un paio di giorni fa la scrittrice Suzanne Collins, tramite il twitter della casa editrice Scholastic, ha lanciato la bomba! La Collins ci riporterà nello stato di Panem con un libro prequel che sarà ambientato nei 64 anni prima la rivolta dei 13 distretti, prima dei famosi “Giorni Bui ”.

Spero che questa recensione libresca unita a quella del film sia di vostro gradimento.

Alla recensione!


Trama

Questa storia è ambientata in uno scenario post – apocalittico americano. L’America così come la conosciamo non esiste più, ma al suo posto esiste l’immaginaria nazione di Panem, che è composta da una città capitale, Capitol City, governata dal Presidente Snow, dove c’è un potere dispotico e altamente dittatoriale, e 12 distretti (un tempo 13) comandati da essa.

Questi 12 distretti forniscono tutto ciò che serve a Capitol City, come ad esempio, il Distretto 2 fabbrica armamenti e addestra i pacificatori che poi verranno mandati nei vari distretti, il Distretto 3 produce componenti elettronici, televisori, automobili e anche esplosivi, il Distretto 5 si occupa di elettricità, il Distretto 6 si occupa dei trasporti, il Distretto 8 si occupa dell’industria tessile, il Distretto 12 del carbone. Ma come si fa a tenere il potere dispotico e altamente dittatoriale a Capital City?

Tutto ebbe inizio 74 anni prima della vicenda che viene narrata, quando le 13 colonie intorno Capitol City, stanche delle continue angherie da parte della capitale, iniziarono ad ingaggiare una guerra all’ultimo sangue con Capitol City, per potersi prendere la loro libertà. Purtroppo però Capitol City vince, ci sono migliaia di morti, le colonie vengono praticamente schiavizzate e ai Distretti viene imposta una punizione terribile da pagare: si mira alla gioventù. Ogni anno, come punizione per aver scatenato una ribellione anni prima contro la Capitale, ogni distretto è costretto ad offrire a Capitol City tramite una cerimonia chiamata “Mietitura”, in cui vengono pescati i nomi dei candidati, un ragazzo e una ragazza di età compresa tra gli 11-18 anni per partecipare e competere negli Hunger Games, dei giochi all’ultimo sangue trasmessi in diretta dove, in un’arena segreta controllata da tecnologie e strateghi, i partecipanti rinchiusi dovranno sfidarsi l’un l’altro in una battaglia all’ultimo sangue per sopravvivere. Oltretutto i cittadini possono interagire, ovvero possono mandare ai tributi loro beniamini i generi di prima necessità, come un disinfettante per l’acqua, un coltello, una corda, una pomata e tanto altro ancora. E dei 24, ne resterà soltanto uno. Colui o colei che sopravviverà, rappresenterà la speranza e vivrà nella prosperità e nella pace eterna.

Ma la peculiarità sta nel fatto che questi 24 ragazzi vengono rappresentati come dei “simboli di forza”, come se fossero delle star, infatti vi è tutto un pre – Hunger Games dove vengono preparati, curano il loro aspetto, li vestono benissimo, li fanno partecipare a trasmissioni televisive per presentarli all’intera nazione, affidano loro un mentore, li rendono desiderabili, così che la folla può scegliere il suo beniamino e guardando gli HG possono fare il tifo per la persona facente parte del proprio distretto o per chi preferiscono.

Il libro si apre sul Distretto 12, dove Katniss Everdeen fa una vita praticamente miserabile, se non fosse che lei è una cacciatrice e riesce ad andare avanti con la cacciagione. Katniss ha una madre che è andata in depressione dopo la morte del padre, e una sorellina della quale si prende cura, Primrose.

Peeta Mellak

Arriva il giorno della “mietitura” e viene estratta Prim, quindi Katniss per proteggerla, si offre volontaria per sostituire sua sorella e salvarla sia da quel crudele destino che dal gioco. Insieme a lei viene estratto Peeta Mellak – oltre al danno, la beffa per Katniss, perché lui è colui che le aveva lanciato del pane, salvandola dalla fame.

Quindi per sopravvivere, Katniss, dovrà uccidere anche quel ragazzo con il quale ha un debito di gratitudine, perché ovviamente il vincitore è uno. Infine, arrivati a Capitol City, vengono resi appetibili, li fanno conoscere, li fanno allenare per una settimana, e poi vengono catapultati nell’area. Qui, dopo un primo momento, scopre che Peeta la ama e che ha usato questo espediente per lei come una specie di pubblicità, ma la realtà era bene diversa, e lei va un po’ in confusione per il fatto che è anche infatuata del suo compagno di caccia Gale in modo inconscio e inconsapevole.

Nell’arena affrontano varie peripezie, emerge appunto una certa mostruosità da parte di Capitale, perché dietro all’arena vi è una serie di strateghi che gestiscono i ritmi del reality, e che decidono cosa fare succede o meno in un determinato momento, incendi, leoni, vespe OGM. Katniss finge a sua volta di amare Peeta per recitare la coppia degli “amanti sventurati”, e per attrarsi le simpatie di Capitol City, però succede che lei inizia ad affezionarsi a lui, ed infine si ritrovano solo loro due e lei riesce, con uno stratagemma, a far vincere entrambi, ossia minacciando il suicidio di tutte e due tramite delle bacche velenose, “morsi della notte”.

Questo fa di lei in primis la vincitrice, come ne fa il vincitore anche di Peeta, ma ne fa anche un bersaglio politico, perché ovviamente il Presidente Snow, non può accettare questa cosa.


Autore

Suzanne Collins nasce ad Hartford il 10 agosto 1962. Oggi vive nel Connecticut con la sua famiglia e due gatti selvatici. Inizia la sua carriera nel 1991, quando inizia a scrivere sceneggiature per programmi televisivi per bambini. Successivamente, tra il 2003 e il 2007 scrive la serie di Gregor.

Raggiunge poi il successo l’anno successivo grazie al romanzo Hunger Games, primo romanzo di fantascienza di una trilogia chiamata “The Hunger Games Trilogy”, e la trilogia comprende: Hunger Games (2008), La ragazza di fuoco (2009) e Il canto della rivolta (2010).

I suoi libri sono stati tradotti in 40 paesi e continuamente ristampati. Nel 2012 il romanzo è stato trasposto cinematograficamente per mano del regista Gary Ross. Per i film di HG, è stata pure co – produttrice e co – sceneggiatrice.



Le differenze tra il libro e il film di Hunger Games.

Nel libro, la celebre spilla con la Ghiandaia Imitatrice di Katniss le viene consegnata dalla figlia del sindaco, Madge.

Madge

Quel gesto per Katniss è una sorpresa: innanzitutto perché pensava di non piacere a Madge, poi perché è un piccolo segno di ribellione visto che la Ghiandaia Imitatrice rappresenta per il governo di Panem un simbolo di coscienza e rivoluzione. Nel film, invece, Katniss trova la spilla per caso, ma non viene spiegato il potere della Ghiandaia Imitatrice.


Il padre di Peeta nel film non viene mai visto né menzionato. Nel libro, invece, è tra i visitatori di Katniss prima che parta per l’arena. L’uomo le consegna dei biscotti che in seguito la ragazza getta dal treno al pensiero di dover uccidere Peeta.


Durante la cerimonia d’apertura, nel film Peeta prende la mano di Katniss e in questo modo si ingrazia la folla alla parata.

Cinna

Nel libro però è un’idea di Cinna, lo stilista dei tributi, che in questo modo comincia a rivelare di voler aiutare i due ragazzi a sopravvivere.



Nel libro il ruolo degli Avox, “servi senza voce”, è sottile ma costante. Essi sono delle persone che sono state punite per essere stati dei traditori o dei fuggitivi, o essersi ribellate alla capitale.

Katniss riconosce un Avox dai capelli rossi nel libro, mentre nel film non viene fatta menzione.



Nel libro, per Katniss, trovare dell’acqua nell’arena in cui viene lasciata insieme agli altri tributi, è parecchio difficile. Passa un’intera giornata a cercarla tra alberi e insidie da superare. Il suo compito è sopravvivere nella natura. Ma la ragazza sta male al punto di chiedere aiuto a Haymitch – il suo mentore ufficiale – che,

Haymitch

però, non si fa sentire. Katniss, così, capisce di essere vicina. Nel film, invece, Katniss trova l’acqua subito dopo lo scatto iniziale dei giochi, dopo la Cornucopia, l’enorme piattaforma che i tributi devono raggiungere per recuperare cibo e risorse.


Gli sponsor sono persone o gruppi di persone che, affezionatesi ad un tributo in particolare, lo aiutano a sopravvivere tramite doni che mandano nell’arena.

I loro regali, nel film, sono sempre accompagnati da una nota che giustifica il gesto. Nel libro, invece, tocca a Katniss interpretarne il significato. 



Nel film possiamo vedere la reazione del Distretto 11 e la conseguente rivolta del popolo a seguito della morte di Rue, uno dei più giovani tributi che apparteneva proprio al Distretto 11. Nel libro questo dettaglio non esiste.


Nel libro, per guarire Peeta dalle sue ferite, Katniss lo droga per farlo addormentare e correre a cercare medicine. Nel film, invece, la ragazza aspetta semplicemente che Peeta si addormenti per poi sgattaiolare via.


Per mostrare l’incostante passaggio tra fiducia e sfiducia di Katniss e Peeta, nel libro Katniss prepara una freccia nel suo arco non appena gli Strateghi annunciano che solo uno, tra lei e Peeta, potrà sopravvivere.

Katniss è sospettosa e ha paura che Peeta possa tentare di ucciderla. Nel film, al contrario, questo piccolo dettaglio non esiste, perché il sospetto è annullato del tutto.


Sia nel film che nel libro Cato è un personaggio importante. È forse il tributo più spietato, oltre che il più fortunato visto che appartiene ad uno dei Distretti più ricchi – il secondo – da sempre addestrato a partecipare agli Hunger Games.

Ma mentre nel film, sul finale, mostra un lato fragile ed umano, nel libro rimane un folle psicopatico fino alla fine.




Temi principali dell’opera

Essendo una distopia “Hunger Games” porta all’estremo alcuni aspetti della cultura contemporanea mostrando così l’ombra perversa che si nasconde dietro la quotidianità.

TV channel zapping

Il titolo stesso del libro prende il nome dal reality show intorno a cui ruota tutta la trama, uno dei temi centrali è quindi quello dell’intrattenimento televisivo. Un atto violento come degli adolescenti che si uccidono brutalmente a vicenda, se visto attraverso uno schermo televisivo non solo diventa socialmente accettabile ma addirittura entusiasmante. Tutto ruota intorno alle apparenze, come la stessa Katniss non può fare a meno di notare: “Sta tutto nello spettacolo. Sta tutto nel modo in cui ti percepiscono.

Essendo la protagonista appena sedicenne è interessante soffermarsi su questo punto. Mai come nell’era contemporanea l’apparenza e l’attenzione per il proprio aspetto ha assunto un ruolo così importante. Il modo in cui Katniss viene privata della propria identità per ottenere il favore del pubblico e quindi sopravvivere può essere interpretato come un’esasperazione dell’importanza che l’apparenza assume nella nostra società.

Infine, come in molte distopie, assume grande importanza il potere totalitario in cui un misto di terrore e propaganda reprimono qualunque forma di ribellione prima ancora che possa prendere forma.

Con “1984 ”, padre delle distopie, “Hunger Games” condivide l’utilizzo delle telecamere come mezzo di sorveglianza sulla vita dei singoli individui mentre il televisore è lo strumento per introdursi nell’intimità dei cittadini.



Impressioni personali

Non ci sono dubbi sul fatto che “Hunger Games” abbia conferito alla fantascienza distopica un posto in primo piano nella letteratura contemporanea. La sua forza risiede nell’essere riuscito ad unire un personaggio giovane e complesso come Katniss a un’ambientazione e un clima di terrore che non ha nulla da invidiare a romanzi ben più complessi come “1984 ” o “Fahrenheit 451”.

A differenza di questi esempi classici dove la struttura sociale ha il ruolo predominante nella narrazione, qui viene messo in primo piano un singolo essere umano: Katniss. La trama è semplice, lineare, senza insidie in cui sarebbe possibile perdersi. È letteralmente impossibile non leggere il libro tutto d’un fiato, gli eventi sono così sapientemente concatenati da rendere difficile trovare un punto d’arresto.

Anche leggendo semplicemente la trama sono palesi i riferimenti con “L’uomo in fuga” di Stephen King e “Battle Royale”. In entrambi sono presenti dei reality show in cui i personaggi sono costretti ad affrontarsi in scontri violenti per aumentare gli ascolti.

È importante sottolineare come la forza di questo romanzo non risieda tanto nell’originalità dell’idea di fondo, quanto nella sua realizzazione. È un romanzo da non perdere, il precursore dei romanzi e dei film che negli ultimi anni hanno invaso rispettivamente librerie e sale cinematografiche.


Fine


Spero che anche questo nuovo articolo – recensione sul libro e sul film di Hunger Games vi sia piaciuto e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

Post in evidenza

PNL e Pensiero positivo.

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Come già succede da tre settimane a questa parte, ancora oggi ci sarà uno di quegli articoli che esulano completamente dalle recensioni sui film che faccio di solito. Come vi dicevo tre settimane fa, dopo il terzo articolo che esula completamente, si ritornerà alle recensioni dei film. So che molti di voi aspettano la recensione del film “Ted Bundy – Fascino Criminale“, che uscirà a breve, anche se è passato un bel po’ dalla sua uscita. Detto questo, oggi, come potete leggere dal titolo, parleremo di “PNL e pensiero positivo“.

Spero questo terzo articolo riguardante la PNL vi piaccia e che lo troviate interessante.


Cos’è la PNL?

La Programmazione Neuro – linguistica (PNL), è una tecnica di comunicazione e relazione interpersonale che ambisce ad intervenire e mettere in relazione gli schemi comportamentali ed i processi neurologici dei singoli soggetti. L’uso del linguaggio e della comunicazione efficace sono gli strumenti per conseguire una maggiore auto-consapevolezza e potersi affermare nella relazione e nei comportamenti mentali ed emozionali. È un metodo di comunicazione e un sistema di “life coaching”, “self-help” e “counseling”, definito da alcuni suoi promotori come «un approccio alla comunicazione, allo sviluppo personale e alla psicoterapia», ideato in California negli anni ’60 e ’70 del XX secolo a Santa Cruz (Università della California) da Richard Bandler e John Grinder.

La PNL fu ideata da Bandler e Grinder, che coniarono il termine con l’intenzione dichiarata di connettere i processi neurologici (neuro), il linguaggio (linguistica) e gli schemi comportamentali dell’esperienza (programmazione). Secondo i fondatori del movimento la PNL sarebbe strumentale “all’individuazione delle modalità per aiutare le persone ad avere vite migliori, più complete e più ricche“.

Il nome deriva, appunto, dall’idea che ci sia una connessione fra i processi neurologici (“neuro“), il linguaggio (“linguistico“) e gli schemi comportamentali appresi con l’esperienza (“programmazione“), affermando che questi schemi possono essere organizzati per raggiungere specifici obiettivi nella vita.

Erickson

La programmazione neurolinguistica si ispira anche a tecniche riconosciute (come l’ipnosi ericksoniana) e benché alcuni psicoterapeuti di scuola statunitense specializzati in ipnositerapia la sostengano, il suo modello terapeutico non ha validità scientifica, ed essa è considerata una pseudoscienza, priva di riscontri e fondamentalmente erronea. Tali caratteristiche ne fanno un caso di studio nell’insegnamento universitario e professionale, dove viene utilizzato come modello di teoria pseudoscientifica. Bandler ha sostenuto che gli esseri umani sono letteralmente programmabili: «Quando ho cominciato a usare il termine “programmazione” le persone si arrabbiarono veramente. Hanno detto cose come: “state dicendo che noi siamo come le macchine. Siamo esseri umani, non robot.”

Ciò che stavo dicendo veramente era proprio l’opposto. Siamo la sola macchina che può programmarsi. Siamo auto-programmabili. Possiamo impostare programmi deliberatamente progettati e automatizzati che funzionano da soli per occuparsi di noiose mansioni terrene, liberando così le nostre menti per fare altre cose più interessanti e creative

La PNL in Italia ha cominciato a diffondersi negli anni ’80, prevalentemente nel settore della formazione manageriale. Oggi, è una pratica che si occupa di vari aspetti dalla comunicazione umana e può essere utilizzata nell’educazione, nei processi di apprendimento, di negoziazione e vendita ed è strumento per l’esercizio della leadership e del team building. In ambito scolastico e formativo l’utilizzo della PNL è associato ad attività di ricerca e

sperimentazione di modelli di insegnamento e apprendimento, al rapporto tra docente ed alunni, alla possibilità di migliorare le proprie risorse interne (motivazione, interesse, curiosità) e, di conseguenza, produrre benefici anche nelle attività di orientamento scolastico e professionale.


Concetti fondamentali

L’idea centrale della PNL è che la totalità dell’individuo interagisce nelle sue componenti (“linguaggio”, “convinzioni” e “fisiologia“) nel creare percezioni con determinate caratteristiche qualitative e quantitative: l’interpretazione soggettiva di questa struttura dà significato al mondo. Modificando i significati attraverso una trasformazione della struttura percettiva (detta mappa, cioè l’universo simbolico di riferimento), la persona può intraprendere cambiamenti di atteggiamento e di comportamenti. La percezione del mondo, e di conseguenza la risposta ad esso, possono essere modificate applicando opportune tecniche di cambiamento.

La PNL ha tra i suoi scopi, quindi, l’obiettivo di sviluppare abitudini/reazioni di successo, amplificando i comportamenti “facilitanti” (cioè efficaci) e diminuendo quelli “limitanti” (cioè indesiderati). Il cambiamento può avvenire anche riproducendo (“modellando“) precisamente i comportamenti delle persone di successo allo scopo di creare un nuovo “strato” di esperienza (una tecnica chiamata modellamento).

Michael Heap

Michael Heap, in un articolo sulla PNL scritto nel 1988 per The Psychologist, la rivista mensile della Società Psicologica Britannica, riferiva di un’affermazione da lui ascoltata durante un seminario di PNL, secondo la quale problemi di pronuncia potevano essere eliminati in cinque minuti tramite un NLP Training Programme.

Bandler e Grinder, in The Structure of Magic (1975), scrissero che “Il (…) desiderio in questo libro non è mettere in discussione la qualità magica della nostra esperienza su questi stregoni terapeutici, ma piuttosto indicare che questa magia che compiono – psicoterapia… come altre attività umane complesse quali dipingere, comporre musica, o mandare un uomo sulla luna – ha una struttura ed è, quindi, imparabile, date le risorse adatte. Nostra intenzione non è nemmeno sostenere che leggere un libro può assicurare che abbiate queste qualità dinamiche. Non desideriamo in particolare rivendicare che abbiamo scoperto “il giusto” o il più potente approccio alla psicoterapia. Desideriamo soltanto presentare un insieme specifico di strumenti che ci sembrano essere impliciti nelle azioni di questi terapisti, in modo che possiate cominciare o continuare il processo infinito per migliorare, arricchire e ampliare le capacità che offrite per assistere le persone.


Il pensiero positivo può spostare le montagne!

Potrebbe sembrare una frase retorica, ma se provassimo a cambiare il nostro abituale modo di pensare, rivolgendo pensieri positivi, ci stupiremmo dei risultati. Il pensiero è potente e ci permette di catturare le energie intorno a noi e convogliarle in quello che è il nostro volere, il nostro desiderio. Quando il pensiero è positivo, si attirano energie positive, se è negativo si attirano solo pensieri e situazioni negative. Il desiderio di realizzare qualcosa, deve essere supportato da un pensiero positivo, tenace e costante, solo così si ha la possibilità di attirare a sé le forze in grado di aiutarci a perseguire e realizzare i nostri desideri. Spesso però, i nostri pensieri sono contaminati, anche non volendo, da quello che ci circonda, da reazione e comportamenti estremamente negativi e distruttivi.

Tutto in torno a noi è all’insegna della catastrofe, da cosa leggiamo sui giornali a quello che guardiamo alla televisione, a cosa sentiamo quando parliamo con la gente. Si potrebbe fare un elenco lunghissimo di cose negative; ci assale una profonda paura, incertezza, insicurezza, che non fa altro che renderci sempre più tristi e questo potrebbe farci involvere in una disperata situazione di non ritorno.

Ecco perché è estremamente importante sfoderare come una spada la nostra positività, pensando, parlando e agendo positivo, per contrastare l’inesorabile e devastante energia negativa che ci avvolge come una nube tossica e non ci consente di vedere l’azzurro del cielo. Uniamo dunque le energie positive ed armiamoci di buoni propositi, rivolgendo il nostro pensiero positivo anche all’esterno di noi, con amore e consapevolezza che gli altri sono fatti di “tanti uno”, quindi anche di noi.

Impariamo a pregare per cristallizzare ed incanalare i vortici di energie positive, atte a sconfiggere il male. È sempre più importante coinvolgere altre persone e stimolarle a pensare positivo, comprendendo che solo così si potranno contrastare tutte le situazioni, sia personali che dell’intera umanità, con la consapevolezza che è più vincente il bene che il male.

Certo, direte, in questo momento dove tutto è una catastrofe, dove la natura si sta ribellando, creando situazione sempre più devastanti, è difficili agire e pensare positivo. È proprio in questi momenti, che l’intera umanità deve creare un’immensa bolla di energie positive, unendo le forze per contrastare e combattere l’influsso negativo sempre più invasivo. Dobbiamo agire e non limitarci a piangere; quello che è successo dagli inizi di giugno in Sudan, dove una rivolta pacifica contro una dittatura è recentemente sprofondata nella violenza, facendo morire la speranza, lasciando tutti attoniti, con il nodo alla gola e un senso d’impotenza; questo si è somma a quelli che sono già i nostri momenti di panico e di insicurezza, creandoci una profonda tristezza e paura.

Questo porta a comportamenti sempre più depressi e negativi, prendendo questi episodi come una “scusa” per pensare negativo, alimentando sempre più la negatività nostra e di conseguenza dell’intera umanità. È veramente difficile quando il cuore è colmo di tristezza, di angoscia e di paura, rivolgere un pensiero positivo e fiducioso verso un futuro in grado di darci certezze e felicità, ma abbiamo il dovere di farlo.

Pensare positivo e agire in modo costruttivo, propositivo e collaborativo, oggi è l’unico modo per difenderci e combattere il male. Il pensiero positivo si cristallizza, attira e somma altri pensieri, diventando così, una grande energia che ci consentirà di reagire e contrastare tutto l’orrore e la sofferenza. L’amore e la preghiera, sono armi potentissime che, con il pensiero positivo e la volontà di combattere, ci aiuteranno a credere ancora nella potenza del bene.

La positività è la chiave per un’esistenza felice!

Diventa consapevole che sei unico! Ricorda che gli altri possono avere ciò che hai anche tu, ma non possono essere ciò che sei tu.


Fine


Spero che anche questo terzo articolo vi sia piaciuto e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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La Porta Alchemica.

(ENG)

la porta alchemica.

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Come vi accennavo la settimana scorsa, per qualche settimana ancora ci saranno questi articoli che esulano completamente dalle recensioni sui film che faccio di solito. Oggi parleremo di “Mystery” e di uno dei misteri più enigmatici degli ultimi secoli su un monumento che si trova nel cuore di Roma, ovvero della Porta Alchemica.

Spero questo secondo articolo riguardante il Mistery vi piaccia.


alcune delle meraviglie romane.

Tra le tante meraviglie romane ricolme di mistero e magia pervenute fino a giorni nostri, che siano monumenti completi e intatti o solo parte di essi o ancora solo delle rovine ricolme di storia, non tutti sanno che nel cuore di Roma,

i giardini di Piazza Vittorio Emanuele, dove si trova la porta alchemica

in uno dei quartieri più caratteri-stici della città, nei giardini di Piazza Vittorio Emanuele ll, pur essendo sotto gli occhi di tutti, si trova indisturbata una porta magica… La Porta Alchemica.


Introduzione

Massimiliano Savelli Palombara

La Porta Alchemica, detta anche Porta Magica o Porta Ermetica o Porta dei Cieli, venne edificata tra il 1655 e il 1680 dal marchese di Pietraforte Massimiliano Savelli Palombara, nella sua residenza, Villa Palombara.

La Porta Alchemica è l’unica sopravvissuta delle cinque porte di villa Palombara. Nel 1873 la Porta Magica fu smontata e ricostruita nel 1888 all’interno dei giardini di Piazza Vittorio, su un vecchio muro perimetrale della chiesa di Sant’Eusebio, e accanto furono aggiunte due statue del dio Bes.

come si presenta la porta dal 1888 fino ai giorni nostri.


La Leggenda

Secondo la leggenda, trasmessaci nel 1802 dall’erudito Francesco Girolamo Cancellieri, un pellegrino chiamato “Stibeum” (dal nome latino dell’antimonio), fu ospitato nella villa per una notte.

Giuseppe Francesco Borri.

Costui, identificabile con l’alchimista Francesco Giuseppe Borri, trascorse quella notte nei giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di riprodurre l’oro.

Il mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso la porta, ma lasciò dietro di sè alcune pagliuzze d’oro, frutto di una riuscita trasmutazione alchemica,

e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della pietra filosofale. Il marchese cercò inutilmente di decifrare il contenuto del manoscritto con tutti i suoi simboli ed enigmi,

finché decise di renderlo pubblico facendolo incidere sulle cinque porte di villa Palombara e sui muri della magione, nella speranza che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a comprenderli.



Gli alchimisti di Palazzo Riario

L’interesse del marchese Savelli di Palombara per l’alchimia nacque probabilmente per la sua frequentazione, sin dal 1656, della corte romana della regina Cristina di Svezia a Palazzo Riario (oggi Palazzo Corsini)

sulle pendici del colle Gianicolo, oggigiorno sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Cristina di Svezia era un’appassionata cultrice di alchimia e di scienza,

la quale venne istruita dal filosofo e matematico francese Cartesio, e possedeva un avanzato laboratorio gestito dall’alchimista Pietro Antonio Bandiera. A Palazzo Riario nacque un’accademia a cui si collegano i nomi di personaggi illustri del Seicento, come il medico esoterista di nobile famiglia milanese Giuseppe Francesco Borri,

Giovanni Cassini

l’astronomo Giovanni Cassini, l’alchimista Francesco Maria Santinelli e l’erudito Athanasius Kircher.

Dopo che la regina si convertì al cattolicesimo, abdicò al trono di Svezia e passò gran parte del resto della sua vita a Roma, dal 1655 fino alla sua morte avvenuta nel 1689.



I Simboli

I simboli incisi sulla porta alchemica possono essere rintracciati tra le illustrazioni dei libri di alchimia e filosofia esoterica in possesso del marchese Palombara.


In particolare il disegno sul frontone della Porta Alchemica, con i due triangoli sovrapposti e le iscrizioni in latino, compare quasi esattamente uguale sul frontespizio del libro allegorico-alchemico Aureum Seculum Redivivum di Henricus Madatanus.

Sul frontone della porta alchemica è rappresentato in una patacca il sigillo di Davide circoscritto da un cerchio con iscrizioni in latino, con la punta superiore occupata da una croce collegata ad un cerchio interno e la punta inferiore dell’esagramma occupata da un oculus: il simbolo alchemico del sole e dell’oro. Il fregio rappresenta un simbolo dei Rosacroce riportato in molti testi del Seicento e compare forse per la prima volta sul frontespizio del libro Aureum Seculum Redivivum.

I simboli alchemici lungo gli stipiti della porta seguono, con qualche lieve difformità, la sequenza dei pianeti associati ai corrispondenti metalli: Saturno-piombo, Giove-stagno, Marte-ferro, Venere-rame, Luna-argento, Mercurio-mercurio. Ad ogni pianeta viene associato un motto ermetico, seguendo il percorso dal basso in alto a destra, per scendere dall’alto in basso a sinistra, secondo la direzione indicata dal motto in ebraico Ruach Elohim. La porta si deve quindi leggere come il monumento che segna il passaggio storico del rovesciamento dei simboli del cristianesimo essoterico verso il nuovo modello spirituale che si stava sviluppando nel Seicento.



Epigrafi

Sia nella villa che nella Porta stessa vi erano presenti delle epigrafi. Anche se Villa Palombara non esiste più, alcuni scavi hanno portato alla luce “le epigrafi scomparse” della villa. Un esempio:

VILLAE IANUAM TRANANDO RECLUDENS IÀSON OBTINET LOCUPLES VELLUS MEDEAE. 1680

  • Oltrepassando la porta di questa villa, lo scopritore Giasone (cioè il pellegrino alchimista) ottiene vello di Medea (oro) In gran copia 1680.

AQUA A QUA HORTI IRRIGANTUR NON EST AQUA A QUA HORTI ALUNTUR

  • L’acqua con la quale i giardini sono annaffiati non è acqua dalla quale sono alimentati.

CUM SOLO SOPHORUM LAPIS NON SALE ET DATUR SOLE SILE LUPIS

  • Accontentati (sile) del solo sale (cioè del sapere) e del sole (cioè della ragione).

QUI POTENTI HODIE PECUNIA NATURAE ARCANA EMITUR SPURIA REVELAT NOBILITAS SED MORTEM NON LEGITIMA QUAERIT SAPIENTIA

  • Chi svela gli arcani della natura al potente (alla persona influente) cerca da sé stesso la morte.


Epigrafi sul rosone       

TRIA SUNT MIRABILIA DEUS ET HOMO MATER ET VIRGO TRINUS ET UNUS.

  • Tre son le cose mirabili: Dio e uomo, Madre e vergine, trino e uno.

CENTRUM IN TRIGONO CENTRI

  • Il centro (è) nel trigono del centro.


Epigrafi sull’architrave

רוח אלהים (RUACH ELOHIM)

Spirito divino.

HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHICAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON

  • Il drago esperio custodisce l’ingresso del magico giardino e, senza (la volontà di) Ercole, Giasone non potrebbe gustare le delizie della Colchide.


Epigrafi sulla soglia

SI SEDES NON IS

  • Il motto può essere letto da sinistra a destra : “Se siedi non vai“; e da destra a sinistra: “Se non siedi vai “.

EST OPUS OCCULTUM VERI SOPHI APERIRE TERRAM UT GERMINET SALUTEM PRO POPULO

  • È opera occulta della vera persona saggia aprire la terra, affinché faccia germogliare la salvezza per il popolo.


Epigrafi sullo stipite della porta

FILIUS NOSTER MORTUUS VIVIT REX AB IGNE REDIT ET CONIUGIO GAUDET OCCULTO

  • Nostro figlio, morto, vive, torna re dal fuoco e gode del matrimonio occulto.

SI FECERIS VOLARE TERRAM SUPER CAPUT TUUM EIUS PENNIS AQUAS TORRENTIUM CONVERTES IN PETRAM

  • Se avrai fatto volare la terra al di sopra della tua testa con le sue penne tramuterai in pietra le acque dei torrenti.

DIAMETER SPHERAE THAU CIRCULI CRUX ORBIS NON ORBIS PROSUNT

  • Il diametro della sfera, il tau del circolo, la croce del globo non giovano alle persone cieche.

QUANDO IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLUMBAS TUNC VOCABERIS SAPIENS

  • Quando nella tua casa neri corvi partoriranno bianche colombe, allora sarai chiamato sapiente.

QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM

  • Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa.

AZOT ET IGNIS DEALBANDO LATONAM VENIET SINE VESTE DIANA

  • Azoto e Fuoco: sbiancando Latona, verrà Diana senza veste.


Cultura di massa:

Come in molti dei casi riguardanti il mistero, che sin dall’origine del mondo, esso attrae sempre più persone per questo suo lato oscuro e che aspetta solo di essere svelato, e questo fatto ispira, o per meglio dire spinge, varie persone a scrivere libri o a produrre documentari, o ancora citazioni in film o giochi, sia sull’oggetto in sé che sul suo possessore. Qui sotto ve ne riporto alcuni esempi:

Filmografia:

Nel celebre film L’anno mille diretto da Diego Febbraro, il monumento funge da portale tra il Medioevo e la Roma contemporanea;


Nei primi livelli del videogame Tomb Raider: Chronicles – La leggenda di Lara Croft, la protagonista Lara Croft visita Roma alla ricerca della Pietra Filosofale; per trovarla deve cercare di aprire la Porta Magica;


Bibliografia:

The Porta Magica – Rome”. The Journal of American Folk-Lore 8 (28): pp. 73–78 di Henry Carrington Bolton. È il primo studio moderno sul monumento, con notevoli imprecisioni nella trascrizione e traduzione delle iscrizioni.

La Porta Magica di Roma: studio storico” di Pietro Bornia, dapprima pubblicato nella rivista di studi metapsichici ed esoterici Luce ed Ombra (1915), successivamente pubblicato come estratto e più volte ristampato.

Il Segno del Messia: l’enigma svelato – L’Olismo Originario, la Porta Alchemica e l’archeoastronomia, Battaglia Terme” (2012) di Teodoro Brescia.

La Porta Ermetica.” (1979) di Luciano Pirrotta.

La Porta Magica. Luoghi e memorie nel giardino di piazza Vittorio.” (1990) di Nicoletta Cardano.

 “Gli Argonauti a Roma. Alchimia, ermetismo e storia inedita del Seicento nei Dialoghi eruditi di Giuseppe Giusto Guaccimanni.” (2014) di Maria Fiammetta Iovine.

La porta magica di Roma simbolo dell’alchimia occidentale.” (2015) di Mino Gabriele.

La Porta Ermetica di Roma. Un itinerario spirituale fra simbolismo e alchimia.” (2015) di Nuccio D’Anna.


Su Massimiliano Palombara

“Marchese Massimiliano Palombara, La Bugia: Rime ermetiche e altri scritti. Da un Codice Reginense del sec. XVII” (1983) a cura di Anna Maria Partini.

“Il giardino di Hermes: Massimiliano Palombara alchimista e rosacroce nella Roma del Seicento. Con la prima edizione del codice autografo della Bugia” di Mino Gabriele, 1986.

“Massimiliano Palombara filosofo incognito. Appunti per una biografia di un alchimista rosacrociano del XVII secolo” di Maria Fiammetta Iovine, 2016.


Fine


Spero che anche questo articolo vi sia piaciuto e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Andrew Phillip Cunanan – L’uomo che uccise Versace.

(ENG )

Darren Criss nei panni di Andrew Cunanan in un frame della serie tv della FOX.

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Come potete ben leggere dal titolo, oggi parleremo di “Crime” e del caso di Andrew Cunanan e dell’assassinio di Gianni Versace. So bene che questo tipo di articolo esula completamente dagli articoli che spesso faccio sulle recensioni dei film che vedo, ma ho deciso di pubblicare con cadenza settimanale un “trittico” di articoli riguardanti tre argomenti diversi, dato che, in primis, devo scriverli e pubblicarli per un progetto universitario, insieme a questo blog, e poi per non lasciarvi senza materiale per un po’ di tempo, nel frattempo che completo e rifinisco la mia recensione sul film “Ted Bundy – Fascino Criminale ”, che molti di voi hanno richiesto a gran voce rispondendo al sondaggio fatto su IG.

Spero questo primo articolo riguardante il Crime vi piaccia.


la Vita

Andrew Phillip Cunanan nasce a National City, 31 agosto 1969. È stato un serial killer statunitense. Il 12 giugno del 1997 era stato inserito dall’FBI nella lista dei ricercati più pericolosi degli Stati Uniti.



Andrew e suo padre Modesto Cunanan

Andrew è il più giovane dei quattro figli ed ha origini italiane-americane da parte di madre, Mary Ann Schillaci e filippine da parte di padre, Modesto Cunanan.

Andrew e sua madre Mary Ann Schillaci

Cresce nel “quartiere bene” di Rancho Bernardo, a nord della città di San Diego. Ha frequentato la blasonata “Bishop’s School ”. Ben presto, però, manifesterà comportamenti aggressivi nei confronti di altri studenti.

Nel 1987 le cose si aggrava. Durante una discussione con la madre, lui la sbatte contro un muro,

provocandole la dislocazione di una spalla; successivi esami sul suo comportamento indicano che possa aver sofferto di psicopatia e un disturbo di personalità caratterizzato da una mancanza anormale di empatia.




Gli omicidi

copertina di un giornale di gossip americano

La sua carriera criminale si concentra tutta nei suoi ultimi tre mesi di vita del 1997. Per ragioni non chiarite, si trasforma in un feroce assassino, uccidendo alcuni dei suoi amanti più intimi: probabilmente, per il verificarsi di un tale epilogo ha avuto un ruolo centrale il fatto che egli fosse caduto nella dipendenza da cocaina ed eroina.



Il primo omicidio avviene verso la fine di aprile: massacra a colpi di martello sul cranio l’amico Jeffrey Trail, 28 anni.



Il 3 maggio colpisce per la seconda volta. Questa volta, invece, fredda con un calibro 40 l’architetto David Madson di 33 anni.


In seguito si sposta a Chicago, dove colpisce nuovamente. Qui, si supera e subentra il suo sadismo, perché tortura – fino a uccidere – il settantaduenne Lee Miglin, un costruttore edile della zona.


Giorni dopo, colpisce ancora. Per rubare una macchina, uccide William Reese, il guardiano di un cimitero militare di Pennsville: infatti sarà il pick up rosso di Reese a portarlo in Florida.



Il 15 luglio è a Miami, dove il quintetto dei suoi omicidi si conclude, e dove, con un colpo di pistola, uccide ancora: questa volta la vittima è lo stilista Gianni Versace, freddato in pieno giorno davanti alla porta della sua residenza.




L’epilogo

La sua vita termina in una casa galleggiante, la notte del 23 luglio 1997. La presenza di Andrew all’interno dell’imbarcazione (proprietà di un piccolo truffatore) è segnalata da un custode che, avendo udito dei rumori provenire dal natante, avverte solertemente la polizia locale. L’intervento tempestivo mobilita più di sette unità, fra le quali vi sono la guardia nazionale, i vigili del fuoco e l’FBI.

Arrivati sul posto, l’imbarcazione con all’interno Cunanan, viene circondata e per fare uscire il ricercato allo scoperto vengono lanciati dei fumogeni, ma non si ottengono risultati. Seguono momenti di attesa silenziosa.

Holy Cross Catholic Cemetery di San Diego.

Quando, infine, si decide di fare irruzione, la polizia rinviene il corpo esanime del criminale. Cunanan si uccide, sparandosi un colpo in bocca con un calibro 40. Le sue ceneri vennero interrate nel Mausoleo di Holy Cross Catholic Cemetery di San Diego, California.




Come in molti dei casi giudiziari riguardanti dei serial killer, molti registi, scrittori, criminologi, psicologi e molte altre figure ancora, cercando di usufruire, (o per meglio dire “sfruttare“), della momentanea fama del caso giudiziario di un qualsiasi criminale in questione, vengono scritti libri o prodotti documentari, o ancora serie tv e film. Qui sotto ve ne riporto alcuni:


Filmografia:

Démoniaques“, (2007) stagione 2 episodio 1, (un prodotto Discovery Channel FR);

Fashion Victim: The Killing of Gianni Versace“, un documentario in lingua inglese di James Kent (2001);

City Confidential “, un documentario in inglese dell’emittente A&E Television Networks (1998); in seguito, la stessa emittente fece un ennesimo documentario chiamato: “Andrew Cunanan Biography” ;

Nel 2018 si è ritornati a parlare di Cunanan nella serie tv “American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace“(“American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace“), una serie televisiva antologica statunitense trasmessa dalla rete via cavo Fox Crime.


Bibliografia:

  • Gary Indiana, “Tre mesi di febbre. Storia del killer di Versace“, Textus, L’Aquila 2005;
  • Wensley Clarkson, “Death at Every Stop: The True Story of Alleged Gay Serial Killer Andrew Cunanan the Man Accused of Murdering Designer Versace“, 1997 (St. Martin’s True Crime Library);
  • Maureen Orth, “Vulgar Favors: Andrew Cunanan, Gianni Versace, and the Largest Failed Manhunt in U.S. History“, (2000).

Fine


Spero che questo articoli vi sia piaciuto e se cosi fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Dumbo – recensione film.

Salve a tutti e benvenuti in questa mia nuova recensione del live action Disney “Dumbo”. Spero vi piaccia e buona lettura. (ENG)

locandina del film.

Trama:

Stati Uniti d’America, 1919. Holt Farrier, ex star del circo Medici, ritorna dalla prima guerra mondiale per poter iniziare una nuova vita con i suoi figli Milly e Joe. Purtroppo, quando Holt ritorna a casa, ritrova la sua vita messa a soqquadro, in quanto, avendo perso un braccio nella guerra, non potrà più fare le sue acrobazie da circo con i suoi cavalli. Fortunatamente, Max Medici, il direttore del circo, dà un altro lavoro a Holt: occuparsi del nuovo animale del circo, un elefante indiano.

Pochi giorni dopo, l’elefante dà alla luce un cucciolo, il quale nasce con delle orecchie troppo grandi. Quella sera stessa, si terrà un’esibizione del circo, e per evitare che il cucciolo venga deriso, Medici copre le sue orecchie. Tuttavia, quando il cucciolo cerca di prendere una piuma, la copertura salta, e tutti i presenti lo deridono. La madre, presa dalla rabbia, attacca gli ospiti cercando di difendere il suo cucciolo, che presi dalla paura, scappano e l’elefante distrugge accidentalmente un tronco che teneva su la tenda, e questo provoca la morte di Rufus Sorghum, il frustatore. Per questo motivo, Medici intende ridare indietro l’elefante da chi lo ha comprato, e tenere il cucciolo per sé.

Milly e Joe fanno visita al cucciolo, che decidono di chiamare Dumbo, e scoprono che Dumbo ha la capacità di volare grazie ad una piuma, ed è per questo che decidono di sfruttare il suo talento per aiutare il circo, ora in una situazione grave.

La sera successiva il circo dà un altro spettacolo nel Missouri e Dumbo fa la sua prima apparizione come elefante volante

dopo essere rimasto incastrato su un palazzo in fiamme. Le voci cominciano a volare, e quando V. A. Vandevere, un potente imprenditore, e Colette Marchant, un’artista trapezista francese vengono a sapere della notizia, si recano da Medici e invitano lui e il suo circo a Dreamland, un parco costruito da Vandevere pieno di giostre e di divertimento, e qui cercheranno di rendere Dumbo una star.

Il giorno dopo, Vandevere organizza una grande esibizione del circo, in cui Colette volerà su Dumbo da un’altissima torre. Tuttavia, gli uomini di Vandevere si sono dimenticati di mettere le reti sotto la torre, e Colette cerca di far volare lei e Dumbo grazie alla piuma che Milly e Joe le hanno dato.

Quando però Dumbo sente la voce della madre nelle vicinanze, fa cadere Colette, che viene salvata da Holt, e scappa alla ricerca della madre, che si trova in un’area del parco, l’Isola dell’Incubo. In seguito, Vandevere ordina ai suoi uomini di uccidere la madre di Dumbo, in modo che l’elefantino non si distragga più. Ma Sotherby, il maggiordomo di Vandevere, accortosi della crudeltà del suo signore, lo tradisce avvertendo Holt, Colette e il resto del circo (che è stato licenziato da Vandevere) sul suo piano.

Holt organizza così un piano di salvataggio: mentre Dumbo e Colette cercheranno di distrarre il pubblico, il circo entrerà sull’Isola dell’Incubo, riuscendo ad ingannare gli scagnozzi di Vandevere e a salvare la madre di Dumbo. In seguito, Dumbo e Colette riescono a scappare con l’aiuto di Holt, e a entrare nella piattaforma principale, e sabotano l’elettricità.

Vandevere cerca di ripristinarla, ma accidentalmente provoca un incendio che distrugge tutta Dreamland. Nel frattempo, Colette e Dumbo raggiungono il resto del circo e la madre dell’elefantino, ma quando capisce che Holt e i suoi figli sono ancora rimasti a Dreamland che sta per esplodere, Dumbo li raggiunge e li salva.

In seguito, Dumbo saluta i suoi nuovi amici e si trasferisce insieme alla madre nella giungla. Medici rompe il suo accordo con Vandevere e dà inizio al circo della famiglia Medici, nuovamente con i suoi compagni, Colette, Holt e i suoi figli.




Commento personale

Il film, vederlo o meno? ASSOLUTAMENTE SIIII!!!!!

Ad essere del tutto sincero non ero sicuro di vederlo questo film, perché pensavo tra me e me che sarebbe stato un po’ infantile, che sicuramente non avrebbe aggiunto o tolto niente di nuovo alla storia narrata sempre dalla Disney in versione animata, però ovviamente mi sbagliavo.

Dumbo” è l’adattamento live-action dell’omonimo 4° film Disney d’animazione del 1941, a sua volta adattamento della storia di Helen Aberson e illustrata da Harold Pearl. È piuttosto fedele alla favola della Anderson, ma dagli anni ’40 sono cambiate molte cose: perciò questo adattamento live-action differisce dal cartone animato in vari punti, aggiungendo situazioni e personaggi completamente nuovi, ma sono stati lasciati gli insegnamenti del Dumbo originale, che scopriremo sono universali e sempre validi. Inoltre questo live-action rettifica qualcosina e aggiunge qualche insegnamento in più. Qui, come allora, Dumbo è un elefantino con degli occhioni azzurri e delle orecchie enormi, a causa delle quali viene preso in giro da tutti, e viene considerato incapace di lavorare nel modesto circo del buffo Max Medici.

Tim Burton non ha bisogno di presentazioni. Con Disney ha a che fare da moltissimo tempo, visto che all’inizio della sua carriera ha lavorato anche come uno dei suoi animatori. È un regista che ha sempre avuto una vena artistica molto vivace, ma anche molto creepy, ma al tempo stesso favolistica; e basti pensare ai suoi film, come BATMAN, Edward mani di forbice, Big Eyes,

Il Mistero di Sleepy Hollow e molti altri ancora, fino ad arrivare a Dumbo. Alcuni suoi lavori sono più ispirati di altri, in alcuni ha avuto la possibilità di mostrare tutto il suo estro cupo e creativo, come ne “La Sposa Cadavere”;

altre, invece sono più commerciali e soggette alle regole delle grandi major, come “Alice in Wonderland” (2010).

Infatti, del suo estro, in Dumbo non c’è granché in realtà; troviamo solo qualche dettaglio in alcuni marchingegni e parti di scenografia.

Anche questa volta la Disney ha colpito il Jackpot! Non c’è niente da fare! L’accoppiata Tim Burton, Eva Green, Danny Devito, Michael Keaton e Colin Farrell è stata vincente, ma non solo per loro che sono gli attori principali, ma anche per gli altri attori con ruoli minori o meno. Tim Burton è un genio, riesce a portarti nella storia che vuole narrarti in modo tutto suo, in un modo particolare. Anche se in questa storia non vi sono temi particolari, come nel film “La Sposa Cadavere”, in cui vi è appunto una sposa cadavere che ritorna dal mondo dei morti, qui non c’è niente di tutto ciò, ma il tutto viene narrato con una certa realtà e al tempo stesso magia, con una certa dolcezza tipica delle favole; ma è anche quella la mossa vincente del film stesso. Inoltre, Burton ci riporta in quel magico e a volte cattivo, ma al contempo nel meraviglioso e incantato mondo circense. Il tutto è un insieme di magia, spettacolarità, dolcezza, amore, perdita, gioia, dolore, nuovo e antico… e tanto altro ancora.

Riesce nel suo intento di unire il “vecchio”, l’antico, il passato con il presente, con l’innovazione, con il futuro, dando anche dei volti a queste due “fazioni” opposte, la prima è rappresentata da Devito, che a sua volta rappresenta il bene e la seconda è rappresentata da Keaton, che rappresenta il male, il cattivo.

Questo film non mi ha né deluso profondamente, ma nemmeno sorpreso particolarmente, perché fondamentalmente è un film scritto per un pubblico di piccini, firmato da una Disney molto cristallina, molto scintillante, molto “politically correct”, molto per i bimbi insomma. C’è un fan service molto sfrenato e molto apprezzato, che verrà apprezzato ancora di più da chi è cresciuto con il DUMBO d’animazione del ’41. Ma in generale, così come l’originale era scritto nello stile dell’epoca, per certi versi, oggi, anche discutibile, per un pubblico di piccini quali eravamo; anche questa nuova versione modernizzata ha un linguaggio ed uno stile narrativo dedicato ai più piccoli: di conseguenza, la regia segue questo stile. Ci sono molte soggettive di Dumbo: ad esempio, le scene d’azione sono cadenzate in modo didascalico, ci lasciano vedere ogni singolo personaggio in scena, uno per uno, la sua reazione che si alterna a quella degli altri personaggi ad un ritmo ad un ritmo andante, ma non frenetico, ma anche molto ordinato, così che non ci si perda nulla di ciò che sta avvenendo. Gli animali non parlano come nel cartone animato, ma hanno un evidente intelligenza superiore, un’intelligenza emotiva anche molto sviluppata e umana.

Gli attori, esclusi i bambini che non dimostrano chissà quale grande capacità attoriale, recitano tutti in modo un po’ macchiettistico e plateale, però non in senso negativo, ma bensì ad arte, proprio come si recita per un pubblico di più piccoli, nel senso che sono molto espressivi, didascalici: la gioia è gioia, la rabbia è rabbia, la tristezza è tristezza e così via; così il film comunica bene con i più piccoli, ma è anche una caratteristica tipica dei personaggi circensi; anche a livello di scrittura, i concetti si è deciso di spiegarli in maniera diretta e molto semplice, di conseguenza logica, rende tutti i personaggi un po’ bidimensionali, diciamo. Anche i personaggi cattivi non hanno luci e ombre, ma sono disegnati in maniera negativa perché compiono le azioni negative e il karma poi li punirà.

Milly: si può rappresentare come un personaggio di rilievo nella rappresentazione innovativa perché è una bambina che ha un sogno molto diverso; Joe: di lui non si può dire altrettanto. Sembra un personaggio abbozzato, ma non “concluso”. A volte sembra un accessorio di Milly, e non suo fratello minore. I due fratellini ricordano un po’ la versione giovane degli orfanelli Klaus e Violet Boudlaire, dalla saga di “Una Serie di Sfortunati Eventi”, soprattutto Milly, ma la loro relazione di fratello e sorella è completamente diversa, è quasi inesistente e purtroppo Joe è molto in penombra come personaggio rispetto alla sorella, il quale non viene sviluppato in nessun modo ed è davvero un peccato. Holt Farrier: papà che anche lui avrà una crescita nel corso della storia, sia con sé stesso che nel rapporto con la piccola Milly. Lui ha perso due cose molto importanti nella sua vita e dovrà rimboccarsi le maniche per ricostruire tutto da zero, sia la sua carriera che la sua famiglia. Ma soprattutto dovrà imparare e conoscere veramente Milly, che a sua volta lo ispirerà a superare i suoi limiti.

Colin Farrell è davvero un ottimo attore ed è molto carismatico. Il suo modo di recitare è molto cupo e appassionato.

Eva Green, che intrepreta Colette, una trapezista francese, è a dir poco meravigliosa! È un’attrice fantastica e bella come una dea. Ho molto apprezzato la sua espressività, molto spiccata in questo film, così come in Miss Peregrine, molto teatrale, molto circense. Come tutti gli altri è un personaggio semplice, funzionale, “minore”.

Danny DeVito è Max Medici ed il suo personaggio darà il meglio di sé soprattutto nella prima parte del film. Anche lui molto teatrale, buffo e divertente, che interpreta battute ironiche e molto semplici e innocenti che faranno sicuramente ridere i più piccoli, ma non solo.

Michael Keaton è un fiore all’occhiello di questo film. Rappresenta il cattivo principale, Mr. Vandevere, ed è così odiosamente bravo. Ci mette tutte le sue capacità recitative e teatrali, e comico-caricaturali nel dipingere questo personaggio che sembra un vero e proprio cattivo dei cartoni animati in carne ed ossa.

Dumbo in una scena del film.

Dumbo, la nostra indiscussa star, interamente creato in computer grafica, è di una dolcezza infinita. Il suo design riesce ad essere ancora più dolce e adorabile del piccolo e tenero baby Groot (da “I Guardiani della Galassia”). Se già vi aveva intenerito nel film d’animazione, questo Dumbo vi commuoverà quasi ad ogni scena. E nella scena in cui viene truccato da pagliaccetto è di una tenerezza sconfinata.

Il film è cristallino: non ci sono doppie letture, niente sottintesi, né cose nascoste fra le righe e né cose ‘non dette’ e da comprendere solo con le azioni; il tutto è molto detto, diretto, dichiarato! Il film è stato adattato per un pubblico adulto esclusivamente quando si parla di “fan-service”, perché ci sono tantissime scene che sono state rigirate e rigirate in modo identico al film d’animazione, il che farà venire ai più affezionati molta nostalgia. Nonostante noi siamo cresciuti, è giusto che questa favola venga “regalata” alle nuove generazioni, perché può ancora farle sognare, aggiungendo una giusta “rimodernata” qui e lì, proprio come è stato fatto.

C’è di più: il Dumbo come noi lo ricordiamo, si concentra soprattutto nella prima parte del film, mentre nella seconda parte del film la storia prende dei nuovi e diversi percorsi. Vengono eliminati alcuni personaggi, ma ne sono stati aggiunti tantissimi altri di nuovi: parliamo di una Disney aggiornata al 2019, è tutto molto “politically correct”, è tutto giusto, pulito e fresco; ma ciò non snatura e né cancella, in alcun modo, quei temi principali e “sempre verdi” del Dumbo originale.

locandina italiana de “Lo Schiaccianoci e i Quattro Reami“.

Mi sono molto piaciuti i riferimenti che la Disney stessa mette nei suoi film, quelli di riferimento ad altri suoi film, facendo strizzare l’occhio a coloro che sono amanti della suddetta. Mi è piaciuto il modo in cui è stata caratterizzata la piccola Milly, mi ha ricordato una più giovane, ma al contempo, brillante Clara (dal “Lo Schiaccianoci e i Quattro Reami”), questa bambina che nonostante sia cresciuta in un circo, circondata dalla sua “Famiglia Circense”, al tempo stesso vorrebbe essere ricordata, come lei stessa dice ‘per le sue scoperte’; ho davvero apprezzato questo rimando al film prima citato, perché vi è un simile rapporto padre-figlia. Queste due figure, da una parte un padre che cerca di mantenersi e di mantenere anche la sua piccola nella realtà, con i piedi per terra e far capire che la vita non è tutta rose e fiori; dall’altra troviamo una bambina che nonostante questo padre, all’inizio, non le da corda, ma a parte questo è determinata in quello che decide di fare, in quello che vuole diventare; questa bambina che nonostante tutto sin dall’inizio del film si dimostra una futura scienziata, un bambina che guarda oltre le apparenze e le difficoltà. Un’altra cosa che ho apprezzato è una battuta che Danny Devito dice poco dopo l’inizio del film: “Perché a me! Perché a me!”, che mi ha subito rimandato ad Izma, la cattiva de “Le Follie dell’Imperatore”.




Costumi, trucco e parrucco.

Costumi:

Il live-action Dumbo di Tim Burton può farti piangere o meno come il classico animato del 1941, ma è difficile ignorare gli incredibili contributi dello scenografo Rick Heinrichs e del costumista Colleen Atwood, soprattutto di quest’ultima.

Per questo film i costumi sono molto semplici, almeno nella prima metà del film, perché i personaggi che per primi ci vengono presentati sono appunto coloro che vivono e fanno parte del circo di Max Medici, un circo non molto ricco, ma anzi al contrario, dove si fa molta fatica ad andare avanti con le varie spese che il circo rappresenta, tra cui le varie licenze territoriali, ma anche la prima guerra mondiale e la mancanza allo stesso tempo di una delle sue star che stava al fronte, la morte di alcuni personaggi o ancora “l’antichità” del circo stesso, senza un minimo di cambiamento o innovazione e tanto altro ancora, e a questo proposito, anche i suoi “abitanti” non sono molto benestanti, anzi non lo sono affatto.

Gli abiti indossati da questi primi personaggi rispecchiano quelli indossati all’epoca, sia per epoca che per il mondo circense in cui vivono. Gli uomini indossano spesso i tipici vestiti dei primi del ‘900, ovvero pantaloni dal cavallo alto, camicia bianca e gilet, e ciliegina sulla torta, un semplice e consumato foulard da uomo a completare il look oppure il collo viene lasciato libero, ma i look non sono solo questi, ma variano di colore e fantasia e tessuti, seppur “poveri”; anche se alcuni personaggi hanno uno stile tutto loro, come il domatore di serpenti, che indossa un turbante e degli abiti tipici della cultura indiana o araba.

Anche le donne indossano questi abiti che rispecchiano il secolo scorso, con queste gonne lunghe e a ruota, stile un po’ gitano, e sopra una camicetta che lascia scoperti un pochino il seno e le spalle, il tutto completato da un fiore messo tra i capelli raccolti in uno chignon laterale, ma non solo. Esse indossano anche abiti che sono un pezzo unico, ma corti poco dopo il ginocchio e altro ancora. Alcuni abiti con qualche particolare in più, altri in meno, alcuni più moderni, altri meno. Inoltre, anche i costumi dei bambini sono molto interessanti sotto questo aspetto.

È interessante perché essi sono poveri, non hanno molti vestiti, allora le persone lavavano e stiravano i loro vestiti ogni giorno e indossavano la stessa cosa ogni volta, e mi è piaciuta l’idea di non renderli “troppo belli”, farli sembrare vissuti, ma nonostante ciò, avere qualche piccolo dettaglio che aiuti a riconoscere i vari personaggi.

Ci sono anche altri costumi che sono particolari, così come il costume della sirena. La gente prova sempre a far sembrare le persone grandi, piccole, e per farla sembrare più grande si è dovuto allargare i suoi fianchi per ottenere la forma di pesce in modo amatoriale e fare il buco alle caviglie più piccole.

Una delle scene che ricrea il film d’animazione originale ha visto Dumbo esibirsi con i clown “pompieri”. Quei costumi in particolare, risaltano così fortemente. Quella scena è stato l’omaggio al film d’animazione da parte della Atwood. Il cappello grande sul piccolo e il cappellino sul grande. Il tipo di cose molto semplici, ampie e da clown. I cappotti erano del colore di quel genere di orribile giallo biliare dei vecchi cappotti. Viene messe un bel po’ di sporcizia su di essi e roba del genere, quindi è un po’ macchiato, in modo da non ottenere troppa differenza di quel colore giallo, che è abbastanza forte.

Un cambiamento, se così si può dire, in ambito di abiti/costumi avviene nella seconda parte del film, quella ambientata nel circo più ricco, tecnologico e innovativo di DREAMLAND, in cui vecchi spettacoli circensi ed innovazione si mescolano per dar vita al sopracitato parco divertimenti. In questa seconda parte, appunto, conosciamo, tra i tanti, il personaggio di Colette Charmant, musa e star del circo DREAMLAND, i quali costumi di scena soprattutto, sono più elaborati, belli, eleganti, particolari e di buona fattura, quasi quasi come se fossero dei piccoli pezzi d’arte. Questi abiti variano per stile, colore e texture, e sono uno più bello dell’altro.

Anche quelli rappresentati dalla controparte maschile, rappresentata da Vandevere, non sono da meno. I suoi look sono dei frac molto eleganti, sempre impeccabili, maggiormente di colori scuri satinati, di materiali pregiati, costosi, ricchi, contornati da un foulard da uomo sapientemente abbinato e sistemati, o da un papillon, ed in fine completati da un bastone da passeggio sempre diverso;

per non parlare dei fazzoletti da taschino, anelli, collane, gemelli alla base delle maniche delle sue camicie.

Per quanto riguarda gli altri uomini, suoi collaboratori, anche qui troviamo l’eleganza e l’impeccabilità, vestiti anch’essi di nero quasi come se fossero dei suoi servi; tuttavia, alcuni differiscono dal classico smoking nero, sia per genere che per colore.

I costumi in questo film sono semplicemente magnifici, e mi piace l’intera estetica del circo. La Atwood ha messo sicuramente del suo nel creare tutti i costumi, ma ha dato ad ogni personaggio principale uno stile particolare cose se l’abito in sé lo/la rappresentasse. Per il look di Colette, la celebre costumista Colleen Atwood si è ispirata alle attrici del muto, sia per le scene in cui ha i capelli castani, che per le sequenze nelle quali indossa una parrucca rossa. In queste ultime, l’attrice ci fa pensare a una creatura uscita da un romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Tutto nel suo look, quando la si incontra per la prima volta, ci dice molto sul suo personaggio perché, non si sa molto sul suo conto, e quando entra in scena con quegli abiti e subito si rimane di stucco: “Oh, è così elegante in quel che sta facendo.” Lei è una performer. Questa è una delle cose grandiose che i costumi fanno è che lei può pure non dire niente, ma tu sai lo stesso qualcosa su di lei all’istante, grazie solo a quello che sta indossando in quel momento quando entra in scena.

I costumi che riguardano gli abiti di scena o gli abiti lunghi di Eva sono incredibili. Gli abiti sono tutti cuciti a mano. Il primo in oro e argento. Il primo sembra stia quasi alludendo un po’ al agli anni ‘20. È stata usata una sorta di stampa arte deco sulle forme di paillettes, perché quando “veniamo portati ” a New York c’era un po’ più influenza di quel tipo di modernità. Il secondo abito, che è molto più vittoriano nel sentimento, con le increspature e cose del genere. Il suo bavaglio ricade dalla gonna, così è stato usato questo tessuto di alluminio e nylon molto leggero, un tessuto molto moderno, mescolato con attrezzi per le gonne, solo per tenerlo in modo che quando cadeva non si aggrappasse a terra, tipo in modo che potesse galleggiare.

È stata presa una licenza artistica con alcuni dei materiali usati, ma si è cercato di mantenere questo tipo di forma e l’esattezza a quel tipo di corsetteria dei primi del ‘900.

Non sono sicuro siano gioielli o cristalli o quello che ha fatto, ma è meraviglioso.

Questo abito è un misto di piccole pietre minuscole e paillettes davvero minuscole perché non si possono vedere bene, ma ci sono. È un po’ sporco, come i vecchi strass, sono state sbriciolate in pezzetti, quindi non era così palesemente come se là fuori fosse una cosa di cristallo. Sembra che se si strizza un po’ l’occhio, sembra quasi una specie di magia, come quando sei un bambino e guardi qualcosa che ha questa cosa.

Il personaggio di Eva appare tre volte in un corpetto. Quando la vediamo per la prima volta durante le prove, anche lei ne indossa uno, o una specie. Un corpetto nero, stretto e costrittivo. Una specie di danza precoce.

Ma quello è un vero corsetto per le prove da circo, che è una cosa a righe con queste cinghie di cuoio. Era una sorta di ideale per dimostrare che aveva un po’ paura di arrampicarsi su un elefante e cavalcarlo. Quindi, era più protezione e anche una cosa di restrizione. C’erano posti in esso per agganciare cavi e cose del genere, quindi se si scendeva dall’elefante non si atterrava solo.

Questo è ciò che Colette indossa quando viene a Dreamland, e c’è questa enorme parata circense con circa 100-200 artisti, e ci sono state circa 600 comparse. Per le guardie che ci sono, le loro uniformi sono basate sulle uniformi dell’Esposizione Universale. I costumi della folla sono reali al 90%. Sono stati usati costumi veri mischiati a delle riproduzioni e si è fatto ciò per adattarli ai corpi moderni, perché gli originali non sono adatti a molte persone.

Nell’ultima sequenza del film, dopo la “scena degli elefanti rosa”, in cui vi è il gioco di luci multicolore pastello, bolle di sapone, una melodia incalzante ed un gruppo di ballerini che mettono in scena una sequenza chiamata “la torta a strati”, Colette è pronta a fare il suo show “tra le nuvole” e indossa questo abito rosso con una ampia gonna aperta sul davanti con uno strascico, che poi scopriremo sarà composto da due pezzi ben distinti.




Trucco e parrucco

Anche per questa categoria, si deve fare la differenza tra la prima parte e la seconda del film.

Nella prima parte del film, così come per i costumi, anche per il trucco e il parrucco, il tutto è molto semplice, lineare, netto. Né gli uomini, né le donne hanno chissà quali acconciature elaborate o per lo meno parrucche “pregiate”, ovvero di capelli veri o simil; gli uomini hanno sempre questi capelli molto naturali, o liberi al vento o con filo di gel o una cosa del genere; le donne invece quasi sempre legati in trecce, in chignon laterali e contornati da un fiore o liberi, ma legati nella parte superiore, come li ha la piccola Milly in molte scene.

Le donne, come tantomeno gli uomini, non indossano nemmeno un filo di trucco. Hanno sempre questi visi freschi, acqua e sapone, puliti. Le donne hanno un filo di trucco durante gli spettacoli, lo stretto indispensabile. Gli uomini indossano del trucco sul viso nella scena dei “pompieri”, in cui hanno questi visi bianchi, pallidi, arricchiti da qualche segno nero introno o vicino agli occhi o del rossetto rosso sulle labbra, ed il tutto ricorda la faccia colorata dei classici clown.

Nella seconda parte del film, invece, tutto il contrario. Così come per i costumi, anche per il trucco e il parrucco, il tutto è molto estroso, complicato, colorato. Per quanto riguarda gli uomini, compresi anche i collaboratori di Mr. Vandevere, anche qui le capigliature sono lineari e perfette, non un capello fuori posto, e i loro tagli con i capelli corti perfettamente ingellati all’indietro e con la riga da un lato, ricordano molto i tagli che gli uomini avevano negli anni ’20 o giù di lì. Mr. Vandevere, in questo aspetto, è un po’ più sbarazzino, ha un taglio simile a quello citato sopra, ma i suoi capelli sono un po’ più lunghi e leggermente arricciati e grigi, un colore molto diverso rispetto agli altri.

esempio di come è truccata Colette.

Per quanto riguarda le donne, anche qui sono molto semplici, mentre Colette fa ampio uso di parrucche rosse, nere, castane. E sfoggia vari stili: liscio, mosso, lungo, corto, carrè e via discorrendo.

Qui, sia le donne che gli uomini, chi più e chi meno, indossano del trucco, seppur leggero che serve semplicemente a colorare l’incarnato. Le donne maggiormente indossano del trucco, ad esempio, appena vediamo Colette, le hai questo trucco molto particolare, così come saranno tutti gli altri suoi trucchi: sbrillucicosi con ciglia finte, con colori caldi, blush sulle gote ecc, completati da questi rossetti a volte rossi e nelle varie tonalità del colore stesso, a volte color carne.




Attori

Colin Farrell nei panni di Holt Farrier, un veterano rimasto con un braccio amputato dalla Prima Guerra Mondiale, ed è anche un ex performer equestre del circo “Medici” che proviene dal Kentucky. È padre vedovo di Milly e Joe Farrier e viene assunto dal circo “Medici” per prendersi cura del nuovo cucciolo di elefante.





Eva Green nei panni di Colette Marchant, una trapezista francese sfrontata e di buono umore e la musa di Vandevere, che si esibisce a DREAMLAND e si lega a Dumbo durante il tempo passato insieme.




Michael Keaton nei pani di V. A. Vandevere, il freddo ed enigmatico impresario, proprietario del parco divertimenti che compra il circo “Medici” per usare l’elefante titolare per il suo parco divertimenti bohemien, DREAMLAND.




Danny DeVito nei panni di Maximilian “Max” Medici, un presentatore di circo autoritario, presuntuoso e benintenzionato e anche il proprietario del “Circo dei Fratelli Medici” (il quale è vagamente basato sul presentatore di circo del film precedente.)





Nico Parker nei panni di Milly Farrier, la figlia grintosa e curiosa di Holt, dalla mentalità scientifica, con un’anima gentile che si lega a Dumbo e diventa il suo amico umano più vicino.





Finley Hobbins nei panni di Joe Farrier, figlio entusiasta e avventato, ma nobile di Holt.







Gli altri attori:

Alan Arkin nei panni di il banchiere J. Griffin Remington.

Roshan Seth nei panni di Pramesh Singh, un incantatore di serpenti indiano che venerava tutta la vita.

DeObia Oparei nei panni di Rongo lo ‘Strongo’, un uomo forzuto.

Joseph Gatt nei panni di Neils Skellig, il braccio destro di Vandevere.

Sharon Rooney nei panni di Miss Atlantis. La Rooney dà anche la voce a Mamma Jumbo, a madre coraggiosa e altruista di Dumbo, che si prende cura di suo figlio e rischierebbe la propria vita per proteggerlo da abusi. L’unica volta che registra la sua voce è quando canta “Bimbo Mio”.

Michael Buffer nei panni di Baritone Bates, il presentatore del circo DREAMLAND.

Frank Bourke nei panni di Puck.

Edd Osmond, l’interprete di “Dumbo”.

Jo Osmond nei panni di Circus Cook.

Phil Zimmerman nei panni di Rufus Sorghum.




Colonna sonora:

Un favoloso film Disney come questo non poteva non avere una colonna sonora all’altezza. Così come detto nella sezione “commento” sul fatto che Tim Burton non abbia bisogno di presentazioni, anche qui il compositore della colonna sonora non ha bisogno di presentazioni. Danny Elfmann è un compositore, cantante e attore statunitense, autore di numerose colonne sonore di film, in particolar modo ha collaborato alla realizzazione delle colonne sonore dei film del regista Tim Burton. È lui la mente geniale dietro questa colonna sonora. In questa colona sonora, così come nel film Maria, Regina di Scozia, non sono presenti “canzoni”, ma piuttosto componimenti musicali figuranti solo strumenti, per la maggior parte, perché le uniche due canzoni presenti sono la stessa canzone, ovvero Baby Mine, la prima versione cantata da Sharon Rooney che è stata inserita nel film per ricreare la scena di mamma Jumbo e Dumbo si prendono per la proboscide; la Rooney ha questa voce calda, rilassante, gentile, delicata; l’altra versione di Baby Mine degli Arcade Fire, un po’ più armonizzata e cadenzata, è stata inserita invece come brano finale nei titoli di coda.

La versione italiana di Baby Mine (Bimbo Mio) in italiano è cantata da Elisa. Lei con la sua voce calda e dolce, ci fa sentire cullati come se fossimo tra le braccia della nostra mamma mentre lei ci canta una ninnananna, ed è di una dolce infinita.

Tutti i componimenti presenti sono molto belli e cadenzati. Seppur molto simili tra di loro, sono ugualmente fantastici. Ho molto apprezzato, così come per i costumi, che alcuni personaggi abbiano una sorta di tema musicale, ad esempio il personaggio di Holt o di Mr. Vandevere o ancora quello di Colette, “Colette’s Theme”, un componimento che, ripensandoci a posteriori, ci rivela molto su questo personaggio, ci rivela la sua vera natura.

Qui sotto vi parlo dei miei preferiti:

Il primo componimento, “Logos – intro “, è questo motivetto musicale che si sente subito dopo quello del logo Disney. È molto delicato e mette subito d’allegria. Delicato e dolce, che pian piano cresce di intensità, seppur rimanendo sempre dolce, delicato, calmo.

Il secondo pezzo, “Train’s coming “, che è il tema musicale di inizio film, quello in cui ci viene mostrato il treno dei fratelli Medici. È un omaggio di Danny Elfmann al film e a quello che sentiamo nel classico animato. Il componimento inizia con il suono tipico di una locomotiva o comunque di un treno che si sente arrivare, e poi inizia ad essere cadenzato, come se volesse preparati a qualcosa che sta per avvenire.

Il terzo componimento, “The Home Coming “, inizia con una leggera melodia di chitarra classica, e poi si uniscono i fiati, in seguito il suono di tamburelli ed infine gli archi. Anche questo brano è molto cadenzato, scandito da momenti delicati e calmi che mutano d’improvviso e diventano tutto il contrario, ma verso metà fino alla fine, il tutto è un ‘sali e scendi’ tra calma frenesia, pur sempre rimanendo dolce. Il quarto e quinto sono molto simili a questo.

Il settimo componimento è “Dumbo’s Theme “, e così come dice il nome stesso è il tema musicale del film. Come molti altri film Disney diretti da Tim Burton, è questa melodia cadenzata in cui la calma e la frenesia si mescolano. Qui è molto presente il piano, come in altri film di Burton, come anche le “voci” che armonizzano il tutto, in stile “Alice in Wonderland”, ma anche i fiati e gli archi non mancano. Non vi nego che in alcuni punti mi sembrava di sentire il tema di Alice di “Alice in Wonderland”.

L’ottavo componimento chiamato “Clowns 1”, come il diciottesimo “Clowns 2”, è quel componimento in cui vengono inseriti i vari suoni relativi al circo o almeno quelli che vengono associati ad esso, come la tromba, il triangolo, le percussioni. L’undicesimo è simile all’ottavo.

Un pezzo che mi piace infinitamente è il decimo, “Dumbo soars”, è bello impetuoso, forte, attivo. È semplicemente grandioso e ascoltandolo da proprio il senso di potenza, forza.

Il quindicesimo componimento, “Pink Elephant on Parade”, è un brano che inizia come una melodia onirica e poi si trasforma nella melodia di un incubo. Anche questa, come il primo, è un omaggio al classico animato: se nel classico vi è una canzoncina associata, qui vi è solo il motivetto.




Temi principali del film di entrambe le versioni:

  1. Il live-action insegna ai bambini la DIVERSITÀ, una diversità che si riscontra per prima nelle grandi orecchie di Dumbo, inizialmente schernite e derise dal pubblico, ma anche in modi diversi come in Holt Ferrier (per la mancanza del suo baccio) e nella piccola Milly. Il film insegna la diversità e come può essere trasformata da un punto debole ad un punto di forza.
  2. Il film ci mostra il forte legame “madre-figlio”, tra Dumbo e mamma Jumbo, ma questa volta nutre pure quello “padre-figlia”, specularmente con Holt e Milly.
  3. Insegna quanto è importante trovare fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità, anche quando ci si sente diversi.
  4. Ci racconta che si possono fare cose impossibili con una ‘piuma magica’, ma anche che in realtà “l’incredibile” è dentro di noi; e la ‘piuma magica’ alla fine è solo una piuma, perciò si può volare anche senza di essa.
  5. Il volare di Dumbo è metafora dell’uccellino lascia il nido e affronta la sua vita, è anche metafora di crescita; qui Dumbo è molto piccolino e non è il momento di lasciare il nido materno definitivamente, ma è il momento di fare una piccola crescita, è il momento in cui un bambino inizia a muovere i primi passi nel mondo e vive i primi distacchi con i genitori, come quando un bimbo deve andare a scuola per la prima volta: il distacco può essere molto duro, ma solo così si impara a cavarsela da soli e quanto, contemporaneamente, è importante tornare dalla famiglia.

Novità:

Come abbiamo già detto, è interessante vedere l’introduzione della paternità con Holt e Molly, speculare alla maternità con Dumbo e mamma Jumbo. Ma è anche interessante la rappresentazione dell’emancipazione delle bambine, che è proprio chiaramente dichiarata nella storia che seguirà. Inoltre, c’è la differenza tra la GRANDE INDUSTRIA e la PICCOLA BOTTEGA, la grande azienda e la piccola azienda, la prima macina tanto denaro a discapito delle altre persone e di altri animali, la seconda forse potrebbe riuscire a ricostruirsi da zero, partendo dalla semplicità e il rispetto per le altre creature.

In questo film c’è più il concetto di famiglia allargata, perché a differenza del film d’animazione, qui sono presenti e partecipi, in una grande ed amorevole famiglia, composta da giocolieri, clowns, incantatori di serpenti, uomini forzuti e donne sirene. Infine il film condanna aspramente la ricerca del profitto attraverso lo sfruttamento degli animali, tant’è vero che si ha un finale molto diverso da quello che ci si ricorda nel cartone animato.

Alcune scene sono uguali identiche al classico Disney del ’41: ad esempio, quando mamma Jumbo guarda fuori dal suo vagone e vediamo il suo grande occhio attraverso una finestrella attraversata da delle sbarre; oppure quando di “Bimbo Mio”, che nella versione italiana viene cantata da Elisa, vediamo ricostruita la scena in cui mamma Jumbo e Dumbo, separati dal vagone in cui mamma Jumbo è rinchiusa, si abbracciano con le rispettive proboscidi, ed una delle cose più strazianti è che il piccolo Dumbo le viene tolto perché lei vien considerata un animale impazzito solo perché ha cercato di difendere con tutta sé stessa il suo piccolino dalla cattiveria altrui.

Le veci del piccolo topolino Timoteo le fa praticamente Milly, che si occupa di Dumbo e lo incoraggia costantemente. Non è un caso il fatto che lei abbia una gabbietta con tre topini bianchi in cui uno è vestito esattamente come era vestito Timoteo nella pellicola d’animazione. Infatti così viene citato e ricordato il topino chiacchierone. Se nel cartone Timoteo, nonostante fosse l’unico amico di Dumbo e colui che lo incoraggiava, è una figura un po’ contrastante, non del tutto positiva, perché il fine ultimo per cui lo incoraggiava era quello di farlo diventare – quello che poi è stato – il suo minuscolo impresario per continuare a lavorare e a sfruttare la sua capacità di volare; Milly invece vuole che Dumbo sia libero, che possa tornare dalla sua mamma e che impari a volare, esclusivamente per una dimostrazione di fiducia in sé stesso e di crescita. Milly è una sorta di sorella maggiore per Dumbo ed una figura quasi speculare, non solo per il discorso padre-figlia/ madre-figlio, ma anche proprio perché lei ha perso la mamma come accade anche a Dumbo all’inizio, quindi lei è molto empatica con questo elefantino perché condividono insieme un dolore molto simile.

Fantastico è il treno di inizio film perché è identico a quello del cartone. Infatti nel cartone il primo vagone aveva un sorrisone così come la testata del treno stesso. E inoltre c’è un omaggio di Danny Elfmann, il quale ha scritto la colonna sonora del brano iniziale del cartone, ma qui c’è un reprise.


Ma la scena degli elefanti rosa? L’hanno inclusa? E come l’hanno resa?”, se ve lo stavate chiedendo, sappiate che si, è stata inclusa. Beh, forse ottanta anni fa, l’idea che un elefante bambino (che rappresenta l’infanzia dei bambini stessi) si ubriacasse con dello champagne e avesse delle allucinazioni paragonabili non all’effetto dell’alcol, ma piuttosto a quello di qualche strano funghetto allucinogeno, era considerato passabile da Disney, oggi DECISAMENTE NO! Sia perché non è il massimo far passare l’idea di un bambino che beve, anche solo accidentalmente, una quantità esagerata di alcol;

sia perché è ridicolo demonizzare gli alcolici come sostanze allucinogene. Comunque per quanto possa essere controversa la scena degli elefanti rosa, che come ben sappiamo è diventata un cult, una delle scene più memorabili di Dumbo, ma anche della storia della Disney, perciò in qualche modo ce la dovevano infilare. C’è la scena del bagnetto di Dumbo durante la quale girano montagne di champagne stappate dagli altri circensi, ma prontamente interviene Max Medici, gridando in una maniera super didascalica, con qualcosa come:” tenete l’alcol lontano dal bambino”, che è un messaggio chiarissimo e particolarmente sottolineato. Mentre i “rosa elefanti” si manifestano in un paio di scene dopo, come un magico sogno ad occhi aperti della fervida immaginazione di Dumbo, quindi la fervida immaginazione di un bambino, che prima di entrare in scena, ammira i giochi fatti con le bolle di sapone ad opera di alcune artiste del circo DREAMLAND. Le bolle, quindi, diventano elefanti ballerini illuminati da queste luci rosee che vedono tutti, ma lui le vede in maniera particolarmente vivida, e queste bolle a forma di elefanti ballerini che danzano al ritmo di una marcetta che ricorda vagamente “la parata degli elefanti rosa” e la scena è costruita veramente come un fan-service, anche troppo spudorato, perché si vede che dura più di quanto sarebbe dovuta durare, è proprio forzata e tirata per le lunghe. Infatti Dumbo viene visto muoversi e sorridere a ritmo di questa marcetta, come un sogno e non come l’incubo che rappresentavano nel classico d’animazione.


Fine


Spero che questo articolo con le mie opinioni riguardante il live action Disney Dumbo vi sia piaciuto. Se così fosse, e se volete, commentate e condividete.

Post in evidenza

Maria, Regina di Scozia. – Recensione film

Trama:

Nel 1561, alla morte di suo marito Francesco II di Francia, Maria Stuarda ritorna in Scozia e si stabilisce presso il suo fratellastro Giacomo Stewart, allo scopo di rivendicare la corona di Scozia e farsi riconoscere come successore da sua cugina Elisabetta I d’Inghilterra. Questa, non sposata e incapace di dare un erede al regno, comincia ad avvertirla come un pericolo, poiché essendo una Stuart potrebbe accampare maggiori diritti sul suo trono. Maria, cattolica, si attira inoltre le antipatie di John Knox, membro del suo consiglio di fede protestante; l’uomo, cui viene tolta la carica, inizia una campagna d’odio contro la regina.

Elisabetta crede che il miglior modo per tenere sotto controllo le mire di Maria sia quella di renderla sua suddita facendole sposare un cittadino inglese, così le invia il suo amante Robert Dudley perché la sposi; Maria inizialmente rifiuta, poiché questi non è nobile e inoltre è molto chiaro quanto lui sia innamorato della regina. Elisabetta cerca così un incontro con la cugina, ma viene colpita dal vaiolo; pensando che la regina sia prossima alla morte,

Maria accetta il matrimonio con Dudley per aumentare le chance di salire al trono, ma Elisabetta, stravolta dall’amore e dalla malattia, impedisce al suo amante di sposarla. Le invia così Lord Henry Darnley, il quale dice di volersi stabilire in Scozia per la libertà religiosa che Maria concede ai suoi sudditi; la donna sa che le sta mentendo, ma il fascino dell’uomo è tale che gli si affeziona e accetta la sua corte.

Il Consiglio di Elisabetta, conscio che la carica di Lord di Darnley in effetti aumenti il diritto di Maria al trono, impone alla sovrana di rimandare Dudley da Maria; anche i consiglieri di quest’ultima ritengono che l’uomo voglia in realtà ottenere la carica di re sposandola. Gli inglesi mandano così degli ambasciatori perché impediscano a Maria di sposare Darnley, ma questa rifiuta perché è ben conscia dell’importanza di questo matrimonio; anche suo fratello, tuttavia, le volta le spalle poiché non vuole andare in guerra contro l’Inghilterra a causa di questa unione. Giacomo si unirà agli inglesi in una rivolta contro Maria, ma questa verrà presto sedata da Maria, che gli risparmia comunque la vita.

Maria sposa Darnley, ma successivamente lo scopre a letto col suo amico e musico Davide Rizzio; questo viene perdonato, con la promessa che in futuro farà molta attenzione a non destare scandalo nella corte. Una volta scoperta l’omosessualità di suo marito, Maria lo costringe ad avere un rapporto sessuale con lei allo scopo di avere una gravidanza, che in effetti arriva. Il figlio che porta in grembo sarà erede del trono di Scozia e Inghilterra, cosa che ovviamente sconvolge il Consiglio inglese. Giacomo intanto si allea col padre di Darnley, che vuole togliere il trono a Maria per darlo a suo figlio, e i due ordiscono un complotto: fanno passare lo stesso Rizzio come amante di Maria e possibile padre del bambino che lei aspetta. Lo stesso Darnley, pur innamorato di Rizzio, è uno dei firmatari del patto. Maria cerca di salvare il suo amico dagli assalitori, ma questo viene pugnalato a morte. L’ultimo a tirare il colpo mortale è lo stesso Darnley: questo segnerà una rottura tra lui e Maria.

In seguito a questi avvenimenti, Maria si impegna a perdonare suo fratello se questi gli porterà le prove che suo marito è stato tra i complottisti, cosa che in effetti avviene. Maria si riappacifica con Giacomo, chiedendogli di essere un buono zio per il nascituro; scrive inoltre a Elisabetta chiedendole di essere la sua madrina. Le due fanno un accordo: se Elisabetta avrà un figlio, questo sarà l’erede al trono di Inghilterra; se morirà senza eredi, sarà il figlio di Maria a salire su entrambi i troni di Scozia e Inghilterra, cosa che sconvolge il Consiglio inglese. Inoltre Maria allontana Darnley, ma rifiuta di divorziare da lui come vorrebbe il Consiglio scozzese. Gli scozzesi propongono così a James Hepburn, duca di Bothwell e guardia personale di Maria, di diventare suo marito in seguito alla morte di Darnley, che viene ucciso nel corso di un attentato esplosivo.

Maria è costretta a fuggire e a sposare Bothwell, poiché il Consiglio le impone di sposare immediatamente uno scozzese. Questo dà a Knox occasione di scagliarsi contro di lei, dipingendola come una prostituta e indicandola come mandante dell’omicidio di Darnley allo scopo di esaudire i suoi desideri sessuali. Il Consiglio, vedendo la sua immagine ormai compromessa, suggerisce a Maria di abdicare e lasciare la Scozia a Giacomo. Bothwell è furioso, ma Maria gli rivela che questo è tutto un piano di suo fratello e del Consiglio per toglierle il regno. Giacomo, che ha preso in ostaggio il figlio neonato di Maria, le chiede di abdicare, ma lei rifiuta e fugge in Inghilterra per cercare protezione da Elisabetta, lasciando il bambino in Scozia.

Elisabetta e Maria si incontrano in gran segreto. Maria chiede a sua cugina protezione e un esercito per riprendersi il trono scozzese; Elisabetta le concede protezione, ma dichiara di non poter aiutare una cattolica. Le due hanno quindi un drammatico confronto durante il quale Maria rinfaccia a Elisabetta di non volerla aiutare solo per mantenere il suo trono;

Elisabetta le risponde di aver sempre invidiato la sua bellezza e il fatto di aver avuto un figlio, cose alle quali lei ha rinunciato in favore della Ragione di Stato; tuttavia riconosce che queste stesse cose ora stanno portando Maria alla rovina. Successivamente ordina che venga imprigionata in Inghilterra.

Molti anni dopo, Maria viene accusata di aver cospirato contro Elisabetta; questa sa che si tratta di una bugia, ma è costretta a firmare la sua esecuzione. Mentre Elisabetta piange per la sorte della cugina, Maria si reca al patibolo rivelando sotto le vesti un abito rosso che indica il martirio. Nei suoi ultimi istanti prima della decapitazione, Maria pensa a suo figlio e spera che il suo sacrificio lo aiuti a portare pace sul regno.

Successivamente, alla morte di Elisabetta nel 1603, il figlio di Maria, Giacomo, sarà il primo sovrano a regnare su Scozia e Inghilterra.



Considerazioni personali

Vale la pena vedere questo film o no? CERTO CHE SÌ!!!

L’intero ordine sociale… si schiera contro una donna che aspiri a raggiungere la reputazione di un uomo. diceva Madame de Staël. Quasi duecento anni prima, due donne sognavano un mondo che non si appoggiasse più unicamente sulle spalle di un uomo.

Maria regina di Scozia è questo film storico-drammatico del 2018 diretto da Josie Rourke e scritto da Beau Willimon, con protagoniste Saoirse Ronan e Margot Robbie.

La pellicola biografica è l’adattamento cinematografico della biografia “My Heart Is My Own: The Life of Mary Queen of Scots” scritta da John Guy. Il film narra le vicende di Maria Stuarda, Regina di Scozia alla nascita, regina di Francia per matrimonio a soli sedici anni e vedova a diciotto. Tornata nella nativa Scozia, nel frattempo divenuta un paese protestante, si scontra con i suoi lord ribelli ed entra in contrasto con la cugina Elisabetta I d’Inghilterra, di cui rivendica anche il trono.

Già dall’incipit di questo paragrafo si può ben capire che questo film l’ho davvero amato, dalle lettere maiuscole e dal ‘grassetto’. Ma non è stato solo questo. Innanzitutto AMO ogni volta immergermi in storie che siano ambientate nella mia amatissima Inghilterra e in tutto ciò che le riguarda, a maggior ragione se a questo elemento viene unita la famosa storia di rivalità tra queste due donne, queste due regine, Maria Stuarda ed Elisabetta l, mi si invita a nozze!

Questo film mi è davvero piaciuto in tutto per tutto! Mi sono molto piaciuti i costumi, il trucco e le “parrucche” (ve ne parlerò meglio nel paragrafo dedicato).

Fantastiche e magiche sono state le ambientazioni, un elemento fondamentale, che sono luoghi celebri come la Cattedrale di Gloucester, la quale viene utilizzata per ricreare i chiostri e i corridoi di Hampton Court Palace, e ancora per ricreare la cripta per la cella in cui Maria è incarcerata prima dell’esecuzione; il Blackness Castle, nel West Lothian, usato per rappresentare Linlithgow Palace”, il luogo di nascita della regina Maria Stuarda o ancora il Poldullie Bridge di Strathdon, nell’Aberdeenshire, dove la regina è vittima di un’imboscata. Altro punto a favore della pellicola di Josie Rourke sono le scenografie. Con uno studio particolare della luce, che evidenzia o nasconde a seconda della necessità gli intrighi o i tradimenti delle rispettive corti, vediamo interni ed esterni straordinariamente accattivanti. La corte inglese, quasi sempre rappresentata con un castello, è pulita ma non immacolata. Gina Cromwell (già nota per il suo lavoro con Downton Abbey e Outlander) fa uno splendido lavoro con l’allestimento dei set. Proprio come Sean Barclay trova nei paesaggi sconfinati delle montagne e colline scozzesi delle location perfette per le scene all’aperto di Maria e del suo entourage. Se il castello di Maria è immerso in un paesaggio che cambia continuamente e da cui lei si muove, quello di Elisabetta è invece un castello isolato, una corte immobile nel silenzio, proprio come la sua regina, pilastro di un popolo per il quale ha scelto di essere una leader, sacrificando felicità e gioie.

Potremmo azzardarci pure a dire che il Paese più settentrionale del Regno Unito, la Scozia, con le sue valli e i suoi laghi, sono i veri protagonisti del film, insieme alle due stelle del cinema. Un’altra caratterista che ha o meno giocato un ruolo fondamentale, per me, nel farmi amare questa pellicola è stata quella di aver visto il film in lingua originale. Il film in V.O. (versione originale) ha sempre un ‘non so che’ di magico che incanta.

In questo film, le differenze tra le due donne/regine emergono con prepotenza, come è giusto che sia. Tutto alimenta il confronto fra Maria e Elisabetta, Scozia ed Inghilterra. Se da una parte c’è una corte giovane ed ingenua, casa di una regina altrettanto istintiva ed inesperta, dall’altra c’è la raffinata, erudita, colta corte inglese con l’elegante intelligenza di Elisabetta in cima alla piramide del potere. Sebbene le due donne continuino a chiamarsi “sorelle”, in verità non potrebbero essere più distanti. Hanno ambizioni diverse, un modo di guardare al futuro diverso. Anche le priorità sono diametralmente opposte. Maria, con un carattere più volubile della marea, ora desidera la pace con Elisabetta ora si impone come sovrana inglese. Il carattere della protagonista, sebbene interessante e a tratti anche ammirevole, è troppo impetuoso e incerto per suscitare vera empatia nello spettatore. La regina scozzese non è simpatica, è una ragazzina adolescente con una corona troppo pesante sulla testa che gioca a fare il bello e il brutto tempo.

Il cast di Maria Regina di Scozia è uno dei punti clou della pellicola. Saoirse Ronan è una forza della natura, una regina guerriera, con un’armatura sia visibile che non. Si conferma una professionista nei panni di Maria Stuarda. Margot Robbie è un’Elisabetta I d’Inghilterra sorprendente. Il suo sguardo è magnetico, la sua gestualità regale. Tutto fa di lei un punto essenziale per la buona riuscita della pellicola.

Il pantheon di attori che circonda le due regine e popola le rispettive corti, come due schieramenti su una scacchiera, sono straordinari. In particolare risaltano Jack Lowden, David Tennant e Guy Pearce. Se proprio bisogna puntare il dito contro una delle scelte stilistiche della pellicola, senz’altro si può notare come lo sforzo di rendere la corte inglese “poliedrica” sia eccessivo. Nazionalità e culture diverse rappresentano qui un progresso che forse non era poi così accentuato nel periodo storico interessato. Si distingue Guy Pearce, ottimo come William Cecil. Buona la sua prova nei panni del ministro deciso ma non irrispettoso della propria sovrana. Un bastone su cui appoggiarsi, “se” e “quando” la sua regina ne ha bisogno. La sua “controparte” scozzese non è da meno, con un David Tennant quasi irriconoscibile.

Ultimo dettaglio da non sottovalutare assolutamente sono i dialoghi. Si comincia con dialoghi forse troppo articolati, che sembrano scappati dalle pagine di un dramma di Shakespeare, ma che man mano si rilassano in un’umanità indispensabile per le due figure intorno alle quali ruota l’azione. Beau Willmon adatta egregiamente la storia della biografia di John Guy su schermo, rendendo le parole il motore principale del racconto e non una parte secondaria.

Il film sa far emergere con sapienza i temi sempre attuali della storia, come la difficile accettazione di una donna in un ruolo di potere.



Costumi, trucco e parrucco.

A differenza degli attori, che possono piacere o meno, giudicare l’aspetto tecnico di una pellicola è, al tempo stesso, più semplice e più difficile. Difficile in quanto, trattandosi proprio di un film in costume, è impossibile non notare le scelte stilistiche effettuate dal team dei costumisti, dei truccatori, degli sceneggiatori e scenografi. Diventa quindi obbligatorio volgere lo sguardo a questi dettagli e analizzarli. Ma per un film come Maria Regina di Scozia diventa anche incredibilmente semplice.



Costumi:                                  

Alexandra Byrne (già costumista di diverse pellicole della Marvel, tra cui Avengers e Thor, nonché delle due pellicole con Cate Blanchett nei panni di Elisabetta) riesce nel non semplice compito di rendere i costumi di un’epoca storia già ampiamente esplorata incredibilmente originali. Gli abiti delle due corti sono differenti per materiali, colori e texture, certo.

Eppure in entrambi c’è l’attenzione anche al più piccolo dei particolari, con colori sgargianti nel caso dell’Inghilterra e tonalità bluastre per la Scozia. La luce e l’ombra, Ying e Yang.

La costumista ha preferito sacrificare la fedeltà storica all’anacronismo, scegliendo un materiale non ancora in uso in quel periodo: il denim.

Entrato a pieni titoli nei guardaroba femminili solo a partire dal 1873, il jeans era prerogativa dell’abbigliamento maschile, le cui origini sono contese dai francesi e dai genovesi. È proprio dal mare che esce il primo dei costumi in denim realizzati per il film, all’approdo di Maria sulle coste scozzesi.

La scelta di questo materiale è giustificata a pieno dalla Byrne, rendere immediata e accessibile la moda di un’epoca passata. Viaggi per mare, cavalcate interminabili, il tutto senza avere a disposizione alcun mezzo per lavarsi, né tantomeno per lavare gli abiti, che dovevano essere resistenti, una seconda pelle in cui potersi muovere liberamente. È questa l’essenza del jeans.

La praticità non è solo un’allusione. Saoirse Ronan ha girato tutte le scene del film in Scozia, zona piovosa e dal terreno fangoso, e realizzare gli abiti in tessuti tradizionali come il raso o il calicò avrebbe comportato possibili danni, rallentamenti nella produzione, e perdite economiche. Molte sono anche le occasioni in cui la Ronan appare a cavallo, e il denim stretch scelto dalla Byrne le ha permesso piena libertà di movimento.

La genesi dei costumi non è meno anticonvenzionale. Rinunciando ai bozzetti, Alexandra Byrne ha creato dei mood board in collaborazione con l’illustratrice

Belinda Leung – la scena iniziale, con Maria che tocca il suolo di Scozia, è reso graficamente con un velo di lino bianco che le copre il viso, il corpo avvolto in un abito grigio i cui orli si mescolano alla schiuma del mare. Molto più suggestivo della resa cinematografica, in cui la regina saluta la terra natale con un attacco di nausea.

Ogni abito, ogni accessorio, è un’allegoria, una descrizione del personaggio che lo indossa, e ne segue l’evoluzione. Sebbene le due regine siano divise dalla palette cromatica – sui toni scuri del blu per Maria, più accesi,

come il rosso, il senape e il mandarino per Elisabetta – sono unite da un gioiello: un orecchino pendente con una ghianda in metallo. Simbolo di origine celtica, la ghianda è il frutto della quercia, albero secolare sinonimo di potenza, e rappresenta l’immortalità. Altro elemento importante, la ghianda aveva una duplice natura, maschile e femminile: essendo un frutto, identificava la fertilità femminile, e dall’altra parte, simboleggiava la virilità dell’uomo.

Il lavoro della Byrne svela l’identità di un personaggio al pari di un dialogo.

Elisabetta, la regina immacolata, imperturbabile, con le sue gorgiere inamidate, le parrucche, gli strati di biacca bianca sul viso, a nascondere i segni del vaiolo. Maria, la regina che divenne idolo del Romanticismo, con i capelli scompigliati, il petto in vista, vestita di scuro come un’adolescente ribelle. Solo nel finale, nell’istante prima della sua esecuzione, l’abbigliamento di Maria cambia colore e tessuto:

ha l’abito rosso in cotone dei martiri. A compensarlo, quello nero, a lutto, della cugina Elisabetta.



Trucco:

“La Bellezza divenne Potere, ma non per molto.”

Sebbene la Shircore ha creato la sua buona dose di monarchi inglesi, nello specifico Elisabetta l con Cate Blanchett in Elizabeth ed Elizabeth: the Golden Age, è stata la versione della regista Rourke del personaggio di Maria stuarda si è dimostrata essere più rivelatrice che mai.

La Shircore rammenta: “Iniziamo con una versione molto giovane della regina Elisabetta, per poi andare attraverso le varie fasi dell’amore e delle tensioni politiche. Il trucco bianco sul viso era un simbolo della sua verginità nel film. Fondamentalmente, una Elisabetta protestante si è sostituita alla cattolica vergine Maria Stuarda. Inoltre lei si taglia i capelli raso testa e indossa una parrucca.”

Quasi due decenni dopo, nel film Maria Regina di Scozia, la Shircore dice che il trucco e le parrucche erano più direttamente collegate all’esperienza della regina con il vaiolo e i suoi effetti collaterali, così come profonde cicatrici e l’alopecia. Nelle prime scene della versione di Rourke, abbiamo un assaggio della Robbie nel ruolo di Elisabetta l, dalla faccia pulita e con le guance naturalmente arrossate, vantarsi una testa piena di boccoli biondo fragola. La Shircore continua dicendoci che nel periodo Tudor la bellezza si traduceva in potere. Questo è qualcosa che sia Maria Staurda e sua cugina possedevano, finché una (che sarebbe Elisabetta) non la ebbe più. In ogni caso, ci dice la Shircore, non importa quale storia di Elisabetta l chiunque vuole raccontare, “bisogna sempre tenere in mente l’iconico ritratto di lei come una regina potente, il suo viso truccato in una tinta bianchissima e che indossa un parrucca rosso vivo”.

L’ultima vota che la Shircore creò il look per il personaggio della regina Elisabetta l, la regina non avrebbe dovuto soffrire del vaiolo dal quale sopravvive nel film. Inoltre ella ci dice che: “Ho usato questo come un mio mezzo per far apparire infine Margot come l’iconica Elisabetta l. Ho preso la bellissima ragazzina e le ho coperto il viso di vesciche e grandi ferite aperte, che infine sono esplosi e si sono asciugati, lasciandola con un viso bucherellato e pieno di cicatrici.”

La Shircore si è accertata di mettere le vesciche sulle aree che infine voleva ricoprire o cambiare. E attraverso ciò è stata capace di far apparire la bocca della Robbie più piccola, il suo naso più stretto e schiarire le sue sopra ciglia.

Insieme con i costumi della Byrne, la Shircore ha mirato ad aggiungere un tocco più moderno al look del film. Per esempio, i capelli della regina sono più strutturati, non possiedono tanti riccioli eleganti e nemmeno tanti fronzoli. Ciò ha dato più forza e un credo più moderno.

Per trasformare le due attrici nel loro personaggio, il team del trucco ha lavorato su di esse per delle ore. Il look fresco della Ronan è stato il più semplice da fare, perché il suo trucco radioso, effetto bonne mine, quasi botticelliano, con basi leggere che emanano un’aura sana e rosata. Per la Robbie, nei giorni in cui aveva il trucco pesante, ci è voluto intorno alle tre ore: vi era una malattia della pelle da ricreare, il diradamento di una parrucca che implicava una cuffia da calvi al dì sotto e, certamente, l’iconico trucco pesante bianco per il quale la regina Elisabetta l era conosciuta.

Allora, nel 16° secolo, il trucco era mischiato con il mercurio e altre sostanze pericolose, tant’è che la Shircore ha dovuto trovare un equivalente moderno per rimanere fedele alla sua visione artistica. A tal fine, ha lavorato con chimici del trucco, e ci dice: “Ho spiegato loro come volevo che apparisse, ciò che volevo fare, che avevo la necessità che rimanesse per 8 ore e necessitava che si togliesse facilmente. In seguito, abbiamo lavorato insieme.”



Parrucco:

Capelli rosso rame, lunghe trecce e torchon romantici, a rappresentare Maria.

Più drammatica, a tratti grottesca, a rappresentare Elisabetta l. È stato uno scontro, non solo di ruoli: le due si sono si sono trasformate sul set con un makeover da colossal, firmato dalla makeup e hair designer Jenny Shircore. Per la Robbie, bellezza bionda da copertina, ci sono volute grandi parrucche, ma i suoi capelli sono stati più complicati da fare e hanno richiesto più tempo. Il film inizia con una versione giovane di Elisabetta, con un viso fresco e naturalmente arrossato, e una chioma di boccoli biondo fragola: da perfetta “Virgin Queen”. Per Saoirse Ronan, chiamata invece ad interpretare la vera protagonista, Maria Stuarda, il beauty look è più fiabesco: “Storicamente, Mary era conosciuta per essere molto bella. Saorse aveva solo due parrucche e qualche ciocca di boccoli applicati di volta in volta in maniera diversa ai capelli veri”.

Non è stato facile caratterizzare le due chiome, entrambe rosse: “È il primo film in cui ho avuto due protagoniste con un colore simile di capelli, quindi ho dovuto scegliere con molta attenzione, per distinguerle, anche a distanza. Abbiamo trascorso molto tempo a scegliere i colori delle parrucche: siccome Margot ha una pelle più dorata di Saoirse, ho optato per un rosso più acceso e profondo, che avrebbe spiccato molto sulla pelle imbiancata. Per Saoirse, la scelta è stata un rosso tiziano più tenero e dorato, delicato sulla sua pelle molto pallida”.

Spettacolare anche la minuzia nel realizzare gioielli e acconciature, impossibile da far passare inosservata.

Sebbene abbia delle riserve sulle “cozze” in testa alle dame di Maria, le parrucche di Margot Robbie sono dei capolavori di artigianato, con evidente tempo e cura dedicati alla loro produzione. Lo stesso si può dire per i gioielli, in cui anche la minima collana o diadema sembrano usciti direttamente da un museo.

Ma, come far riflettere il potere di Maria attraverso i suoi capelli?

La Shircore ci dice: “Lei arriva sulle coste (della Scozia) con un’acconciatura molto europea. Non so se si capta abbastanza, ma vi era un leggero chiarore sul suo viso. La si può vedere rilassata con le sue dame di compagnia e i suoi capelli sono allentati. Ci viene mostrato che è una ragazzina. Quando capisce che è sola con sé stessa, diventa più forte e determinata, così mi sono divertita un po’ con le sue acconciature e ci ho giocato per dargli uno stile più inglese/scozzese. Quando quell’acconciatura è stata adottata, l’ho fatta più alta e più grande. Ho usato due starti sul fronte invece di uno, per dargli più struttura e dargli più resistenza. Ho anche schiarito la sua pelle. Volevo assolutamente mantenere la bellezza di Saoirse. Non ho mai voluto mettere dell’eyeliner o altro su di lei. Lei ha questa sua bellezza nuda e così abbiamo rafforzato quel look. Abbiamo aggiunto un po’ di ombre ma questo è tutto. Non volevamo compromettere il suo look naturale.”

Non è molto vago. Il look di Saoirse perde quel tocco europeo una volta ritornata dalla Francia in Scozia, ed assume il forte senso della moda inglese. Il suo trucco era pulito e lentigginoso quando è arrivata e pure durante il corso del suo soggiorno in Scozia, si rafforza, ma senza che sembri trucco. Abbiamo usato alcuni pezzi di capelli finti che abbiamo arrotolato attorno a piccole strutture fatte di fili di ferro e pizzo per capelli per creare varie forme. Questo è quello che avrebbero fatto a quei tempi. Li ho fatti leggermente più moderni, leggermente più grandi e più alti per darle la robustezza che avrebbe bisognato quando ha discusso il suo caso per diventare regina.”, ha continuato la Shircore.



Attori



Saoirse Ronan nel ruolo di Maria Stuarda, la Regina di Scozia e cugina di Elisabetta l.





Margot Robbie nel ruolo di Elisabetta l, cugina di Maria Stuarda e Regina di Inghilterra e Irlanda.







Guy Pearce nel ruolo di William Cecil, il consigliere di Elisabetta l.






David Tennant nel ruolo di John Knox, un chierico protestante.




Jack Lowden nel ruolo di Lord Darnley, il secondo marito di Maria.





Joe Alwyn nel ruolo di Robert Dudley, il consigliere della Regina Elisabetta l e amante.






Ismael Cruz Córdova nel ruolo di David Rizzio, un confidente e amico stretto di Maria.



Gemma Chan nel ruolo di Elizabeth Hardwick, un’amica e confidente di Elisabetta l e la custode di Maria.

Martin Compston nel ruolo di Quarto Conte di Bothwell (Primo Duca di Orkney), il terzo marito di Maria.

Brendan Coyle nel ruolo di Matthew Stewart, quarto conte di Lennox, padre di Lord Darnley.

Ian Hart nel ruolo di Lord Maitland.

Adrian Lester nel ruolo di Lord Thomas Randolph.

James McArdle nel ruolo di Primo Conte di Moray, Reggente di Scozia.

Maria-Victoria Dragus nel ruolo di Maria Fleming, una nobildonna scozzese, amica d’infanzia e mezza prima cugina di Maria.

Eileen O’Higgins nel ruolo di Mary Beaton, l’assistente #1 di Maria Stuarda.

Izuka Hoyle nel ruolo di Mary Seton, l’assistente #2 di Maria Stuarda.

Liah O’Prey nel ruolo di Mary Livingston, l’assistente #3 di Maria Stuarda.

Alex Beckett nel ruolo di Walter Mildmay, il Cancelliere del Tesoro.

Simon Russell Beale nel ruolo di Robert Beale.

Andrew Rothney nel ruolo di Re Giacomo l, figlio di Maria Stuarda ed erede al trono.



Colonna Sonora

Un film fantastico, accattivante, emozionante e delicato non poteva non avere a sua volta una colonna sonora all’altezza, che lo rispecchiasse. Il compositore musicale per questo film è Max Richter, il quale ha fatto un gran bel lavoro. In questa colonna sonora non vi sono presenti “brani” così come li intendiamo oggigiorno, ma è composto solo da “componimenti” classici (scusate questo gioco di parole). Ogni qual volta che ho voglia di ascoltare musica leggera e delicata, condita con un pizzico di ‘quel non so che’ di incalzante, ascolto volentieri questa colonna sonora. Mi fa letteralmente impazzire!

La colonna sonora è composta da ben 18 componimenti, tutti ugualmente fantastici. Ma quelli che mi fanno impazzire maggiormente sono i seguenti:

Il primo componimento chiamato “The Shores of Scotland”, ha un tono delicato e lineare, incalzante al punto giusto che mette di buon umore, o per lo meno a me; mi dà inoltre l’idea di un tono allegro e festoso, quieto.

Il secondo componimento chiamato Elizabeth’s Portrait”, come anche il quinto, “My Crown”, hanno in comune il fatto che entrambi i componimenti abbiano un ritmo incalzante di tanto in tanto, intervallato da un ritmo che lentamente si dissolve, ma poi pian piano riparte e cresce di intensità.

Il quarto componimento chiamato “If Ye Love Me”, ha quel tono solenne tipico dei canti ecclesiastici d’un tempo in cui l’armonizzazione delle diverse voci, come contralti, bassi, soprani e così via, dà un ritmo lineare e dolce al tutto.

Il sesto componimento chiamato “The Poem”, ha più o meno uno stile simile alla prima traccia; di primo acchito, a tratti sembra di sentire la melodia simile a quella composta da Pëtr Il’ič Čajkovskij per “Lo Schiaccianoci”: “La danza della Fata Confetto”, in più il tocco delicato e caldo delle corde della lira addolcisce il componimento, già di suo dolce e delicato.

L’ottavo componimento chiamato “The Wedding”, ha un suono misto-sordo dei tamburi in contrasto intervallato con il tono grave delle trombe che crescono di intensità. F – A – V – O – L – O – S – O!!!



Accuratezza Storica:

le lettere scambiate tra Maria ed Elisabetta l’un l’altra erano le uniche fonti di comunicazione, tant’è vero che le due donne non si siano mai viste faccia a faccia.

Maria non aveva un accento scozzese. Quando Maria aveva cinque anni venne mandata in Francia, la quale crebbe nella corte francese.

Estelle Paranque, un’esperta su Elisabetta l, ha rivelato al quotidiano ‘The Telegraph’ ciò che segue: “[il film] mostra un’amicizia all’inizio, ma in realtà non vi era amicizia; Elisabetta ha provato ad essere gentile nei confronti di Maria, ma Maria non ha mai visto Elisabetta come sua eguale. Sin dall’inizio l’ha vista come una rivale.”

Il film ritrae l’ambasciatore inglese alla corte scozzese, Lord Thomas Randolph, come un uomo di colore, il quale non era. O ancora, il personaggio di Gemma Chan è Elizabeth Hardwick, la quale in realtà era caucasica e non con tratti asiatici. A questo proposito, la regista Josie Rourke ha detto ad L.A. Times: “Ero stata chiara sul fatto che non avrei diretto un film storico-drammatico con solo personaggi caucasici”.

Nel film si fa riferimento a Maria, diverse volte, come la ‘Regina di Scozia’. Tuttavia, come una ben nota monarchia, il/la monarca/regina scozzese veniva invece nominato/a il re/regina di Scozia (come afferma con precisione il titolo del film e il personaggio omonimo), qualcosa che era la norma fino a quando l’uso cominciò a diminuire durante i regni di Guglielmo II e Maria II.



Saoirse Ronan è un’alleata per la comunità LGBTQ+ nel nuovo film (e in una clip) di Maria Regna di Scozia.

Con il ruolo di protagonista, partendo dalla Ronan nei panni di Maria Stuarda e la Robbie nei panni di Elisabetta l, due figure regali e fiere in un mondo dominato dagli uomini, il film in costume di Maria Regina di Scozia ha tutte carte in regola per essere l’omosessuale preferito, così com’è stato.

Ma la vera storia di tradimenti e ribellioni, e un sacco di bei costumi, ha ricevuto un aggiornamento moderno con l’inclusione di personaggi queer, compreso il confidente e segretario privato di Maria, Davide Rizzio, interpretato da Ismael Cruz Cordova. Infattila nuova pellicola mostra una relazione che coinvolge Davide Rizzio.

Maria Regina di Scozia”, il debutto cinematografico della regista teatrale Josie Rourke, è pieno di tutte le pugnalate alle spalle, intrighi di palazzo e segretezza che ci si aspetterebbe dall’era Elisabettiana. In realtà, uno dei segreti del film porta a un sovversivo po’ di intrighi di palazzo e letterali pugnalate alle spalle.

In questa pellicola, l’adulatore nato in Italia e confidente di Maria, Davide Rizzio, viene ampiamente lasciato intendere che lui sia omosessuale. Durante il film, quando Rizzio indossa un vestito da donna fingendo di essere una delle dame di compagnia, ad un certo punto Maria dice che lei non serba rancore per la vera “natura” di Rizzio.

In una clip dal film, Davide indossa indumenti femminili tradizionali mentre sta intrattenendo Maria e le sue dame da compagnia, quando chiede: “È un peccato che io mi senta più come una sorella per voi piuttosto che un fratello?”

Realizzando che forse avrebbe parlato a sproposito, aggiunge: “Mi scusi, mi dimentico di me stesso in vostra compagnia.”

Maria risponde: “Sii chiunque tu voglia con noi. Fai per una bella sorella.”

Chi l’avrebbe mai detto che Maria fosse una tale alleata?

Certamente, la documentazione storica è imprecise, ma la Rourke ha detto al TheWrap: “Vi sono prove evidenti che Rizzio fosse gay e che persino si indentificasse come tale.”

Lo sceneggiatore Beau Willimon, che ha scritto il copione basato sull’opera dello storco britannico John Guy, ha detto sempre al TheWrap che durante quell’epoca, non vi era la stessa nozione di etero o omosessuale e che probabilmente non ci sarebbe stato lo stesso putiferio che si sarebbe sviluppato in seguito nei secoli per le avventure con persone dello stesso sesso.

Nella pellicola Maria trova il suo novello sposo, Lord Darnley, a letto con Rizzio un giorno dopo il loro matrimonio. Lei si sente tradita da Rizzio ed è imbarazzata da quell’alcolizzato di suo marito. Willimon ha detto che questo è stato un tradimento della struttura di potere, non vergogna’.






Mary, Queen of Scots. – Movie review.

Plot:

In 1561, nineteen-year-old Mary, Catholic Queen of Scotland, returns to her home country from France following the death of her husband, Francis II of France, to take up her throne, where she is received by her half-brother, the Earl of Moray. In neighbouring England, her cousin, twenty-eight-year-old Elizabeth is Protestant Queen of England — unmarried, childless, and threatened by Mary’s potential claim to her throne. Mary soon clashes with the cleric John Knox and dismisses him from her court. Knox is a protestant and leader of the Scottish Reformation and perceives Mary to be a danger to the kingdom’s Protestant supremacy.

In an attempt to weaken her cousin’s threat to her sovereignty, Elizabeth arranges for Mary, whom the English Catholics recognize as their rightful Queen, to be married to an Englishman. She chooses Robert Dudley, whom she secretly loves, to propose to Mary. Both are unwilling to be married to each other, but the news of Elizabeth’s smallpox convinces Mary to take the offer provided that Mary is named Elizabeth’s heir apparent. Reluctant to let go of Dudley, Elizabeth secretly sends Lord Darnley to Scotland under the pretence of living under their religious freedom. Despite initially sensing an ulterior motive on Darnley’s part, Mary gradually grows fond of Darnley and eventually accepts his marriage proposal.

Mary’s impending marriage to Darnley causes a constitutional crisis within both realms: In England, Elizabeth is advised by her court to oppose the marriage for fear that Darnley, an English noble, will elevate Mary’s claim to the Crown. In Scotland, Mary’s council is suspicious of Darnley as they fear an English takeover. Both kingdoms demand his return to England, but Mary refuses, thus enraging Moray to furiously leave her court and mount a rebellion against her. Darnley marries Mary, only for her to discover him in bed with her friend David Rizzio the following morning. Faced with insurgency and infidelity, Mary decides to quash the rebel forces but spares both Rizzio and Moray. She demands Darnley give her a child. When a child is conceived, Mary declares that the child is the “heir to Scotland and England” — which deeply offends the English.

Moray colludes with Darnley’s father Matthew to undermine Mary, spreading rumours about Mary’s adultery and that her child was illegitimately fathered by Rizzio. Hearing the rumours, Knox vehemently preaches to the Scottish public that Mary is an adulteress.

Fearing the accusations against Mary and the possible discovery of his homosexuality, Darnley is coerced by the under-miners to join them in executing Rizzio and reluctantly delivers the final blow. Mary discovers the plot and agrees to pardon the men involved provided that she is presented with the evidence that Darnley had taken part. She ultimately forgives Moray and asks Elizabeth to be her child’s godmother. Together, they agree that the child is heir presumptive, much the chagrin of the English court. Mary banishes Darnley but refuses to divorce him despite the appeals of her council, which then approaches her adviser and protector, the Earl of Bothwell, to have him killed. In the ensuing melee after Darnley’s death, Mary is forced to flee and leave her child behind.

The following morning, Bothwell advises that her council have decided that she marry a Scotsman immediately, which she hesitantly agrees to. This induces Knox to zealously preach to the Scots that Mary is a “harlot” who had her husband killed, leading Moray and the rest of her court to demand her abdication. Despite furiously objecting to it, Mary eventually abdicates her throne and flees to England.

Learning of Mary’s arrival in England, Elizabeth arranges for a clandestine meeting with her. Mary asks for Elizabeth’s help to take back her throne. Elizabeth is reluctant to go to war on behalf of a Catholic, but instead promises a safe exile in England as long as Mary does not aid her enemies. Mary indignantly responds that if she does, it will only be because Elizabeth forced her to do so, and threatens that should Elizabeth murder her, she should remember that she “murdered her own sister and queen”. Elizabeth orders that Mary is imprisoned in England and eventually receives compelling evidence that Mary had conspired with her enemies to have her assassinated. Pressured, and with no other choice, Elizabeth ultimately orders Mary’s execution. As Mary is walked to the scaffold, a remorseful Elizabeth cries for Mary and reveals a bright red dress. In her final thoughts, Mary wishes her son James well and hopes for peace upon his reign.

The post-script reveals that upon Elizabeth’s death in 1603, James became the first monarch to rule both Scotland and England.



My Personal Opinion

Does this movie is worth watching or not? ABSOLUTELY YES!!!

Madame de Staël once said: “the entire social order… squares off against a woman who aspires to achieve a man’s reputation. Almost two hundred before, two women dreamed of a world that wouldn’t lean on no more solely on a man’s shoulders.

Mary Queen of Scots is this 2018 historical drama film directed by Josie Rourke and written by Beau Willimon, starring film stars Saoirse Ronan and Margot Robbie.

This biographic movie is based on John Guy‘s biography Queen of Scots: The True Life of Mary Stuart”. The movie tells the stories of Mary Stuart, Queen of Scots at birth, Queen of France by marriage when she was only 16 years old and widowed at 18. When she returned back to her hometown, Scotland, that in the meantime became a Protestant country, she is at odds with her rebellious Lords and comes into conflict with her cousin Queen Elizabeth I, of which she also stakes her claim.

Yet, since the beginning of this paragraph it’s obvious that I just loved, I really did and still do love this movie, also by the use of capital letters and bold font. But it wasn’t only that. Firstly, I DO love to dive in stories like this that are set in my so beloved England and in everything it concerns, even more so if to this are united the famous story of rivalry between these two women, these two queens, Mary Stuart and Elizabeth l, you are asking me to an open invitation!

I just do love this movie through and through! I do really love the movie costumes and dresses, the make-up and hair/ “wigs” (I’ll tell you more thoroughly in the dedicated paragraph).

Magical and Stunning to me were (and still are) he settings, a fundamental element, which are famous places such as the Gloucester Cathedral, used to re-create the cloisters and the halls of the “Hampton Court Palace”, and more to re-create the crypt for the cell where Maria is imprisoned before the execution; the “Blackness Castel”, in the West Lothian, used to re-create the “Linlithgow Palace”, Mary Stuart’s birthplace or even more the Poldullie Bridge of Strathdon, in the Aberdeenshire, where Mary Queen of Scots is the victim of an ambush.

Another advantages to Josie Rourke’s movie are sceneries. There had been a particular study of light that shows or hides, according to the necessities, the intrigues or the betrayals of the respective Courts; we can see indoors and outdoors extraordinarily fascinating. The English Court, almost always presented with a castle, it’s clean but immaculate. Gina Cromwell (already known for her work with Downtown Abbey and Outlander) does a really good job with the setting up of the sets. Just as Sean Barclay discovers in the boundless landscapes of Scottish mountains and hills the perfect setting to re-create and shoot Mary and her entourage’s outdoors scenes.

If Mary’s castle is immerged in a continuously changing landscape and where she moves, instead Elizabeth’s one is a castle on lock down, a court immobile in silence, just as its queen, the pillar of a population for which she chose to be a leader, giving up her joys and happiness.

We could also dare to say that the southernmost country of England, Scotland, with its valleys and its rivers, could be defined as the main character of this movie, together with the two film stars. Another characteristic which played or may not a pivotal point, for me, into make me loving it was the one of having watched the movie in original language. The movie in O.V. (original version) has something magical that enchants you.

In this movie, the differences between the two women/queens arise energetically, as it should be. Everything feeds the confrontation between Mary Stuart and Elizabeth l, between Scotland and England. If on one hand there is a young and gullible (Scottish) Court, house of a queen just as instinctive and unexperienced, on the other hand there is the scholarly, elegant and well-read English Court with the smart intelligence of Elizabeth on top of the power pyramid. Although the two women continue to call themselves, each other, “sisters”, actually they couldn’t hardly be more apart. Both of them have different ambitions and a different look towards the future. Also, their personal priorities are diametrically opposed. Mary, with a fickler attitude as the tide, now she wishes to make peace with Elizabeth, now she imposes herself as the English Queen. Mary’s behaviour, despite interesting and occasionally also admirable, it’s too impetuous and doubtful to create a true empathy within the audience. The Scottish queen isn’t enjoyable, she’s an adolescent girl with a crown too heavy upon her head and she’s playing hot and cold.

The “Mary, Queen of Scots” movie’s cast is one of the pivotal points of the movie itself. Saoirse Raonan is a force of nature, a warrior queen, with a visible and invisible armour. She confirms herself a pro in the shoes of Mary Stuart. Margot Robbie is a surprising Elizabeth l of England. Her gaze is alluring, her gesture queenly. Everything makes her a key point to the movie’s success.

The ideal group that surrounds the two queens and populates the respective courts, such as two sides on a chessboard, are extraordinary. Particularly, result Jack Lowden, David Tennant and Guy Pearce. If we have to point our finger against one of the movie’s stylistic choices, certainly we can notice how much excessive the effort to make the English Court “multi-faceted” is. Nationalities and different cultures, here, represent a progress that may not be so heightened in the interested historical period. Guy Pearce as William Cecil stands out. He was very good in the guise of the determined minister, but not disrespectful of his queen. A walking stick on which she can lean against, “if” or “when” his queen needs it. Her Scottish “counterpart” is no less, with a David Tennant barely recognizable.

One last detail that mustn’t be underestimated absolutely are the lines and the script itself. The movie starts with that kind of dialogues the seem a little bit a comprehensive, they seem to be taken by the pages of a drama written by Shakespeare, but gradually they conform themselves into an essential humanity both for the two main female figures around which the whole story revolves. Beau Willmon brilliantly adapt the story of John Guy’s biography on screen, making the words the tale’s main engine.

This movie knows how to bring out the still applied today historic themes, such as the hard acceptance of a woman in the leading role.



Movie Costumes, Hair and Make-up

As opposed to the actors, that we can love or hate them, judging a movie’s technical aspect is at the same time simpler and more difficult too. It’s difficult because, as a period drama, it’s impossible not to notice the stylistic choices undertook by the make-up artists, the costume designers’, art directors’ and screenwriters’ teams. Thus, it becomes almost mandatory to look at these details and analyse them. But for a movie such as this, Mary, Queen of Scots it also becomes incredibly simple.


Movie Costumes:

Alexandra Byrne (who was already the costume designer for several Marvel’s movies, such as the Avengers and Thor, as well as two movies with Cate Blanchett in the leading role as Elizabeth l) succeeds in the not at all easy task to make the costumes (for this movie) look incredibly distinguishable for an historical period which was already explored. Both courts’ costumes are, of course, different for materials, colours and textures used. Yet, in both of them there is also that attention to the smallest of details, with bright colours for England and the blueish shades for Scotland. Light and Dark, Ying and Yang.

The costume designer would rather sacrifice the historic fidelity to anachronism, choosing a material not yet in use in that period: the denim. The jeans became part of the female clothing only since 1873, because before it was only men clothing’s prerogative, whose roots are competed with French people and Italians, specifically Genoese. It’s right the sea that the first of the costumes (made specifically for this movie) in denim comes from, to Mary’s landing around the coast of Scotland.

The choose of this material is fully justified by Byrne: make accessible and immediate the fashion of a bygone era. Sea travels, time-consuming rides, all of this without having any means to bath available, or even to wash the laundry, which had to be resistant, like a second skin in which one is able to move easily. That’s the essence of denim.

The practicality isn’t only an illusion. Saoirse Ronan shot the whole movie’s scenes in Scotland, a rainy and from a muddy ground area, so creating dresses in traditional material, such as satin or calico would have implied potential damages, slowdowns of production and economic losses. Many are also the scenes where Ronan shows up horseback riding, and denim stretch chosen by Byrne allowed Ronan full freedom of movement.

The origin of costumes is no less anticonventional. Byrne renounced to create sketches, instead created some mood boards in collaboration with the illustrator Belinda Leung. The opening scene, where Mary touches the Scotland ground, it’s graphically rendered with a veil of white linen that covers her face, her body wrapped up in a grey dress whose hems get mixed up with the sea bubble. Much more evocative than the cinematographic return, where the queen ‘greets’ her homeland by feeling nauseated.

Every dress and costume, every accessory, is an allegory, the description of the character which wear it. Although the two queens are divided by colours palettes, dark blue shades for Mary; bright colours, such as red, mustard-coloured and tangerine for Elizabeth; both of them are united by a jewellery: a dangly earring with an acorn made of metal. The “acorn” is a Celtic symbol and it symbolises the fruit of the oak tree, a secular tree which is the synonym of power and it represents immortality. Also, the ‘acorn’ had a double nature, masculine and feminine: being it a fruit, on one hand it symbolises the female fertility, on the other hand symbolises the male masculinity.

Byrne’s work reveals a character’s identity like a line does. Elizabeth, the Virgin Queen, imperturbable, with her starched ruffs, her wigs, the coats of whitening upon her face to conceal the scars of smallpox; Mary, the queen who became the idol of Romanticism, with her dishevelled hair, her chest in sight, dressed in dark colours as a rebellious teenager. Until the end, the second before her execution, Mary’s clothing changes in colour and fabric: she has martyrs’ red cloth of cotton.



Make-up:

Beauty Was Power — But Not For Long

Although Shircore has created her fair share of British monarchs before — specifically, Elizabeth I twice with Cate Blanchett in Elizabeth and Elizabeth: The Golden Age — it was Rourke’s version of the character that proved to be more revealing than ever.

“We begin Elizabeth with a very young version of the Queen, going through the various stages of love and political unrest,” Shircore recalls. “The white makeup was a symbol of her virginity in the film. Essentially, a Protestant Elizabeth substituted herself for the Catholic Virgin Mary. She also cut off her hair and wore a wig.

Nearly two decades later, in Mary, Queen of Scots, Shircore says the makeup and hair were more directly connected to the Queen’s experience with smallpox and its side effects, like deep scarring and alopecia. In the early scenes of Rourke’s version, we do get a glimpse of Robbie as young Elizabeth I, fresh-faced and naturally flushed, boasting a full head of strawberry-blonde ringlets. In the Tudor period, Shircore explains, beauty translated into power. This is something both Mary Stuart and her cousin possessed — until one (that would be Elizabeth) no longer did. Regardless, Shircore says no matter what story anyone chooses to tell of Elizabeth I, “One must always keep in mind the iconic portrait of her as a powerful Queen, her face made up in very white paint and wearing a bright-red wig.”

The last time Shircore created the look for the character Queen Elizabeth, the queen didn’t have to suffer the smallpox she survives in this film. “I used that as my way to get Margot to eventually look like the iconic Elizabeth the First,” says Shircore. “I took the beautiful young girl and covered her in blisters and big open sores, which eventually burst and dried and left her with a pitted and scarred face.”

Shircore made certain to put the blisters on the areas that she eventually wanted to cover up or change, and through that was able to make Robbie’s mouth smaller, her nose narrower and clear her eyebrows.

Along with Byrne’s costumes, Shircore aimed to add a modernistic touch to the film’s look. For instance, the queens’ hair is “more structured,” says Shircore. “Not so many fancy curls and things, not so many frills. This gave us a strength and a more modern feel.”

In order to transform the two actresses into character, the makeup team worked on them in their chairs for hours. Ronan’s fresh look was simpler to do, because her make-up was bright, bonne mine effect, almost similar to Botticelli’s one, with light bases that radiates a sane and pinky halo. For Robbie, on heavy makeup days, it was around three hours: There was a skin condition to create, a thinning wig that involved a bald cap underneath and, of course, the iconic heavy white makeup Queen Elizabeth I was known for.

And since makeup in the 16th century was mixed with mercury and other dangerous substances, Shircore had to find the modern equivalent to stay true to her artistic visions. To that end, she worked with makeup chemists. “I explain how I want it to look, what I want it to do, that I need it to last for eight hours and that it needs to come off easily,” she says. “Then we worked it out together.



Hair:

Red copper hair, long braids and romantic torchon, to symbolise Mary. More dramatic, occasionally grotesque, to symbolise Elizabeth l. it has been a confrontation, not only with roles: both of them, Ronan and Robbie, have been transformed into their character on set with a colossal makeover, signed by the make-up and hair designer Jenny Shircore. For Robbie, blond beauty cover woman, it took big wigs, but her hair was more complicated and required two hours. This movie begins with a much younger version of Elizabeth, fresh-faced and a naturally flushed face and a head of hair with strawberry blond curls: as a perfect “Virgin Queen”. For Saoirse Ronan, instead called to play the true protagonist, Mary Stuart, the beauty look is more fabled: “Historically, Mary was known for to be very pretty. Saoirse had only two wigs and some lock of curls applied from time to time differently from real hair.”

It wasn’t that easy to characterize the two heads of hair, both red: “This is the first movie where I had two main characters with a similar hair colour, so I had to choose very carefully, to let them be distinguishable, even from a long distance. We spent a lot of time to choose the wigs colours: since Margot has a more gold skin, I opted for a brighter and deeper red, that it would have stood out over the coat of whitening. For Saoirse, the choice had been a tenderer and more gold titan-haired delights wig, delicate over her very pale skin”

It’s also spectacular the detail used in creating jewelleries and hairstyles, impossible not to be noticed. Although, it has some reservation on the “clams” hairdo over the ladies-in-waiting’s head, Margot Robbie’s wigs are masterpieces of craftsmanship, with a lot of time and care dedicated to their production. The same thing can be said for the jewelleries, where the most minimal necklace or tiara seem to be directly came from a museum.

But, How reflecting Mary’s power through her hair?

 “She arrives on the shores with a very European hairstyle. I don’t know if it’s picked up enough, but there was a light glow to her skin. You see her relaxed with her ladies in waiting and her hair is loose. It shows you that she’s a young girl. As she realizes she’s on her own, she gets stronger and determined so I played with her hairstyle and played with it to give it a more English/Scottish style. As that hairstyle took on, I made it higher and bigger. I used two layers at the front instead of one to give it more structure and to give it more strength. I also paled her skin. I wanted to keep that absolute beauty of Saoirse. I never wanted to put eyeliner or anything on her. She has this naked beauty and so we strengthened that look. We added some little shading but that was it. We didn’t want to compromise her natural look.”, Shircore said.

It’s very non-fussy. Saoirse’s look loses that European feel once she returns from France to Scotland, and takes on the strong English fashion sense. Her makeup was fresh-faced and freckly when she arrived and during the course of her stay in Scotland, it strengthens, but without looking like makeup. “, she continued. “We used fake hair pieces that we rolled around tiny frames of wire and hair lace to create various shapes. This is what they would have done back then. I made them slightly more modern—slightly bigger and slightly higher to give her the strength she would need as she made her case for being queen.”



Actors



Saoirse Ronan as Mary, Queen of Scots, the Queen of Scotland and Elizabeth’s cousin.




Margot Robbie as Queen Elizabeth I, Mary, Queen of Scots’ cousin and the Queen of England and Ireland.






Guy Pearce as William Cecil, advisor to Queen Elizabeth.





David Tennant as John Knox, a Protestant cleric.





Jack Lowden as Lord Darnley, Mary, Queen of Scots’ second husband.





Joe Alwyn as Robert Dudley, Queen Elizabeth’s counselor and lover.






Gemma Chan as Elizabeth Hardwick, a friend and confidante of Elizabeth I and keeper of Mary, Queen of Scots.

Martin Compston as Earl of Bothwell, Mary, Queen of Scots’ third husband.

Ismael Cruz Córdova as David Rizzio, Mary’s close friend and confidant.

Brendan Coyle as Matthew Stewart, 4th Earl of Lennox, father of Lord Darnley.

Ian Hart as Lord Maitland.

Adrian Lester as Lord Thomas Randolph.

James McArdle as the Earl of Moray, Regent of Scotland.

Maria-Victoria Dragus as Mary Fleming, a Scottish noblewoman, childhood friend and half-first cousin of Mary, Queen of Scots.

Eileen O’Higgins as Mary Beaton, attendant of Mary, Queen of Scots.

Izuka Hoyle as Mary Seton, attendant of Mary, Queen of Scots.

Liah O’Prey as Mary Livingston, attendant of Mary, Queen of Scots.

Alex Beckett as Walter Mildmay, English Chancellor of the Exchequer.

Simon Russell Beale as Robert Beale.

Andrew Rothney as King James I, Mary, Queen of Scots’ son and heir.



Soundtrack

A stunning, endearing, moving and delicate movie like this couldn’t fail to have in turn a soundtrack up to it, that reflected it. This movie’s composer is Max Richter, who did a great job. In this soundtrack there aren’t “song” as are currently defined nowadays, but it’s made only of classical “compositions”. Whenever I just want to listen to light and delicate music, spiced with a little bit of ‘those I do not know that’ of imminent, I do love listening to this soundtrack. It drives me crazy positively!

The soundtrack is made of 18 compositions, all of them equally wonderful. But those that positively drive me crazy the most are the following:

The first composition entitled The Shores of Scotland, has a soft a linear tone, imminent in the right spot that makes happy, or at least to me; it reminds me of a merry, serene and cheerful tone.

The second composition entitled “Elizabeth’s Portrait”, and even the fifth one, “The Crown”, have in common the thing that both of them have an imminent rhythm every now and then, interspersed with a rhythm that slowly fades out, but then gradually re-starts and grows restlessly.

The fourth composition entitled “If Ye Love Me” has that solemn tone typical of ecclesiastical songs of yore where the harmonization of the different voices, such as contraltos, basses, sopranos and so on, gives to the whole piece a linear and gentle rhythm.

The sixth composition entitled “The Poem”, has so and so the tone similar to the first piece; at fist glance, on and off seems to her that melody similar to the one composed by Pëtr Il’ič Čajkovskij for his masterpiece “The Nutcracker”: “The Sugar Plum Fairy”, in addition the delicate and warm touch of the lyra softens the composition, already gentle and delicate.

The eighth composition entitled “The Wedding”, has a mixed-deaf sound of drums in contrast to the break with the deeper sound of trumpets that grows restlessly. S – T – U – N – N – I – G!!!



Historical Accurancy:

Mary and Elizabeth’s letters to each other were their only sources of communication, and they never saw each other face to face.

Mary didn’t have a Scottish accent. The five-year-old Mary was sent to France, where she grew up in the French Court.

Estelle Paranque, an expert on Queen Elizabeth I, told The Telegraph: “It shows a friendship at first, but there was not a friendship, Elizabeth tried to be kind to her at first but Mary never saw Elizabeth as an equal. She saw her as a rival from the start.”

The movie portrays the English ambassador to the Scottish Court, Lord Thomas Randolph, as a black man, which he was not. Gemma Chan’s character is Elizabeth Hardwick, who in real life was white. Director Josie Rourke told the L.A. Times: “I was really clear, I would not direct an all-white period drama.”

In the film Mary is referred to several times as the ‘Queen of Scotland’. However, as a popular monarchy the Scottish monarch was instead titled the King/Queen of Scots (as the film’s title and eponymous character accurately states), something which was the norm until usage started to decline during the reigns of William II and Mary II.



Saoirse Ronan is an LGBTQ+ ally in new Mary Queen of Scots’ film (and clip)

With star turns from Saoirse Ronan as Mary Stuart and Margot Robbie as Elizabeth I, two fierce royal figures in a male-dominated world, period drama Mary Queen of Scots had all the makings of a gay favourite as it was.

But the true story of betrayal and rebellion – and plenty of fancy costumes – has been given a modern update with the inclusion of queer characters, including Mary’s confidant and private secretary David Rizzio, portrayed by Ismael Cruz Cordova. In fact, the new movie points to a relationship involving her private secretary David Rizzio.

Mary, Queen of Scots,” the feature film debut of stage director Josie Rourke, is filled with all of the backstabbing, palace intrigue and secrecy you’d expect from the Elizabethan era. One of the film’s secrets actually leads to a treasonous bit of palace intrigue and literal backstabbing.

In this movie, Mary’s Italian-born courtier and confidant David Rizzio is heavily implied to be gay. Mary says at one point during the film, as he’s dressed in a dress pretending to be one of her chambermaids, that she does not hold Rizzio’s “nature” against him.

In a clip from the film, David is dressed in traditional women’s clothing while he entertains Mary and her chambermaids, when he questions: “Is it a sin that I feel more of a sister to you than a brother?”

Realising he may have spoken out of turn, he adds: “Forgive me, I forget myself in your company.”

Be whoever you wish with us. You make for a lovely sister,” Mary replies.

Who knew Mary Queen of Scots was such an ally?

The historical record is, of course, unclear, but Rourke told TheWrap, “There is strong evidence to support that Rizzio was gay and even identified as such then.

Screenwriter Beau Willimon, who wrote the script based on the work of British historian John Guy, told TheWrap that during that era, there wasn’t the same notion of straight or gay and that there likely would not have been the same uproar then that would come in later centuries for same-sex dalliances.

In the film, Mary finds her newly married husband, Lord Darnley (Jack Lowden) in bed with Rizzio one morning after their wedding. She feels betrayed by Rizzio and is embarrassed by her drunkard of a husband. Willimon said this was a betrayal of the power structure, not shame.

Post in evidenza

“Quei giorni a Bucarest” – Recensione libro.

Trama:

Bucarest, 1992.

Rivelarsi gay in Romania nel 1992 è pericoloso. Ne fanno le spese due ragazzi: il primo è Nicu, uno studente della Facoltà di Giornalismo che collabora pure con la rivista Jurnal Universitar; il secondo è Gabriel, un liceale diciassettenne, aspirante attore di teatro con una passione spasmodica per la fotografia. Un giorno, in redazione dove Nicu lavora, arriva la notizia che un gruppo di studenti liceali vuol mettere in scena l’adattamento teatrale di “Dichiarazione d’amore”, un film di culto per i giovani romeni degli anni Ottanta, epoca in cui il regime comunista, sotto la guida di Ceausescu, sembrava ancora saldo. Appena Nicu entra nella palestra del liceo “lon Neculce“, dove si stanno svolgendo le prove, Nicu è immediatamente colpito e affascinato dall’attore protagonista, il diciassettenne Gabriel.

“…il ciuffo di Gabriel brilla di un nero lucido e gli occhi verdi hanno riflessi d’oro che incantano. Difficile essere più belli di così, soprattutto a Bucarest, dove un tratto delicato si combina sempre con denti storti, orecchie lunghe e sopracciglia troppo folte.”


Figlio di un importante architetto e professore universitario, lui è abituato, per la sua straordinaria bellezza, a sedurre chiunque. Gabriel è a sua volta attratto da Nicu, il quale in seguito sarà travolto e ricambiato dall’amore. Ma nella Romania di quegli anni l’amore tra due ragazzi non può avere vita facile.

Se Gabriel vive la relazione con Nicu a metà tra l’incoscienza giovanile e il terrore che possa essere scoperto dalla famiglia, soprattutto dal fratello militare David, che in seguito nel romanzo lo definirà “frocio schifoso” dopo aver infierito su di lui e su Nicu dopo averli sorpresi insieme, e nemmeno il padre intellettuale, professore universitario, saprà accettare la relazione del figlio perché “l’odio per i froci è come il tifo per la nazionale di calcio, come la bandiera, unisce tutti”, e dagli amici;

Nicu si fa forte della relazione con il ricco imprenditore italiano Vittorio, che ama Nicu e al quale promette di portarlo in Italia, a Padova, appena possibile per farlo andare via dalla Romania, ma che accetta in seguito di restargli amico quando capisce che questi è perdutamente innamorato di Gabriel.

Dopo vari avvenimenti, sarà proprio Vittorio ad aiutare Nicu ad organizzare per Gabriel una mostra fotografica a Parigi e a dare così la possibilità ai due rumeni di un riscatto e di una vita serena in un paese più accogliente nei confronti degli omosessuali, la Francia (Parigi).


Autore

È Stefan B. Rusu, autore romeno, a scrivere questo romanzo coinvolgente e a tratti commovente, con un felice finale a sorpresa, tuttavia alquanto idilliaco, che ha ambientato il suo racconto a Bucarest proprio nel periodo in cui aveva la stessa età di Gabriel. Ha svolto gli studi universitari a Bucarest e si è specializzato in Italia. Attualmente vive a lavora a Padova.


Commento

Il romanzo è un libro di formazione indirizzato prevalentemente a ragazzi (ma non solo!) e tratta diverse tematiche come quella dell’omosessualità e della vita nella Romania degli anni ‘90, e in particolar modo della vita dei giovani omosessuali in questo paese, che vede l’omosessualità illegale e immorale, dando come unica possibilità la fuga dal paese.

Il romanzo è breve ma molto bello, coinvolgente e a tratti commovente, e ogni capitolo letto ti invoglia a continuare a leggere lasciandoti dentro una forte curiosità per ogni pagina non ancora letta, costringendoti a leggerlo tutto d’un fiato! Si crea sin da subito una forte empatia col protagonista e con i luoghi, catapultandoti nella storia già dopo le prime pagine. Mi è piaciuta molto la scrittura, che ho trovato sobria ed elegante, mai prepotente. Una lettura davvero piacevole e scorrevole. Mi è dispiaciuto arrivare alla fine.

Il finale a sorpresa corona pagine a tratti avvincenti. Ogni concetto, ogni frase non è scritta a caso, ma fa parte di un disegno molto preciso. La storia, magari non originalissima, basata sul contrasto tra una realtà (socioeconomica) difficile e le speranze e le ambizioni dei giovani protagonisti, è ruvida come i termini che spesso descrivono persone e situazioni. Alla fine della lettura ci si ritrovera sicuramente arricchiti dal punto di vista emotivo e intellettuale.

Bucarest

Il quadro rappresentato in ‘Quei giorni a Bucarest’ ci restituisce sì un paese in cui lo spirito di forte identità nazionale prevale sulle libertà individuali, ma l’appassionata storia dei due giovani è anche la dimostrazione che l’amore sfida e supera tutti gli ostacoli. Questo paese, la Romania, e la sua capitale Bucarest, come anche coloro che la abitano, sono raccontati con grande delicatezza e maestria dentro la loro quotidianità e alcune volte ci si ritrova in una Bucarest in macerie e piena di pregiudizi.

cover vinile di “Mourir d’Aimer”

Inoltre in questo romanzo viene citato un brano in una delle scene a mio parer più belle e delicate, quella in cui Nicu e Gabriel si concedono l’un l’altro; dopo aver concluso Gabriel fa vedere a Nicu in successione una serie di foto scattate da lui alla gente, di nascosto, e in sottofondo viene messo il brano “Mourir d’Aimer” di Charles Aznavour, nome d’arte dell’armeno Chahnourh Varinag Aznavourian, scomparso nell’ottobre del 2018.




“Those days in Bucarest”
-book review.

*Discalimer*: This book has not been translated yet, so not even published. The book title is my personal literal translation. Said that, I hope you could enjoy this book the same way as i did it.

Plot:

Bucharest, 1992.

Italian book cover

Coming out of the closet in 1992 Rumania it’s risky. Those who are playing the price are two young boys: the first is Nicu, a School of Journalism studentwho cooperates with the ‘Jurnal Universitar’ magazine; the second one is Gabriel, a 17-years-old high school student who aspires to become a theatre actor and who also has the spasmodic passion for photography. One day, in the newsroom where Nicu works, it comes the news that a group of high-schoolers want to stage the dramatic adaptation of “Declaration of Love”, an 80s cult movie for the young Rumanians, time when the Communist regime under the leadership of Ceausescu seemed still strong. As soon as Nicu gets into the “Ion Neculce” high school gym, he is immediately struck by a lighting by the main play’s character, the 17-years-old Gabriel.


“…a lock of Gabriel’s hair shines of a shiny black and his green eyes with gold reflections that charm you. It’s very difficult to be more beautiful than this, overall in Bucharest, where a gentle feature of the face is always combined with crooked teeth, big ears and bushy eyebrows.”

random boys kissing resembling the two lovers in this book.

He’s the son of both an important architect and university professor; he’s used to seduce whoever with his extraordinary beauty. As Nicu, even Gabriel is attracted by him, the one, as a result, will be in love. But in those years’ Rumania, the love story between the two boys is going to struggle.

If Gabriel lives his relationship with Nicu halfway between the youthful recklessness and the terror of being discovered by his family, neither his military brother David, that, following in the novel will define him a “filthy faggot”, later that he went after on him and Nicu when he caught them naked together; and nor Gabriel’s intellectual father and university professor, will accept his son’s gay relationship, by saying: “Hate for fags is like cheering for the national football team, like the national flag, unite us all”, and friends;

random photography exhibition resembling the one in the book

instead, Nicu gets stronger by his relationship with the rich Italian businessman, Vittorio, who loves him and promises him that he’ll take him to Italy, specifically in Padua (where Vittorio comes from), as soon as possible to let him break free from Rumania, but Vittorio is also the one who, later, accepts to be only his friend when he understands that Nicu is deeply in love with Gabriel.

Paris view from Notre Dame de Paris’s Cathedral

After several events, will be Vittorio himself to help Nicu to organize a photography exhibition in Paris for Gabriel; this way Vittorio gives the two Rumanian lovers both the chance for redemption and to live a happy life together in a more welcoming country towards homosexuals, France (Paris).


Author

Stefan B. Rusu is a Rumanian author, who wrote this so addictive and occasionally moving novel, with a surprise happy ending, though rather idyllic, that set is own story in Bucharest, precisely when he had the same age as Gabriel. He has carried out his university studies in Bucharest and he specialized in Italy. Nowadays he lives and works in Padua.


Comment

This novel is a coming-of-age story addressed mostly to teens (but not exclusively!) and it handles various topics, such as homosexuality and the life of the 90s Rumania, particularly the life of young homosexuals in this country which sees homosexuality as something illegal and immoral, and the sole solution is the departure from their native country.

This novel is short, but it’s amazing. It’s so involving and occasionally moving, and every chapter you have read make you want to read more and more, leaving you with a strong curiosity for the remaining unread pages, by “forcing” you to read it in on breath! From the start, it’s like you create a special bond, an empathy, with the main character and the places described in it, by catapulting within the story in the first pages. I really liked the writing, in fact I think it’s plain and stylish, never presumptuous. A really enjoyable and free-flowing read. I just hated finishing to read this story.

The surprise ending crowns occasionally thrilling pages. Every concept, every line isn’t written randomly, but it’s part of a very specific plan. The story, which may not be the most original one and which is based on the contrast between a difficult (socioeconomic) reality, the expectations and the ambitions of the two main characters, is rough as the terms that often describe people and situations. At the end of the reading you surely do find yourself emotionally and intellectually enriched.

Bucharest

The framework depicted in this book, “Those days in Bucharest”, gives us back a country where the spirit of identity prevails over the individual freedoms, but the passionate story of these two lovers is also the proof that love challenges and overcomes all the obstacles. This country, Rumania, and its capital Bucharest, as also those who live there, are depicted with a great sensitivity and mastery within their own daily life, and sometimes we do find ourselves involved in a Bucharest full of prejudices and wreak-age.

Vinil cover of the song

In addition, in this novel is mentioned a song in one of the most poetic and delicate scenes, the one when Nicu and Gabriel give themselves each other; after they have “concluded”, Gabriel shows Nicu a series of photos in succession taken to people secretly by him, and in the back-ground Gabriel plays the song “Mourir d’Aimer” by Charles Aznavour, stage name for the Armenian Chahnourh Varinag Aznavourian, died in October 2018.

Post in evidenza

Recenzione AQUAMAN

Salve a tutti e benvenuti alla prima recensione del mio blog sul film DC AQUAMAN con Jason Momoa.

Questa recensione è una ripresa MOLTO più approfondita rispetto alle IG stories sul mio profilo sul film DC AQUAMAN. Senza ulteriori indugi iniziamo:


Trama:

Nel 1985, ad Amnesty Bay, nel Maine, il guardiano del faro Thomas Curry trova una donna che si fa chiamare Atlanna. Quest’ultima è la regina di Atlantide, e ne è sfuggita per evitare di sposarsi con Barox, futuro re di Atlantide. Thomas e Atlanna si sposano e danno alla luce un figlio, Arthur Curry. Un giorno, i tre vengono attaccati dalle guardie di Atlantide, che vogliono portare via Atlanna. Dopo lo scontro, da cui escono vincenti, Atlanna è costretta a scappare, lasciando Arthur nelle mani di Thomas.

Nel presente, approssimativamente un anno dopo la battaglia contro Steppenwolf e il suo esercito, Arthur, divenuto nel frattempo Aquaman, continua la sua vita e la sua lotta contro il crimine. Un giorno, Arthur affronta un gruppo di pirati che tentano di dirottare un sottomarino nucleare russo. Dopo aver ingaggiato uno scontro con David Kane suo padre, Jesse Kane, rimane incastrato sotto un missile. Dopo aver chiesto al figlio di andarsene questi si suicida con una granata e David, allora, giura vendetta. La sera, Arthur viene raggiunto da Mera, sua vecchia amica, che gli chiede di venire con lei ad Atlantide. Aquaman, però, considera gli atlantidei responsabili della morte di sua madre, i quali, venuti a sapere della sua esistenza, l’hanno uccisa, e perciò rifiuta. Ma dopo aver messo quasi in pericolo il padre, Aquaman decide di andare con Mera. Arrivati in un luogo nascosto, Aquaman e Mera incontrano Nuidis Vulko, vecchio amico di Arthur che l’ha addestrato da giovane per combattere: i due chiedono ad Aquaman di aiutarli a fermare il suo fratellastro, il perfido e invidioso Orm, nato dall’unione di sua madre e Barox, che insieme a re Nereus, capo degli Xebel e padre di Mera, vuole dichiarare guerra al mondo umano. Vulko consegna ai due una mappa che ha trovato tempo prima, la quale contiene la posizione del Tridente Sacro del Re Atlan, il primo re di Atlantide, nascosto da molto tempo e che può rivelarsi come la chiave per sconfiggere Orm. Poco dopo, tuttavia, le guardie di Atlantide al servizio di Orm, che teme che l’esistenza di Aquaman gli faccia perdere il trono, sopraggiungono e attaccano. Mera e Vulko riescono a fuggire, ma Aquaman viene sconfitto e arrestato.

Una volta portato ad Atlantide, Aquaman fa la conoscenza di Orm e lo sfida in un duello. Orm, fratellastro e avrà il trono per sé una volta per tutte, accetta la sfida. Quella notte stessa, Aquaman e Orm combattono duramente. Quando, tuttavia, Orm, sconfitto Aquaman, si appresta a finirlo, Mera riesce a salvarlo, facendo deridere Orm davanti al popolo. In seguito, i due fuggono da Atlantide, e si recano nel Sahara.

Una volta arrivati lì, Aquaman e Mera giungono ad un tempio abbandonato, dove si trova una registrazione con le informazioni necessarie che li conducono in Sicilia, e scoprono dove si trova il Tridente. Nel frattempo, Orm trova David e stringe con lui un’alleanza donandogli tecnologia Atlantidea che costui usa per costruirsi un’armatura, facendosi chiamare Black Manta. David e le guardie di Atlantide si recano anch’essi in Sicilia e attaccano Arthur e Mera: dopo un folle combattimento le guardie vengono sconfitte da Mera, mentre Arthur getta David da una scogliera, uccidendolo apparentemente. Subito dopo, Arthur e Mera prendono una barca e si apprestano ad andare verso l’Oceano Atlantico.

Una volta arrivati sul posto, Aquaman e Mera scoprono che Atlanna, ufficialmente offerta in sacrificio ai Trench, orribili esseri marini, è riuscita a salvarsi, rifugiandosi lì per vent’anni, dopodiché si apprestano a prendere il Tridente di Atlan, ma sono costretti a combattere contro il Karathen, che fa da guardiano al Tridente da moltissimo tempo. Una volta acquietato il mostro, grazie ai poteri unici di Arthur di comprendere le creature marine, Aquaman, Mera e Atlanna prendono il Tridente e si apprestano a sconfiggere Orm una volta per tutte.

Aquaman e Mera si recano nel luogo dove si trova Orm, il quale sta cercando di sottomettere al suo volere i Brine, giganteschi esseri simili a dei paguri, con l’aiuto degli altri due popoli suoi alleati con la forza. Il suo intento è di diventare Ocean Master. Dopo aver liberato il Karathen e aver evocato tutte le creature del mare in suo aiuto, Aquaman combatte contro Orm come la volta precedente, soltanto che stavolta ha la meglio perché invece di combatterlo nell’acqua lo combatte sulla superficie: Arthur riesce a sconfiggere Orm, ma decide di non ucciderlo. In seguito, la guerra è finita: Orm, seppur tranquillizzato dalla vista della madre rediviva, viene arrestato dalle guardie di Atlantide. Alla fine, Atlanna torna sulla terra ferma per riabbracciare Thomas, e Arthur diventa a tutti gli effetti il nuovo re di Atlantide.

Nella scena dopo i titoli di coda, Black Manta, sopravvissuto allo scontro tra Aquaman e Mera in Sicilia, viene recuperato e guarito dal dottor Stephen Shin, uno scienziato ossessionato dal ritrovamento di Atlantide, e accetta di guidare Shin in cambio della sua vendetta su Aquaman.


Il film: vederlo o meno? Ehm, bella domanda. Nì

Post-cinema ci si chiede:” ma che cazzo ho appena visto?” perché realmente non hai capito che cacchio di quello che hai visto per 2h e 22 minuti, perché è tutto spiegato un po’ così. Se si è riso, si è fatto quando non si doveva ridere. Personalmente il film mi è piaciucchiato, è molto bello visivamente, ma è uno di quei film sui supereroi fatto un po’ così, come dire, ad muzzum, con la sceneggiatura ad muzzum, con battute e azioni ad muzzum, che sono proprio sbagliate, stupide, infantili. Questo perché si cerca di arrivare il livello di quei film sui supereroi Marvel, ma con scarsissimi risultati!

Nel complesso il film sembra il collage di alcuni filmetti anni ’90. A livello di trama si traballa parecchio, proprio come in un filmetto d’avventura ci sono tutta una serie di indizi dà risolvere e nemmeno ce ne accorgiamo, perché lo fanno così tanto velocemente e facilmente, che non vi è nessuna difficoltà; che poi non capisco il fatto di porli avanti a degli enigmi idioti che Lara Croft gli riderebbe in faccia. Inoltre, una delle tante cose che mi sono chiesto: dato i genitori del protagonista, Atlanna e l’umano, vengono da due mondi completamente diversi: quando si incontrano non riscontrano nessuno ostacolo linguistico…; Una delle tante altre parti trash di tutte è quella ambientata in Italia, al Sud in Sicilia, e che da meridionale mi ha dato un sacco fastidio in questo film. In questa scena c’è tutta la riverenza degli americani che subiscono il fascino dello stereotipo del paesino del Sud, in cui siamo rappresentati praticamente come un popolo di fruttivendoli che vendono allegramente gli ortaggi in piazza.

Dopo la battuta infelice di Arthur su Pinocchio, perché lui e Mera si rifugiano nella pancia di una balena per sfuggire all’armata di Orm, in seguito escono dal mare ed è subito ‘Baywatch’, il brano pop di sottofondo c’è e ci sono pure loro due che escono dall’acqua a rallenty… o ancora, quando degli atlantidei comandati da Orm salgono in superfice per dare a Black Manta delle armi per affrontare Arthur, queste funzionano ad acqua… quindi sono delle pistole ad acqua?! E poi una tecnologia non meglio specificata trasforma l’acqua in…boh…qualcosa.

Però, in tutto questo vi è una componente, il “TRASH, da non sottovalutare, purtroppo, perché questo film ha davvero un sacco di trash, davvero tanto, tantissimo. (disclaimer: ogni tanto il trash nella vita fa ben, in piccole dosi però; ma quando me lo “somministri” in dosi così elevate…nooo amico, non va affatto bene! No Maria grazie, io esco!) chiuso disclaimer, potremmo definirlo “un tripudio di trash” assurdo o ancora meglio “il trash infondo al mare”, tanto è vero che con quest’ultima definizione mi è venuta in mente Ariel, “la Sirenetta”, e vi giuro che mancava proprio Re Tritone, Ariel, le sue sorelle canterine e i suoi fedeli amici Flounder e Sebastian. Infatti ad un certo punto, mi sono realmente chiesto se fosse la sirenetta o Aquaman.



Costumi, trucco e parrucco

Questa categoria è una delle mie preferite, anche se in questo film sono stati ‘Poco credibili e alquanto arraffazzonati’.

Costumi: Personalmente tutti i costumi, sono stati visivamente belli e fatti bene, ma non tutti a dire il vero c’entravano granché con il tema acquatico o comunque con una storia ambientata per la maggiore in fondo al mare. Alcuni erano proprio fuori contesto, ad esempio quello che ha la regina Atlanna alla fine del film, quello che sembra un poncho gigante fatto di lana con sopra delle paillettes che sembrano attaccate con la colla a caldo… oppure ancora la tutina che la stessa regina Atlanna indossa per il 99% del film, quella bianco perlaceo che è visivamente bella e che ‘le sta da Dio’, nella quale la costumista ha cercato di emulare le scaglie dei pesci, con scarsi risultati;

…o ancora un esempio simile è il costume (o per meglio dire la tutina sexy super-attillata verde-per intenderci), nel quale si cerca di emulare in anch’essa le scaglie dei pesci… vi sembrano o vi danno l’impressione di scaglie? …ehm, ANCHE NO!

Un bel vestito invece, anche se un po’ strano, è quello che Mera indossa nella scena dello scontro nell’arena tra Arthur e il principe Orm, alias Ocean Master.


Parrucco: le parrucche sembrano prese su Aliexpress, soprattutto quelli di Mera si vede che sono appunto tali, allo spettatore più minuzioso come lo sono io, che sono di un rosso innaturalissimo e poi la linea dell’attaccatura sì vede lontano un miglio che non è naturale.

Oppure ancora i capelli di Nuidis Vulko, il mentore di Arthur, sembra avere i capelli leccati dalla mucca carolina sulla parte anteriore del capo e poi si annodano come se fosse una sorte di samurai (WTF?);

…o ancora anche quelli del principe Orm, orridi. E ne vogliamo parlare della capigliatura di Re Nereus? Che è quel pel di carota slavato? Sembra che gli hanno fatto male la tinta o che sembri quella tinta da quattro soldi che lascia delle parti scolorite dopo il primo lavaggio.


Trucco: Capisco la finzione scenica, ma il trucco come le polveri e gli ombretti, il mascara, rossetti e tanto altro, sono troppo visibili, è veramente poco credibile che non si siano rovinati con l’acqua salata.




Attori

Mi sono piaciuti tutti quanti, indistintamente, alcuni di più altri meno, alcuni erano conosciuti altri no e altri ancora non li conoscevo io. Tra quelli più conosciuti annovero ovviamente:

JASON MOMOA

Interpreta Arthur Curry/Aquaman, metà Atlantideo e metà umano, ha la super forza, l’abilità di manipolare le maree degli oceani, comunicare con gli altri esseri viventi acquatici e nuotare a una velocità supersonica.

È il protagonista della nostra storia, anche riconosciuto per il ruolo di Khal Drogo in GOT (Game of Thrones); Tant’è vero che appena l’ho visto, ho pensato:” Khal Drogo, cacchio ci fai lì? Cos’è successo, sei morto a Westeros, ovvero nell’universo ‘Martin-iano’ e ti sei incarnato in Aquaman? OOOKAY!”

Quello che mi è piaciuto di lui, ma che è stato anche abbastanza limitante per lui come attore, è stato il fatto che abbia messo tanto di sé nel ruolo di Aquaman/Arthur, e in alcune scene sembrava proprio di vedere Jason (Drogo) e non Arthur/Aquaman.

  • Una cosa che mi ha lasciato un po’ ‘meh’ è il fatto che avesse solo due espressioni: broncetto serio o il sorrisone a 32 denti.
  • sua posa preferita è: mettersi di schiena, fare qualche passo e poi girarsi di schiena, guardare dritto al punto macchina e fare lo sguardo sexy con un sopracciglio un po’ alzato.


PATRICK WILSON:

Ha interpretato il ruolo del fratellastro Orm/ Ocean Mater, ovvero il cattivo di turno. È il reggente di Atlantide ed il quale cerca di riunire i sette regni sottomarini di Atlantide per dichiarare guerra in superficie al mondo degli umani con la convinzione che gli umani abbiamo inquinato il mondo. Lui è innamorato di Mera.



NICOLE KIDMAN:

Il suo personaggio è la Regina Atlanna, la regina di Atlantide, madre di Arthur Curry e Orm. Qui, favolosa come sempre! personalmente lei è una bomba sexy ed anche una delle migliori attrici hollywoodiane, ma qui non ha fatto niente di eclatante, anche perché il suo personaggio non aveva molto screen time che non le ha permesso di esprimere la sua vera bravura come attrice;




AMBER HEARD:

Ha interpretato la Principessa Merlin, detta Mera, nonché l’interesse amoroso di Arthur. figlia di re Nereus, possiede poteri idrocinetici e telepatici che le permettono di controllare l’ambiente acquatico e di comunicare con altri Atlantidei.

  • Mera è l’unico personaggio che un si salva, nonostante tutto il trash e i difetti, è un personaggio attivo e determinato, si salva da sola e capita che debba salvare anche lui, guida come un pilota di formula uno, combatte come un’amazzone, anche a mani nude con i mostri marini, fa parkour come se non facesse altro nella vita, ed ha il piglio del politico e governatore saggio.

È una delle pochissime cose che mi è piaciuto del film.



DOLPH LUNDGREN:

Lo troviamo nei panni Re Nereus. È il re della nazione sottomarina di ‘Xebel’ e padre di Mera, il quale si allea con Orm.




YAHYA ABDUL-MATEEN ll:

È David Kane / Black Manta. È uno spietato cacciatore di tesori e mercenario, antagonista di Aquaman. si allea con Orm per cercare di sconfiggere e uccidere Arthur, con il quale ha un conto in sospeso.



WILLELM DEFOE:

Interpreta Nuidis Vulko, il capo consulente scientifico di Atlantide, nonché di Orm, ma prima di tutto mentore e addestratore di Arthur, sotto ordine della regina Atlanna.

Willelm Defoe, che anche lui come la Kidman, è un mostro di bravura, qui ha fatto il soprammobile, e anche la sa bravura non si è espressa al meglio.



Gli altri attori:

Temuera Morrison interpreta Thomas Curry, il padre di Arthur.

Ludi Lin interpreta Murk, il leader delle truppe di Atlantide.

Michael Beach interpreta Jesse Kane, un pirata, antagonista di Aquaman.

Randall Park interpreta il Dr. Stephen Shin, un biologo marino ossessionato dall’idea di trovare la leggendaria città di Atlantide.

Djimon Hounson interpreta il Re dei Pescatori, uno dei sette re di Atlantide.

Natalia Safran interpreta la Regina dei Pescatori.

Sophia Forrest interpreta la Principessa dei Pescatori.




CGI e Effetti Speciali

Nonostante il trash in abbondanza, quello che mi è anche piaciuto molto sono state le locations del mondo di Atlantide, ovviamente create in CGI e si vede pure troppo in alcune inquadrature, a parer mio, perché in alcune scene vi è il piattume più totale, come ad esempio la scena del deserto;

Si riprende questo mondo antico, classico, fatto di templi, statue, tradizioni, tridenti, armi leggendarie, profezie, re e regine, popoli diversi che si sono sviluppati in maniera diversa, regni che hanno avuto il loro picco ma che sono pure caduti,

del quale io esco pazzo ovviamente; il tutto un po’ anche modernizzato in alcuni punti, sennò sarebbe stato troppo statico.


La CGI che lascia delle perplessità a livello di resa, soprattutto in alcune scene sott’acqua: per esempio sembra che il volto dei personaggi sia stato incollato ai loro corpi quando sono sott’acqua;

In più, essendo ambientato sotto l’acqua metà del film, quando gli attori parlano o “respirano” o altro, nemmeno due bollicine escono dalla loro bocca o dal naso? Poi in secoli di evoluzione, non hanno sviluppato nulla di simile alle creature marine? Ad esempio, qualche branchietta? Mani o piedi palmati?

…per non parlare poi di alcune scene d’azione che alcune volte vengono ricostruite interamente in CGI e si vede tanto tanto. Lo stacco tra il reale e la CGI si sente tanto, soprattutto quando sono in superfice.

Il costume di Black Manta, dal cartaceo al tridimensionale, diventa davvero ridicolo. Sembra una formica gigante malefica.




Colonna Sonora

La colonna sonora di primo acchito, durante la visione del film, mi aveva un abbastanza preso, e ascoltandola anche a posteriori è davvero molto carina e ben fatta.

Le canzoni che mi sono rimaste in mente più di tutte sono quelle di di Pitbull ft. Rhea- Ocean to Ocean, davvero orecchiabile. Anche il brano Everything I Need di Skylar Grey.






AQUAMAN Review.

Hi everyone and welcome to my first ever review on this blog on the DC’s film AQUAMAN.

This review is a MORE detailed continuation of what I said before on my IG stories on the DC’s film AQUAMAN. Without further ado, let’s start:

Plot:

In 1985 Maine, lighthouse keeper Thomas Curry rescues Atlanna, the princess of the underwater nation of Atlantis, during a storm. They eventually fall in love and have a son named Arthur, who is born with the power to communicate with marine lifeforms. Atlanna is forced to abandon her family and return to Atlantis, entrusting to her advisor, Nuidis Vulko, the mission of training Arthur. Under Vulko’s guidance, Arthur becomes a skilled warrior but rejects Atlantis upon learning that Atlanna was executed for having a half-breed son.

In the present, one year after Steppenwolf’s invasion, Arthur confronts a group of pirates attempting to hijack a Russian Naval nuclear submarine. Their leader, Jesse Kane, dies during the confrontation while his son, David, vows revenge. David later targets Atlantis at the behest of Orm, Arthur’s younger half-brother and Atlantis’ incumbent monarch who uses the attack as a pretext to declare war on the surface world. King Nereus of Xebel swears allegiance to Orm’s cause, but his daughter Mera, who has been betrothed to Orm, refuses to aid them and journeys to the surface to ask Arthur for help, earning his trust by saving Thomas from a tsunami sent by Orm. Arthur reluctantly accompanies Mera to a rendezvous with Vulko, who urges Arthur to find the Trident of Atlan, a magic artifact that once belonged to Atlantis’ first ruler, in order to reclaim his rightful place as king. They are ambushed by Orm’s men and Mera and Vulko escape without having been seen, while Arthur is captured.

Arthur is chained and presented before Orm, who blames Arthur and the surface for Atlanna’s death. He offers Arthur an opportunity to leave forever, but Arthur instead challenges him to a duel in a ring of underwater lava. Orm gains the upper hand and nearly kills Arthur before Mera rescues him. Together, Arthur and Mera journey to the Saharan desert where the trident was forged and unlock a holographic message that leads them to Sicily, Italy, where they retrieve the trident’s coordinates. Meanwhile, Orm provides David with a prototype Atlantean battle suit to kill Arthur, imprisons Vulko upon learning of his betrayal, and coerces the remaining kingdoms of Atlantis to pledge their allegiance to him and his campaign against the surface.

After modifying Orm’s technology, a fully armored David rechristens himself as Black Manta and ambushes Arthur and Mera in Sicily, injuring Arthur before being thrown off a cliff to his apparent death. Mera nurses Arthur’s wounds as they journey to the trident’s whereabouts, and encourages him to embrace his destiny as a hero. Arriving at their destination, Arthur and Mera are attacked by a legion of amphibious monsters known as The Trench, but manage to fend them off and reach a wormhole that transports them to an uncharted sea located at the center of the Earth. There, they are unexpectedly reunited with Atlanna, who was sacrificed to the Trench for her crimes but managed to escape and reach the uncharted sea, where she has been stranded ever since.

Arthur faces Karathen, the mythical leviathan that guards the trident, and voices his determination to protect both Atlantis and the surface, proving his worth and reclaiming the trident, which grants him control over the seven seas. Orm and his allies lead an army against the crustacean forces of the Kingdom of the Brine with the intent of completing Orm’s surface battle preparations. As Orm declares himself Ocean Master, Arthur, and Mera, with the assistance of Karathen and the Trench, intervene and lead an army of marine creatures in a battle against him. Orm’s followers renounce their obedience to him and embrace Arthur as the true king upon learning he wields the trident. Arthur defeats Orm in combat but chooses to spare his life and Orm accepts his fate after discovering Arthur has found and rescued Atlanna. Atlanna returns to the surface to reunite with Thomas while Arthur ascends to the throne with Mera by his side.

In a mid-credit scene, David is rescued by Dr. Stephen Shin, a scientist and conspiracy theorist obsessed with the Atlanteans, and agrees to lead Shin there in exchange for his help in his revenge on Arthur.




The movie: is this a movie to be watched or not? Ehm, that’s a good question. ‘Nay’

Once you step out of the movie, a question arises: “what the actual heck have I watched?”, because you really don’t know at all what you have watched for 2 h and 22 mins straight; Also, the story isn’t very well explained. If you have laughed, you have been doing so/you have done so when you shouldn’t have done it. Personally, I kind of liked the movie, because it’s really stunning visually talking, but this movie is one of those based on ‘superheroes’ which was made not in the best way possible, neither the script nor lines and actions in it weren’t good enough, instead were very childish, wrong and stupid. All of these misfits happened because of the fact that they tried to achieve Marvel Superheroes’ stories/films, but with poor records.

On the whole, the movie itself seems to me a collage of some 90s home movies. In terms of plot, we have a serious problem, because as one of those 90s adventure’s house movie there are a series of clues that need to be discovered and solved, but we don’t have the time to notice them because they (Mera