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Salve a tutti readers e bentornati nuovamente su mio blog dedicato al cinema (che è da un po’ che non aggiorno). Ma oggi ho delle special guests qui sul blog con me, nonché delle mie colleghe della magistrale, perché abbiamo dovuto fare un lavoro, nello specifico un portfolio, per un laboratorio che ci è tanto piaciuto e che ci ha formato moltissimo nel corso di alcune – per noi poche – lezioni. Abbiamo deciso di impostare il nostro lavoro in quattro macro sezioni in cui abbiamo parlato del corso e delle sue sfaccettature, per poi andare nel dettaglio in ogni sezione. La parte che ci ha divertito di più fare di tutto il lavoro è stata la 3a sezione, ovvero l’intervista, in cui ci sbizzarriamo un po’, rispetto a l’altra parte del lavoro, e dove abbiamo una sorta di conversazione gli uni con gli altri.

Detto questo, vi auguriamo un buona lettura e speriamo vivamente che il nostro portfolio vi piaccia!

Al portfolio!


1° SEZIONE – CI PRESENTIAMO!

Ciao a tutti! siamo Francesco, Ilaria e un tris di Giulie, abbiamo 24 anni e viviamo e studiamo a Roma. Siamo al primo anno del corso di laurea magistrale in Lingue e Didattica Innovativa ed abbiamo avuto la fortuna di seguire un corso-laboratorio sulle moderne metodologie per la didattica innovativa.

Il corso di per sé ci ha intrigato sin da subito e siccome quando l’abbiamo iniziato ci trovavamo in zona arancione/rossa, e quindi la possibilità di fare un tirocinio fatto bene (come Dio comanda) che ci avrebbe lasciato qualcosa dentro si riduceva di molto, allora abbiamo optato per la scelta migliore tra quelle proposte e che ci sembrava una valida e ottima alternativa.

Inoltre, siamo stati invogliati dai vari colleghi del corso di laurea ad intraprendere questo percorso con il professor S. Patera perché, da quello che ci era stato detto – e così poi si è rivelato -, è un professore empatico, “rivoluzionario” (in positivo) nel modo di intendere la lezione propriamente detta, con una grande esperienza (anche all’estero) alle spalle, intelligenza, loquacità ed eloquenza da fare invidia al miglior oratore! Demostene et Cicerone who?

Il motivo che ci ha spinto a continuare a seguire questo corso è stato il suo modo di impostare la lezione, tant’è vero che ogni lezione era stimolante più delle precedenti.

Inoltre, grazie alle riflessioni che facevamo con il professore, avevamo modo di confrontarci e di ragionare insieme, arrivando al livello più profondo dell’apprendimento: il deutero-apprendimento. 



2° SEZIONE – I LAVORI PIÙ SIGNIFICATIVI

Durante questo laboratorio abbiamo potuto apprendere varie tecniche innovative per la didattica: abbiamo lavorato a gruppi di 4/5 persone e in questo modo tutte le attività svolte sono risultate più dinamiche ed interattive. Inoltre, tutto ciò ci ha permesso di conoscerci meglio tra colleghi, considerando le difficoltà di socializzazione che comporta la didattica a distanza. Tra le attività più rilevanti abbiamo potuto sperimentare la peer education (trasmissione, scambio e condivisione di informazioni, valori ed esperienze tra persone della stessa età o appartenenti allo stesso gruppo sociale), l’attività di flipped classroom e l’impiego di test sociometrici. Nonostante le difficoltà iniziali di queste nuove metodologie, il lavoro di gruppo ci ha permesso di stimolarci e supportarci a vicenda e quindi di risolvere le difficoltà con molta più facilità. Di seguito riassumiamo le attività più significative condotte durante il corso.

  • L’attività di flipped classroom (classe capovolta) si basa sul ruolo attivo del discente. In che modo? Semplice! I ruoli del docente e del discente vengono appunto capovolti. Per rendere ancora meglio il concetto, è lo studente o il gruppo di studenti che, ad esempio, prepara l’argomento approfondendolo come meglio crede per poi presentarlo alla classe e al docente.

Come risultato, la lezione non è più condotta a piacere dell’insegnante, ma è lo studente che sceglie temi e modalità di insegnamento e organizza a suo piacimento la lezione. Nel nostro caso, il materiale da cui partire era il libro del corso e ogni gruppo doveva presentare al resto della classe e al prof. Patera alcuni capitoli o approfondire un argomento particolarmente interessante presente in quei capitoli.

Il risultato non sono state delle semplici presentazioni fatte di slide, immagini e discorsi preconfezionati, tutt’altro. Ovviamente slide e immagini erano presenti, ma il loro compito era solo quello di supportare la presentazione del gruppo che, trasmettendo dei nuovi contenuti e concetti, cercava di far partecipare il resto della classe gestendo anche imprevisti e situazioni nuove. Infatti, l’attività di Flipped Classroom, sullo sfondo della Peer Education (educazione tra pari), prevede uno scambio continuo di idee tra studenti e un’interazione attiva e coinvolgente.


  • L’attività di impiego dei test sociometrici mira ad esplorare i fenomeni di inclusione ed esclusione che si manifestano all’interno di una classe. Per raggiungere tale scopo, il test registra scelte e repulsioni degli individui nei confronti degli altri tramite delle domande positive o negative. Se, ad esempio, ci sono poche scelte all’interno di un gruppo ad una domanda positiva significa che c’è poca interazione tra i soggetti ed è proprio in quel momento che l’insegnante deve agire per riuscire ad ottenere un clima classe stimolante e collaborativo. Anche il nostro gruppo ha potuto sperimentare il test sociometrico ed era venuto fuori che, nonostante fra di noi non ci fosse mai stato nessun tipo di contatto, avevamo tutti una gran voglia di conoscerci. Questo test quindi ha previsto la futura collaborazione che si sarebbe creata all’interno del nostro gruppo che poi ci ha portato ad ottenere degli ottimi risultati durante le attività.


3° SEZIONE – L’INTERVISTA

L’intervista mira a far emergere le sensazioni che abbiamo provato durante il corso e, in particolare, durante le attività di gruppo che ci hanno visto tutti coinvolti. Questo aspetto, molte volte ignorato, è invece la parte più importante da valutare alla fine di un lavoro in quanto vede coinvolta la parte emotiva di ognuno di noi che inevitabilmente favorisce o danneggia la riuscita del prodotto finale. L’intervista si svolgerà in maniera collegiale: uno di noi porrà delle domande ad un altro partecipante che a sua volta intervisterà chi gli ha appena posto la domanda o un altro partecipante del gruppo. Lo scopo è quello di portare a galla quelle emozioni sia positive che negative che di solito rimangono inespresse. Questa intervista, quindi, chiarirà ai lettori il retroscena emotivo delle nostre attività che, molte volte, è ignaro anche agli stessi partecipanti.

Francesco: Ragazze, iniziamo? Perché avrei già un bella domandina da sottoporvi.

Ilaria: Sì, ci siamo. Vai!

Francesco: Innanzitutto cosa pensate del lavoro di gruppo in generale? E cosa pensate di aver appreso grazie alle attività che abbiamo svolto insieme?

Giulia O: Ho trovato il lavoro di gruppo molto interessante ed efficace nell’apprendimento e questo mi ha sorpreso. Ho sempre pensato che lo studio e l’apprendimento fossero qualcosa che potessi fare con la massima concentrazione solo individualmente, sottovalutando l’importanza dell’interazione con l’altro. Invece, dopo questa esperienza, credo che lavorare in gruppo possa darti molto di più rispetto al lavoro individuale. Ovviamente anche il lavoro individuale conta molto, ma se confrontato con gli altri colleghi risulta essere ancora più efficace. Ho riscontrato tantissimi aspetti positivi tra cui quello di superare dubbi e difficoltà con molta più facilità. Inoltre il lavoro di gruppo mi ha permesso di conoscere delle persone nonostante il periodo che stiamo vivendo tutti che ci ha allontanato dall’interazione e dal contatto reale con le persone.

Giulia R: Anche io, come Giulia O., ho sempre sottovalutato il lavoro di gruppo. Le radici di questo pensiero credo che vadano trovate nel metodo a cui siamo stati abituati fin da piccoli. La maggior parte degli insegnanti che ho avuto non hanno dato tutta questa importanza al lavoro di gruppo. Qualche ricerca e presentazione mi è capitata di farla in gruppo ma parliamo comunque di un numero di attività ridotto. Invece, ora posso dire che è importante spingere gli studenti a lavorare sempre di più in gruppo perché è proprio il potere della condivisione di idee e pensieri che porta ad una conoscenza stabile e soprattutto completa. Lavorando in gruppo emergono diversi punti di vista e vengono esposti dubbi utili ai quali noi da soli non avremmo mai pensato. I nostri dubbi, uniti ai dubbi degli altri, aprono dei nuovi scenari di conoscenza.

Giulia P: Ovviamente sono d’accordo con tutto ciò che hanno detto le Giulie e lo condivido. 

Prima di iniziare questo laboratorio, non mi era mai capitato di lavorare, e quindi relazionarmi, con un gruppo composto sempre dalle stesse persone per qualche mese. E inizialmente, a dire la verità, non ero entusiasta all’idea. Pensavo che il lavoro di gruppo forzasse le persone ad auto-coinvolgersi ed auto-motivarsi in una gara a chi dimostra più partecipazione in un determinato progetto. Ho poi piacevolmente scoperto che con le persone giuste non esiste questa competizione e ho rivalutato totalmente questa modalità di lavoro trovandola invece stimolante. Oltre a facilitare l’apprendimento di nuovi concetti utilizzando metodi innovativi, come la flipped classroom, lavorare in gruppo favorisce le relazioni interpersonali e ciò che comportano: imparare a collaborare, aiutarsi in caso di difficoltà, ascoltare l’altro e spesso imparare dall’altro. Dinamiche senz’altro fondamentali in un contesto come quello scolastico o universitario. 

Ilaria: Sono d’accordissimo con quello che avete appena detto ragazze! Anche io ritenevo che lavorare in gruppo impedisse di apprendere in modo profondo. Sicuramente le motivazioni all’origine di questa mia convinzione sono da ritrovare nelle mie esperienze passate, tutt’altro che positive. Grazie a questa esperienza, invece, mi sono ricreduta: ho potuto rendermi conto di quanto sia arricchente lavorare insieme. Dal confronto con gli altri si possono imparare molte più cose rispetto a quelle che si potrebbero imparare lavorando individualmente. Lavorare in gruppo permette quindi di arrivare a un grado di conoscenza maggiore e molto più profondo. Senza contare che lavorare con altre persone mi ha permesso di migliorare alcune delle Life Skills, ossia alcune abilità cognitive, emotive e relazionali di base che consentono alle persone di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale, in particolare la comunicazione efficace, la gestione delle emozioni e il risolvere problemi. Sono grata per aver partecipato a questo laboratorio anche perché mi ha dato la possibilità di conoscere persone nuove in un momento in cui le interazioni sociali si erano notevolmente ridotte a causa delle restrizioni imposte per contenere la diffusione del virus. 

Giulia R: Non va sempre “tutto liscio”. Per questo vi vorrei chiedere: avete trovato delle difficoltà in particolare?

Francesco: Questa nuova modalità di fare lezione online tramite un dispositivo, meglio conosciuta come “il mostro DAD”, all’inizio non mi ha dato particolari problemi e non ho trovato particolari difficoltà, anche perché comunque è stato un aiuto in alcuni casi, ma poi man mano che la situazione pandemica peggiorava e ci avvicinavamo ad un nuovo ed ennesimo lockdown che ci costringeva a chiudersi in casa nuovamente… lì si che per me sono iniziate le difficoltà! Sono state e continuano ad essere delle difficoltà di tipo pratico, come il pc che va in tilt o internet che ogni tanto salta oppure anche la pressione che alcuni professori ci hanno messo per quando ci saremmo trovati a fare i loro esami online. Mi rendo conto che sono delle difficoltà “non difficoltà” perché possono essere superate facilmente in vari modi: uno di questi potrebbe essere l’aiuto e lo spalleggiarsi a vicenda tra colleghi. A questo proposito un particolare episodio che mi viene in mente è quello avvenuto un paio di settimane fa nel “making of” di un lavoro di gruppo che ci era stato assegnato dal prof. Patera.

Giulia R: Ti andrebbe di condividere questo episodio con noi?

Francesco: Certo! Il lavoro di gruppo di cui sto parlando è quello che riguarda la flipped classroom: come già sapete, ognuno di noi aveva dei capitoli del manuale da riassumere e poi da presentare in classe. Tra i vari problemi familiari e personali, ad un certo punto, sarà stata anche la stanchezza o lo stress accumulato, ho avuto il pensiero di lanciare tutto quel lavoro per aria. Il contesto in cui mi trovavo in quel momento mi ha fatto vacillare per qualche ora quasi costringendomi ad abbandonare… ma grazie a voi, ovvero alle mie splendide e premurose colleghe che mi avete aiutato, non soltanto emotivamente ma anche proponendovi di aiutarmi con la mia parte del lavoro, dopo mi sono ravveduto e ho proseguito con il preparare la mia presentazione.

Ilaria: Quindi possiamo dire che questa è stata la parte più ostica per te. Come te ne sei uscito?

Francesco: Nonostante i molteplici problemi e intoppi che ho avuto nel farlo, poi l’ho completato facendo la mia parte (come era giusto che fosse), così come avevate fatto anche voi. Le difficoltà che avevo riscontrato erano relative al manuale e al suo contenuto e di come questo fosse scritto e inteso; però forse era solo il mio capitolo che era un po’ astratto e che riguardava un argomento non molto conosciuto e che non mi aveva particolarmente affascinato. Nonostante questo, sono riuscito a completare la mia parte di lavoro e sicuramente ne sono uscito con il vostro immenso aiuto, supporto e spalleggiamento. Mi ricordo benissimo che vi eravate addirittura proposte di fare la parte del lavoro al posto mio!

Giulia R: Come minimo Francesco! Mi ero offerta in particolar modo io perché anche nel mio capitolo venivano affrontate le stesse tematiche che avevi tu e ho avuto un momento di sconforto anche io. Appena ho letto il capitolo ho pensato: “No, non ce la posso fare. Didattica scientifica? Già era tanto non essere stata rimandata a matematica e fisica al liceo, figurati analizzare strumenti e software scientifici per la didattica!”. Dopo due giorni mi ci sono rimessa e, facendo delle ulteriori ricerche su internet che andavano a riempire i vuoti che il manuale lasciava, sono riuscita a creare una buona e chiara presentazione. 

Giulia P: Fortunatamente io non ho riscontrato particolari difficoltà. Pensavo che ne emergessero soprattutto durante lo svolgimento della presentazione, lavorando ciascuno dal proprio computer in momenti differenti potevamo magari scontrarci ed avere differenti opinioni su come presentare il compito, invece tutti quanti siamo stati d’accordo e nonostante distanza e difficoltà tecniche, siamo riusciti a fare un bel lavoro!

Giulia O: Finora abbiamo parlato di episodi e di difficoltà più che altro pratiche e tecniche. Scavando più nel profondo, c’è stata una qualche emozione o sensazione che avete provato in un particolare momento?

Giulia P: Una difficoltà che ho riscontrato nell’ultimo periodo è stata quella di conciliare lavoro e studio. Nonostante la mia assenza per alcuni compiti, mi sono sentita aiutata e compresa dai miei colleghi e per questo li ringrazio moltissimo! È stato bellissimo trovare persone così comprensive e collaborative. Ciò ha sicuramente reso il lavoro di gruppo molto più semplice e interattivo, nonostante le difficoltà tecniche della DAD. 

Giulia R: Anche io avrei una sensazione da condividere anche se non è positiva. Il public speaking per me è stato sempre una sfida perché non mi sento a mio agio a parlare davanti a delle altre persone. Mentre parlo mi domando sempre se sto dicendo la cosa giusta e se sto impressionando il pubblico. Inoltre, mi chiedo: “Chissà cosa stanno pensando di me in questo momento? Che sono una brava oratrice o fra di loro pensano che stanno solo perdendo tempo ad ascoltarmi?”. Per questo, mi concentro molto sulle loro espressioni e sui loro atteggiamenti. Tutto questo accade durante l’esposizione quindi non mi godo mai il momento. Anche questa volta è stata così e in più, anche se il mio pubblico erano i miei colleghi e il docente, nella realtà stavo parlando davanti ad un computer. Il fatto di non poter vedere l’espressione dei destinatari, quindi di non poter tenere sotto controllo quei pensieri che tanto mi assillano su cosa pensano gli altri della mia presentazione, mi genera ancora più ansia e insicurezza.

Francesco: Vuoi condividere un aneddoto su questo?

Giulia R: Durante la presentazione, ho posto una domanda ai miei colleghi per cercare di capire anche solo dal tono della voce se erano interessati all’argomento o meno. Appena ho posto la domanda, nessuno si faceva avanti a rispondere, nonostante la risposta fosse molto elementare. Ho dovuto insistere un po’ e alla fine un’anima pia ha acceso il microfono ed è intervenuta, ma in quei secondi di attesa mi sono molto scoraggiata e ho pensato subito: “Ecco, nessuno risponde perché nessuno mi ascolta perché non sto dicendo cose interessanti e non sto motivando nessuno!”. Ho concluso comunque la mia presentazione senza far capire quello che stavo provando in quel momento, ma è stata dura. Da piccola, la mia insegnate di ginnastica artistica mi disse: ”Tu non ti preoccupare di chi ti sta guardando, pensa che sono tutti in mutande, quindi non li guardare con la paura che ti stanno giudicando, e dai il meglio di te”. Ho sempre seguito questa strategia anche per il public speaking che però non posso attuare davanti ad un computer e per questo mi trovo in difficoltà se il contesto è quello della DAD. 

Ilaria: Mmmh… la strategia delle mutande! Me la terrò a mente 😂 Come abbiamo già sottolineato, non sono mancati momenti di sconforto che ci hanno demotivato, ma fortunatamente c’è stato chi è riuscito a ridare la giusta carica al gruppo. Chi si sente di aver contribuito in questo modo vorrebbe condividere come ha fatto per motivare e coinvolgere il gruppo?

Giulia P: Ritengo che ognuno di noi abbia contribuito nel motivare il gruppo alla partecipazione e nel portare a termine i lavori. Per quanto mi riguarda, per il compito assegnato riguardante la presentazione, ho creato la prima slide e sono stata contenta che l’impostazione sia piaciuta e sia stata mantenuta per tutto il lavoro.

Francesco: Io nel mio piccolo, durante le varie lezioni, ho cercato di coinvolgere sia le ragazze del mio gruppo che le altre colleghe del corso: ho cercato di spronarle a parlare rispondendo per primo quando venivano fatte delle domande dal prof, quindi facendomi sentire anche solo con un breve intervento, to hype them up (dare loro della carica) e far sì che la loro paura o il loro vergognarsi non le fermassero dal vivere a pieno questo laboratorio e avere un buon coinvolgimento anche con il prof. stesso.

Giulia R: È vero Francesco. Come accennavo prima, ho delle difficoltà a parlare davanti ad un computer, ma quando vedo che tra i partecipanti di un corso ci sei anche tu mi tranquillizzo perché con la tua spontaneità e leggerezza nell’intervenire mi trasmetti la sicurezza che mi manca. Non mento se dico che una volta sono intervenuta subito dopo il tuo intervento. Sei stato tu a rompere il ghiaccio e quindi a darmi la giusta leggerezza per accendere il microfono e intervenire.

Giulia O: Spostando il focus sul corso in generale, vi viene in mente una riflessione nata grazie all’interazione con il prof? Ad esempio una frase o una citazione.

Giulia P: Più che frasi o citazioni, riflettendo sull’approccio che il prof ha adottato con noi studenti, mi è rimasta impressa l’empatia che il professore ha dimostrato nei nostri confronti, facendoci sentire compresi per le difficoltà dovute alla DAD, spronandoci a partecipare, facendoci sentire partecipi e mai fuori luogo con le nostre osservazioni e spingendoci ad essere sinceri nei nostri giudizi. 

Francesco: Una riflessione che mi è venuta naturale fare dopo aver interagito con il prof è stato rendermi conto che, nonostante io abbia dimostrato molto interesse e predisposizione per gli argomenti svolti a lezione, quindi essere presente a lezione interagendo con il prof e la classe, rispondere e stare sul pezzo, avrei potuto fare di più in una delle presentazioni assegnateci.

Ilaria: Pensi che avresti potuto fare di meglio in quell’occasione?

Francesco: Assolutamente sì. Dico ciò perché so che avrei potuto fare di più per questa presentazione, anche solo cercando informazioni aggiuntive per arricchire, approfondire e ampliare il discorso in sé per renderlo un po’ più scorrevole e fruibile ai miei colleghi.

Giulia R: Tirando le somme quindi, cosa possiamo dire che ci portiamo a casa da questa esperienza?

Giulia O: Da questa esperienza mi porto a casa il fatto di aver conosciuto delle persone in maniera più profonda date le difficoltà della DAD, quindi di essere riuscita in maniera soddisfacente a collaborare e a lavorare in gruppo. Il che non era così scontato. Inoltre, data l’alta praticità del corso, mi è risultato più facile e agevole studiare ed approfondire i vari argomenti mettendo anche in pratica la teoria con i lavori pratici.

Giulia R: E ripensando agli artefatti che abbiamo presentato, a cosa pensate possano esserci servirti?

Giulia P: Ho trovato particolarmente utile aver appreso lo scopo dei test sociometrici ed averli utilizzati, poiché li ritengo un tool indispensabile per un insegnante.

Francesco: Anche io mi trovo molto d’accordo con Giulia P. in quanto abbiamo scoperto e appreso come fare dei lavori utili per il nostro futuro, che sono appunto un tool importante per noi futuri docenti. 

Giulia P: Per concludere, e qui penso di parlare a nome di tutti, da questo corso abbiamo imparato tantissimo. Oltre a tecniche pratiche da sfruttare come docenti, tramite i lavori di gruppo abbiamo appreso quanto sia importante collaborare, aiutare il prossimo e avere spirito d’iniziativa. In tutto ciò, è stato fondamentale l’approccio del docente con noi studenti. Il professore, per tutta la durata del corso, ci ha invitato a confrontarci, ad esporci senza temere il suo giudizio e ad essere sinceri. Inoltre, per qualsiasi decisione riguardante le modalità del corso, siamo sempre stati interpellati e ascoltati.

Francesco: Che suggerimento dareste ai futuri partecipanti del corso?

Ilaria: Il suggerimento che darei ai prossimi partecipanti è quello di aprirsi totalmente a quest’esperienza e di mettersi in gioco partecipando attivamente e condividendo le proprie riflessioni. So benissimo che per le persone più timide parlare in pubblico, sia in presenza che davanti a uno schermo, rappresenta una difficoltà. Lo so perché anch’io sono molto timida, ma vi assicuro che il professor Patera vi metterà a vostro agio, creando un ambiente sereno in classe in cui ogni partecipante si sente libero di esprimere i propri pensieri senza la paura di dire cose sbagliate, noiose o poco chiare. Alla fine del corso sono sicura che avrete imparato anche a gestire meglio le vostre emozioni, il che rappresenta un grande successo personale! 

Giulia O:  Anch’io consiglierei a prossimi partecipanti del corso del professor Patera di sentirsi liberi di poter esprimere la propria opinione e di partecipare attivamente al corso. Sicuramente troveranno le sue lezioni interessanti, un luogo dove poter apprendere e sperimentare le nuove metodologie didattiche. 

Giulia R: Esatto! Quindi mi rivolgo a voi, futuri docenti e frequentanti del laboratorio di moderne tecnologie: godetevi il momento, Carpe diem! Perché è facendo pratica di quello che viene detto a lezione grazie anche all’interazione con il docente che si acquisiscono delle nuove e più consapevoli conoscenze. Io ho fatto tesoro delle varie attività, come la valutazione diagnostica, la flipped classroom e la sociometria, che utilizzerò sicuramente nella mia futura didattica. Detto ciò, è arrivato il momento di salutarci. Grazie Francesco, grazie ragazze per questi mesi passati tra nuove scoperte, risate, deliri, rassegnazioni, sconforti e poi anche soddisfazioni e successi! Ci risentiamo per un caffè. Ciao!

Ilaria: Grazie a voi! A presto!



4° SEZIONE – LE NOSTRE CONCLUSIONI

Il tempo passa così velocemente che a volte non ci accorgiamo di quello che stiamo vivendo. Per questo, dopo aver portato a termine un determinato progetto o una qualsiasi altra esperienza formativa, è importante fermarsi a pensare e valutare quello che siamo diventati. Prima di tutto, ricordare come siamo partiti, per poi ripensare a quelle sensazioni ed emozioni provate durante il percorso e, infine, ragionare su quello che abbiamo aggiunto al nostro bagaglio personale e professionale.

Il laboratorio ci ha permesso di rivalutare l’efficacia del lavoro di gruppo, di creare una rete di collaborazione e di sviluppare rapporti interpersonali in un momento in cui tutti siamo stati messi a dura prova dai forti limiti della DAD. Inoltre, i contenuti appresi dai lavori svolti, le conoscenze e gli strumenti fornitici dal professore costituiscono parte di quel bagaglio formativo essenziale di chiunque voglia affacciarsi al mondo dell’insegnamento e per questo ci teniamo a ringraziare il prof. Patera per aver strutturato un corso così completo e arricchente!

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Il Diritto di Opporsi – recensione film.

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Per George Floyd, Breonna Taylor, Michael Lorenzo Dean e tutte quelle vite di uomini e donne di colore morte ingiustamente per mano di agenti di polizia bianchi (e non solo). “La legge è uguale per tutti”, si dice, ma non sempre è così purtroppo. A volte, però, capita che (come nella storia di cui parleremo oggi) Giustizia venga fatta!

Non verrete dimenticati!

#BLACKLIVESMATTER.


Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo – così come ho parlato qualche settimana fa con il film “Cattive Acque” del 2019 di Todd Haynes – di una nuova recensione film. Il film di cui parleremo è – come avete letto dal titolo – “Il Diritto di Opporsi” del 2019 di Daniel Cretton.

Così come il film della settimana scorsa, anche questo titolo è tratto da una storia vera, e la sua storia vera si svolge in Alabama, una terra che oltre ad essere patria del famoso classico americano de “Il buio oltre la siepe”, diviene dapprima terra di oppressione e in seguito di riscatto; la storia è fatta di colpevolizzazioni di persone innocenti da parte di bianchi, razzismo a livelli estremi, odio, cecità di fronte alla verità perché incolpare qualcuno a caso, anche se innocente, è sempre meglio e di molto altro ancora. Scopritelo leggendo.

Spero che questo articolo vi piaccia e buona lettura.

All’articolo!



Trama:

Nel 1989, Bryan Stevenson, giovane idealista laureato in legge ad Harvard, si reca in Alabama sperando di aiutare a combattere per i poveri che non possono permettersi un’adeguata rappresentanza legale. Incontra Eva Ansley e fonda la Equal Justice Initiative, poi si reca in una prigione per incontrare i suoi detenuti nel braccio della morte. Incontra Walter “Johnny D.” McMillian, un uomo afroamericano condannato nel 1986 per l’omicidio di Ronda Morrison, una donna bianca.

Bryan esamina le prove del caso e scopre che si basa interamente sulla testimonianza del condannato Ralph Myers, che ha fornito una testimonianza altamente contraddittoria in cambio di una sentenza più leggera nel suo processo in corso.

La prima mossa di Bryan è quella di chiedere aiuto al procuratore Tommy Chapman, ma Chapman lo licenzia senza nemmeno guardare i suoi appunti. Bryan chiede poi a Darnell Houston, amico di famiglia di McMillian, di testimoniare che era con un testimone che ha corroborato la testimonianza di Myers il giorno dell’omicidio, il che farebbe crollare il caso dell’accusa. Quando Bryan presenta la testimonianza di Darnell, la polizia lo arresta per falsa testimonianza. Mentre Bryan riesce a far cadere le accuse di falsa testimonianza, Darnell viene intimidito e si rifiuta di testimoniare in tribunale.

Bryan si avvicina a Myers, che alla fine ammette che la sua testimonianza è stata costretta a testimoniare dopo che la polizia ha giocato con la sua paura di essere bruciato e ha minacciato di farlo giustiziare sulla sedia elettrica. Bryan si appella alla corte locale per concedere a Walter un nuovo processo e convince Myers a ritrattare la sua testimonianza alla sbarra, ma il giudice rifiuta comunque di concedere un nuovo processo. Sconvolto, Bryan sfoga le sue frustrazioni sul caso ad Eva. Appare su 60 Minuti per raccogliere il sostegno dell’opinione pubblica a favore di Walter, poi si appella alla Corte Suprema dell’Alabama. La Corte Suprema ribalta la decisione del tribunale del circuito e concede a Walter un nuovo processo. Bryan poi chiede l’archiviazione totale delle accuse. Affronta Chapman a casa sua e cerca di convincerlo ad unirsi a lui nella sua mozione; Chapman lo espelle con rabbia dalla sua proprietà. Arriva il giorno della mozione e Bryan si appella al giudice. Chapman accetta di unirsi a lui nella mozione, il caso viene archiviato e Walter viene finalmente ricongiunto alla sua famiglia.

Un epilogo nota che Bryan ed Eva continuano a lottare per la giustizia fino ad oggi. Walter è rimasto amico di Bryan fino alla sua morte nel 2013. Un’indagine successiva sulla morte di Morrison ha confermato l’innocenza di Walter e ha ipotizzato che un uomo bianco fosse probabilmente responsabile; il caso non è mai stato risolto. L’ex compagno di cella di McMillan, Anthony Ray Hinton, è rimasto nel braccio della morte per 28 anni, finché Stevenson non è riuscito a far cadere tutte le accuse e Hinton è stato infine rilasciato nel 2015.



Commento:

Just Mercy: A Story of Justice and Redemption: Amazon.it ...

Il diritto di opporsi ” è un film del 2019 sceneggiato e diretto da Destin Daniel Cretton ed è tratto dal libro del 2014 “Just Mercy: A Story of Justice and Redemption.” scritto dall’avvocato e attivista per i diritti sociali Bryan Stevenson. Il film, basato sulla vera storia raccontata dal vero Stevenson nel libro “Just Mercy“, è il resoconto di una battaglia contro l’ingiustizia e il razzismo nello Stato reso celebre da Harper Lee con il suo “Il buio oltre la siepe“: l’odissea di un innocente accusato ingiustamente di un omicidio e difeso dal coraggioso avvocato Atticus Finch. Il film è intrepretato da Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson, Tim Black Nelson, Rafe Spall e Rob Morgan, tra gli altri.

A volte capitano, nel quotidiano, cicli inaspettati e in poche settimane è capitato di vedere tre film con uno stesso filo conduttore: storie vere sugli abusi e la violenza della polizia di alcuni Stati americani che, una volta individuata una persona “debole” la rendono colpevole “per forza”, senza andare per il sottile, come per “Richard Jewels”, fatto passare da eroe a terrorista; “Se la strada potesse parlare”, in cui un giovane di colore viene accusato di stupro, senza prove e nonostante il suo leale amore con una coetanea e la sua proclamata innocenza… e poi questo film “Il diritto di opporsi ” che vede un uomo di colore preso di mira da poliziotti e magistrati e viene accusato, senza approfondimenti, di avere ucciso una ragazza bianca. La Giustizia dovrebbe essere democratica, al di sopra di razze, colore, appartenenza religiosa, … Così si dice, ma la realtà è ancora ben diversa e la vera Giustizia, quella “giusta” spesso è un miraggio ancora oggi, in tutto i Paesi come non muore il razzismo.

A questo proposito mi viene di citare, parlando de “Il diritto di opporsi ”, “Il diritto di contare”, un film che abbiamo visto qualche anno fa che era sempre tratto da una storia vera. Ma rispetto al secondo film sopra citato, la storia è totalmente diversa sotto certi aspetti.
Dopo le nomination agli Oscar, si è parlato molto delle nomination stesse e di come la maggior parte di esse fossero state ricevute solamente da parte di persone bianche e che, per esempio, ci fosse una totale assenza di persone di colore, inteso come termine ombrello” per considerare tutti coloro che non vengono classificati come bianchi. Il film è stato nominato ai premi NAACP Image Awards, che sarebbero una associazione che riguarda proprio le “people of colour” e da anni si concentra su questo tipo di professionisti nell’ambito musicale, televisivo e cinematografico. Visto che si parla sempre di questo argomento e dell’assenza di queste persone, visto che secondo me l’unica maniera per poter cambiare le cose, per dare uno scossone è effettivamente parlare di questi progetti se ci piacciono, e quindi dar loro una voce, una cassa di risonanza. Il diritto di opporsi vede un cast principalmente black, e dietro la macchina da presa ce un regista hawaiano (questo è semplicemente un dettaglio, non per dire che il film sia bello o brutto per forza, assolutamente no). Il film parla di un evento di cronaca ormai di diversi anni fa, però è estremamente attuale, fa delle scelte molto interessanti per quanto riguarda la rappresentazione, altre volte un pochino meno.
Il cinema spesso ha parlato di razzismo, però a volte – diciamo che – come ne ha parlato, non andava troppo bene, e spesso è stato criticato. Il motivo principale è che molto spesso nel cinema il razzismo che viene rappresentato è quello del piccolo Signore anziano ignorantello che poi conosce una persona afroamericana e diventano amici ecc. Purtroppo però il razzismo, un po’ come tutti i tipi di discriminazione, sono qualcosa di abbastanza trasversale e se, insomma, ad essere razzista è il Signore che fa poniamo caso, il burbero vicino di casa è un conto, ma il problema è quando il razzismo è all’interno delle maglie della giustizia e delle istituzioni. E quindi li si parla di razzismo istituzionalizzato. Se delle persone che fanno il mestiere dei poliziotti, avvocati, giudici sono razziste, che ripercussioni ha questo su una giustizia uguale o giusta? Ricordiamoci che negli stati uniti ovviamente ci sono questi strascichi, soprattutto negli stati del sud degli stati uniti, che hanno una storia differente, che hanno una storia di schiavismo, ce stata la guerra tra il nord e il sud degli stato uniti, e fino ad un periodo recentissimo c’era stata la segregazione, un periodo buio della storia americana in cui proprio per legge le persone erano diverse, solamente pochi decenni fa è avvenuto tutto ciò. Inoltre, in una storia recentissima, solo pochi decenni fa, c’erano dei grandi problemi. Ci sono dei disegni di legge che, insomma, vanno a colpire principalmente le persone nere. Inoltre ci sono anche altri problemi: pensate che negli Usa, per esempio, ce una giuria e per molto tempo non era possibile per gli afroamericani far parte della giuria, non erano ammessi, però insomma venivano però processati da una giuria di soli bianchi in cui non si andava a vedere troppo nel dettaglio se quelle persone fossero con delle discriminazioni, con dei pregiudizi o altro di genere simile. È tutte queste cose, ovviamente, creano un sistema giudiziario che ha tante voragini e tanti problemi, perché se ce pregiudizio probabilmente non ci sarà una giusta giustizia.
Il film, oltre a parlare molto bene secondo me di questa cosa, quindi parlare del razzismo istituzionalizzato  e di come sia trasversale, secondo me fa un discorso giusto e reale, ovvero non divide semplicemente razzismo come bianchi e neri, ma fa un discorso più complesso, più difficile, ovvero parla di razzismo e di come la discriminazione abbia una divisione tra le persone che molto spesso non è semplicemente la pelle, ma è la classe sociale: i ricchi stanno da una parte, i poveri stanno da un’altra parte. La differenza economica da privilegi maggiori a chi è nero e da meno privilegi a chi è bianco, ma povero. Questo discorso  raramente viene fatto nei film e a volte il razzismo finisce per essere bianchi= cattivi e neri=buondì, e purtroppo è un po’ una retorica sterile che non parla veramente del discorso e di quanto sia complesso, di quante sfaccettature abbia, ma è semplicemente un “buoni e cattivi”, che secondo me non aiuta particolarmente; mentre qui invece si fa un discorso più interessante.
Per quanto riguarda la rappresentazione del film, alcune scelte del film mi sono piaciute. Il film inizia con Johnny D. che sta tornando dal lavoro, noi lo seguiamo nella sua giornata lavorativa e lo vediamo che viene dapprima fermato e in seguito arrestato, come se fosse un criminale pericolo, e noi esattamente come il protagonista non sappiamo niente, non sappiamo il motivo, non viene detto perché, cosa sia successo…niente! Questa, secondo me, è una strategia ottima perché subito fa identificare il pubblico con il personaggio che entrambi conoscono le stesse cose, o meglio ‘non conoscono’ le stesse cose. Subito dopo, noi scopriremo la storia di Johnny D., come sono andate le vicende giudiziarie e lo scopriremo dai giornali. Vediamo i giornali che sono raccontato da persone che sono bianche, e attenzione: questo non vuol dire a prescindere che sia una cosa negativa, però noi vedremo molto bene, essendo questo uno degli argomenti del film, la narrativa che si porta avanti. Come sapete, nei casi di cronaca nera a volte l’informazione non da effettivamente informazioni, ma diciamo prima ancora del processo “dipinge” un po’ un colpevole che a volte viene scagionato dalla giustizia ufficiale, però rimane sempre agli occhi del pubblico ormai colpevole definitivo. Il film, infatti, parla proprio della narrativa, dell’influenza della stampa, e lo vedremo sotto vari aspetti, sia da una parte cosi come dall’altra. Vediamo anche come il sistema giudiziario venga un po’ stiracchiato per compiacersi dal ben volere delle persone vicine, delle persone potenti di quel luogo.
Il film divide nettamente, infatti c’è proprio questa rappresentazione in cui ci sono le villette a schiera, bellissime, grandi, sfarzose, ecc. dei bianchi e insomma poi la strada sterrata con dei quartiere poveri che sono abitati principalmente da persone nere, proprio per via di una società che divide. Il film, infatti parla di come, essendo la maggior parte di persone afroamericana povere, siano quelle maggiormente colpite, che quindi siano colpite su più fronti, sia dalle discriminazioni di classe cosi come da quella razziale. Però ovviamente crea un rapporto un pochino più complesso, e noi lo vediamo anche all’interno del carcere con i condannati. Io ho apprezzato molto questa rappresentazione perché secondo me, è complessa, la realtà è difficile, ha tante sfaccettature e tanti motivi per cui si arriva ad una situazione, e secondo me è meglio insomma darli. Ho trovato molto interessante come si parli anche della narrativa, di come un pubblico percepisce un condannato. Lo vediamo all’inizio che viene presentato tutto dagli anchormen che sono bianchi, poi la cosa, non a caso, cambierà quando la storia di Johnny D. verrà raccontata da 16 minutes, un programma che vede in quell’epoca almeno un conduttore afroamericano. Si parla molto della narrativa e insomma potrebbe essere magari una narrativa neutra, quella di un conduttore afroamericano? Non lo sappiamo. Il razzismo non è una cosa che dipende dalla pelle, è una cosa che dipende dal pensiero che viene applicato.
Il film parla molto bene anche di tutte le falle che ci sono all’interno della società americana di quel periodo. Si concentra principalmente sul “non-accesso” a una giustizia, da parte di persone che non hanno problemi economici, si parla infatti di come a volte gli avvocati che non siano strapagati, facciano delle cose alla buona oppure vogliano solo denaro, ci sono dei processi sommari, avvocati che non fanno bene il loro lavoro, e tutta questa non calanche, diciamo, lascia spazio ad abusi di potere da parte della polizia e del sistema giudiziario che lascia le persone povere un po’ ad essere dei capri espiatori per dare l’impressione alla società che tutto sia apposto. Il film, però, parla anche di un altro argomento, ovvero quello della pena capitale. Come sapete, molti stati degli stati uniti hanno “come parte della loro cultura” quasi, questo tipo di giudizio e addirittura il film fa vedere molto bene come, addirittura chi chiede di cambiare in ergastolo quella pena datagli, viene visto quasi come un traditore della patria. Una parte, secondo me, molto ironica del film è come si sottolinei spesso che quello che sta avvenendo è praticamente a due passi da dove è stato scritto “Il buio oltre la siepe”, che ha come fulcro principale un uomo afroamericano accusato da giustizia sommaria, esattamente la stessa storia che noi viviamo all’interno di questo film.

Il film parla proprio di privilegi e di come si possono avere acceso a nuovi privilegi. Il protagonista è un giovane avvocato, è riuscito ad andare ad Harvard, è afroamericano, e nonostante abbia alcuni privilegi, purtroppo non ne ha alcuni altri, perché agli occhi della comunità è afroamericano. Lui è convito di riuscire a combattere questa cosa tramite la sua bravura, la sua preparazione e professionalità, però purtroppo non è abbastanza tutto ciò per combattere la discriminazione, perché è un po’ come giocare ad un sistema che in realtà è truccato. Il film, secondo me, fa leva su tanti piccoli elementi che spesso sono dei piccoli sistemi di discriminazione che tendono ad umiliare il soggetto, come ad esempio, non far entrare le persone nere per prime, ma costringerle ad entrare per ultime, tutte quelle piccole cose di umiliazione che vanno a minare la sicurezza delle persone e le fanno vivere in una sorta di piccole violenze costanti; noi, vedendo il film, viviamo proprio l’umiliazione soprattutto per quanto riguarda il personaggio protagonista interpretato da Michael B. Jordan, cha addirittura viene perquisito e fatto denudare dalla guardia carceraria, nonostante insomma teoricamente non dovrebbe farlo, però noi viviamo all’interno di un abuso di potere e viviamo proprio la sua umiliazione, e viviamo proprio quell’intento di volerlo umiliare abusando del proprio potere. Quella scena è molto forte ed era anche molto difficile da gestire all’interno della rappresentazione, perché M. B. Jordan è famoso per il suo fisico, è un attore molto bello, prestante, ha un bel fisico, e insomma rappresentare una scena in cui il denudarlo rappresenti non l’essere bello, ma concentrarsi su una umiliazione che sta vivendo, è una cosa molto difficile. Il regista ha puntato principalmente sul suo viso, e sinceramente parlando era una cosa difficile da mettere in scena, però c’è proprio riuscito. La cosa che colpisce della scena è l’umiliazione e non si viene distratti dalla bellezza e prestanza fisica del protagonista, in quanto il suo corpo non viene sessualizzato.  Questo è un aspetto importante che a volte non avviene per i personaggi femminili, quando, ad esempio, vi sono scene di violenza, a volte vengono eroicizzate e altro (questo è un discorso un po’ completo).

Gli interpreti sono stati scelti con attenzione da parte del regista Destin Daniel Cretton sia per somiglianza ai personaggi reali, sia per bravura e quindi applausi per Michael B. Jordan, Brie Larson, Jamie Foxx, O’Shea Jackson Jr., Tim Blake Nelson e tutti gli altri, comparse incluse.

M. B. Jordan – attore già visto in “Black Panther” e “Creed ”, qui però è un po’ “così”; qui c’è Jamie Foxx che qui è bravissimo letteralmente, cambia anche la voce, davvero molto molto bravo. Dall’altra parte c’è MBJ che non sempre riesce a reggere il confronto con l’altro, soprattutto nel finale, dove ci sono due monologhi in cui si sente che manca quel passetto un più per diventare iconico, è un po’ come se fosse un pochino acerbo. Quello che, secondo me, ha dato la performance migliore, lasciandomi a bocca aperta, è Tim Blake Nelson, lui interpreta Meyers, ed è bravissimo. Interpreta questo personaggio pieno di Tic, di problemi, di paure…vi lascerà senza fiato! Mi è molto piaciuto anche l’attore che interpreta il figlio di Johnny D., anche se ha una piccola e marginale parte nella storia, però è davvero molto bravo, soprattutto la scena in tribunale dove dice, urlando, che condannando in primo grado suo padre, sta condannando tutta la sua famiglia, tutto ciò che ha e che lo fa sentire al sicuro.

Per quanto riguarda ciò che non mi è molto piaciuto, devo parlare di Brie Larson e del suo personaggio. Lei interpreta un personaggio reale che è l’aiutante dell’avvocato, anche lei è una avvocata che aiuta il personaggio di MBJ, però purtroppo il suo personaggio è letteralmente sprecato. Lei è una bravissima attrice premio Oscar, e all’interno di questo film è una sorta di comparsa, se così la si può definire, e se da una parte capisco la voglia di frenare il suo personaggio per non farla ricadere nella figura del ‘white saviour’, quindi il bianco che salva la situazione ecc, una cosa molto negativa e che ha una strascico della rappresentazione razzista, dall’altra parte il suo personaggio viene talmente appiattito che a stento riusciamo davvero a capire se sia una avvocata o semplicemente una tizia che sta lì a mettere le carte apposto, perché onestamente non sembra nemmeno capire quello che stiamo facendo, quando in realtà si trattava di una avvocata. Diciamo che tutte le figure femminili siano proprio il meglio del meglio all’interno della pellicola: c’è la moglie di JD, c’è Brie Larson che è caratterizzata come madre-avvocata, però non si capisce bene come faccia, diciamo che l’inizio del film prometteva bene, perché c’era lei combattiva che combatteva contro un tizio chela criticava per il fatto che lei fosse contro la pena di morte in generale come sistema punitivo, quindi c’è l’hanno rappresentata combattiva. Purtroppo però diciamo scompare tutto e diventa tipo parte dello sfondo. Il suo personaggio sembra letteralmente una bozza, esattamente come il personaggio della segretaria ad esempio, che in un momento è un personaggio chiave e in altri no, e risulta come un abbozzo. L’unica cosa che sappiamo è lei che commenta l’attore protagonista che dice: “eh beh, è un bel ragazzo” e basta…

Un dettaglio sulla rappresentazione che mi è piaciuto è che all’interno dei parenti di Johnny D. che non vengono mai specificati più di tanto, c’è anche un uomo che è su una sedia a rotelle: non sappiamo se effettivamente si rifaccia ad un personaggio reale della storia, però ho apprezzato questa rappresentazione, perché noi non vediamo mai della comparse, ad esempio, che hanno delle disabilità e se a livello cinematografico tagliare o cambiare questa cosa sarebbe stato più semplice, – anche perché molto più economico, perché non devi affittare una sedia a rotelle, non devi adattare il tutto, dove si riprende, ecc. sarebbe stato molto più semplice. Ho apprezzato che ci sia, e quindi che non siano in continuazione cancellate persone con disabilità all’interno del cinema. Il suo personaggio neppure parla, è proprio una comparsa, però secondo me ha un valore, ecco, inserire tutto ciò.

Mi è piaciuta molto la scena dell’esecuzione capitale, in cui un amico di Johnny D., Herbert, subisce ciò, e noi vediamo proprio tutto l’iter che porta un condannato alla morte, più che l’azione di per sé. È una scena di grande impatto emotivo e non solo, è una scena forte, struggente, che ti prende dentro. Mentre Herb viene condotto verso la sedia elettrica, e quindi alla morte, iniziamo a sentire in sottofondo, prima più lievi e poi più alte, le note di “The Old Rugged Cross” di Ella Fitzgerald. In seguito, lo vediamo che viene portato dalle guardie nella piccola stanza ed angusta in cui si trova la sedia elettrica, e qui viene fatto sedere in un modo più o meno, più meno che più, “umano” e viene inumidito con dell’acqua in alcuni punti, legato con le varie cinghie nei vari punti e gli viene messo in testa quella specie di ‘cappellino’ che servirà a tenere ferma la testa. E qui c’è un una sequenza di primi piani che ci fa sperare che ci sia un minimo di umanità, dato che una guardia ed Herb si scambiano uno sguardo: la guardia con un viso un po’ triste, aggrottato, Herb invece con una espressione felice in volto. Nel frattempo, gli vengono elencate le sue accuse e infine gli si chiede se ha delle ultime parole da dire e lui dice che ‘non ha nessun risentimento e nessun rancore per nessuno.’ Qui, il volume del brano aumenta e si cambia inquadratura, con primi piani e figure intere degli altri prigionieri, che nel mentre ascoltano lo stesso brano, e da Johnny D. parte un gesto di vicinanza fisica per il suo amico condotto alla morte, prendendo un mini padellino inizia a sbatterlo su e giù, a destra e sinistra, della fessura che serve per fargli passare il cibo e sulle grate delle celle, e piano piano lo seguono tutti gli altri prigionieri a ruota, fin quando non si inizia a creare un certo suono crudo, metallico, duro, con di sottofondo sempre il brano e il tutto accompagnato dalle frasi di vicinanza dei suoi amici e degli altri prigionieri, in cui gridano che ‘sono tutti con lui, che gli vogliono bene, che “camminano” con lui, gli dicono di seguire il suo cuore e che lui è forte’. Qui c’è un cambio di inquadratura che riporta alla stanza dell’esecuzione, e vediamo come anche gli altri che si trovano li ad assistere a quel macabro e terribile atto, sento questa vicinanza. Noi lo capiamo perché tutte le persone in sala, l’avvocato compreso, si guardano tra di loro non capendo ciò che sta avvenendo, e vediamo che anche Herbert li sente, sente quella vicinanza, sente quel grido di amore nei suoi confronti e inizia ad inspirare ed espirare lentamente, accennando un sorriso, e continua il suo espirare e inspirare intervallato dal chiudere gli occhi. Ad un certo punto la scena si rallenta e la musica svanisce, inquadrando il suo volto per qualche secondo, per poi spostare l’obbiettivo verso il pubblico, dietro la vetrata, e dopo aver udito il suono crescente che l’energia fa, una singola, breve e intensa scossa elettrica lo uccide. (noi non lo vediamo direttamente, ma dal riflesso dell’uomo che si intravede sulla vetrata.)

Vediamo quanto sia disumano fare una cosa del genere, vediamo per esempio i personaggi che chi di loro deve sottoporsi a questa cosa, cioè deve subire l’esecuzione, ad esempio, gli rasano le sopracciglia, i capelli, gli chiedono cosa vuole mangiare come ultimo pasto, ecc., c’è proprio una ferma disumanizzazione e vediamo quanto tutto ciò sia anche ipocrita, perché se si condanna una persona a tutto ciò e poi la si tratta benissimo poco prima di ucciderla, insomma, c’è dell’ipocrisia di base. L’atto in sé non viene proprio mostrato e ho apprezzato, senza scadere nella retorica e senza puntare sulla drammaticità a tutti i costi.

Il film si concentra principalmente sulla fragilità del sistema giudiziario americano, di come i pregiudizi possano creare delle situazioni di abuso di potere e di come insomma la condanna capitale sia fallace, perché dai dati risulterebbe che ogni 9 condannati 1, in realtà, sia innocente. Far valere la propria innocenza sembra quasi semplicemente accessibile a chi ha il potere economico di potersi comprare un buon avvocato, e come capirete, questa non è giustizia, ma semplicemente capitalismo.

Mi è piaciuto il modo in cui il razzismo è rappresentato nel film, ovvero come qualcosa di molto più complesso di un semplice metà ignornatelli o bianchi e neri, ma inserito all’interno del contesto sociale e della gerarchia di classi.

Il film parla della storia di Bryan Stevenson e lui stesso è tra i produttori. La pellicola, secondo me, apre un discorso importante estremamente attuale, ovviamente negli USA, e potremmo dire anche interessante su cui discutere.

Ne “Il Diritto di Opporsi ”, lo stato dell’Alabama diventa terra di oppressione, ma anche di riscatto. Sia il titolo originale Just Mercy sia il titolo italiano Il diritto di opporsi custodiscono l’essenza del film di Destin Daniel Cretton. Infatti, mentre il “dovere” indica un obbligo morale, talvolta, un’imposizione, il diritto è la libertà attribuita ad un uomo, la libertà di scegliere. Il giovane avvocato sceglie di fornire una gratuita e adeguata assistenza legale ai detenuti in Alabama mettendo in luce gli errori, i preconcetti di un sistema giudiziario viziato dal razzismo e facendo trionfare una giustizia più vera, più empatica, più umana.    
L’Alabama, cuore feroce del Sud dell’America, periferia di un’umanità avvilita da discriminazioni secolari, è stato teatro della dialettica storica tra oppressori e oppressi ma anche di un’eroica e costruttiva ribellione a questo stato di cose, della rivendicazione dei diritti civili dell’uomo

Una terra in cui è persistito un divario tra la legge che formalmente ridimensionava la questione razziale e la mentalità dei suoi abitanti atavicamente razzista, discriminatrice, quasi nostalgica della segregazione. Per paradosso, il primo strumento dell’avvocato Stevenson è proprio la legge, è la fede nella forza della giustizia. Al contempo l’Alabama è stata la terra del riscatto, terra che ha visto il piccolo grande gesto di Rosa Parks, il rifiuto di cedere il suo posto ad un uomo bianco su un autobus (nel 1955), ha visto l’umanità marciare per l’uguaglianza ispirata al sogno di Martin Luther King. È stata la terra dell’infanzia di Harper Lee e di Truman Capote, della giovinezza di Forrest Gump che ha sullo sfondo l’integrazione razziale nell’Università dell’Alabama e al contempo la grave opposizione alla desegregazione, la terra della storia di Idgie e Ruth, del loro coraggio, in Pomodori verdi fritti.    
La storia macrocosmica si riflette sempre nel microcosmo di individui come Stevenson, destinati a cambiare o perlomeno riorientare il corso della prima. La sua vicenda fatta di un continuo alternarsi di sconfitte e piccole conquiste segue lo stesso ritmo di quella dell’America: da Lincoln e la proposta di abolizione della schiavitù alla sua ingiusta uccisione, dalla fine della guerra civile all’apartheid fino all’approvazione del Civil Rights Act del 1964. 
Una questione che si protrae drammaticamente e che al contempo mostra in modo esemplare come la ricerca di giustizia sia sempre più tenace, forse non celere perché non procede per scorciatoie ma più vera e i suoi frutti sono duraturi a differenza di quelli generati dalla logica dell’occhio per occhio dente per dente.

Il film insegna il valore di una vita. Il valore della libertà. Il trailer del film si apre con un filo finissimo appeso a un albero, simbolo di quanto sia precaria e fragile l’esistenza di un uomo. Uno sprazzo di cielo in mezzo agli alberi. Quel senso d’impotenza, marcato dal modo in cui la macchina da presa, quasi invisibilmente, inquadra la scena; un senso d’impotenza, ma anche la voglia di poter scalare qualcosa d’insormontabile per ottenere un po’ di misericordia (non a caso in originale Just Mercy).

L’opera, già dalla prima sequenza, con uno stile che vibra grazie al lavoro effettuato dalla colonna sonora, emerge una dinamica che non affonda le proprie radici nella disperazione, ma che si aggancia alla perseveranza di un uomo, l’avvocato Bryan Stevenson, di cercare quella misericordia e quel senso di giustizia che tutti meritano e che negli Stati Uniti pochi riescono a ottenere. Le inquadrature e il sonoro rendono l’idea di un disco rotto, il sistema americano, che blocca i personaggi in un ciclo di sconfitte che sembrano non trovare una luce.

La grazia sembra negata alle persone che la società, in questo caso una piccola cittadina dell’Alabama, definisce come “emarginate” per motivi di genere, di religione, di soldi o di semplice colore della pelle. Il disco rotto rappresenta, quindi, un sistema, che i titoli di coda rimarcano essere purtroppo ancora attuale, che, nonostante le evidenze, ha difficoltà a cambiare. In ciò, il film nella sua stessa struttura, ma anche tramite piccole scene puramente visive o che evocano immagini tramite lo sguardo dei personaggi, cerca un varco per distruggere una routine che non tiene conto dell’umanità. I bicchieri di latta suonano sulle sbarre. Un uomo disperato ricorda un odore di bruciato: l’odore di un uomo. Un uomo che, sostiene il film tramite un gioco di sguardi e di parole, non perde il proprio statuto neanche di fronte alla fine, ma che trova in questa situazione tragica, la forza di nutrire la speranza di un cambiamento futuro.

“Il diritto di opporsi”, oltre che essere tratto da una storia vera e adattato dall’omonimo libro scritto dallo stesso Bryan Stevenson, è film classico, dove l’impianto filmico non cerca di far rimanere a bocca aperta lo spettatore. Destin Daniel Cretton, infatti, già abituato a trattare tematiche legate a persone in difficoltà, che sembrano abbandonate da un sistema che non funziona (già regista di Short Term 12), decide di cercare una semplicità che, tramite il sonoro, alcuni frame, i dialoghi e la performance degli attori, possa far elevare una realtà pungente al fine di smuovere nel pubblico la voglia di un cambiamento.

Dunque, questo non è un film sensazionale, ma è un film che funziona e che alla fine lascia lo spettatore in silenzio nella propria poltrona con la speranza e la voglia che davvero la situazione possa cambiare e si possa avere un po’ di misericordia e di giustizia. Misericordia e giustizia che si stagliano nella mente del pubblico come quell’iniziale sprazzo di cielo in mezzo agli alberi, dove la vita umana è un tronco forte e robusto, capace di stagliarsi contro ogni barriera di un sistema colmo di pregiudizi stantii e non più un filo precario e fragile.

Il Diritto di Opporsi è uno di quei film impossibili da giudicare o recensire prettamente dal punto di vista cinematografico. Ci sono pellicole che apprezziamo per la regia, altri per la fotografia, altri per la trama o per i loro personaggi indimenticabili. Just Mercy – questo il titolo originale del film – è un film che racconta qualcosa di talmente umano, che supera il concetto stesso di cinematografia.

Perché con questo film drammatico basato su una storia vera e triste, ci troviamo dinanzi a un confronto col concetto di umanità, analizzato nella sua brutalità galvanizzata dal pregiudizio più totale.

La ricerca della verità e la trasparenza di quest’ultima sono le tematiche che il film intende analizzare e trasmettere. Basti vedere la scena finale, prima delle consuete didascalie che rimarcano la realtà che abbiamo visto in parte nel film, dove i due protagonisti si stringono la mano dietro un bicchiere d’acqua, simbolo della trasparenza.

Il regista Destin Daniel Cretton prosegue il suo sodalizio artistico con Brie Larson, che qui ha il ruolo di un’avvocatessa locale, per raccontare una storia di ingiustizia e pregiudizio che, come molti film di questo periodo, raffigura l’umiliazione rituale degli afroamericani partendo dal più comune degli abusi della polizia yankee: il fermo ingiustificato, spesso accompagnato da mortificanti perquisizioni.

Stevenson entra volontariamente in un abisso di scorrettezza e discriminazione razziale perché sa cosa voglia dire nascere nero in America ed essere etichettato sulla base del colore della pelle. “Basta guardarlo in faccia” è infatti la motivazione data dalle autorità dell’Alabama per incarcerare un innocente, e l’accusa “lombrosiana” nasconde una paura profonda del diverso.

Cretton ricostruisce la vicenda di Stevenson sposando interamente il suo punto di vista, e questo purtroppo rende il racconto meno efficace. Ma questa (ennesima) storia di ingiustizia a sfondo razziale è il ritratto di un’America che ancora oggi tollera disparità ingiustificabili. La vicenda narrata infatti non accade negli anni Cinquanta ma nei Novanta, eppure incontra le resistenze e ostruzionismo dell’epoca precedente alle battaglie per i diritti civili degli afroamericani.



Costumi:

I costumi del film sono stati creati e ideati da Francine Jamison-Tanchuck, già costumista in altre pellicole famose come, “Il colore viola” (1985), “Glory – Uomini di gloria” (1989), “Sister Act 2 – Più svitata che mai” (1993), “The Birth of a Nation – Risveglio di un Popolo” (2016) e “End of Justice – Nessuno è innocente” (2017), tra gli altri. Nella sua carriera più che ventennale ha collaborato con molti registi e in molti film, soprattutto film storici, e per questo film è stata scelta proprio lei per ricreare i costumi di quell’epoca in cui la storia è ambientata.

Quando Francine Jamison-Tanchuck ha firmato come costumista per “Il Diritto di Opporsi ”, è stata attratta dalla prospettiva di raffigurare personaggi reali attraverso il suo lavoro. “A volte può essere più impegnativo di qualsiasi altra cosa uscire dalla propria immaginazione”, dice la Jamison-Tanchuck. Dopo aver letto la sceneggiatura de “Il diritto di opporsi “, la costumista veterana è stata spinta dall’idea di illustrare non solo il periodo che va dal 1987 al 1992 nella piccola città dell’Alabama, dove si svolge il film, ma anche “una bella famiglia che stava attraversando questo periodo orribile della sua vita”.

Per le risorse, Jamison-Tanchuck si è rivolta alle fotografie fornite sia dalla famiglia McMillian che da quella Stevenson. Anche le memorie bestseller dell’avvocato (su cui si basa il film) hanno fornito una grande quantità di informazioni, così come le loro conversazioni e le sue approfondite ricerche online e presso la Western Costume Research Library di Los Angeles.

Con l’aiuto dell’assistente costumista Joy Cretton (sorella del regista del film), Jamison-Tanchuck si è impegnata a ricreare look storicamente accurati per ogni personaggio, con un cenno ai suoi viaggi personali.

Tra questi, in particolare, le divise da carcerato bianche (che, in Alabama, avevano anche cinture nere, con grande sorpresa di Jamison-Tanchuck). Per Foxx, era fondamentale che l’uniforme del suo personaggio apparisse sempre perfettamente stirata e immacolata, dato che il vero McMillian usava la piccola indennità fornita dalla sua famiglia per pagare la gente della lavanderia per stirare le camicie. Anche nel braccio della morte, “voleva che le persone vedessero che non lo stavano distogliendo dall’essere umano”, dice la stilista. “Bryan Stevenson, che gli faceva visita costantemente, diceva che sì, aveva davvero quell’aspetto – e così anche le altre persone nel braccio della morte”.

Il senso di McMillian di rispetto per sé stesso si manifesta anche nella scena finale dell’aula di tribunale quando viene emesso il verdetto. Qui indossa il suo abito nero in tre pezzi, fornito dalla sua famiglia, senza cravatta. “Sua moglie, Minnie, voleva che fosse al meglio”, spiega Jamison-Tanchuck. La stilista ha replicato il completo per Foxx, usando come guida le fotografie di famiglia.

Il regista e Jamison-Tanchuck hanno concordato che ogni membro della famiglia McMillian e della comunità in generale che è stato raffigurato sullo schermo, che parlasse o meno, dovesse avere un look individuale. “Destin voleva che fossero molto importanti per il sostegno. Io volevo che avessero le loro personalità”, dice. “Volevo davvero che sembrasse qualcosa di veramente reale”.

Allo stesso modo, la costumista si è anche messa a ricreare il guardaroba di Stevenson, che comprendeva un solo abito quando ha incontrato McMillian per la prima volta (“E anche quello stava diventando logoro“, dice). “Bryan Stevenson voleva che si sapesse che per lui non si trattava di abbigliamento”, spiega la stilista. “Tenerlo nello stesso vestito e cambiargli la cravatta e la camicia era una cosa che Destin, Michael B. e io abbiamo accettato di fare per dimostrare che questo ragazzo che non si preoccupava dei soldi. Ma lui si preoccupava di riparare ad un torto”.

Fare parte de “Il diritto di Opporsi” è stato un progetto di passione personale per la costumista Francine Jamison-Tanchuck, che è adatto solo per un film su persone che portano giustizia quando il sistema legale è fallito. Il dramma del tribunale mostra il primo lavoro sui diritti civili che avrebbe portato alla fondazione della Equal Justice Initiative con Eva Ansley (Brie Larson) nel 1989.

I pezzi d’epoca possono spesso essere difficili, soprattutto quando l’arco temporale fa parte della memoria vivente del pubblico. Questo è particolarmente vero quando i personaggi sono basati su persone reali. Naturalmente, avere accesso alla persona su cui si basa la storia ha un valore inestimabile. “Lo stesso Brian Stevenson è stato un’incredibile fonte di informazioni e le sue porte erano sempre aperte. Se non ti rispondeva subito, ti diceva che forse stava discutendo un caso davanti alla Corte Suprema e si scusava umilmente. È solo un supereroe nella vita reale. Abbiamo anche incontrato la vera Eva Angsley, che è stata semplicemente meravigliosa”.

Ritrarre i personaggi significava anche prestare attenzione ai piccoli dettagli che tanto parlavano delle circostanze. Jamison-Tanchuck spiega: “Per la corte, Walter si è assicurato di essere molto presentabile, ma guardando da vicino i suoi abiti, ho notato in alcune ricerche che si vedeva un po’ di usura, un piccolo strappo o qualcosa su uno dei suoi abiti”.

Jamison-Tanchuck si è imposta un alto livello di autenticità. “Non volevo ricreare l’abbigliamento creando un sacco di cose”, spiega. Anche se in altri progetti è stata conosciuta per costruire ogni oggetto fino ad arrivare ai cappelli, ha ricercato pezzi impregnati di un senso della storia esistente. “Ho deciso di cercare tesori trovati in abiti vintage e antichi. Mi è sembrato molto più reale. Ho avuto dei meravigliosi acquirenti che avevano appena setacciato Los Angeles, anche qui in Georgia e a New York”.

L’arte e la vita si sono incrociate nel corso del progetto, in particolare quando i membri dell’attuale Equal Justice Initiative si sono recati in visita durante le riprese a Montgomery e hanno fatto da sfondo alle riprese sui gradini della Corte Suprema di Stato. “Fa proprio qualcosa alla vostra sensibilità”, dice. “Credo che tutta la nostra troupe si sia sentita così. Qualunque sia stata la parte che ha giocato o qualunque sia stato il nostro lavoro in questo film, tutti noi abbiamo sentito che era un onore”.



Attori:

Michael B. Jordan nei panni di Bryan Stevenson, giovane avvocato idealista laureatosi ad Harvard e che vuole fare la differenza e aiutare coloro che non possono permettersi un avvocato, soprattutto gente di colore, e sempre dalla parte degli ultimi;


Jamie Foxx nei panni di Walter McMillian, detto anche “Johnny D.”, un lavoratore afroamericano che taglia la legna per far sì che si producano fogli, che si trova nel braccio della morte accusato di un crimine che non ha commesso;


Brie Larson nei panni di Eva Ansley, una avvocata che vive a Monroeville e che per prima da aiuto e supporto a Stevenson, per poi affiancarlo anche sul lavoro. Inoltre lavora con Stevenson anche per riformare il sistema della giustizia fonda la Equal Justice Initiative.


Rob Morgan nei panni di Herbert Richardson, un altro carcerato e vicino di cella di Walter, che ha commesso un omicidio perché ha uno stato emotivo alterato;

Tim Blake Nelson nei panni di Ralph Myers, un carcerato anche lui nel braccio della morte per alcuni crimini, che fornisce una testimonianza falsa e altamente contraddittoria incolpando Mcmillian, in cambio di una sentenza più leggera nel suo processo in corso;

Rafe Spall nei panni di Tommy Chapman, il procuratore dell’Alabama che si dimostra prima gentile e disponibile, ma quando Stevenson chiede di riaprire il caso, esaminarlo e leggere i suoi appunti, lo lincenzia senza mezzi termini, cercando di mettergli i bastoni fra le ruote;

O’Shea Jackson Jr. nei panni di Anthony Ray Hinton, un altro amico e vicino di cella di Walter e Herbert, anche lui passa circa 30 anni nel braccio della morte per un crimine che non ha commesso, e grazie a Stevenson è un uomo libero;

Darrell Britt-Gibson nei panni di Darnell Houston, amico di famiglia dei McMillian, ma anche il primo a testimoniare che era con un testimone che ha corroborato la testimonianza di Myers il giorno dell’omicidio, il che farebbe crollare il caso dell’accusa.;

Lindsay Ayliffe nei panni del Giudice Foster.

C.J. LeBlanc nei panni di John McMillan, il figlio di Walter che tiene molto alla sua famiglia e che cerca di fare di tutto per aiutare il padre ad uscire dal carcere, ed è anche colui che dice a Stevenson che un suo amico, Darnell, ha delle prove che lui cerca;

Karan Kendrick nei panni di Minnie McMillian, la moglie di Walter, che lo supporta in tutti gli anni in cui si trova in carcere, e nonostante abbia subito delle violenze da suo marito, continua ad amarlo e ad essere dalla sua parte;

Kirk Bovill nei panni di David Walker.

Terence Rosemore nei panni di Jimmy.

Ron Clinton Smith nei panni di Woodrow Ikner.

Dominic Bogart nei panni di Doug Ansley.

Hayes Mercure nei panni di Jeremy.



Colonna Sonora:

La musica originale del film che figura nel film è composta da Joel P. West, un cantautore e compositore di film con sede a Los Angeles – già compositore delle partiture di Short Term 12 (2012), Grandma (2015), The Glass Castle (Il castello di Vetro – 2017), Band of Robbers (2015) e molti altri). Nella sua carriera pluridecennale, la sua musica è stata descritta come una “musica che mostra una grande sfumatura emotiva” e “ammonisce…, riccamente strutturata e pastorale”. I suoi lavori sono fortemente ispirati dalla natura selvaggia e dagli ampi spazi aperti del Nord America.

Nella colonna sonora di questo film, oltre a dei componimenti, sono presenti diversi brani di repertorio incisi da artisti vari, come Ode To Billie Joe di Martha Reeves & The Vandellas, Higher Ground di J. Alphonse Nicholson, Don’t Wanna Fight di Alabama Shakes e altri.

“Questa musica è il risultato di un lungo processo di collaborazione con Destin Cretton, l’editor musicale Del Spiva, l’editor di immagini Nat Sanders e il resto della nostra straordinaria troupe di post-produzione. Tutto è iniziato con un profondo tuffo nel mondo musicale di Bryan Stevenson, che è lui stesso un musicista e che ha sempre puntato sulla musica jazz, gospel e soul come carburante per il suo lavoro e il suo movimento. Le terribili verità che lui sta cercando di correggere sono schiaccianti e difficili da digerire e, in definitiva, stavamo cercando di sviluppare una musica da partitura che potesse portare un po’ della stessa dignità, speranza e bellezza che Bryan porta alle persone bloccate in quelle ombre.”

Karriem Riggins.

“Ho scritto le parti ritmiche come bozze, e abbiamo trovato un incredibile gruppo di musicisti per dar loro vita.

Thomas Drayton.

Avevamo Karriem Riggins alla batteria, Thomas Drayton al basso,

Lynette Williams.

Lynette Williams alle tastiere e Justus West alla chitarra,

Justus West.

e anche se non si erano mai incontrati né avevano mai suonato insieme prima, si sono rapidamente combinati in un suono davvero speciale e hanno iniziato a nutrirsi l’uno dell’altro. Abbiamo passato tre giorni ai Capitol Studios a fare riprese e a sperimentare idee come si farebbe per un album jazz, e ho scoperto che più mi allontanavo e lasciavo che mettessero il loro timbro collettivo sulle melodie, più la musica migliorava. Non potrei essere più felice del prodotto finito.”, dice.

“Dopo le sessioni della band abbiamo trascorso un’intera giornata a registrare gli archi, e abbiamo fatto in modo che un coro gospel entrasse dopo l’orario di chiusura e mettesse gli ultimi ritocchi alla partitura. Era stata una giornata lunga e impegnativa e ci sentivamo tutti piuttosto prosciugati, ma siamo usciti dallo stand in una stanza piena di gioia e di risate e siamo stati immediatamente eccitati dal gruppo. Sentirli cantare insieme è stato il miglior regalo alla fine di un lungo viaggio creativo, e tutti nell’edificio hanno smesso di fare quello che stavano facendo per venire ad ascoltare ed essere nutriti dal loro talento e dalla loro positività.”

“Sono incredibilmente onorato di aver contribuito a raccontare la storia di Bryan, e raccomando vivamente di visitare il sito web della Equal Justice Initiative – rendono davvero facile trovare un modo per contribuire al loro lavoro, e per istruirsi ulteriormente sulla storia del nostro Paese di ingiustizia razziale che ha portato al razzismo istituzionalizzato e all’indifferenza che tutti noi tolleriamo ignorando. Grazie a tutti coloro che sono stati coinvolti, e a Destin per essere stato una roccia di umiltà, perseveranza e premura attraverso il lungo processo di portare in vita questa storia. Sono così orgoglioso di aver contribuito e sono sempre grato per la crescita personale e la prospettiva che ho acquisito lungo il cammino.”


Lista dei brani del repertorio pop:

Ode To Billie Joe • Martha Reeves & The Vandellas

Higher Ground • J. Alphonse Nicholson

Don’t Wanna Fight • Alabama Shakes

Dream Come True • Hilton Felton

Blessed Be The Name Of The Lord • Sister Emily Braum

Jesus Is With Me • The Mighty Indiana Travelers

Save Their Souls • Bohannon

Troubles of the World • Brother Samuel Cheatam

Masterpiece • Atlantic Starr

The Old Rugged Cross • Ella Fitzgerald

No More Auction Block for Me • Sweet Honey In the Rock

I’m Gonna Lay Down My Life for My Lord • Bessie Jones & Group

The Old Rugged Cross • Karriem Riggins, Lynette Williams, Thomas Drayton and Justus West


Lista dei componimenti originali composti per il film:

1. Just Mercy (2:01)

2. Holman Prison (1:19)

3. Johnny D. (2:02)

4. Jackson Cleaners (2:16)

5. Walter’s Case (1:16)

6. Tell Me Everything (1:05)

7. Tapes (1:44)

8. We’re Done Here (0:50)

9. Everybody Out (1:04)

10. Petition (1:15)

11. Courthouse (1:28)

12. Nowhere Near True (2:05)

13. Hearing (1:40)

14. Church (0:55)

15. 60 Minutes (3:20)

16. Freedom (4:17)

17. Equal Justice (2:10)

18. The Old Rugged Cross (4:31)



FINE.


Spero che questa nuova recensione sul film “Il Diritto di Opporsi ”, sia stata di vostro gradimento, e se così fosse, lasciate un like, commentate facendomi sapere che ne pensate, condividete a chi volete e iscrivetemi al mio blog. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Cattive Acque – recensione film.

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Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo nuovamente, rispetto all’ultimo articolo pubblicato qualche settimana fa riguardante l’uscita libresca del momento e del mese di maggio «Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente », di una recensione film, nello specifico del film “Cattive Acque” del 2019 diretto da Todd Haynes, e della sua assurda storia vera fatta di inquinamenti chimici, insabbiamenti, di scarica barile e molto altro ancora.

Spero che questo articolo vi piaccia e buona lettura.

All’articolo!



Trama:

Wilbur Tennant e il fratello.

Robert Bilott è un avvocato societario di Cincinnati specializzatosi nella difesa di aziende chimiche. Il contadino Wilbur Tennant, conoscente della nonna di Robert, chiede a Robert di indagare su una insorgenza anormale di tumori e malformazioni nelle sue mucche a Parkersburg, in Virginia Occidentale. Tennant collega questo fenomeno alla società chimica DuPont e dà a Robert un grosso contenitore di videocassette.

Robert visita la fattoria dei Tennant e scopre che 190 capi di bestiame sono morti con condizioni mediche insolite, come organi gonfi, denti anneriti e tumori. L’avvocato della DuPont, Phil Donnelly, gli comunica di non essere a conoscenza del caso ma di voler dare una mano in ogni modo possibile. Robert intenta una piccola causa in modo da poter ottenere informazioni tramite la scoperta legale delle sostanze chimiche scaricate sul sito. Quando non trova nulla di utile nel rapporto dell’EPA (United States Environmental Protection Agency – L’Agenzia per la protezione dell’ambiente) si rende conto che le sostanze chimiche potrebbero non essere regolamentate dall’EPA.

Robert si confronta con Phil in un meeting di settore provocando uno scontro animato. La DuPont invia a Robert centinaia di scatole, sperando di seppellire le prove. Robert trova numerosi riferimenti al PFOA, una sostanza chimica senza riferimenti in nessun testo medico. Nel cuore della notte la moglie incinta di Robert, Sarah, lo trova mentre strappa la moquette dal pavimento e rovista tra le loro padelle. Ha scoperto che il PFOA è l’acido perfluoroottanoico, usato per produrre il teflon e usato nelle case americane per le pentole antiaderenti. La DuPont ha eseguito test sull’effetto del PFOA per decenni, scoprendo che causa il cancro e difetti congeniti ma non ha mai reso pubblici i risultati. Hanno riversato centinaia di barili di fango tossico a monte del fiume dalla fattoria di Tennant. Il PFOA e composti simili sono sostanze chimiche che non lasciano il flusso sanguigno e si accumulano lentamente.

Tennant è stato escluso dalla comunità per aver fatto causa al loro più grande datore di lavoro. Robert lo incoraggia ad accettare l’accordo della DuPont, ma Tennant si rifiuta e vuole giustizia e rivela che lui e sua moglie hanno entrambi il cancro. Robert invia le prove della DuPont all’EPA e al Dipartimento di Giustizia, tra gli altri. L’EPA infligge alla DuPont una multa di 16,5 milioni di dollari.

Robert tuttavia non è soddisfatto e si rende conto che gli abitanti di Parkersburg subiranno gli effetti del PFOA per il resto della loro vita. Cerca di ottenere il monitoraggio medico per tutti i residenti di Parkersburg attraverso un’unica grande azione legale collettiva. Tuttavia la DuPont invia una lettera per notificare ai residenti la presenza del PFOA dando così il via alla prescrizione e concedendo loro solo un mese di tempo per iniziare ogni ulteriore azione. Poiché il PFOA non è regolamentato, il team di Robert sostiene che la società è responsabile in quanto la quantità in acqua era superiore alla singola parte per miliardo ritenuta sicura dai documenti interni della DuPont. In tribunale la DuPont sostiene che, secondo un loro successivo studio, la soglia di sicurezza è di 150 parti per miliardo. La popolazione locale protesta e la storia diventa una notizia nazionale. La DuPont accetta di patteggiare per 70 milioni di dollari. Poiché la DuPont è tenuta a effettuare un monitoraggio medico solo se gli scienziati dimostrano che il PFOA causa i disturbi, viene istituita una valutazione scientifica indipendente. Per ottenere i dati necessari Robert dice alla gente del posto che può ottenere il denaro del risarcimento dopo aver donato il sangue. Quasi 70.000 persone donano allo studio.

Passano sette anni senza alcun risultato dalla revisione. Tennant muore e Robert si impoverisce in seguito a diversi tagli di stipendio, mettendo a dura prova il suo matrimonio. Quando Tom gli comunica un ulteriore taglio di stipendio Robert crolla, tremando. I medici dicono a Sarah che ha sofferto di un’ischemia causata dallo stress. Sarah dice a Tom di smettere di far sentire Robert un fallimento perché sta facendo qualcosa per le persone che hanno bisogno di aiuto. La valutazione scientifica contatta Robert e gli dice che il PFOA causa tumori multipli e altre malattie. A cena con la sua famiglia Robert viene informato che la DuPont sta rinnegando l’intero accordo. Robert decide di portare il caso di ogni imputato alla DuPont, uno per volta. Vince i primi tre accordi multimilionari contro la DuPont che risolve la class action per 671 milioni di dollari.



Commento:

“Cattive acque” è un film del 2019 diretto da Todd Haynes, sceneggiato da Mario Correa e Matthew Michael Carnahan ed è interpretato da Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, Victor Garber, Mare Winningham, William Jackson Harper e Bill Pullman. Il film è basato sull’articolo del New York Times Magazine del 2016 intitolato “The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare(“L’avvocato che divenne il peggior incubo della DuPont ”), scritto da Nathaniel Rich, sullo scandalo dell’inquinamento idrico di Parkersburg. Inoltre, il vero Robert Bilott ha anche scritto un libro di memorie, chiamato “Exposure”, che descrive nel dettaglio la sua ventennale battaglia legale contro la DuPont.

Da sempre viene utilizzata la metafora della sfida tra Davide e il gigante Golia per porre parallelismi relativi alla personale impresa dei personaggi coinvolti, spesso per l’appunto costretti ad affrontare nemici o insidie molto più grandi di loro. E in questo caso ci troviamo di fronte ad una battaglia impari che, come si scoprirà poi nella scioccante postilla finale riguarda da vicino tutti noi.

Il film in italiano è uscito con il titolo “Cattive acque”, e onestamente parlando non mi ha convinto troppo questa traduzione del titolo, perché “dark waters” vuol dire tante, troppe cose. Noi utilizziamo la frase “(trovarsi in) cattive acque” per indicare quando qualcuno si trova nei guai, o quando ci si trova con l’acqua alla gola, o ancora quando ci si trova in una brutta situazione; mentre invece “dark water” vuol dire diverse cose: acque oscure, acque misteriose, acque che nascondono qualcosa, ma anche molto spesso si usa per dire “acque sporche”, acque salmastre, quindi anche qualcosa che riguarda le acque reflue, e secondo me, ha un senso più vicino a quello che vuol dire il film.

La traduzione “Cattive acque” è un po’ bruttina, un po’ come lo sarebbe stata se avessero tradotto il titolo come “Acque sporche”, traducendo letteralmente. Secondo me, purtroppo, il titolo italiano lima la parte traumatica e drammatica del film. Però qui le Cattive Acque si riferiscono alle acque sporche dell’industria chimica americana, in cui Rob si trova “contro tutto e tutti ”. Il regista del film è Todd Haynes, – lo stesso di “Velvet Goldmine” (1998), “Carol ” (2015), “Io non sono qui” (2007) [interpretato da sei attori diversi che interpretano momenti diversi dell’artista premio Nobel.] –, e secondo me il suo tocco all’interno del film si vede, perché i suoi film hanno questo aspetto tale come se fossero appena usciti da un quadro di Hopper, parlano molto di “americanità”, se ci si fa caso. Il regista, molto spesso, nei suoi film lascia un grande spazio per l’introspezione dei personaggi, anche se non ci sono dei dialoghi specifici, e molto spesso noi vediamo queste atmosfere che sono tipicamente americane, quasi deserte, e allo stesso tempo un po’ retrò.

Il film, ovviamente ha una storia interessante, ma secondo me uno dei tagli cinematografici più interessanti dati al film è il “taglio”. Il film poteva benissimo avere un taglio drammatico, un po’ storico, un po’ stereotipato, invece secondo me questo film ha un taglio fortemente inquietante. Il personaggio principale del film, interpretato da Mark Ruffalo, il quale è anche produttore del film, fa un viaggio spaventoso, in quanto accettando questo caso si sta mettendo contro l’intera cittadina da cui proviene, l’intera cittadina che insomma basa il proprio lavoro e il proprio sostentamento proprio su quell’azienda, la DuPont, che ha creato scuole, edifici, parchi, dà lavoro all’intera cittadina. Robert sta rischiando tutto: a livello lavorativo, economico, personale e familiare. Il lavoro porta via lui molto tempo, che purtroppo sottrae alla propria famiglia. Inoltre il film, secondo me, riesce a trattare un aspetto molto inquietante che raramente all’interno di queste storie viene trattato, ovvero la pressione psicologica che vive il personaggio. Noi lo vediamo molto bene attraverso il personaggio di Robert, decidere di far causa ad una azienda così grande vuole dire potenzialmente – nel caso di perdita – perdere tutto quello che si ha economicamente, dover pagare dei danni economici immensi e pagare anche per un dislivello di potere. Molto spesso film del genere, diciamo che “minimizzano” queste preoccupazioni e rappresentano il personaggio come “un eroe senza macchia e senza paura“, pronto a tutto, sicuro, forte e molto altro; mentre è invece molto meglio rappresentare un eroe, diciamo, come quello di Robert: un eroe con tutte le sue paure, le sue fragilità;

Il film dà il giusto spazio a l’aspetto emotivo che ha un viaggio del genere ha sulla psicologia di una persona, sulla sua emotività. Robert è letteralmente sovrastato da un senso di impotenza che prova nei confronti delle altre persone, non potendo salvare loro la vita, ma anche in un certo senso il senso di tradimento: lui ha vissuto in quella città, credeva che tutto fosse tranquillo e andasse bene. Robert ha dedicato la sua intera carriera, la sua intera carriera lavorativa a salvaguardare gli interessi di aziende come quella della DuPont, mentre quella di Tim in realtà potevano anche rischiare la vita di tante persone, compresa la sua. Noi vediamo soprattutto lo stress che, in un certo senso, sfocia quasi nella paranoia; c’è una scena, soprattutto quella del parcheggio, in cui noi vediamo effettivamente il crollo psicologico di Robert, il che è sensato, perché se un’azienda è pronta ad inquinare le acque, davvero uccidere qualcuno è un passo troppo lontano, rispetto alla norma?

Io ho apprezzato moltissimo il taglio inquietante del film, perché l’argomento è esattamente così. Inoltre il film, secondo me, ha un arco molto appetibile per il pubblico statunitense: parla di un ritorno alle origini per il personaggio di Robert, ovvero parla del ritorno nella cittadina in cui è nato e cresciuto; ritorna anche alle origini, lontano da quei palazzoni degli avvocati, delle lobby e ritorna, per così dire, “vicino” alle persone. Gli stati uniti hanno questa concezione molto particolare: da una parte il sogno americano, e sia quello di fa crescere nel proprio garage la nuova lobby che conquisterà il mondo; ma allo stesso tempo apprezzano che questo percorso inverso. Il film, secondo me, parla di molte altre cose, tenta di non cadere troppo nei cliché, parla di argomenti reali negli Stati Uniti, come la discriminazione perché si proviene da determinato stati, un po’ come per noi italiani che abbiamo questa discriminazione per chi arriva dal sud, non tutti ovviamente; Robert viene discriminato e tacciato di essere campagnolo perché arriva da un determinato stato e arriva da una determinata classe economica. Vediamo anche il “classismo”: lo si vede quando Robert parla con gli altri socio-avvocati per accettare o meno la ‘class section’. Ma una delle discriminazioni più interessanti, che non mi aspettavo di vedere all’interno del film, è stata proprio la misoginia. Noi ci troviamo in un arco di tempo che varia dalla fine degli anni ‘90, quindi 96-98, fino al 2010. E quello che noi vediamo all’interno del film è proprio la discriminazione delle donne lavoratrici; c’è per esempio la moglie di Robert, Sarah, che anche lei è un’avvocata. Il film, come vi ho detto, si svolge in una epoca molto recente, fine anni ‘90 e anni 2000-2010, e parla proprio di come la carriera della moglie di Robert sia, in realtà, stata bloccata da una scelta, ovvero la scelta di diventare una madre ha reso inconciliabile per lei la carriera lavorativa.

Noi lo vediamo, in particolare, all’interno di una scena: Sarah e Robert sono ad una cena, parlano con un collega anziano di Robert e la moglie si immette nel discorso dicendo che ‘anche lei è stata una avvocata e ha lavorato nel campo, però ha dovuto lavorare tutto quando ha iniziato a mettere su famiglia’, e l’uomo risponde con “è questo che accade alle avvocate” – molto spesso quando si parla di lavori, principalmente svolti da professionisti uomini, si parla di “ostacoli”, come anche quando si parla di “gender gap” (per quanto riguarda alcune professioni) e questo ne è proprio un esempio, il fatto che non ci sia un divieto per le donne di praticare un certo lavoro o professione, ma che, insomma, sia “inconciliabile” la loro vita personale – al contrario degli uomini – rispetto a dei lavori. Sempre in quella scena c’è una collega di Robert che nasconde al proprio capo di essere incinta proprio per paura di essere “mandata fuori”, e quindi di essere licenziata. E ovviamente questa non è più una scelta, ovvero la scelta di lasciare il proprio lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia, perché se è una scelta obbligatoria fatta da altri, allora non è affatto una scelta, ma semplicemente una Discriminazione.
Sinceramente proprio per questo, avrei preferito il personaggio di Anne Hathaway, che interpreta Sarah, la moglie di Rob, un po’ diverso (anche se non so per certo come siano andati realmente i fatti e non sono riuscito ad approfondire maggiormente), però mi sarei immaginato che lei desse maggiori consigli a Robert, essendo entrambi due avvocati con una specializzazione simile; invece purtroppo il suo personaggio, a volte, ricade nel solito personaggio de “la moglie dell’eroe” (la moglie dell’eroe, molto spesso nei film è quella che, mente l’eroe è stanchissimo per quello che sta facendo, sta cambiando il mondo, sta facendo qualcosa di grandioso, mentre sta per salvare vite, la moglie lo ammorba e lo colpevolizza proprio per questo fatto, perché toglie tempo alla famiglia, a lei e così via. Noi vediamo esattamente una scena così da parte di Anne Hathaway (la Sarah del film): da una parte capisco all’interno del clima familiare un problema del genere, ovvero la non presenza nella vita familiare; dall’altra parte è un cliché cinematografico, in cui molto spesso la moglie dell’eroe, diciamo che sembra una piagnona rompiscatole che sta colpevolizzando un uomo che in realtà sta facendo la storia, sta salvando centinaia di vite. É un cliché come viene rappresentato tutto ciò. Inoltre l’ho trovato un po’ strano che all’interno del film, il fatto che cinque minuti prima il suo personaggio faccia così e cinque minuti dopo lo difenda e difende il suo lavoro a spada tratta. È un cambiamento di umore troppo repentino, manca una connessione, una evoluzione.

Però andando ad approfondire, la vera moglie di Robert, la vera Sarah (dato che non viene detto nel film, quindi credo non lo sappiate neppure voi, e dato che avrei preferito che l’avessero detto), è ritornata nel mondo dell’avvocatura, dandosi al volontariato in una associazione e adesso è avvocata di una associazione che si chiama “Pro kids”, che sarebbe una associazione che difende i diritti dei bambini, principalmente i diritti dei bambini vittime di molestie da parte dei genitori, tutori. É un rifugio per bambini vittime di molestie. Lei ha iniziato questo percorso proprio dopo il percorso del marito, ispirata proprio dalla sua voglia di cambiare le cose, e non saprei, ma credo che narrare questa cosa poteva aggiungere qualcosa di più interessante al film, e mi dispiace che non ci sia.
Tra le comparse del film, si possono vedere anche le vere persone che hanno preso parte, diciamo, a questa piccola storia che è stata scritta e lo si vede alla fine del film (così come accade anche in Il diritto di opporsi); il film, come vi ho già detto, secondo me, è molto bello, sia per quanto riguarda la storia, sia per il taglio inquietante, bravissimo Mark Ruffalo.

Volevo però sottolineare una cosa: quando sono andato a cercare materiale per questa recensione, mi sono reso conto che il film racconta una storia molto simile a quella di Erin Brockovich (dal quale anche è stato tratto un film) è non ho trovato nessuno che parlasse di “Cattive Acque” come la versione maschile di Erin Brockovich e l’ho trovato interessante, perché noi spessissimo vediamo, per esempio, quando si parla di due personaggi completamente diversi, anche se sono storie vere, dire “la versione femminile di…“, e il fatto di dire che si riferisca a “la versione femminile di…” e mai il contrario, secondo me ha un senso, perché dire “è la versione femminile di…” non è misogino o roba del genere, però secondo me fa capire come paragoniamo le cose, e se un certo paragone è sempre in una direzione e mai nell’altra, allora forse vi è una gerarchia, e se vi è gerarchia non vi è parità. Di base, secondo me, dire “è la versione femminile/maschile di…” non è un pensiero particolarmente profondo, però può essere utile, magari, per capire il taglio di un prodotto cinematografico in breve e in maniera immediata.

Il film può essere considerato un legal-thriller, il cui inizialmente apparente sfondo ecologista si trasforma in un vero e proprio scontro tra la gente comune ed un sistema malato, dove i soldi e le giuste conoscenze permettono di farla franca nella gran parte delle occasioni. Una sorta di versione sobria e aggiornata di un grande classico come “Tutti gli uomini del presidente” (1976) che risveglia in tutti noi quella coscienza civile che troppo spesso viene dimenticata od oscurata dall’opinione pubblica. Inoltre, “Cattive acque” guarda anche ad altri film simili a quello sopra citato, come “L’uomo della pioggia” (1997) di Coppola, “Insider – Dietro la verità” (1999) di Michael Mann, “Promised Land” (2013) di Gus Van Sant, ma rivolge lo sguardo più indietro ricordando “Silkwood” (1983) di Mike Nichols e il dimenticato “Conflitto di classe” (1991) di Michael Apted (Class Action), o ancora come “Il caso Spotlight“ (2015) e “The Post” (2017), in cui l’individuo deve accettare che il sistema è – in fondo – nulla più che noi stessi: fallaci e opportunistici, ma anche capaci di tirare una riga e dire “basta”.

Ed è proprio in una class action (in riferimento al film di Apted) ancora in corso che culminano le indagini partite dalla denuncia del 1998 di Wilbur Tennant, un allevatore di Parkersburg nel West Virginia morto di tumore nel 2002 (sua moglie lo seguirà due anni dopo), che aveva dovuto abbattere 190 mucche, tutte gravemente ammalate e che, inconsapevolmente, beveva anche lui acqua contaminata da Pfoa, sostanza chimica altamente nociva per la salute che la DuPont sversava nella discarica limitrofa al suo appezzamento. Le inchieste giudiziarie portate avanti con ostinazione e a sprezzo del pericolo da Robert Bilott dimostreranno che l’azienda era perfettamente consapevole del livello di avvelenamento cui stava sottoponendo la popolazione, le cui cause di risarcimento per morti e malattie sono ancora aperte. Il film, come abbiamo già detto in precedenza, si snoda in un arco di quasi 20 anni, partendo da quella denuncia, si dà il via ad insabbiamenti, lunghissimi e continui rinvii e procedimenti giudiziari che tengono con il fiato sospeso fino all’epilogo, dove nei ringraziamenti finali una scritta informativa fa luce sulla succitata rivelazione, fino ad arrivare quasi ai giorni nostri.

“Cattive acque” è stato un progetto fortemente voluto e sviluppato dalla star attivista Mark Ruffalo, e la sua dedizione interpretativa nei panni di Bilott è ammirevole così come la scelta di usare, in brevi comparsate, alcune figure realmente coinvolte, come vittime, nel caso. Pur a dispetto di uno svolgimento lineare e con solo un paio di sequenze ad alto tasso di suspense, nelle due ore di visione regna una tensione di sottofondo opprimente e angosciante magistralmente giostrata dal regista Todd Haynes. Inoltre il film è animato da uno spirito educativo doveroso, ma che rischia sempre di far passare in secondo piano il valore dell’immagine, e trova una sintesi tra le sue anime spurie grazie al regista, che accetta le costrizioni del dramma legale e familiare senza opporre loro resistenza, e anzi assecondandole nella loro semplicità. Il cineasta organizza tempi e modi con raffinato equilibrio, lasciando che la pressante verve melodrammatica (accentuata soprattutto nelle dinamiche familiari del protagonista e nella situazione vissuta dall’agricoltore primo accusatore) conviva appieno con la parte legale e d’inchiesta, mantenendo sempre alto l’interesse e spingendo il pubblico ad indignarsi in più occasioni per le ingiustizie perpetrate dai potenti.

Molti spettatori si chiederanno dove sia il regista di film maiuscoli e sovversivi come “Carol ”, “Io non sono qui ” e “Safe”, e la risposta è che lo si può trovare in questo mondo filtrato di un blue corporate e ordinato nella griglia interminabile delle finestre dei grattacieli di Cincinnati che ospitano gli uffici della Taft Law.

Come nel suggestivo incipit del film, che riporta agli anni Settanta e a un gruppo di ragazzi pronti a un bagno di mezzanotte in un lago particolarmente torbido, occorre guardare sotto la superficie per notare certi riflessi da film horror. Haynes va a cercare il veleno invisibile nel cuore della famiglia americana, l’unica istituzione più potente della malefica Dupont, che ha costruito un impero sull’utilizzo del Teflon celandone i pericoli per la salute. La padella anti-aderente è il simbolo del capitalismo sposato all’ideale domestico a stelle e strisce, due capisaldi non meno inscindibili degli atomi di carbonio che si legano per creare i PFAS, inattaccabili per il nostro organismo.

Con cattive acque, Todd Haynes firma un solido e documentato film d’inchiesta, legal sui generis (non sono molte, in fin dei conti, le scene in tribunale) fortemente voluto dal protagonista Mark Ruffalo, non a caso in veste anche di produttore: “Cattive acque” è un buon esempio di cinema civile che lascia l’amaro in bocca e legittimamente solleva dubbi e paranoie nello spettatore. L’attore coinvolge alcuni componenti del team de “Il caso Spotlight” (2015), come il produttore esecutivo Jonathan King e gli sceneggiatori premi Oscar Tom McCarthy e Josh Singer (quest’ultimo sceneggiatore anche di “The Post” di Spielberg). Il progetto viene messo in piedi e successivamente viene coinvolto il regista Todd Haynes che porta in dote non solo il “suo” eccellente direttore della fotografia, Edward Lachman che ha firmato anche “Erin Brockovich” di Soderbergh, ma un’evidente cognizione di causa sul cinema d’inchiesta americano. Il risultato è un lavoro che intrigare molto gli appassionati del genere.

Nel lunghissimo articolo di approfondimento che sembra già il soggetto di un film, una frase ritorna ripetuta e attribuita all’avvocato Bilott “Sembrava la cosa giusta da fare“. Infatti prima di accettare la causa che lo porterà a scontrarsi con la DuPont lui era un avvocato che lavorava per le aziende e in alcune circostanze si era trovato a cooperare con i legali del gruppo chimico. Nel film non manca una scena – grande classico nei legal drama – dell’arrivo di un’incredibile quantità di casse contenenti documenti nello studio legale dell’avvocato che sfida il colosso. Una scena che apprendiamo, sempre dal racconto del giornalista, è realmente avvenuta.

Per quanto riguarda la sfida narrativa non sempre è sostenibile. La difficoltà principale è di restituire un racconto avvincente in un arco di tempo così ampio e seguendo tutte le vicissitudini principali dell’indagine: la scommessa è solo parzialmente vinta grazie a una sceneggiatura che fa comprendere perfettamente e in ogni istante tutto ciò che accade, “tecnicismi” inclusi, mentre si arranca un po’ (forse anche più di un po’) nell’aderire a un personaggio, quel Bilott interpretato da Ruffalo, che non ha grande pregnanza umana e che fondamentalmente è funzione di un gesto eroico, quello del portatore di giustizia, che divora il personaggio in virtù del messaggio. Si fatica per esempio a essere davvero interessati ai suoi legami famigliari, come la moglie, ad esempio, che punteggiano pigramente il film più per “dovere di cronaca” che altro, e il suo ruolo sta a rappresentare la più classica delle aggiunte da parte degli sceneggiatori (Mario Correa e Matthew Michael Carnahan) per inserire il momento familiare di un film, anche se già nell’articolo del New York Times Magazine si parla di lei e ci si sofferma su di lei. Così come non è centratissima la figura di Tom Terp (Tim Robbins), il capo dello studio legale di cui Bilott è socio. Il film, realizzato con la consulenza del vero Billot, risente del fatto di dover probabilmente “rendere giustizia” a tutti i personaggi coinvolti nella vicenda, omaggiandoli in qualche misura, ma risultando così un po’ sovrabbondante e meno incisivo di quanto potesse essere.

Allo stesso tempo ci sono immagini e momenti che valgono più di tante parole, come le camera car sui cittadini di Parkersburg, veri e propri spaccati di persone/fantasmi abbandonate al proprio destino (e alla morte) in nome dell’interesse ferale per il profitto. Uno, in particolare, ha la capacità di raccontare in pochi secondi il ricatto cui tante persone sono sottoposte, ovvero la scelta tra morire di liquami tossici e inquinamento o restare disoccupate, orfane dall’industria che ti dà il pane (e non è certo un problema solo americano, basti pensare a Taranto): Haynes realizza un piccolo montaggio in cui mostra come tutto, a Parkersburg, sia della DuPont, datore di lavoro ed erogatore di servizi. A fare da controcanto c’è la scena in cui l’allevatore Wilbur Tennant urla a un elicottero che sorveglia la sua casa che quella è la sua proprietà: un grido di disperazione per suggellare una sfida già vinta tra chi detiene davvero il potere e la proprietà privata (anche della cosa pubblica) e il disperato cittadino che, pur credendo nel valore della proprietà, è di fatto espropriato di ciò che lui presume essere suo. In questi momenti il film diventa molto efficace e doloroso facendo emergere la sua natura convintamente politica: nessuna Amministrazione (Obama incluso ovviamente) ferma il potere del denaro, nessuna agenzia pubblica controlla davvero i grandi gruppi e tutti gli americani hanno diritto alla proprietà privata ma alcuni americani ne hanno assai più diritto degli altri. Se è stridente l’uso della hit Take Me Home, Country Roads di John Denver, collocata in un West Virginia sfregiato (sui titoli di coda si sente I Won’t Back di Johnny Cash), Haynes non indietreggia nell’innestare elementi quasi horror (il ricordo dei denti neri di una bambina in bicicletta) per fare uscire dal cinema lo spettatore con un forte senso di disagio. Anche perché il Pfoa – chiamato “la sostanza chimica eterna” visto che resta per sempre nei corpi degli esseri umani – è stata utilizzata per decenni dall’industria chimica in tutto il mondo (e a basso contenuto è ancora utilizzata).



Attori:

Mark Ruffalo nei panni di Robert Bilott, un avvocatosocietario di Cincinnati specializzatosi nella difesa di aziende chimiche, ma che ben presto intraprende una battaglia legale contro il colosso DuPont quando capisce e vede con i suoi occhi le prove;


Anne Hathaway nei panni di Sarah Bilott, la moglie di Billot, una avvocata anch’essa che ‘ha dovuto lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia’, a detta di qualcuno;


Tim Robbins nei panni di Tom Terp, il datore di lavoro di Robert, che inizia a supportarlo in questa sua causa, ma al contempo mettendolo però in guarda e un minimo ostacolandolo, fino a procurargli un esaurimento;


Bill Camp nei panni di Wilbur Tennant, il contadino di Cincinnati amico della nonna di Rob, che chiede all’uomo di aiutarlo nella sua causa di denuncia contro l’industria fornendo prove su prove, dato che viene ostacolato da tutti, DuPont compresa, dopo la morte di tutti i capi di bestiame.

Victor Garber nei panni di Phil Donnelly, un dirigente della DuPont, mentre Bilott sfidava l’azienda;

Mare Winningham nei panni di Darlene Kiger, una residente di Parkersbug il cui pirmo marito era un chimico della DuPont e aveva lavorato nel suo laboratorio di PFOA.

Bill Pullman nei panni di Harry Dietzler, un avvocato infortunista specializzato che ha lavorato con Bilott nella sua causa collettiva contro DuPont.

William Jackson Harper nei panni di James Ross, un altro avvocato della Taft Law e collega di Rob, che ben presto darà del suo per ostacolare Rob e la sua causa.



Colonna Sonora:

A Marcelo Zarvos, rinomato pianista e compositore brasiliano di musica classica e jazz, è stata affidata la composizione della colonna sonora del film. Nella sua lunga e fortunata carriera ventennale, oltre ad aver pubblicato quattro album musicali, ha composto le colonne sonore di alcuni film per il grande schermo, come “The Door in the Floor” (2004), “Sin Nombre” (2009), “New York I Love You” (2009), “Wonder” (2017) e “Atto di fede” (2019) – tra gli altri, ma anche alcune sigle televisive ed anche musiche da teatro.

La colonna sonora del film è, come tante altre colonne sonore, sia composta da componimenti originali che da alcuni brani del repertorio pop dei decenni passati, e vanta classici di John Denver, come Take me home country roads e – non poteva essere altrimenti visto che la West Virginia della canzone è l’ambientazione chiave – e Johnny Cash, che si adatta con aria malinconica e struggente al cuore del racconto.

Per questo film, Zarvos traccia musicalmente il complesso percorso emotivo di Robert mentre passa dallo shock alla paura, alla sofferenza e infine alla speranza. Zarvos cercava questa tensione a basso punto di ebollizione, ovvero qualcosa che fosse a cavallo tra l’emozione e la suspense, essendo questo un thriller, per di più un thriller di Todd Haynes, e allora ha deciso – in concomitanza con il regista – di andare dritto al limite del genere, in modo artistico. Dato il fatto che il film nella sua interezza è una storia epica, la sfida era trovare l’equilibrio tra ciò che si trova in superficie e ciò che si trova appena sotto di essa. E la sua precedente esperienza lavorativa su film come “The Door in the Floor“ e “Sin Nombre“, lo hanno aiutato a mostrare come far emergere ciò che non è apparente sullo schermo e nel profondo delle emozioni reali. Non importa quanto sia eccitante e pericolosa una storia, c’è sempre un elemento emotivo da far emergere. In questo film, ci sono tre turni emotivi che trasformano la partitura: dal primo atto, che è molto thriller; al secondo atto, che è molto più sui ritmi della sfida legale; alla terza parte, che si concentra sul costo umano, non solo su di lui ma anche sulla popolazione della città della Virginia occidentale. La sua sfida era quella di passare da una battuta all’altra, pur facendo sembrare la stessa partitura.

A metà del film c’è un pezzo di nove minuti per pianoforte solista, che Todd era molto desideroso di fare. Nel film, Rob fa finalmente un collegamento chiave tra ciò che DuPont ha fatto e come sta influenzando le persone. Ed essendo lui (Zarvos) un pianista e un compositore, la stesura di una parte strumentale solista così lunga è stata una novità. E non gli era molto chiaro come avrebbe funzionato. Così Todd l’ha diretto come se fosse un attore. Gli ha ricordato un po’ la composizione della colonna sonora di The Door in the Floor. Ricordava di aver pensato ‘che non capiva bene l’intento di Haynes, ma che gli avrebbe dato ciò che voleva’.

Nella prima parte del film, la colonna sonora crea questo inquietante senso di presagio e paranoia, soprattutto nella scena in cui Rob cerca di avviare la sua auto in un parcheggio vuoto. Quella particolare scena nel parcheggio è forse l’esempio migliore di come siamo riusciti a spingere la sensazione che non si sa se quello che si vede è reale o meno. Ma invece di accentuare il pericolo della scena, ha focalizzato la musica su ciò che passava per la mente di Rob. La sua paranoia è legata alle sue emozioni e al suo senso di essere un uomo di famiglia. Man mano che la musica cresce, invece di diventare solo un thriller, diventa sempre più emotiva. All’inizio, Todd disse: “Ogni volta che la musica diventa troppo tesa, non dimentichiamo l’elemento umano”.

Ma come ha fatto Zardos ad ottenere quel suono profondo e represso nella partitura? Fin dall’inizio, Tood era stato chiaro sulla questione di volere che il suono fosse pesantemente elaborato. A parte quel lungo pezzo per pianoforte, tutta la musica, tutti gli archi e gli strumenti sono pesantemente elaborati. Voleva che la musica non si sentisse mai completamente organica. Molti brani hanno un sacco di pad e di elettronica che sono raddoppiati, ma non nel senso di aumentare la partitura. La base della partitura è elettronica, e le corde dal vivo sono raddoppiate per farne una terza cosa che non è né organica, né elettronica. Gran parte del lavoro pianistico include molti echi, ritardi e suoni a scatti, per evidenziare questa idea dell’essere organico influenzato da qualcosa di chimico. Questa sensazione di qualcosa di chimico che corrode il suono degli strumenti diventa un’analogia uditiva con ciò che accade nel film. Allo stesso modo, c’è molto looping, perché ogni volta che una nota viene ripetuta in loop, diventa degenerata solo un po’ di più. Si ha ancora il suono originale, ma ad ogni ripetizione questo diventa più sgranato e degradato.

Mentre gran parte della colonna sonora sottolinea che il film è un thriller, come ha usato la musica per ricordare al pubblico il disastro ecologico al centro della storia?

Musicalmente parlando, questa è stata la spinta della parte finale della colonna sonora. L’ultimo terzo del film diventa progressivamente più incentrato sull’evidenziare il costo umano per queste persone. Come tale, la musica dell’ultimo terzo musicale diventa più emotiva e penso più umana. Abbiamo permesso che la musica colpisse una nota di vera tristezza. Quel tono era nel film fin dall’inizio, ma nella prima parte era sotto la copertura dell’oscurità del genere thriller.

Man mano che la storia diventa più incentrata sulle persone e meno sulle tensioni del caso, la musica diventa più fluttuante e meno tesa. Nel primo atto, quando cerchiamo di capire cosa sta succedendo, il tono è molto sospensivo. Poi la musica ha una sorta di atmosfera da gatto e topo nel procedimento legale. Alla fine, si tratta meno di chi l’ha fatto e più del costo umano. La musica diventa più lenta e triste. Le trame diventano molto meno dissonanti e molto più elegiache man mano che il film arriva alla sua conclusione.


Lista dei brani del repertorio pop:

Take Me Home, Country Roads • John Denver (trailer)

Stop the World (And Let Me Off) • Waylon Jennings

Who Can It Be • Thomas Paxton

Suddenly It’s Spring • Stan Getz

The Heart Is a Lonely Hunter • Reba McEntire

The Real Thing • Kenny Loggins

Here I Am, Lord • Daniel Schutte

A Kiss Goodnight • John Barrett

Deck the Halls With Boughs of Holly • Philadelphia Brass Ensemble

Strawberry Wine • Deana Carter

You Are Near • Daniel Schutte

With Arms Wide Open • Creed

I Won’t Back Down • Johnny Cash


Lista dei componimenti originali:

1. Drive to Parkersburg (1:31)

2. City Montage (1:40)

3. Filing the Suit (1:39)

4. Cow Attack (2:22)

5. Sea of Boxes (1:14)

6. TV Reports (2:04)

7. The Findings (2:40)

8. Helicopter at Wilbur’s (2:21)

9. Teflon Connection (9:29)

10. Memo / EPA Hearing (2:07)

11. Angry Joe (1:58)

12. Leave This Place / Blood Testing (3:20)

13. Funny Teeth (2:11)

14. Still Fighting (0:56)

15. Bucky (2:24)

16. Harry’s Call Center (1:05)

17. Opening Credits (1:50)

18. Meeting Wilbur / PFOA (1:28)

19. DuPont Deposition (3:50)

20. Garage Paranoia (2:26)

21. Rob Brings Report / Wilbur’s Videos (2:19)

22. Dark Waters (2:53)

23. End Credits (3:27)



FINE.


Spero che questa nuova recensione sul film “Cattive Acque” , sia stata di vostro gradimento, e se così fosse, lasciate un like, commentate facendomi sapere che ne pensate, condividete a chi volete e iscrivetemi al mio blog. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente.

(ENG) (SPA) (FR) (DE)

The Hunger Games – recensione/ differenze libro e film. (clicca qui) [In caso foste interessati.]

Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi non parleremo, come quasi sempre, di una recensione film, ma parleremo del prequel di Hunger Games chiamato «Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente »,in uscita in libreria oggi 19 maggio 2020 e di quello che fino ad ora è trapelato. Già lo scorso anno, nel mese di luglio (precisamente il 2), avevo parlato di questo argomento e di quel poco che era trapelato fino a quel momento. Se in quel primo articolo ho riportato quelle poche cose sicure che si sapevano, come la data di uscita, un accenno di trama o comunque un particolare della trama e della sicura futura trasposizione cinematografica per mano della Lionsgate, – già produttrice della fortunata saga cinematografica principale di Hunger Games, composta come già sappiamo da quattro film –; in questo secondo articolo, riporterò tutto ciò che è trapelato fino ad ora, includendo alcuni altri dettagli del romanzo prequel stesso.

Spero che questo articolo vi piaccia.

All’articolo!



“Benvenuti, benvenuti, benvenuti. Felici Hunger Games e…possa fortuna essere sempre a vostro favore! “

Effie Trinket.


Maggio è diventato il mese fortunato della fortunata saga distopica di Hunger Games. Una celebrazione continua su più fronti. Quali? Da una parte quello televisivo con Italia 1 che ripropone i quattro film a cadenza di uno a settimana: questo giovedì 21 maggio, infatti, in prima serata, vedremo in onda il terzo capitolo della saga, Hunger Games – Il Canto della Rivolta pt. 1; mentre dall’altro, oggi 19 maggio è attesa la messa in vendita e l’acquisto (e l’imminente arrivo per coloro che lo hanno pre-ordinato) sui vari canali online e non, di « Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente », il nuovo romanzo prequel di Hunger Games dell’autrice Suzanne Collins. Questo romanzo anticiperà il quinto film che uscirà, presumibilmente, il prossimo anno.

Sono trascorsi esattamente dieci anni dalla pubblicazione italiana del bestseller mondiale sui giochi più pericolosi di sempre, chiamati Hunger Games e ideati dalla scrittrice Suzanne Collins. Il nuovo romanzo pare non tradire né le aspettative dell’attesa né la magia di una saga che questa volta racconterà il mondo di Panem prima degli Hunger Games in cui combatterà Katniss. Esatto, un diverso punto di vista: per la precisione 64 anni primadel momento in cui comparirà la futura ghiandaia imitatrice. Così come era avvenuto per la pubblicazione della saga principale, anche questo romanzo prequel sarà pubblicato in Italia da Mondadori.

Se prima sapevamo che il prequel si sarebbe ambientato durante la decima edizione dei giochi, e l’ambientazione, dunque, sarebbe stata la stessa, anche se in una Panem che sta cercando ancora di riprendersi dalla guerraavvenutamolti anni prima della nascita di Katniss Everdeen, la coraggiosa protagonista della serie di libri Hunger Games. Sapevamo che in quell’epoca a Panem era da poco terminata una rivolta fallita. Il periodo di ricostruzione a 10 anni dalla fine della guerra, è un periodo oscuro e terribile, in cui i personaggi hanno ampio modo di riflettere e affrontare domande esistenziali. Ma non sapevamo ancora nulla su chi sarebbero stati i personaggi e quali difficoltà si sarebbero trovati a dover affrontare. Adesso, sappiamo che il protagonista è il giovane diciottenne Coriolanus Snow, agli esordi della sua carriera, prima di diventare il tanto temuto e al tempo stesso tanto odiato – e aggiungerei anche dittatoriale – Presidente Snow, ma non solo. Questo personaggio, Coriolanus Snow, lo avevamo già conosciuto nella saga adulto e presidente di Panem. In questo nuovo romanzo invece lo conosceremo all’età di 18 anni, in piena giovinezza, nella sua famiglia borghese, nella suo essere ricco, ma alla ricerca di qualcosa in più nella vita. La scrittrice mostrerà un personaggio di gran lunga diverso da quello che abbiamo visto nei volumi precedenti, infatti Coriolanus Snow sarà affascinante, simpatico ed eroico!

L’obiettivo del giovane Snow sarà quello di diventare mentore degli Hunger Games, quando i giochi di Capitol City erano però ben diversi da quelli che abbiamo conosciuto nei film e nei libri precedenti. I giochi non avevano il successo che hanno ottenuto in seguito e la Capitol Arena non era altro che un anfiteatro fatiscente dove i tributi venivano chiusi insieme a delle armi per uccidersi l’un l’altro. Proprio per dare maggiore risalto alla manifestazione si decise di inserire 24 mentori, 24 personaggi scelti dall’Accademia per portare sotto i riflettori i tributi e mettere in scena lo spettacolo che poi abbiamo conosciuto con la saga di Hunger Games.

Snow riesce ad entrare tra i prescelti e con il suo fascino il giovane è certo di essere assegnato come mentore al distretto più prestigioso. Tutto cambia quando viene sì scelto per il ruolo, ma gli viene affidato il Distretto 12, il più povero e – a suo avviso – il peggiore. Ma sarà questo episodio a far scattare l’odio di Snow verso Katniss in futuro? Guarda caso, gli viene affidato lo stesso distretto che in futuro sfornerà una partecipante che gli darà filo da torcere e lo sfiderà, fino a portarlo alla distruzione. Di certo il romanzo della Collins sarà un tripudio di colpi di scena che ci mostreranno la storia di Snow e la sua trasformazione da giovane eroico ad anziano sadico.


Trama

L’ambizione lo nutre. La competizione lo guida. Ma il potere ha un prezzo.

È la mattina della mietitura che inaugura la decima edizione degli Hunger Games. A Capitol City, il diciottenne Coriolanus Snow si sta preparando con cura: è stato chiamato a partecipare ai Giochi in qualità di mentore e sa bene che questa potrebbe essere la sua unica possibilità di accedere alla gloria e ottenere fama e successo. La casata degli Snow da cui discende, un tempo potente, sta attraversando la sua ora più buia. Fasti che paiono ormai finiti e volti ad un inarrestabile declino. Il destino del buon nome degli Snow è nelle mani di Coriolanus: l’unica, esile, possibilità di riportarlo all’antico splendore risiede nella capacità del ragazzo di essere più affascinante, più persuasivo e più astuto dei suoi avversari e di condurre così il suo tributo alla vittoria. Sulla carta, però, tutto è contro di lui: non solo gli è stato assegnato il distretto più debole, il 12, ma in sorte gli è toccata la femmina della coppia di tributi. I destini dei due giovani, a questo punto, sono intrecciati in modo indissolubile. D’ora in avanti, ogni scelta di Coriolanus influenzerà inevitabilmente i possibili successi o insuccessi della ragazza. Dentro l’arena avrà luogo un duello all’ultimo sangue, ma fuori dall’arena Coriolanus inizierà a provare qualcosa per il suo tributo e sarà costretto a scegliere tra la necessità di seguire le regole e il desiderio di sopravvivere, costi quel che costi.


Come avevo scritto nell’altro articolo, la notizia del prequel di Hunger Games è stata lanciata ufficialmente dalla casa editrice Scholastic che sul suo account Twitter annunciava di tenerci pronti: “Notizie entusiasmanti, fan di Hunger Games: è in arrivo un nuovo romanzo prequel ambientato ben 64 anni prima degli eventi degli Hunger Games che conosciamo.”

Inoltre, ecco come Suzanne Collins descrive il suo lavoro sul nuovo romanzo: « Con questo libro voglio esplorare le condizioni della natura, chi siamo e cosa per noi è necessario per garantire la nostra sopravvivenza. Il periodo della ricostruzione, dieci anni dopo la guerra, viene di solito definito quello dei “Giorni Oscuri”, è il momento in cui il paese di Panem cerca di rialzarsi. Fornisce un terreno fertile per i personaggi, che affrontano queste domande e perciò definiscono il proprio modo di concepire l’umanità.» Un po’ come ha fatto J.K. Rowling con la saga di Harry Potter mostrando il mondo di Animali fantastici.


Ma ci sarà una trasposizione cinematografica, sì o no?

Come avevo già scritto nel primo articolo riguardante questo argomento, riguardante questo prequel, si vociferava e si pensava che ci sarebbe stata una futura trasposizione cinematografica dell’opera in questione, anche se ancora il testo non era nemmeno in minima parte stato messo nero su bianco dall’autrice. Ma non è una sorpresa sentir dire ciò, ovvero voler trasporre l’opera, dato che i precedenti film della saga, oltre a consacrare star di Hollywood, come Jennifer Lawrence, hanno registrato nel mondo incassi da cine-comic: infatti ha incassato nel mondo un totale di quasi 3 miliardi di dollari.

L’annuncio della lavorazione del film è arrivato da Joe Drake, a capo di Lionsgate Motion Picture Group, che ha dichiarato: “Valeva la pena attendere il nuovo libro di Suzanne. Offre tutto quello che sperano i fan e si attendono da Hunger Games, oltre a offrire qualcosa di nuovo e introdurre un nuovo contesto per i personaggi. La Ballata dell’Usignolo e del Serpente è creativamente elettrizzante e porta questo mondo verso nuove complesse dimensioni che aprono delle fantastiche possibilità cinematografiche. Siamo elettrizzati nel riunire il team in occasione di questo franchise davvero unico e non vediamo l’ora di iniziare la produzione”.

Alla regia del nuovo tassello della saga ci sarà nuovamente Francis Lawrence, dietro alla macchina da presa di tre dei quattro film in cui è stata trasposta la trilogia letteraria (il primissimo Hunger Games è stato diretto da Gary Ross). A scrivere la sceneggiatura sarà Suzanne Collins in persona, insieme a Michael Arndt, già autore di “Little Miss Sunshine“. Attualmente non ci sono dettagli sulla data di uscita, che si prevede per il prossimo anno, né tantomeno sul cast.


Fine.


Spero che questo nuovo articolo riguardante l’uscita libresca del momento «Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente » , sia stata di vostro gradimento, e se così fosse, lasciate un like, commentate facendomi sapere che ne pensate, condividete a chi volete e iscrivetemi al mio blog. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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La Dea Fortuna – recensione film.

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Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo di un film italiano uscito lo scorso anno, verso metà dicembre 2019, che ero molto curioso di vedere, ovvero “La Dea Fortuna” di Ferzan Özpetek, che già dal primo trailer diffuso, mi sono detto “questo film lo deve assolutamente vedere! ”. Oggi sono qui per condividere con voi il mio pensiero in toto sul film. Spero che questa recensione vi piaccia e buona lettura.

All’articolo!



“La Dea Fortuna è un segreto, un trucco magico. Come fai a tenere per sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui/lei ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà per sempre con te.”



Trama:

Arturo e Alessandro, rispettivamente un traduttore e un idraulico, sono una coppia da oltre quindici anni: vivono a Roma circondati da molti amici. La loro relazione è tuttavia in crisi da lungo tempo: passione e complicità si sono spente, e Arturo sopporta consapevolmente le numerose infedeltà di Alessandro, che si è fatto sempre più riservato e taciturno nei suoi confronti. Un giorno Annamaria, migliore amica di Alessandro, affida ai due uomini i due figli Martina e Sandro, di 12 e 9 anni, perché badino a loro mentre lei è in ospedale per alcuni controlli. La sua degenza, programmata inizialmente per pochi giorni, si prolunga a causa della scoperta di una malattia congenita, cosa che necessiterà dapprima una biopsia e successivamente un’operazione chirurgica.

La convivenza con i bambini sconvolge il già precario equilibrio dei due uomini, i quali prendono a litigare spesso causando tensione anche tra i fratellini; Martina inoltre instilla in Arturo il dubbio che Sandro possa essere in realtà figlio di Alessandro, del quale in effetti porta il nome. Successivamente Alessandro scopre che Arturo aveva a sua volta una relazione clandestina con un artista, che va avanti a sua insaputa da oltre due anni: questa è la causa di una forte crisi in seguito alla quale la coppia decide di separarsi. Intanto Annamaria, comprendendo quanto gravi siano le sue condizioni, scrive il proprio testamento in cui nomina Alessandro tutore legale dei suoi figli, ma quando vede i due uomini sconvolti per la loro rottura non ha il cuore di parlargliene.

Con la separazione imminente, Alessandro e Arturo non possono più occuparsi dei bambini, così chiedono ad Annamaria di affidarli a sua madre Elena, una baronessa decaduta che vive in Sicilia; la ragazza la odia e ha chiuso i rapporti con lei in seguito alla morte per overdose del fratello Lorenzo, ma data l’urgenza si lascia convincere. Durante il viaggio in traghetto da Napoli verso Palermo i due uomini hanno un drammatico confronto nel quale si rinfacciano le reciproche mancanze; saranno i bambini a consolarli durante quella che sembra la chiusura definitiva della loro storia. Giunti nella villa settecentesca dove vive Elena, a Bagheria, i due si rendono subito conto che la donna è eccessivamente severa nei confronti dei bambini, ma ritenendo che la loro permanenza sia solo temporanea li lasciano lì. Una volta tornati a Roma, i due assistono alla morte improvvisa di Annamaria.

Tornati in Sicilia per il funerale dell’amica, Alessandro e Arturo si vedono impedire da Elena di vedere i bambini: la donna dimostra di aver sempre saputo tutto della vita di sua figlia, compresa la loro omosessualità, pertanto ritiene che essi non sarebbero in grado di allevarli correttamente. Lea, la governante di Elena, in gran segreto spiega loro che la donna era estremamente cattiva con Annamaria e Lorenzo, al punto di diventare violenta; i due uomini decidono allora di riprendersi con la forza i bambini, chiudendo Elena nello stesso armadio dove per punizione ella chiudeva i suoi figli e, adesso, i nipoti. La donna, pur sopraffatta, minaccia di denunciarli per sottrazione di minorenne.

Sulla via del ritorno, Alessandro e Arturo si fermano lungo la costa, sicuri che tornando a Roma le cose potrebbero precipitare: durante la notte i due si scambiano per la prima volta dopo tanto tempo un gesto di intimità, cosa che prelude a una possibile riconciliazione. Arriva l’alba e tutti e quattro fanno un bagno nel mare: ciascuno esegue un rituale della Dea Fortuna, insegnato loro da Annamaria, che serve a tenere con sé la persona più cara al mondo: guardare fisso il volto della persona desiderata, per poi chiudere gli occhi e subito dopo riaprirli, affinché l’immagine, come fotografata, scenda fino al cuore. Sandro e Martina lo eseguono rivolgendosi a Alessandro e Arturo, che a loro volta si rivolgono l’un l’altro.



Commento:

Il film, vederlo o meno? ASSOLUTAMENTE SIIIIII!!!

Sin dalle prime immagini e dal primo breve trailer ufficiale diffuso, ho avuto grandi ed alte aspettative riguardo questo film, e posso dire con immensa felicità che sono state ampiamente soddisfatte, se non addirittura anche di più. È un film che mi è piaciuto alla follia, nonostante la “complessa semplicità” dell’opera. Ferzan Özpetek non sbaglia mai un film.

Era da un bel po’ che non andavo al cinema a vedere un bel film d’autore. Solo guardando questo film mi sono ritrovato a guardare un tipo di cinema che mi piace da impazzire, ovvero quello d’autore, quello un po’ più di nicchia. Guardando questo film è come respirare una boccata di aria fresca, e per chi come me  ama il cinema di Özpetek – che in molti trovano “simili” su alcuni tratti – , anche se è un cinema molto drammatico, triste, pesante, lui lo fa senza esasperare o esaltare la disperazione, il pianto; ma lo fa sempre lasciandoti una sorta di “presa a bene” finale, diciamo, una sorta di “speranza”, come quella che trova Pandora alla fine del vaso: una Speranza (Elpis). La vita è terribile, agghiacciante, spaventosa, però vale ancora la pena di essere vissuta. Diciamo subito che questo film non ha un caso cosiddetto ‘giallo’ vero e proprio, perché è un film drammatico, però sicuramente ci sono degli altri elementi che se li scoprite guardando pian piano il film, ovviamente ve lo godrete, ne fruirete, in maniera diversa.

“La Dea Fortuna” è una storia corale, com’è nello stile migliore del regista turco, che ricorda, sì, altre sue opere di successo – da Le fate ignoranti Saturno contro Mine vaganti –, ma senza prenderle come obbligatorio punto di riferimento, senza fossilizzarsi su di esse. La coralità della storia è rappresentata da un cast importante e affiatato, rappresentato – oltre ai due attori principali – da vecchie e nuove conoscenze di Özpetek: Serra Yilmaz, Filippo Nigro, Yasmine Trinca, Barbara Alberti e i due bravissimi ragazzini Sara Ciocca ed Edoardo Brandi, ed è una storia intessuta di differenze di genere, di orientamento sessuale, culturale, di condizione sociale o, più semplicemente, di vita, è un elemento gioioso sempre caro ad Özpetek, che qui trascolora nella quotidianità più rassicurante. La felicità – come esprime in maniera evidente la scena del ballo improvvisato sotto la pioggia – consiste nel vivere insieme e condividere determinati, piccoli ma preziosi istanti e null’altro conta, null’altro è visibile al di fuori di questa riconciliazione degli opposti.

L’amore e l’amicizia, i sentimenti parentali, non conoscono quelle categorizzazioni puramente esteriori in cui l’essere umano ama rinchiudersi, e la “dea fortuna” del titolo (elemento allegorico ma anche tangibile a legare gli snodi della narrazione, riferimento a un luogo specifico – il Tempio della Fortuna Primigenia di Palestrina, poco fuori Roma – che fa da sfondo a un frammento non peregrino della vicenda) non basa il suo operato su questo tipo di distinzioni. Semmai, la dea fortuna mette alla prova: non solo la coppia protagonista, ma anche la loro cerchia d’amicizie, gli affetti consolidati: tra questi, Annamaria che all’improvviso riemerge dal passato con due figli al seguito, Martina e Alessandro, e molte incertezze sul futuro.

Ne nasce una sorprendente odissea, un viaggio sia geografico che interiore, che conduce Arturo e Alessandro all’interno, sino al “cuore sacro”, al nucleo ardente e nevralgico della loro relazione in crisi… ma anche all’esterno, attraverso le strade e le piazze di una Roma che si svela: dal quartiere Nomentano a Villa Pamphili, dal Tevere a Palestrina, e oltre, verso Bagheria e una Sicilia dal mare trasparente. Dove, non a caso, il film si apre e si conclude, nel passaggio dalle porte chiuse a chiave di un’antica dimora culla di segreti dolori, orrido regno di una mamma/nonna –“strega” (a questo proposito, mi riferisco il piano-sequenza iniziale, profondamente permeato da quel senso del favolistico, del misterico e, a tratti, del gotico che è una delle marche stilistiche primarie del regista) al sentimento di riconquistata libertà regalato dalla contemplazione della linea di un orizzonte marino, nel finale.

Se “Chiamami con il tuo nome” (2017) era il racconto del primo amore, che è uguale e valido per tutti, ma per come è strutturata la nostra società è ovvio che salti all’occhio il fatto che sia un film a tema LGBTQI+; qui, al contrario, si narra della fine, forse, di un amore adulto, maturo, un tipo di storia che va al disopra del genere e che è un po’ comune e uguale per tutti, che ha sicuramente dei punti in comune analoghi un po’ per tutte quante le coppie, così come lo era “Chiamami con il tuo nome”, però sul primo amore o amori di gioventù; in questo caso è però un film che fa parte delle categoria LGBTQI+ (che ben presto spero venga tolta questa “etichetta” e ci saranno film con persone che si amano o che si odiano, a prescindere dal genere), perché ancora categorizziamo il genere.

Di attori nostrani molto conosciuti ce ne sono parecchi, come Stefano Accorsi (che ha una carriera molto lunga, a partire dallo spot MAXIBON agli inizi degli anni ’90), ma vi è pure Jasmine Trinca, bella, brava, talentuosa, versatile, e anche Edoardo Leo, che praticamente è in qualsiasi film italiano: commedie, drammi…lui c’è! Edoardo Leo è una certezza per il cinema moderno; qualsiasi film, pure film d’animazione, come nel remake del 2019 del 32° classico Disney “Il Re Leone”. È ovunque! È l’unica certezza del cinema italiano degli ultimi anni e anche Ferzan Özpetek l’ha voluto per il suo film. Özpetek lavora – secondo me – in maniera magistrale con i suoi attori, è proprio un artista che io trovo di grande ispirazione per qualsiasi cosa, per il modo di scrivere, di narrare, di lavorare con gli attori. Diciamocelo: lui sa far recitare anche i sassi, perché è vero che la bravura di un attore è molto importante per la sua carriera, ovviamente, ma è anche vero che la direzione del regista è fondamentale per la buona riuscita della recitazione dell’attore nel contesto del film, in accordo con gli altri personaggi che si hanno vicino, e per questo serve la guida, l’occhio esterno e le indicazioni di un regista che ha la visione d’insieme di quello che poi sarà il film. Ferzan è così bravo nel suo lavoro – un po’ come Pupi Avati – che ha fatto recitare chiunque, anche persone fuori dal loro contesto, ha fatto recitare Francesco Arca. La cosa furba, intelligente, che ho notato che fa, è prendere degli attori che siano simili nelle proprie corde (di recitazione) ai personaggi delle sue storie, quindi se ha un personaggio con un determinato carattere, cerca di trovare e associare un attore che sa che si trova a suo agio in quelle corde, e questo è già un aiuto molto grande che lui dà a sé stesso, ma anche all’attore che va a scegliere, ma non solo. Non gli basta mettere un attore semplicemente in una “comfort zone”, quindi non facendo partire da una situazione di “difficoltà”, ma partendo poi da una comfort zone riesce a lavorare bene creando e costruendo un personaggio che non risulti un “macchietta” del personaggio scritto da Özpetek o dello stesso attore, bensì che risulti un personaggio fatto e finito a 360°. In questo film lo si può notare con Jasmine Trinca? No, perché lei è una brava attrice e anche molto versatile, e quindi risulta molto brava, come sempre; come non lo si nota con Stefano Accorsi, anche lui un bravo attore che ha dimostrato negli ultimi anni di essere particolarmente versatile, anche se c’è stato un periodo in cui si è ritrovato incastrato sempre negli stessi ruoli, ma anche con “Veloce come il vento” ha dimostrato di sapere, di poter fare molto altro, ma lo si nota – e l’esempio è calzate – con Edoardo Leo. Lui è un attore che di solito ricopre ruoli più comici, ha un suo stile di fare comicità, di far divertire il pubblico, e ha tante appoggiature: si appoggia su un personaggio ben stereotipato, quindi il personaggio un po’ “grezzo”, ma simpatico, romantico, che funziona una volta, due volte (anche visto nella serie di “Smetto quando voglio”), alla decima volta sembra faccia sempre la stessa cosa, sembra che non possa fare altro, e soprattutto si ha voglia di vederlo in qualcosa di diverso. Tra l’altro, questo modo che ha di caratterizzare questi suoi personaggi comici, che è un po’ un “guitto”, ovvero un attore che si diverte a fare il ruolo che sta facendo, però con l’atteggiamento di “so che sto facendo ridere gli altri.” Si nota che non è a 360° dentro il suo personaggio, perché si vede che sta recitando, perché sa che risulta simpatico e che farà divertire gli altri; quindi risulta un po’ finto. Ecco, qui Özpetek ha preso le caratteristiche migliori di queste corde, ironiche e comiche che ha E. Leo, per metterle in un personaggio che è il suo personaggio nel film, ovvero quello di una persona “grezza”, che si contrappone al personaggio di Accorsi che fa il classico ruolo di una persona intellettuale, mentre Leo è quello un po’ più alla mano, semplice, che ha la romanità nell’accento. Quindi sfrutta tutte queste sue caratteristiche che lui ha e che funzionano e gli dà qualcosa in più, gli dà lo spessore, la struttura del personaggio, dell’attore. Si vede che qui non ce un “guitto”, ma ce la costruzione della personalità di un personaggio che ha anche quelle caratteristiche. Per la prima volta si vede Edoardo Leo che recita, e l’ho apprezzato davvero moltissimo. Tutti gli attori sono molto bravi, alcuni sorprendono più di altri per quello che visto prima dei suoi lavori, diciamo. E su questo si può anche vedere che ci sta anche tanto lavoro dell’attore, ma c’è anche un enorme lavoro della direzione registica, e quando un regista ha questa cura nel dare questa attenzione alla recitazione degli attori è meraviglioso, e si vede tanto! Ma anche la cura nel casting, non solo a trovare attori che si trovino in una “comfort zone” rispetto ai personaggi della sceneggiatura, ma anche proprio, per esempio con il casting dei bambini, cioè la bambina, interpretata da Sara Ciocca, che è un piccolo talento in miniatura, è bravissima! E sinceramente, diciamocelo, quanto è raro vedere nel cinema italiano “castati” dei bambini che hanno talento per la recitazione? davvero poco! Ad esempio, si può vedere come i ragazzini del film dei supereroi “Il Ragazzo invisibile” di G. Salvadores siano terribili! Hanno tutta la vita davanti per studiare recitazione, ma “avoja a magnà pagnotta”; questa bambina è davvero incredibile, proprio brava.

Sicuramente ho amato il tipo di narrazione di questo film, che è la narrazione di Özpetek, quindi da “amatore” del genere, l’ho amato di più. Mi piace questa chicca di inserire un “segreto” nelle sue storie, e anche in questo film vi è un segreto, che si vede sin dall’inizio in una scena che è l’antefatto, in qualche modo, e poi per tutto il film ci si chiede come i personaggi con cui abbiamo a che fare si ricollegheranno a quell’antefatto; molto spesso questo segreto è legato a qualcosa di molto drammatico, ad un trauma, che molto spesso va ricostruito. Un’altra cosa che mi è piaciuta tantissimo del film e che fa parte del suo cinema, è la caratteristica di mettere molto spesso dei brani musicali integrali o quasi, che praticamente danno voce ai pensieri degli attori; quindi si ha una sequenza in cui gli attori non parlano, ma compiono delle azioni, oppure nemmeno compiono delle azioni, ma sono lì che pensano e intanto si può ascoltare un brano e quel brano ti sta raccontando esattamente quello che pensa il personaggio in quel momento, quella che è la situazione tutta intorno.

Un’altra cosa che si può trovare all’interno di questo film è un ritmo moderato, un ritmo più lento, non estremamente lento, anzi potremmo definirlo addirittura “il ritmo giusto, perfetto”; e la pecca è il fatto che siamo abituati ad un ritmo molto più forsennato che viene dal cinema internazionale, però qui ce un ritmo giusto, e soprattutto troverete quelle magnifiche sospensioni del tempo che sono le pause di silenzio tra gli attori, e sono delle pause cariche di “non-detto”, di tensione, di forza, di energia, ed è difficilissimo creare una cosa del genere. Sembra facile, ma non lo è affatto, perché una pausa può risultare vuota in maniera estremamente facile in un film; mentre riuscire a dare tutta quella densità di significato ad una pausa alla fine di una scena, che si prende un respiro tra un taglio e l’altro, riempie tantissimo il film, è magnifico, e soprattutto deve avere una storia densa e deve avere degli attori che reggano quelle pause. Non tutti gli attori reggono quelle pause o reggono i piani d’ascolto. Sono davvero moltissimi gli aspetti interessanti del modo di raccontare questa storia: innanzitutto la “DESTRUTTURAZIONE” e la “RISTRUTTURAZIONE” del dramma.

All’inizio del film noi veniamo a sapere che Annamaria (J. Trinca) potrebbe essere malata, deve fare degli accertamenti e andiamo a pensare che si tratti di un tumore, anche perché la narrazione cinematografica negli ultimi anni ci ha abituato che un brutto male è al 99% un tumore, o ci ha abituato comunque a molti personaggi che muoiono di questo male. È un po’ il male della nostra epoca, la piaga di questa epoca, no, e quindi diciamo sembra che sia così. Lei viene ricoverata, vengono fatti degli accertamenti e ti viene detto che in realtà non è così, che lei non ha quel male, ma una malformazione congenita alla testa, che è operabile, e che lei si salverà. E questa è la seconda fase. Nella terza fase, invece, il personaggio che la Trinca interpreta, muore a causa di questa malformazione. Queste tre fasi destrutturano il dramma e poi lo ristrutturano:

Nella prima fase, già partiamo sapendo che il personaggio è ammalato, quindi si è preparati, lo si è visto in altri film, si pensa che il male sia questo, quello “famoso”, “celebre”, quindi ci si abitua all’idea che questo personaggio probabilmente morirà o insomma non farà una bella fine.

Nella seconda fase, invece, ci viene detto: ‘No, non è quel male e non è così! Il personaggio sopravvivrà.’, e quindi si pensa in qualche modo “Ah okay, vedi, qualcosa di diverso, non si parla del solito male e soprattutto, vedi, ci hanno messo il dramma all’inizio, però poi era una di quelle cose che poi alla fine non succede” (quello che sembrava l’allarme iniziale). Dopo che ci si “tranquillizza”, e quindi il dramma iniziale che ci stava facendo angosciare finisce, arriva la mazzata! La botta tra capo e collo. Dopo la calma, ributta il dramma, perché all’improvviso lei muore, proprio improvvisamente e proprio lì davanti a i loro occhi (di Alessandro e Arturo), senza che ci sia una operazione di mezzo o altro, e ci si rimane male, perché quando meno lo si aspetta ricompare il dramma, e secondo me questa cosa è molto potente perché non ti da un dramma di default, ma lo “destruttura” e poi te lo “RIPROPONE”, ed è lì che ti prende di sorpresa.

Nel film ci sono due monologhi che vengono dati ai due protagonisti principali, che sono molto belli, profondi, che rappresentano molto i loro personaggi, ma rappresentano anche molto i pensieri, le opinioni, le emozioni, i sentimenti, che sono comuni a tanti di noi, cose che abbiamo pensato, che ci sono accadute, e sono due monologhi interpretati magistralmente, e nello specifico Accorsi è da commuoversi proprio. La cosa bella è sempre questo contrasto con il dramma, e quindi il fatto che E. Leo fa tutto il suo monologo sulle scale dell’ospedale e parlando dell’inutilità che prova, all’impotenza di quanto si sente inutile e poi il personaggio di Accorsi smorzerà con una battuta sul suo (in realtà) effettivo talento di allacciare i caschi e di non essere, quindi, totalmente inutile. Stessa cosa succederà sul monologo di Accori che avviene sul traghetto per raggiungere la Sicilia: terribile, struggente, ma poetico, su come “invecchia” una relazione, su come ti passa tutta la vita davanti, su quello che poi rimane delle relazioni tra persone che si amano, e quello che rimane dei sentimenti e che fine ha fatto la sua vita, e il monologo si conclude con la frase “…pensavo saremmo invecchiati insieme.“, un grande classico, smorzato dalla bravissima bambina. Infatti, essendo lei una bambina, loro sono già vecchi ai suoi occhi e quindi lei gli dice “Voi siete già vecchi.” Quindi questo contrasto, che è la vita stessa, che un giorno è una tragedia e il giorno dopo è una commedia; c’è sempre questo spirito che per quanto le cose vadano male, in qualche modo ce la si può fare, in qualche modo ce la si può cavare. Altro punto del film che mi è piaciuto moltissimo è stata la lite tra Alessandro (Leo) e Arturo (Accorsi), quella che avviene quando sono a pranzo sul traghetto, e mentre i bambini si alzano per andare a mangiare il gelato, rimangono loro due soli al tavolo ed è bello come si scambiano i ruoli, l’uno per ferire l’altro. In quel momento Alessandro (Leo) – che viene presentato, rappresentato e additato come un “bambinone” cresciuto, diciamo, dà al personaggio di Accorsi (Arturo) – che invece è quello sofisticato, raffinato, intellettuale, il traduttore; mentre l’altro fa l’idraulico –, in quel momento il personaggio di E. Leo parla al personaggio di Accorsi per ferirlo, nel suo linguaggio, e quindi usa un modo di comunicare più adulto rispetto ai suoi standard, concludendo la sua riflessione ‘dandogli del fallito’ nella sua vita, diciamo, però usando un modo di comunicare e un linguaggio con parole forti, infatti parla appunto come un adulto, e questo è il linguaggio dell’altro personaggio, quello di parlare appunto da adulto tra adulti, e lo ferisce profondamente, davvero tanto. La reazione di Accorsi, che invece è il personaggio più intellettuale, è quello di usare un altro codice di linguaggio che è quello che ferisce l’altro, ovvero un linguaggio più infantile, più da bambino (peraltro non verbale) perché la sua reazione a quel lungo monologo su quanto l’altro sia inadeguato, è quella proprio di alzarsi e andarsene, come un bambino, appunto, in maniera infantile. E una volta che se n’è andato, torna indietro, prende il ketchup e ne spreme tantissimo nel piatto di patatine di E. Leo, che precedentemente glielo aveva chiesto, e il personaggio di E. Leo si commuove, proprio come un bimbo al quale è stato fatto un dispetto da una persona che ama. Siamo a livelli altissimi di scrittura, perché i due personaggi che per ferirsi a vicenda invertono il loro modo di dialogare. Qui si può fare caso al tipo di scrittura che vi è dietro, ovvero un tipo di scrittura che ha dietro uno studio nella creazione e nella costruzione dei personaggi. Da qui mi collego ad un’altra cosa che mi è piaciuta molto e che sta nella cura dei dettagli, vedere come Özpetek utilizza il cibo sul set, come abbiamo appena visto nella scena di cui vi ho parlato poco fa, quella del ketchup, che usa questo ketchup come se fosse una pugnalata di sangue che dà all’altro; oppure è molto interessante l’uso del cibo proprio perché sono degli strumenti che si danno agli attori mentre loro recitano, sono strumenti per aiutarsi, per appoggiarsi, per costruire un personaggio, sono strumenti per renderlo vivido, vero, che attraversa lo schermo e, soprattutto, per dare dei messaggi, dei dettagli subliminali, come la scena della lite a casa loro, tra i due protagonisti, quando Alessandro ha appena scoperto che Arturo lo tradisce da due anni con la stessa persona; mentre hanno questa lite, Alessandro sbuccia e mangia questa arancia e l’arancia – essendo un agrume, è un frutto che per quanto dolce possa essere, è apprezzabile proprio per la sua asprezza, per il fatto che sia un po’ acido –, e in quel momento di grande difficoltà per la scoperta del tradimento del suo compagno, lui sta proprio mangiando questo agrume, questo boccone “non amaro”, ma “boccone aspro”. Una immagine molto bella ed evocativa. In questo film ci sono così tante cose belle, dettagli, che queste sopra citate sono solo alcune. Un’altra cosa che si può notare, e che accompagna la questione dei silenzi densi e pregni di significato, è il fatto di vedere i due protagonisti, tra i quali c’è stato un grande sentimento, che praticamente non si toccano mai, eppure nonostante ciò, riesce a creare una tensione fortissima tra i due, davvero densa che si potrebbe prendere a blocchi e spostare da una parte all’altra, e anche questa è una cosa incredibilmente difficile da creare tra due attori e tra due personaggi, e ovviamente dietro ci sarà un lavoro meraviglioso ed incredibile. La potenza di questo sentimento, la densità di questo sentimento, nonostante il fatto che gli attori non si tocchino praticamente mai, eppure c’è questa costante latente, questa esplosiva tensione tra i due, che sia essa una tensione di rabbia, tensione erotica e molto altro ancora. È davvero ben, ben, ben fatto!

Un’altra scena che ho amato tantissimo è una scena che avviene all’improvviso ed è la scena della danza sotto la pioggia. Alla fine di una cena i nostri personaggi sono a rilassarsi e si godono quei doni che la serata dà nella veranda del loro appartamento, e d’improvviso mentre il cielo notturno minaccia tempesta e pioggia torrenziale, un personaggio (Mina) si alza per ballare e prende per mano la piccola Martina per farla unire a lei nella danza, e qui iniziano a sentirsi le prime note, emesse da un piccolo stereo, di un brano turco dal ritmo vivace e allegro che ti resta dentro, e lì mentre le due stanno ballando, e pian piano anche gli altri personaggi si alzano per unirsi a loro due e danzare, dal cielo notturno inizia a scendere giù, su di loro come una sorta di benedizione, come un dono, tantissima pioggia torrenziale. La musica continua – coinvolgendo sempre di più i personaggi stessi e anche gli spettatori nella scena in questione – mentre i nostri personaggi continuano a ballare sotto la pioggia, continuando a gioire di quel dono, di quella pioggia, di quella benedizione. La felicità espressa in questa scena consiste nel vivere insieme e condividere determinati, piccoli ma preziosi istanti e null’altro conta, null’altro è visibile al di fuori di questa riconciliazione degli opposti.

A questa scena potremmo dire sia collegata un’altra scena che mi è piaciuta moltissimo, e cronologicamente si trova subito dopo l’inizio del film, ed è la scena in cui il ricevimento di un matrimonio di una coppia arcobaleno si sta svolgendo in una casa, e non come è diffuso, in un ristorante o un luogo adibito ai ricevimenti, e tutta la festa si sta riprendendo in maniera amatoriale con un cellulare, e si capisce per la qualità della fotografia, dal fatto che la mano non è ferma, ma ballerina, un po’ tremante, e questo è il bello della scena stessa, e al contempo ci sono questi piani sequenza che si intersecano ai titoli iniziali, in cui si vede come un ricevimento, che sia un matrimonio o una festa, siano le più belle se passate e festeggiate con le persone con cui si sta bene e a cui si vuole bene. Il ricevimento di questo matrimonio ripreso con un cellulare – che appunto segue al piano sequenza dei titoli iniziali, quello in cui si allude al trauma infantile che troverà decodifica e replica nell’epilogo, – diventa la rapida presentazione dei personaggi principali del racconto e del contesto sociale che li accoglie. Qui siamo nell’Özpetek più riconoscibile, nella proposta di una personale mitologia, quella di una comunità solidale che intercetta culture e etnie diverse, una bolla ideale nella quale qualsiasi scelta sessuale trova espressione e nessun giudizio. Nell’ambito così delineato si inscrive la storia di Arturo e Alessandro, compagni di vita in crisi da tempo, oramai avviatisi sulla via dell’inevitabile imborghesirsi: una coppia aperta più per evitare o rinviare la rottura che per reale convinzione, due caratteri diversi segnati da una differente estrazione sociale e la cui distanza, anche culturale, si è fatta nel tempo brutalmente economica. Il rapporto di coppia è quindi sfaccettato e sfumato a dovere: le sue problematiche, il suo quotidiano, il modo in cui si espongono le radici dei contrasti, il riottoso chiudersi alle ragioni dell’altro dicono verosimiglianza. L’arrivo di Annamaria e dei suoi bambini, la sua malattia e l’ombra di una morte che sappiamo non potrà non arrivare, mettono in moto l’intreccio virandolo sul tema dell’adozione omogenitoriale.

L’ultima parte, la parte di Romoli, che si allontana dal suo cinema più classico e si avvicina a quello più azzardato e sperimentale, dal fantasy/fantasmatico “Magnifica presenza al mistery “Napoli velata, assumendo vaghe tinte horror e chiaroscuri psicoanalitici, ma senza radicarli troppo nel racconto, quasi accostandoli.

Se il mondo di Özpetek è il condominio e la sua vita, Serra Yilmaz che si affaccia ed è sempre pronta a venire a pranzare o cenare da te e a parlare con te, gli amici. Ma non solo questo, anche il trascorrere del tempo, perché qui non troviamo più il Ferzan de “Le Fate Ignoranti”; il mondo di Romoli è quello scuro, gotico, crudo, inquietante. Il film è magnifico proprio perché noi spettatori dimentichiamo, in un certo senso, il mondo di Romoli con tutta la sua oscurità, – anche perché dura molto poco l’introduzione, per poi riprenderlo verso la fine della seconda metà del film – per poi entrare dentro il mondo di Özpetek. Inoltre, la meraviglia del film è che c’è una doppia lettura, molto bella. Il primo livello di lettura è questa storia d’amore stupenda, che riguarda anche l’amicizia, la coppia, il tempo che passa e la paternità. Il secondo livello di lettura è che un film che mette in conflitto i mondi di Gianni Romoli e di Ferzan Ozpetek. Romoli è la parte “dark”, horror, la parte “Dario Argento”, lui è quello per la morte dell’amore, è il più tenebroso tra i due.

Figure con teste di teschi, ci troviamo intrappolati in stanze inquietanti, ci troviamo intrappolati in case enormi con corridori solitari in cui essere soli con le nostre paure, in stanze nelle quali ci chiudiamo o veniamo chiusi, e la richiesta d’aiuto tarda a giungere a destinazione, non c’è nessuno, tranne una camera che penetra in questa casa degli orrori, in questa casa dei nostri traumi infantili… sembra stia iniziando “Profondo Rosso” di Dario Argento da un momento all’altro, nel bel mezzo di un altro film.

E questo film è pazzesco proprio perché vi è l’interazione di questi mondi, già presenti, ad esempio, all’interno di “Cuore Sacro” del 2005 dello stesso Ozpetek. Come in quel film, così come in questo, c’era una camera che filmava le pareti di una casa che contenevano il dolore e l’orrore. In questo film vi è lo stesso incipit. Dopo questo inizio misterioso con persone intrappolate che chiedono aiuto, all’improvviso, ci si ritrova a Roma e veniamo in contatto con i due protagonisti e la loro storia. Nei primi dieci minuti passiamo dal mondo di Romoli al mondo della festa e della condivisone di Ozpetek. Il buffo sodalizio tra questi due, tra il “depresso ironico argento” e questo meraviglioso turco italiano, bello, morbido. Questo film è uno di quelli in cui questi due mondi entrano in conflitto. Quel mondo della paura, che poi scopriremo essere Sicilia, bella, di una nobiltà decaduta, della perversione, degli interni soffocanti, dei nostri traumi infantili, queste figure femminili che dire “streghe” è poco; poi entra in contatto con questa vita borghese, sotto il sole di Roma, ed entriamo nella storia di Arturo e Alessandro che sono una coppia traumatica, problematica.

Uno dei temi del film è sicuramente quello che sta affrontando ultimamente – in generale – il cinema contemporaneo, ovvero quello della genitorialità, ma una genitorialità ovviamente che fa capo a delle famiglie che non sono quelle “tradizionali”, in questo caso ad una famiglia arcobaleno composta da due uomini, che si trovano a dover gestire due bambini e quanto la famiglia natale (in questo caso si parla di una nonna con un carattere terribile, che ha causato dei traumi non indifferenti ai propri figli e che stava per farlo anche ai nipoti); comunque, come non è detto che la tua famiglia originaria sia la famiglia giusta, o comunque la famiglia impostata in maniera tradizionale, non è detto che sia l’unica possibile e sana, ma in questo caso, i bambini stanno meglio con i genitori acquisiti, nonostante non siano una famiglia tradizionale, ma siano in questo caso due uomini.

Come ho detto prima, all’inizio di questa sezione, Ferzan Özpetek non sbaglia mai un film. Per questo film ha preso spunto da una vicenda personale accadutagli. Un paio di anni fa riceve una telefonata da sua cognata, che gli comunica che il fratello ha un brutto male, e gli chiede l’impegno di badare ai suoi figli, nel caso dovesse capitare qualcosa di brutto anche a lei. Ovviamente le ha risposto subito di sì, di getto. Ma poi la cosa lo ha fatto riflettere. Con il suo compagno non aveva mai preso in considerazione l’idea di assumersi la responsabilità di avere dei minori a cui badare, come genitori adottivi. Questa vicenda personale accadutagli lo ha portato ad interessarsi, nel suo lavoro, nel voler trattare di un amore di coppia nella fase in cui, dopo una lunga convivenza, viene meno la passione, e si trasforma in qualcosa d’altro. A questo ha intricato, connesso all’amore, l’antico concetto di “Fortuna”, che non coincide esattamente con la buona sorte. Bella e significativa, al proposito, è la frase ripetuta sia da uno dei piccolissimi protagonisti, che, poi, più avanti da Jasmine Trinca che è: “La Dea Fortuna e un segreto, un trucco magico. Come fai a tenere sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà sempre con te.”.Con “La Dea Fortuna”, Özpetek, torna alle atmosfere che sono di più nelle corde del cineasta italo-turco, quelle delle storie d’amore incastonate in una storia collettiva. Questo film è un film di raffinata bellezza e di intense emozioni, un classico “Ozpetek touch”, con attori sublimi, che, al solito con Özpetek, danno il meglio di sé, ed il meglio di sempre. Tutti perfettamente in parte.

Mentre cercavo notizie per scrivere questa recensione, mi ha colpito e incuriosito la lunga ed articolata “domanda” di una giornalista al regista turco sul questo suo nuovo film, al quale chiede: «Ferzan il tuo cinema tocca le corde dell’anima dello spettatore, come pochi. Le musiche giocano un ruolo importante. Come hai lavorato con Pasquale Catalano, con il quale hai collaborato più volte in passato, con risultati eccellenti in “Napoli Velata”? Con questo film mi pare vi siate spinti ancora oltre… E poi ho un paio di curiosità di scenografia: hai chiesto tu di avere a casa dell’artista, l’amante di Arturo, lenzuola di colore “Rosso Istanbul”? E come è stato scelto come luogo delle riprese il celebre ‘Palazzo del Sole’ di via della Lega Lombarda, di fronte al cinema Jolly, realizzato negli anni ’30 dall’Arch. Innocenzo Sabbatini, riportato in tutti i libri di architettura per la caratteristica struttura a terrazze degradanti, perfetta per la vita corale di comunità che rappresenti nel tuo film?». E la risposta di Ferzan Özpetek è stata: «Grazie a Giulia Busnengo, grazie ad una scenografa al suo debutto. Era una assistente sul set de “Le Fate Ignoranti”. Prima è diventata una grande arredatrice. L’ho conosciuta. È stata molto meticolosa. Le ho detto che volevo un’ambientazione come il quartiere de “Le Fate Ignoranti”, dove vivo da anni, ma che non ha più il carattere che aveva una volta. Poi ho cambiato idea. Volevo un quartiere con quelle caratteristiche simili. Lei ha trovato e scelto quell’edificio. Appena siamo entrati in casa ho detto subito che andava bene, senza nemmeno vedere le altre proposte. Era stupendo, l’ideale… Io stesso vorrei una casa cosi nella mia vita. Quando mi ha chiesto se la casa andasse bene, le ho subito detto che era perfetta… […] Ho mandato le foto, la musica – anche se ogni tanto do retta alle persone che mi dicono: “usi troppa musica.” In qualche film ho cercato di trattenermi sulla musica. In questo ho detto: “non mi trattengo”. Ci deve essere un’atmosfera. Sono stato molto libero. La canzone di Mina: una certezza! Il brano di Diodato… quando l’ho ascoltato, qualcosa mi ha emozionato, mi ha fatto fremere…. non avevo la canzone per i titoli di coda. Lui (Pasquale Catalano) viene a casa, e mi dice: “Ti faccio sentire qualcosa di Diodato”. Dopo 20 secondi ho stoppato ed ho detto: “Questa!”. Quando senti qualcosa che ti fa avere un sussulto, è quella. È un po’ come quando si incontrano le persone. Ho l’idea in genere, che ci sono delle persone che incontri, e dici: “non mi convince.”. Magari, poi ci fai anche amicizia. Ma poi torna quella prima sensazione. Io sono così, un animale con il sesto senso sulle cose.»

Anche in ambito di ambientazioni e luoghi scelti, questo film è spettacolare. La storia si svolge attraverso le strade e le piazze di una Roma che si svela: dal quartiere Nomentano a Villa Pamphili, dal Tevere a Palestrina, e oltre, verso Bagheria e in una Sicilia dal mare trasparente – dove, non a caso, il film si apre e si conclude, nel passaggio dalle porte chiuse a chiave di un’antica dimora culla di segreti dolori e al sentimento di riconquistata libertà regalato dalla contemplazione della linea di un orizzonte marino, nel finale. Qui non troviamo una Roma riconoscibile, una Roma “centrale”, in cui figura San Pietro e la sua piazza che dà l’illusione di abbracciare il popolo, o Piazza del Popolo e Via del Corso, o ancora il Colosseo, i Fori Imperiali e la sua via, o ancora l’Altare della Patria, ma figurano più luoghi meno visitati,

meno centrali, come il quartiere Ostiense, la Nomentana, e in alcuni casi, anche luoghi fuori dal centro, come Palestrina e il suo Tempio della Fortuna Primigenia. Uscendo dal Lazio, anche qui ci si svela una Sicilia sconosciuta, nonostante sia raffigurata Villa Valguarnera nella zona Vergine Maria di Palermo, a Bagheria.

Sul Tempio della Fortuna Primigenia il regista sottolinea che si tratta di «un complesso sacro dedicato alla Dea Fortuna. Ma non è, come molti pensano, riferita solo alla “buona sorte”; è fondamentale il modo in cui ognuno di noi reagisce al Caso e alla Fortuna. Siamo noi che determiniamo se quello che ci succede è positivo o negativo. C’è chi lo chiama libero arbitrio. A parte l’affetto che ho per quel luogo, mi sembrava perfetto come riflessione di partenza per raccontare una storia d’amore che ancora non avevo mai raccontato».

Infine, Villa Valguarnera di Bagheria nei ricordi di Özpetek «sembrava la casa di Hansel e Gretel, era quello che volevo. Anche con i suoi macabri affreschi, fatti realizzare dal bisnonno della proprietaria, una amica di Giuseppe Tornatore, come a invitare tutti a godere del buon cibo e della vita perché la morte prima o poi arriva per tutti». Un po’ almodovariano per forma e contenuti, saturo di colori (dei cibi, delle ambientazioni), di sentimenti e sentimentalismi, di sguardi (intensissimi quelli che si scambiano Alessandro e Arturo, fra di loro e con i due bambini che gli vengono affidati), discussioni e riflessioni.

“La Dea Fortuna” è diverso da ciò che appare in prima istanza. A dispetto dell’involucro che lo avvolge, non è basato sull’eccesso: è malinconico e gioioso nel dipingere i paradossi del vivere, l’ansia del tempo che scorre, la lenta consunzione della passione che, diventa, però, un sentimento nuovo. A questi temi Özpetek affianca, con estrema naturalezza, il delicato ma fondante discorso sulla bellezza e la legittimità dell’idea di famiglia, anche quando quest’ultima non si declina nella maniera più tradizionale (e, del resto, la storia familiare di Annamaria si rivela, in questo senso, emblematica). La dea fortuna può non essere il miglior film del regista turco, ma è senza dubbio uno fra i più sinceri, anche nel condividere con lo spettatore la consapevolezza della caducità di ogni cosa: finire, come nella canzone di De André, ma con un ridere rauco/E ricordi tanti/E nemmeno un rimpianto.

Per concludere, dico che il punto forte di questa pellicola è quello sorpassare senza troppi riguardi le tendenze del momento. Oggi, per produrre “cultura per bene” significa sponsorizzare l’omosessualità in tutte le sue forme, nelle modalità più disparate, passando dalla commedia al dramma, nel tentativo apparente di distruggere ogni cliché e spazio d’ignoranza. Chiunque può riconoscersi in questo e può commuoversi, dal momento che il film tratta anche di perdita, abbandono e in un certo senso anche di adozione, nel dramma e nella potenza di potersi affidare di nuovo a qualcuno. È l’universalità disarmante di questi temi, che riguardano genericamente l’elemento umano, a rendere “La dea Fortuna” un film degno di una nota positiva: lo distanzia da chi ha analizzato le diversità attraverso le diversità, pensando di produrre qualcosa di nuovo senza aggiungere, in verità, niente di originale.



Costumi, trucco e parrucco:

I costumi per il film “La Dea Fortuna” sono stati affidati ai costumisti Alessandro Lai e Monica Gaetani.

Nella sua carriera ventennale, Alessandro Lai ha collaborato con molti registi e in molti film per il cinema, come in “Rosa e Cornelia” (2000) di Giorgio Treves, “Bellas Mariposas” (2012) di Salvatore Mereu e “Lezioni di volo” (2007) di Francesca Archibugi – tra gli altri – e per la televisione, come in “Romeo e giulietta” (2014) di Riccardo Donna, per “I Medici” (2016-2018) o ancora per “Diavoli” (2020), ma ha collaborato maggiormente con Özpetek in molti dei suoi film, tra cui “Saturno Contro” (2007), “Mine vaganti” (2010) e “Magnifica Presenza” (2012) e con la Archibugi, ai quali da molti anni è legato professionalmente e collabora con loro per la creazione di molte delle loro opere cinematografiche. Lai ha pure vinto molti premi, tra cui molti David di Donatello e vari Nastro d’argento.

Così come Alessandro Lai, anche Monica Gaetani nella sua carriera più che decennale ha collaborato con molti registi per svariati film per il cinema, tra cui “Croce e Delizia” (2019) di Simone Giordano, “Metti la nonna in freezer” (2018) di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, e film per la televisione (Un Passo dal Cielo – 2011).

I due costumisti sono stati molto bravi nello scegliere i costumi per questo film, perché così come può esserlo una battuta o una parola, o addirittura una movenza o una espressione, hanno fatto in modo che i costumi di molti dei personaggi riflettessero il personaggio stesso, oltre al fatto di inserire dei riferimenti ad altri film di Özpetek. Ad esempio, Arturo, il personaggio di Accorsi è caratterizzato da un look casual-chic, con camice colorate a tinta unita e pantaloni abbinati, e a volte anche giacca abbinata ai pantaloni, in colori chiari come il bianco, l’azzurro, beige, per scarpe mocassini, francesine; viso sbarbato, se non per un baffo molto folto sul prolabio e capelli sempre a posto; tutt’altro look ha Alessandro, il personaggio di Leo, che ha un look più sbarazzino, più semplice, più funzionale – dato il suo lavoro –, un look composto da magliette multi-color nelle nuances del nero e del grigio a manica corta, jeans, scarponi o scarpe sportive, raramente indossa camicie e giacche; il suo viso barbuto, duro, capelli mossi, scompigliati; invece il look di Annamaria (Trinca) è casual-chic/elegante, con svariati outfit tra pantaloni e gonne, maglie a manica corta colorate o a fantasia e camicie, sulle stesse nuances di colore di Arturo, capelli sempre a posto, viso molto naturale e semplice. Sierra, il personaggio di Sierra Yilmaz, ha il suo solito stile: camicioni larghi e lunghi con pantaloni abbinati in vari colori e pattern floreali o maglie larghe e lunghe in pendant, scarpe basse, solito riconoscibile taglio corto biondo platino, con in viso uno smokey eye nero, gote e rossetto rosa chiaro. Mentre Michele il pittore, l’amante di Arturo, ha un look molto sbarazzino, un look da “bello e dannato”, con camicia larga e comoda aperta sul davanti, pantaloni comodi, un po’ larghi e lunghi, piedi scalzi, capelli ricci e scomposti che ricadono sulla fronte e nella parte posteriore fin sopra le orecchie, con qualche macchia di colore addosso e pennello alla mano.



Attori:

Edoardo Leo nei panni di Alessandro Marchetti, un idraulico romano sposato con Arturo.


Stefano Accorsi nei panni di Arturo, un traduttore freelance, con il sogno infranto di diventare uno scrittore, sposato con Alessandro.


Jasmine Trinca nei panni di Annamaria Muscarà, amica di vecchia data di Alessandro, ma anche amica della coppia, che porterà un po’ di scompiglio, ma anche tante cose positive.


Sara Ciocca nei panni di Martina Muscarà, figlia di Annamaria, dallo spirito ribelle e libero come la madre, sorella di Alessandro.


Edoardo Brandi nei panni di Alessandro Muscarà, secondo figlio di Annamaria, timido e impulsivo, fratello di Martina.


Serra Yilmaz nei panni di Esra, una wedding planner romana che lavora insieme alla propria figliatransessualeMina’, nonché amica e vicina di casa della coppia.

Cristina Bugatty nei panni di Mina, figlia transessuale di Esra, wedding planner insieme alla madre, nonché amica e vicina della coppia.

Matteo Martari nei panni di Michele, il pittore-amante fisso, da due anni, di Arturo.

Barbara Alberti nei panni di Elena Muscarà, la madre (di Annamaria) e nonna molto severa e rigida.

Dora Romano nei panni di Lea, governante della Villa di Elena, ma anche sua stretta confidente, la quale è stata più “madre” per Annamaria di quanto non lo sia stata Elena, comprensiva e buona.

Filippo Nigro nei panni di Filippo, un nuovo che soffre di Alzheimer precoce e che continua ad innamorarsi della donna che ha sposato, Ginevra, che dà una mano al lavoro della moglie,nonché amico della coppia.

Pia Lanciotti nei panni di Ginevra, sposata con Filippo, e gestiscono insieme un’attività.

Carmine Recano nei panni del dottore che opera nel settore in cui Annamaria è ricoverata.



Colonna Sonora:

A Pasquale Catalano, abile musicista e compositore napoletano, è stata affidata la composizione e l’assemblamento della colonna sonora originale del film. Catalano ha già lavorato diverse volte con Özpetek per comporre le colonne sonore di altri suoi film, come nel film “Mine vaganti” del 2010 – per il quale ottiene una candidatura ai David di Donatello 2010 –, in “Allacciate le cinture” del 2014, in “Napoli Velata” del 2017, e in tanti altri film. Questa colonna sonora è un mix di brani e componimenti originali, e la melodia ha un sapore “italo-turco”.

Come sappiamo, canzoni e colonna sonora sono elementi centrali per la buona riuscita di un film. E Ferzan Özpetek ne è ben consapevole, ponendo una grande attenzione nei riguardi del comparto musicale dei suoi lavori, finendo con l’elevare la colonna sonora non solo ad un elemento portante della sua filmografia, ma anche, se vogliamo, ad un suo tratto peculiare, cercando di nutrire il suo cinema di una costante compenetrazione fra suoni e immagini. Molto spesso perfetta. Grazie a brani entrati subito nell’immaginario collettivo.

Significativa fin da Le Fate Ignoranti, la collaborazione tra il regista di origini turche e i vari artisti della scena nostrana è stata sempre salda, felice e puntualmente rinnovata. Come ha dichiarato di recente per Ferzan il lavoro sulle canzoni è qualcosa di prioritario: «Spesso scrivo le scene dei miei film ascoltando le canzoni, non sono io a cercare i brani giusti per i miei film, sono loro che trovano me».

Nei tre trailer che hanno anticipato l’uscita del film, sono state utilizzate tre differenti canzoni: nel primo trailer reso disponibile troviamo il brano “Aldatildik della cantante turca Sezen Aksu. La particolarità di questa bellissima ballata sta nel forte contrasto tra il suo ritmo, così vivace e allegro, e le parole del suo testo, che ci raccontano di una visione drammatica dell’amore, un sentimento costellato da bugie e che riesce solo ad infliggere del dolore.

La scelta di Özpetek di collocarlo nel momento catartico del ballo collettivo sotto la pioggia dei personaggi può essere forse spiegata dalle circostanze in cui questo rito di gruppo avviene: i protagonisti si trovano a celebrare un momento di sincera felicità vissuto insieme, ma all’interno di una esplosione emotiva molto potente, che lascia scorie complesse e pesanti dentro di loro.

Nel secondo trailer si può ascoltare per la prima volta e in anteprima il brano “Luna Diamante” di Mina e Ivano Fossati – di fatto anticipando l’album Mina Fossati –. Intanto questo brano (Luna Diamante) lega La Dea Fortuna alla voce più famosa della canzone italiana, Mina, inseguita da anni e ora una delle incursioni canore più riuscite del suo cinema. Il brano Luna Diamante, scelto da Özpetek per il suo film, è scritto da Ivano Fossati e cantato a due voci con Mina. La canzone fa da cornice ai sentimenti contrastanti che animano l’ormai difficile rapporto tra i due protagonisti Arturo e Alessandro, fatto di tante incomprensioni, mancanze e rimorsi, ma al centro del quale rimane un forte e ingombrante sentimento di amore. Il brano racconta anche il valore dell’attesa, quello del perdono e del ritrovarsi. E la voce di Mina è appassionata, sorretta solo dal pianoforte e dall’orchestra d’archi. Il videoclip ufficiale, firmato dal regista, mostra un originale montaggio di alcune scene del film, rielaborate ad hoc con l’inserimento delle grafiche del disco.

Nel terzo trailer si può ascoltare il brano “Che Vita Meravigliosa” di Diodato. (anche questo anticipando l’album di Diodato – Che vita Meravigliosa). Questo brano suggella lo spirito del film di Özpetek e del lavoro che c’è dietro. La sua scelta come parte della colonna sonora è puro istinto, all’interno di una lavorazione durante la quale il regista di origini turche ha deciso di buttare a mare tutti i termometri per riuscire a raccontare una storia che parlasse di lui, della sua visione della vita e dei sentimenti. E di questo parla Diodato nel suo brano: delle difficoltà, delle emozioni, dei tanti ostacoli che sono all’interno di una vita paragonata ad un mare in tempesta, in cui è pericoloso nuotare, ma a cui è anche impossibile resistere.

Le tre canzoni sono anche presenti nella tracklist della colonna sonora, nella quale spicca una seconda canzone di Mina intitolata “Chihuahua. È, inoltre, presente il brano “Veinte Años” di Isaac & Nora, due bambini di 11 e 8 anni che cono stati introdotti alla musica dal padre Nicolas, mentre la madre Catherine è la loro cameraman.

Per quanto concerne invece i componimenti musicali, sono tutti molto belli e orecchiabili, e mi sono piaciuti tutti e nove i componimenti, alcuni più, alcuni meno. Ma il terzo, il quinto e il sesto sono i miei preferiti.

  • Il primo componimento “Armarium Sicilis”, inizia con questo ritmo incalzante composto da archi, ai quali – dopo un po’ – si aggiungono altri archi, per “aggravare” il tono, e ottenere un gioco di alti e bassi con toni gravi. In seguito si aggiungono altri strumenti, come gli archi, arricchendo e facendo diventare più incalzante il ritmo. In seguito, d’improvviso, ritorna ad essere solo con i toni gravi dell’inizio, per poi evolvere ancora, ripetendosi per circa 2:22.
  • Il secondo componimento “Discessus Sicilis”, è un componimento che sembra un po’ un lamento, dato dal fatto che una specifica nota sul piano viene ripetuta all’infinito, fino a che non si aggiungono altri strumenti che rafforzano questo sentimento di sofferenza.
  • Il terzo componimento “Fortuna Sortes”, inizia con un leggero accenno di piano e chitarra che danno un senso di tranquillità, pace, calma ed hanno una dolce melodia. In seguito si aggiungono gli strumenti e il tutto ha un sapore simil jazz, forse un po’ più incalzante, ma non troppo. C’è un leggero stacco di batteria, e poi subito solo “archi”, con un accenno di batteria. Poi c’è uno stacco e tutto ritorna come l’inizio, con l’aggiunta di altri strumenti e così in loop per 3:20.
  • Il quarto componimento “Incipit Fabulae”, inizia con un tono grave e “leggero”, come stare a significare che la fabula sarà più che movimentata. Ha questo ritmo un po’ “inquietante” che ci fa subito capire come è stata la vita di Annamaria da bambina e da adolescente, prima di fuggire di casa e dalla madre (come si può anche ben vendere dall’incipit del film). Man mano che procede, il ritmo cambia e la musica si “rallegra”, così come si “rallegra” Annamaria, con alti e bassi, fino a stabilizzarsi sulla frequenza calma, allegra.
  • Il quinto componimento “La dea fortuna “, inizia con questo “spirito” dal sapore arabeggiante, con il ritmo scandito da tamburelli, da strimpelli alle corde della chitarra e da fiati, pur sempre rimanendo sulla stessa melodia. Verso la fine, dopo alti e bassi melodici, diventa più allegra e ritmata, scandita da quello che sembra sia un violino, o comunque un arco.
  • Il sesto componimento “Sortes “, inizia con lo strimpello della chitarra, poi si ferma… poi riparte… ed è anche questo calmo e rilassante. D’improvviso parte un po’ più ritmata e piena di energia di allergia, poi si ferma… e in seguito riparte come era iniziata.
  • Il settimo componimento “Arena”, inizia con suono lieve che ben presto si aggrava e diventa più alto di alcuni toni per poi fermarsi. Questo suono poi si ripete con le stesse modalità. E verso la fine, prima si aggiungono alcune note dolci e delicate di un arco, poi si aggiungono note più vivaci e allegre.
  • l’ottavo componimento “Domus Mater”, ha una melodia triste, intristita e “aggravata” da altri strumenti dal tono grave.
  • Il nono componimento “Bonus Numerus”, è un continuo del precedente componimento, e continua questo “lamento”, come un lamento generale: per Alessandro e Arturo, per la morte prematura di Annamaria, per i bambini divenuti da poco orfani, che staranno dalla nonna e dovranno stare con due piedi in una scarpa. Ad un tratto mi è sembrato di ascoltare “Bella’s Lullaby” dalla colonna sonora di Twilight, per poi ritornare ad essere triste come all’inizio.

Le tracce in tutti sono quattordici, tra brani e componimenti, per la durata totale di 38 minuti e 31 secondi.


Arturo: Abbiamo già i nostri guai!
Alessandro: Mettiamoci ancora di più nei guai!


FINE.


Spero che anche questa nuova recensione riguardante il film “La Dea Fortuna”, nonostante il ritardo immenso nel pubblicarla, vi sia piaciuta e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Ted Bundy – Fascino Criminale – recensione film.

(ENG)

Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo di un film molto chiacchierato uscito lo scorso anno, Ted Bundy – Fascino Criminale, di cui avevo accennato il 20/06/19 in un altro articolo sul blog. So che avrei dovuto pubblicare questo articolo tempo fa, poco dopo che il film era stato distribuito nelle sale e perché nel sondaggio fatto nelle mie stories tra “Ted Bundy – Fascino criminale” e “Lo schiaccianoci e i Quattro Reami”, avevate scelto il primo, ma per vari motivi ho rimandato fino a dimenticarmene. Però oggi eccomi qui, a condividere con voi il mio pensiero in toto sul film.

Spero che questa recensione vi piaccia.

All’articolo!


 “Noi serial killer siamo i vostri figli, noi siamo i vostri mariti, noi siamo ovunque. E domani ci saranno molti più morti, morti tra i vostri bambini.”

― Ted Bundy



Trama:

Nel 1969 a Seattle, Ted Bundy incontra Liz Kendall, studentessa universitaria e madre single. I due iniziano a frequentarsi e Ted aiuta Liz a crescere la sua giovane figlia, Molly.

Nel 1974, i notiziari annunciano la scomparsa di molte giovani donne in tutto Washington e in Oregon, tra cui due rapimenti che hanno avuto luogo in pieno giorno al Lake Sammamish, State Park. Un uomo che assomigliava a Ted è stato visto da diverse persone che chiedevano alle donne di aiutarlo a caricare una barca a vela su una Volkswagen Maggiolino. Viene rilasciato uno schizzo dell’aggressore e, dopo centinaia di telefonate, Ted viene arrestato nel 1975.

Carol DaRonch riconosce Ted da una fila di sospettati, affermando che lui l’abbia rapita e minacciata di ucciderla prima che riuscisse a fuggire. Ted è rilasciato su cauzione, tornando a casa da Liz che è sconvolta dopo aver letto un articolo su di lui sul giornale. Ted spiega che a Carol è stata mostrata la sua foto prima del riconoscimento, ed è per questo che le è sembrato familiare e crede di essere stato incastrato. Dopo un processo di prova di quattro giorni, Ted viene dichiarato colpevole di rapimento aggravato e viene condannato a scontare da uno a un massimo di 15 anni nella prigione dello stato dello Utah.

Poche settimane dopo, le autorità del Colorado accusano Ted dell’omicidio di Caryn Campbell e viene trasferito ad Aspen, Colorado, nel 1977. Liz rifiuta di credere che Ted sia colpevole, ma gli eventi iniziano a farle perdere la testa, e lei inizia a bere alcolici regolarmente. Mentre si trova al Pitkin County Courthouse, Ted sceglie di essere il proprio avvocato e, come tale, è dispensato dall’uso di manette o catene. Durante una pausa, Ted fugge dal tribunale saltando da una finestra del secondo piano e correndo verso le montagne, ma viene ricatturato dopo sei giorni.

Liz visita Ted e termina la loro relazione. Ted più tardi fugge di nuovo dopo aver visto un quadrato nel soffitto della sua cella. Due donne in una casa di sorellanza vengono uccise in Florida, seguite da attacchi violenti contro altre due. Dopo che Ted viene arrestato, cerca di contattare Liz ma lei lo abbandona.

Carole Ann e Ted in carcere, in una scena del film.

Inizia a ricevere un seguito di donne che sono affascinate da lui, alcune affermano persino di amarlo. Ted è visitato da una vecchia amica, Carole Ann Boone, che crede nella sua innocenza e si trasferisce in Florida per essere più vicino a lui.

Viene negoziato un patteggiamento prima del processo in cui Bundy si dichiarerà colpevole di aver ucciso le due sorellastre, Lisa Levy e Margaret Bowman, e la dodicenne Kimberly Leach, in cambio di una condanna a 75 anni invece della pena di morte. Ted rifiuta l’affare. Ted e Carole Ann si avvicinano mentre lei lo visita regolarmente; i due iniziano una relazione ma Ted continua a cercare di raggiungere Liz, che sta seguendo il suo processo via televisione, sentendosi in colpa per essere la persona che ha dato il nome di Ted alle autorità di Seattle nel 1975. Ted più tardi si propone a Carole Ann e si sposano.

Giudice di Prova Edward Cowart.

In tribunale vengono fornite prove fisiche incriminanti, inclusa una corrispondenza di un calco in gesso dei denti di Ted con le impressioni delle ferite da morso sui glutei di Levy. In meno di sette ore, la giuria ha condannato Ted degli omicidi di Levy e Bowman, tre conteggi di tentato omicidio di primo grado e due accuse di furto con scasso. Il giudice di prova Edward Cowart impone la pena di morte per omicidio da eseguire con un’esecuzione per sedia elettrica.

Dieci anni dopo, Liz riceve una lettera da Ted e lo visita, scattando una fotografia. Liz chiede la verità, ma Ted continua a negare di avere qualcosa a che fare con gli omicidi. Mostra a Ted la fotografia – l’immagine di una scena del crimine di una delle sue vittime decapitate – e Ted ammette di averla scattata.

Liz lascia la prigione in stato di shock, ma viene incontrata al di fuori da sua figlia adolescente e dal suo nuovo fidanzato, e afferma che ora sta bene. Alla fine del film, il filmato d’archivio e il testo sullo schermo dicono che Ted è stato giustiziato nel gennaio 1989, all’età di 42 anni. Ted aveva confessato più di 30 omicidi qualche giorno prima e le sue ceneri erano sparpagliate sulla Catena delle Cascate dove aveva depositato i resti di numerose vittime.



Commento:

Il film, vederlo o meno? Si, ma non aspettatevi chissà che.

Il film, a mio parere e gusto personale, non è stato un film di quelli che mi hanno entusiasmato, sconvolto o mi sia piaciuto alla follia, ma è stato un film semplicemente carino, niente di più, niente di meno. La storia non è che sia sconvolgente o cosa, anzi è un tipo di storia che abbiamo già visto narrata da altri registi con altre storie, altri attori, altri luoghi, fatti e altro; già dal teaser trailer del film diffuso, non è che ne fossi tanto entusiasta, sinceramente, ero solo un po’ interessato alla storia, perché conoscevo già la vicenda, il personaggio, l’uccisone di queste donne. Ma qui l’unica differenza, rispetto ad altre storie già narrate, è che si tratta della vita di Ted Bundy.

Ma chi era Ted Bundy? Theodore Robert Cowell, alias Ted Bundy, è stato un famoso serial killer americano degli anni ‘70/’80, chiamato “il killer gentiluomo”, che in solo quattro anni seminò il terrore lungo tutti gli Stati Uniti, dallo Utah alla Florida. Anche se in tribunale confessò 28 omicidi, in realtà, secondo gli inquirenti di allora, Ted ne collezionò un numero maggiore (tra le 36 e le 52 persone). I giornalisti dell’epoca arrivarono addirittura ad attribuirgli ben 100 assassinii. Quante siano state veramente le sue vittime non è ancora oggi noto. Ma, numeri a parte, una cosa è certa: Ted Bundy, uomo colto, raffinato, dal viso pulito e i modi gentili, rimane una delle personalità criminali più affascinanti degli ultimi decenni, al punto tale che le sue gesta sono state raccolte in numerosi libri (su tutti “Ted Bundy: Conversazioni con un Assassino” di Ann Rule), TV movie (“The Deliberate Stranger”, 1986 e “The Stranger Beside Me”, 2003), e film (“Ted Bundy” di Matthew Bright, 2002, e “Bundy: An American Icon” di Michael Feifer, 2008).

Ma adesso andiamo più nel dettaglio dell’analisi del film.

il libro ed. inglese da cui è tratto questo film.

La storia è tratta da un libro scritto dalla Liz reale circa negli anni ‘80 e chiamato “Il Principe Fantasma – la mia vita con Ted Bundy” scritto da Liz Kendall, la fidanzata storica di Ted. Della vita di Ted Bundy si considerano principali soprattutto tre relazioni: quella con Liz, quella con Carole Anne e il conseguente matrimonio e poi la richiesta di matrimonio ad un’altra ragazza, ma Carole Anne ed Liz sono le due relazioni principali all’interno della sua vita. La relazione con Liz viene considerato il momento “più normale”, all’interno della vita di Ted Bundy e lei viene quasi considerata il vero amore della sua vita.

Il film infatti è principalmente la sua parte narrativa, non è la storia di Ted Bundy, ma la storia di Ted come lo conosceva Liz tramite i suoi occhi. Nel film facciamo tutto il percorso insieme a lei: quello che sembrava un principe inaspettato, in realtà si rivelerà l’incubo degli Stati Uniti.

Infatti il percorso che noi seguiamo è proprio quello di Liz. Questo percorso potrebbe sembrare un po’ confusionario, se non si conoscono bene gli eventi della vita di Ted Bundy, perché tutto è concentrato e le informazioni sono limitate, proprio come quelle che aveva Liz in quell’epoca. Il film più che altro è il percorso di Liz alla scoperta della verità, così come della libertà emotiva, e del suo rapporto con Ted. Il film si concentra solo a livello laterale per quanto riguarda i crimini di Ted, infatti noi non li vedremo mai, o quasi mai del tutto, erano davvero molto centellinati, e la maggior parte dello spazio all’interno del film non riguarda tanto i suoi crimini e di come venivano compiuti, ma lascia principalmente spazio al fascino dell’uomo, che qui non a caso è interpretato da Zac Efron, un sex symbol. Principalmente vediamo il lato manipolatorio di Ted Bundy, più che i crimini violenti di per sé. S’è parlato parecchio per quanto riguarda questo serial killer e proprio del suo fascino, ovvero la capacità di essere affabile verso gli altri, di suscitare fiducia, ma anche di affascinare le persone. La maggior parte dei suoi crimini sono stati possibili proprio perché dava l’impressione di una persona come si deve, dava fiducia, affidabilità, aveva carisma ed aveva anche fascino per l’epoca, ed è proprio per questo che riuscì a farla franca diverse volte. Molte storie di Ted Bundy parlano per quanto riguarda questo aspetto di lui, ma qui “lo vediamo per la prima volta”, ovvero vediamo effettivamente la capacità di Ted Bundy di manipolare sia Liz, sia Carole Anne. Quindi il film si concentra principalmente sull’aspetto quotidiano di questo serial killer, che molto spesso viene dimenticato oppure “dipinto” alla buona per poterlo liquidare velocemente. È un aspetto, secondo me, interessante e fondamentale soprattutto se avvicinato a Ted Bundy. Ad esempio, lui è proprio famoso per quell’intervista in cui disse che “I serial killer sono i padri, gli amici, i figli…” non qualcuno di diverso che si riesce subito a capire, ad inquadrare, ma appunto un qualcuno cui non ti aspetti. Sono persone che non conosciamo, ma che nascondono un lato che non rischiamo a cogliere, che noi non vediamo.


Dettagli tecnici del film:

Il film usa delle tecniche di ripresa un po’ stile anni ‘70, esattamente quando è ambientato il film, e questa cosa è molto interessante. Ci sono molte “immagini” reali – cosa che ho molto apprezzato – per quanto riguarda i servizi tv, le storie, i giornali. Ho molto apprezzato il fatto che alcune scene siano state girate esattamente come i vari video reali esistenti riguardanti lui e le sue interviste quando di trovava in carcere, che si possono trovare alla fine del film.

Sin dall’inizio il film sottolinea una cosa: il carisma di questo personaggio ed il suo rapporto all’interno dei media. Infatti si dirà che il processo di Ted Bundy è in realtà il primo processo tramesso in diretta tv, e questo aspetto è molto interessante e fondamentale da sottolineare, soprattutto per quanto riguarda un personaggio come Ted Bundy, che viene dipinto, proprio grazie a i media, quasi come una celebrità, addirittura firmerà e lascerà autografi in tribunale, sulle locandine in cui era ricercato. Come si capisce, è un grandissimo pericolo per quanto riguarda i media, lasciare un “palcoscenico” intero, una diretta tv in mano ad un personaggio carismatico, capace di essere manipolatorio e con un grande ego, infatti fare il processo in diretta tv vuol dire dargli la possibilità di avere e mettere in scena un proprio show, di avere un ‘fandom’, avere un potere grandissimo, soprattutto pericoloso quando si parla di un personaggio così violento e carismatico.

La regia inoltre accentua tantissimo gli occhi azzurri di Zac Efron, proprio per sottolineare dei tratti considerati belli, quasi a livello universale (-dettaglio che condivideva con il vero Ted Bundy). Il film, secondo me, usa bene la musica. Mi è piaciuta anche la scena iniziale, quella in cui al presente si mescola il passato dopo che viene detta una frase, e quella frase riporta indietro nel tempo.

Il film ha delle interpretazioni straordinarie per quanto riguarda principalmente due personaggi, Zac Efron e Kaya Scodelario, che sono più che bravissimi!

  • Zac Efron, nonostante i costumi che indossa sono identici a quelli di Ted, stessi tagli di capelli (che cambiano più volte nel corso del film), ha aumentato le folte sopracciglia proprio per assomigliargli di più, in post-produzione il suo naso viene “modificato”, indossa le protesi ai denti per somigliare maggiormente a Ted, ha fatto un lavoro davvero meticoloso in tutto e per tutto, perfino per i movimenti; Infatti ci sono delle scene in cui i suoi movimenti si rifanno a delle scene reali che si sono svolte durate il processo in aula e che sono andate in diretta tv. Lui si muove alla stessa maniera, fa esattamente le stesse cose; ma anche in altri ambiti, utilizza lo stesso modo di gesticolare che si vede in delle foto reali che noi vediamo di Ted Bundy, ed è davvero strano vedere lui nelle stesse identiche pose in cui abbiamo visti Ted Bundy in altri contesti. La sua performance in toto è strabiliante. Ha fatto un lavoro assurdo su di sé e sul personaggio che sarebbe andato ad interpretare.
Kaya Scodelario nei panni di Carole Anne durante una intervista.
  • Un’altra delle interpretazioni migliori all’interno di questo film è quella di Kaya Scodelario, che è fantastica. Qui è davvero bravissima! Riesce ad interpretare Carole Anne esattamente come nei filmati: lo stesso modo di parlare, di muoversi, di gesticolare… è identica! Anche a livello estetico riesce ad assomigliarle tantissimo.

Ad un certo punto – anche se per poco – la storia, così come la vita di Ted stesso, si svolge come se fosse il protagonista di un libro di cui Ted diviene ossessionato, Papillon, che narra la storia di un galeotto innocente che ne escogita una più del diavolo per poter sfuggire ai vari penitenziari, nonostante venga preso più e più volte e picchiato e punito, ma che alla fine si rivelerà innocente.

copertina ed. inglese del libro “Papillon

Il libro “Papillon” esiste realmente ed è un romanzo autobiografico scritto da Henri Charrière e pubblicato in Francia il 30 aprile 1969.

Nel film, Ted ci viene mostrato – quasi fino alla fine – come una vittima e non come il carnefice quale realmente è, anche se poi sarà lui stesso a confessare la faccenda della testa mozzata della ragazza in foto (la quale, per la cronaca, è la prima e ultima volta in cui si vede Ted uccidere/ferire – anche perché come abbiamo già detto sono molto ‘centellinati’ –), prima a Liz e poi alle autorità competenti, per poi essere giustiziato sulla sedia elettrica. Inoltre, per quanto riguarda la sua morte avventa tramite sedia elettrica, appunto, anche qui non ci viene mostrato il momento in cui viene condotto e fatto sedere sulla sedia elettrica, o comunque anche il solo fatto di inquadrare la sedia elettrica stessa con voce fuoricampo che narra quello che succederà o altro ancora, invece al suo posto vengono inseriti dei frame riprodotti (dai veri) footage per il film, intervallati dai veri footage di Ted e della sua vita.


COSA c’è di VERO e cosa di FALSO:

Il film ha come titolo originale “Extremely Wicked, Schockingly Evil and Vile”, una parte della sentenza del processo di condanna alla pena di morte di Ted Bundy, e dipinge un uomo che sembra totalmente diverso rispetto a quello che conosceva la comunità, quindi qualcuno di estremamente cattivo, malvagio, proprio per sottolineare la discrepanza tra la visione che ne aveva Liz e la natura reale di Ted. Il film nasconde allo spettatore quasi fino alla fine un dettaglio, per creare un pochino l’effetto colpo di scena, ma in realtà noi sappiamo che Liz fu colei che fece il nome di Ted dopo la scomparsa delle due ragazze al lago, e da lì la polizia ha iniziato un pochino a tenerlo d’occhio. Questa parte inizialmente non viene detta, ma verrà detta alla fine proprio per un senso: sia creare un colpo di scena, sia per renderne il tutto più problematico.

Efron e la Collins in una scena del film.

COSE VERE: vero è che Liz e Ted si siano incontrati all’interno di un bar per studentesse (come si dirà spesso nel film, la maggior parte delle sue vittime erano delle studentesse, e probabilmente andava lì per adescare delle possibili nuove vittime o “uscite” di un certo tipo – Liz stessa assomiglia molto al tipo di “vittima” di Ted Bundy, che erano ragazze dai capelli bruni con la riga in mezzo).

Infatti il film stesso è proprio il viaggio di Liz nel tentare di accettare il fatto che il “Ted” che conoscesse lei, fosse in realtà anche un serial killer. Nella vita reale è stato abbastanza complicato, pure un po’ melodrammatico, quali “accettate le mia parola”, come quello che vediamo nel film. Liz effettivamente aveva fatto il nome di Ted, però per tutta la durata del processo non era sicura fosse colpevole e si è sentita molto in colpa perché temeva di essersi resa complice nel mettere in galera un innocente, in questo caso il suo ragazzo. Quindi per molto tempo lei viveva dei sentimenti contrastanti, aveva sì fatto quella denuncia, però al tempo stesso credeva potesse essere innocente, soprattutto per quanto riguarda i primi processi sulle violenze; e tutto questo percorso di accettazione, di mettere in discussione la figura che aveva lei di Ted, lo vediamo proprio all’interno del film.

COSA FALSA: Il film inizia con un confronto finale tra Liz e Ted, quando Ted è lì lì per essere ucciso dalla pena capitale. Quello non è vero, come anche la confessione finale. Sono tutti fatti non reali. In realtà, l’ultimo confronto tra lui e Liz, c’era stato per telefono diversi anni prima, prima di venire ucciso con la sedia elettrica; non si sentivano più da anni, ma quella parte è stata messa un po’ per far capire allo spettatore che Liz aveva effettivamente bisogno di staccarsi da lui per poter andare oltre. Infatti, vederlo effettivamente come colpevole, come colui capace di azioni terribili, così da poter voltare pagina.

Quel punto è però interessante, perché proprio all’interno di quel confronto finale Liz fa una domanda a Ted, ovvero:” Hai mai pensato di uccidermi, hai mai pensato di farmi qualcosa come hai fatto a quelle altre ragazze?” – questo è un taglio molto interessante, e anche se non è effettivamente vero all’interno di quel contesto, è in parte vero, perché ovviamente Liz, avendo così tanti punti in comune con le ragazze uccise/abusate da Ted, si era fatta questa domanda che non era solo una domanda, perché Ted Bundy ha effettivamente tentato di uccidere Liz una volta: una volta lei era ritornata a casa, era fortemente ubriaca e si era messa a dormire. Ted aveva acceso il camino, aveva otturato la canna fumaria del camino così da far riempire la casa stessa di fumo e aveva anche messo un panno sotto la porta di casa così da non far uscire il fumo e farlo rimanere il più possibile dentro casa. E poi lui se ne è andato. Fortunatamente lei si è svegliata, tossiva, si sentiva malissimo, ma si è salvata, aprendo tutte le finestre ecc., però effettivamente c’è stato un tentativo di ucciderla da parte sua (Ted), ma nonostante tutto lei ha continuato ad uscirci, a vederlo, anche dopo il processo e tutto, perché come si sente e si vede all’interno del film, anche nella verità Liz aveva una sorta di dipendenza nei confronti di Ted: si sentiva persa senza il suo amore, persa senza trovare la sua approvazione, sentiva proprio il bisogno dell’effetto che le dava Ted.

Il fatto di Liz come possibile vittima, lo vediamo anche all’interno del film “tradotto” in una scena in particolare, in cui loro sembrano sul punto di fare sesso e lui sta fermo un momento, alzato, a guardarla, mentre lei è sdraiata, si ferma a fissarla e inizia presto a formare la forma di una sorta di fotografia con le mani, come per decidere che cosa fare, se fare effettivamente sesso oppure tentare di ucciderla.

Tutto questo passaggio nel tentare di capire se accettare la figura di Ted Bundy, di quel fidanzato che sembrava il principe arrivato al momento giusto; come serial killer lo vediamo anche all’interno del film, nel lungo percorso di Liz. Viene fatto con delle frasi un pochino sdolcinate ogni tanto, ma effettivamente è stato un percorso molto doloroso per lei. La duplicità di questo personaggio la vediamo quasi sin dall’inizio, per quanto riguarda il film, c’è quella scena costruita molto bene, quando loro vanno a casa a dormire la prima sera che si incontrano, lui è un po’ un gentiluomo, dormono solamente e non fanno nient’altro. Quando al mattino lei si sveglia, vede che lui non c’è, non c’è sua figlia e allora pensa immediatamente che le sia stata rapita. Si reca in cucina e lo vede con un coltello in mano, ma sta preparando la colazione. Il film usa molti elementi simbolici, proprio per far capire questo percorso allo spettatore: come la confessione finale, il libro Papillon (che in realtà non diventa una fissa per Ted e che non ha mai regalato a Liz.)

Joel Osmet

Un altro elemento non reale che ha, però, proprio una funzione è il “non fidanzato di Liz”. Vediamo Joel Osmet, nei panni di Jerry, il nuovo compagno di Liz, che nella vita reale non esiste, o magari sarà esistito dopo; però ha una funzione: noi vediamo lui essere un uomo affabile, un brav’uomo, però è interpretato da un attore che ha un volto un po’ “inquietante”, non è proprio ciò che si aspetta dal “principe azzurro”; mentre dall’altra abbiamo un serial killer interpretato da un uomo sexy, di bell’aspetto, affabile, carismatico, bello, proprio per farci capire come il pericolo potrebbe essere sotto mentite spoglie.

Il film aggiunge anche un’altra scena, ovvero quella del canile, dove il cane che appena lo vede abbaia. Però questa scena è del tutto strumentale: ovvero serve per inserire il personaggio di Carole Ann, ma anche per far capire poi un’altra cosa: ovvero tutta la parte manipolatoria di Ted. Lui alle varie donne racconta sempre la stessa “fiaba”: quella di “ci compriamo una casa sulla riva di un lago, ci compriamo una macchina, ci compriamo un cane”…lui lo dice sia a Liz che a Carole Ann, e fa vedere come ricicli sempre la stessa storia, sempre le stesse parole, sempre gli stessi sentimenti a tutte le donne, semplicemente per arrivare ad un fine: voleva forse la devozione di Liz, per il fatto che fosse così dipendente da lui oppure ancora voleva Carole Ann, usarla come strumento per poi fare da tramite con i media, ma anche come partner fissa all’interno della prigione.

Molto spesso, quando si parla di Serial Killer – e penso sia stato detto a proposito di Ted Bundy – , molto spesso i sociopatici e gli antisociali non sempre riescono a provare tutto un range di sentimenti, e molto spesso imitano, sanno imitare molto bene i sentimenti visti e sentiti dagli altri. Infatti la storiella che racconta alle sue donne, quella del cane, della casa ecc; è proprio un simbolo di come Ted Bundy abbia fatto del male alle donne, non solo fisicamente, ma anche manipolandole, manipolando i loro sentimenti, facendole credere amate, raccontare una storia finta ed impacchettata per usarle come gli servivano.

Carole Ann nel film è palesemente un “rimpiazzo”; dato che Liz l’ha lasciato, lui era molto spaventato dal fatto che non potesse vedere Liz una volta arrestato, però subito dopo insomma, trova un “tappa buchi”. Tutta la relazione con Carole Ann era molto uno strumento per dipingere la sua immagine, infatti non a caso, lui chiede a Carole Ann di sposarlo in tribunale, lo stesso giorno in cui doveva essere data la sentenza della condanna perché sperava che non l’avrebbero mai condannato a morte, lo stesso giorno del suo matrimonio, ma purtroppo per lui non è andata così. Tutte e due le relazioni vengono dipinte come uno strumento per poi arrivare ad uno scopo, e questo di vede molto bene. Il film in sé si concentra maggiormente sulla parte manipolatoria del personaggio, anziché sui suoi omicidi. Il regista stesso all’interno del film ne interpreta un piccolo cameo, colui che intervista Ted Bundy, una cosa interessante perché tempo fa lo stesso regista aveva diretto una serie tv per Netflix su una confessione, un’intervista di Ted Bundy. Il film da molto spazio a Zac Efron, che è effettivamente molto bravo, fa questo monologo finale che funziona davvero molto bene e si vede che lui per interpretare questo personaggio ha fatto davvero un lavoro pazzesco. Il film ha l’intento di far mettere lo spettatore nei panni delle vittime, più che empatizzare con il serial killer, infatti si punta molto soprattutto sul finale, sul ricordare le sue vittime e poi ci sono dei filmati originali. Una cosa che non mi ha fatto tanto impazzire è stato il fatto che mentre si elencavano le ragazze che erano sparite/ uccise/ abusate da Ted, si vedessero i tre protagonisti principali (Ted, Liz e la bambina), e di sottofondo una voce che parlava di queste ragazze che avevano subito violenze. Inoltre, il film ci vuole dire che nonostante Liz sia viva, sia anch’essa una delle vittime di Ted Bundy.

Le parti del tribunale: le più importanti e belle. Bella è pure la scena in cui viene data la condanna a morte: c’è il tribunale, una ad una si spengono le luci in aula e lì c’è solo Carole Ann, sola, e il fatto delle luci sta a significare come lo show sia finito! È finita l’arte manipolatoria di Ted!


Sceneggiatura e fotografia.

Sceneggiatura:

Michael Werwie

La sceneggiatura viene affidata Michael Werwie – che ha già lavorato come sceneggiatore per un altro film “A Rose Reborn” del 2014 – scrive una serie di quadri con ellissi temporali disomogenee che si focalizzano in particolare sui processi che possono essere interessanti in quanto tali, ma montati troppo seccamente uno con l’altro. Inoltre, la sceneggiatura è molto meccanica e poco fluida! All’inizio della prima metà parte, il film si svolge con un po’ di lentezza, però questa lentezza iniziale ci serve per introdurci la storia in sé, i personaggi, e poi d’un tratto inizia ad essere un po’ più movimentata, così, all’improvviso. Già dalla seconda metà della prima parte e tutta la seconda parte del film si inizia ad entrare nel vivo della vicenda, nel vivo del personaggio, nella vita di Ted, questo uomo sadico che uccide, sevizia, violenta le donne. È un personaggio particolare, una persona bipolare, un uomo che entra e che esce dai penitenziari. Ma il tutto avviene troppo velocemente, troppo repentinamente. Quindi, non mi ha fatto impazzire affatto, e secondo me, inoltre, non ha un impatto positivo sullo spettatore, anzi mi ha innervosito parecchio, perché i vari cambi di scena e non solo, erano molto repentini, e da spettatore non riuscivo a concentrarmi perché, vero è Ted Bundy da un penitenziario usciva e dall’altro entrava, però questa cosa succedeva troppo spesso e troppo velocemente.

Joe Berlinger e Zac Efron dietro le quinte.

Ma, secondo me, il punto più debole è proprio l’incapacità di Joe Berlinger – il regista – di avere il coraggio di portare fino in fondo la sua scelta di sposare il punto di vista della Kendall, che ben presto viene sostituita da quello di Bundy, e non solo. Sembra quasi che a un certo punto non si potesse sacrificare il volto di Bundy-Zac Efron. E proprio anche questo tradimento che rende il film incerto. Oltretutto, partendo dalla Kendall e arrivando a Bundy, non si spiegano fino in fondo le dinamiche degli omicidi, né l’efferatezza degli stessi, citando il minimo indispensabile, creando un ritratto di un serial killer di grande fascino, quasi un eroe di fronte alla macchina della giustizia reso spettacolo mediatico, dimenticandosi (se non nei titoli di coda dove sono elencate le trenta vittime accertate ufficialmente, come già accennato prima) che Bundy era un feroce assassino, stupratore, necrofilo che collezionava le teste delle sue vittime. Manca, però, anche la perversa capacità manipolatoria che Bundy utilizzava nei confronti delle giovani donne, evidenziando solo l’elemento del fascino esercitato. E questo perché fin dall’inizio si voleva raccontare il dramma interiore della Kendall e focalizzarsi su di esso per poi, invece, abbandonarlo. E purtroppo la mancanza di controllo della materia, si riverbera anche sulla forma. Su Bundy, Berlinger, ha diretto e prodotto una miniserie documentaria di quattro puntate targata Netflix, prima di girare “Ted Bundy – Fascino criminale”, ma purtroppo il film stesso appare troppo debitore a un estetismo da documentario televisivo che compromette la messa in scena cinematografica. Inoltre, questa pellicola non aggiunge altro sulla figura di questo serial killer, fallendo nel tentativo di raccontare una vicenda così complessa e articolata da un punto di vista diverso. Ed è un gran peccato dire così, perché Berlinger ha una esperienza trentennale come documentarista alle spalle, in particolare per la televisione – vincitore pure di due Emmy – e interessato a storie di cronaca. (ricordiamo “Paradis Lost 3: The Purgatory”, basato su un assassino di tre bambini e la condanna e poi l’assoluzione di tre adolescenti dopo vent’anni di prigione scagionati dalla prova del Dna, che è stato candidato all’Oscar). Dico che è un peccato perché ha compiuto un lavoro mimetico per niente semplice: nei titoli di coda appaiono sequenze televisive originali dei processi e si nota il lavoro da “replicante” effettuato da Zac Efron per interpretare Bundy, arrivando a imitarlo non solo fisicamente, ma soprattutto nei gesti, nelle espressioni, nei movimenti, così come i vari processi con relativi inserti dei veri dialoghi ripetuti all’interno della narrazione. (come avevamo già detto sopra)


Fotografia:

Brandon Trost

Brandon Trost – che ha già lavorato su “The Disaster Artist” del 2017 – è stato chiamato per la direzione della fotografia. Per quanto riguarda la fotografia e scenografia, sinceramente, mi sono molto piaciute entrambe, mi sono piaciute perché sono pulite, nette, distinte, mi è piaciuto il fatto che la notte come il giorno sono distinti per bene, non ci sono molti elementi, il tutto molto semplice, limpido. A questo proposito, nel film, non vengono fatti vedere i vari omicidi, stupri, violenze e abusi che Ted compie, non si vedono se non prima della fine del film (ne viene fatta vedere una nello specifico), e il tutto viene narrato sotto un video da una voce fuoricampo sotto un video di Liz, Ted e Molly, così come i nomi delle ragazze cha da Ted hanno subito violenza. Quindi, per queste due categorie si è optato per tenere il tutto un po’ più “pulito”, rispetto a film analoghi.

Anche la caratterizzazione dei vari luoghi mi è davvero piaciuta, anche perché se non erro, in vari video di confronto tra la realtà e la storia narrata nel film, son stati usati i veri luoghi, edifici, le varie aule e molto altro ancora. [Dettaglio irrilevante: mi è piaciuto il fatto di rappresentare i vari penitenziari, perché da uno stato all’altro, da quello della California a quello dello Utah a quello del Colorado, cambia.]

Mi è tanto piaciuto il fatto che alcune scene sono state girate tali e quali alla realtà: stesse inquadrature delle persone e dei luoghi, stesse movenze, stesse domande, frasi, parole, stesi gesti, abiti… tutto. (es. le scene in cui viene “intervistato”, anche se in carcere, inizia a diventare una sorta di idolo, perché le persone sono attratte dal suo aspetto e dalla sua oratoria; oppure la scena in cui il procuratore di uno stato parla di lui e della pena che gli verrà affibbiata e lui, davanti al suo pubblico fatto di ragazzine pazze di lui, giornalisti e tanti altri ancora, fa una scenetta, e questa scena è uguale identica alla realtà. – sappiamo di questo “rigirare le scene tali e quali”, perché alla fine del film, durante i titoli di coda, passano le immagini reali di quei momenti). Mi è davvero piaciuto, quindi, questo fatto di includere alle riprese moderne, quelle dell’epoca, in un’alternanza di vecchio e nuovo. Inoltre il film ci fa capire – e poi ci viene pure detto – che questo caso giudiziario è stato il primo caso in cui in aula vennero messe delle telecamere per registrare il tutto e mandarlo in onda via cavo, come una sorta di reality show, una sorta di panem et circense.



Costumi, trucco e parrucco:

La costumista e stilista Megan Stark Evans – già curatrice dei costumi del film “Tron:Legacy” – si è occupata dei costumi di questo film. Non ho trovato chissà che su internet sui costumi e sul processo creativo dietro questi, persino sul suo blog personale (MSE – Megan Stark Evans) non vi è molto, se non che si possono trovare le locandine dei film per cui ha lavorato e cliccandoci sopra ne viene fuori solo una serie di immagini e scatti prese dal film.

Per questa sezione appunto, che è una delle mie preferite e che molto spesso è una di quelle che mi occupa più tempo perché trovo quasi sempre tantissimo materiale, questa volta purtroppo non è che abbia trovato granché, anche se non è che – al dire il vero – ci sia molto di cui parlare, perché i costumi si rifacevano alla realtà, agli anni ’70 e ’80, se non addirittura in alcune scene, ad una copia identica degli abiti, soprattutto quelli di Ted Bundy e di pochi altri personaggi.



Attori:

Zac Efron nei panni di Theodore “Ted” Bundy, un ex studente di legge accusato di diversi crimini violenti contro le donne.


Lily Collins nei panni di Elizabeth “Liz” Kendall, una studentessa del college e madre single che intraprendere una relazione con Ted e professa l’innocenza di Ted durante i suoi processi.


Kaya Scodelario nei panni di Carole Ann Boone, vecchia amica di infanzia di Ted, la quale si trasferisce nello stesso stato in cui si trova Ted per sostenerlo. In seguito si sposeranno in tribunale.


Jeffrey Donovan nei panni di John O’Connell, il primo avvocato difensore di Ted nello stato dello Utah che lo difende dal caso di rapimento.

Angela Sarafyan nei panni di Joanna, la migliore amica di Liz la quale crede che Ted sia colpevole.

Dylan Baker nei panni di David Yocom, l’avvocato d’accusa nello Utah.

Brian Geraghty nei panni di Dan Dowd, l’avvocato d’ufficio di Ted in Florida quando viene ricatturato dopo esser scappato in Colorado.


Terry Kinney nei panni del Detective Mike Fisher,detective della omicidi che collega Ted con l’omicidio avvenuto in Colorado.

Haley Joel Osment nei panni di Jerry Thompson, college di Liz alla Divisione Medica Universitaria che inizia a frequentare dopo Ted.


James Hetfield nei panni di Bob Hayward, un agente di polizianello Utah che per primo arresta Bundy.

Grace Victoria Cox nei panni di Carol Daronch, una donna che Ted ha rapito nello Utah e che ha portato alla sua prima condanna.

Jim Parsons nei panni di Larry Simpson, procuratore della California.

John Malkovich nei panni del Giudice Edward Cowart, il Giudice che presiede all’ultimo processo per omicidio di Ted.

Justin McCombs nei panni di Jim Dumas, l’avvocato di Ted in Colorado che difende il suo primo caso di omicidio.

Forba Shepherd nei panni di Louise Bundy, la madre di Ted.

Molly Kendall, la figlia di Liz che viene rappresentata ad età diverse da Macie Carmosino, Ava Inman, Morgan Pyle, and Grace Balbo.

Il direttore Joe Berlinger ed il cineoperatore Brandon Trost fanno un cameo nei panni di presentatore e del cameramen che intervistano Ted in Colorado.



Colonna Sonora:

Marco Beltrami.

La colonna Sonora di questo film è stata affidata a Marco Beltrami – tra l’altro compositore anche della colonna sonora di “A Quite Place” (“Un Posto Tranquillo”) del 2018 – e Dennis Smith. Come le colonne sonore di tanti altri film, è composta sia da brani famosi usciti in quegli anni, sia da componimenti. Tra i brani famosi troviamo “Do you believe in Magic?” di The Loving Spoonful, “Crimson and Clover” di Tommy James & The Shondells, “Thousand-Watt Work-Out” di John Moran, “Lucky Man” di Emerson, Lake & Palmer e tanti altri, come i Metallica, Thelma Houston, Dave Teves e the Elder. Per quanto riguarda i componimenti/interludi musicali, ne troviamo disparati e tutti molto orecchiabili, alcuni abbastanza inquietanti che servono da accompagnamento ad alcune scene clue, alcuni con melodie già sentite e usate prima in altri film – già dall’inizio per il componimento “Opening scene”, che inizia con un tono alto, che mina un po’ i nervi e dà fastidio, ma che man mano cala di tono e diventa sempre più scura e tenebrosa, un po’ inquietante, che ci introduce all’inizio del film; alcuni altri sono componimenti che sono un mix di componimenti e arie classiche, come “The Truth (Queen of The Night)”, in cui The Queen of the Night – una delle arie più famose al mondo – viene cantata con un misto di delicatezza e dolore, sofferenza e leggerezza, con una base leggermente differente, sempre al piano, ma in aggiunta altri strumenti, come la chitarra, per darle un peso diverso dall’originale e darle un tocco “gregoriano”, e da ciò che salta subito all’orecchio sono i vocalizzi del ritornello. Alla fine dei conti, la colonna sonora è molto orecchiabile, carina, ma non la mia preferita.


FINE.


Spero che anche questa nuova recensione riguardante il film “Ted Bundy – Fascino Criminale” – che molti di voi mi avevano chiesto -anche se pubblicata in ritardo, vi sia piaciuta e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Hunger Games prequel.

  • Recensione libro e film di Hunger Games (ITA)
Suzanne Collins

Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo, come due o tre giorni fa, di Hunger Games, ma non della trilogia libresca che già ampiamente conosciamo e della quale ho parlato del primo romanzo (e del primo film), o ancora della tetralogia di film che ha incassato milioni di dollari, ma parleremo del Prequel di Hunger Games e delle poche notizie che sono trapelate fino ad ora.

Spero che l’articolo vi piaccia.

All’articolo!


Sappiamo già alcune cose sul romanzo che arriverà nel 2020 e ci riporterà a Panem. Sappiamo che il prequel si ambienterà durante la decima edizione dei giochi, mentre il ciclo originale si svolgeva a partire dalla settantaquattresima edizione. L’ambientazione, dunque, è la stessa ma, trattandosi di un prequel ci troveremo a Panem, una Panem che sta cercando ancora di riprendersi dalla guerra, molti anni prima della nascita di Katniss Everdeen, la coraggiosa protagonista della serie di libri Hunger Games, interpretata nei film da Jennifer Lawrence. In quell’epoca a Panem era da poco terminata una rivolta fallita. 

Il periodo di ricostruzione, a 10 anni dalla fine della guerra, è un periodo oscuro e terribile, in cui i personaggi hanno ampio modo di riflettere e affrontare domande esistenziali. Non sappiamo ancora nulla su chi saranno i personaggi e quali difficoltà si troveranno a dover affrontare. Ma siamo sicuri che maggiori informazioni saranno disponibili molto presto. Sebbene non esista ancora alcun titolo ufficiale per il romanzo, sappiamo però che l’appuntamento per la pubblicazione è fissato in una data ben precisa. Quindi, quando esce il prequel di Hunger Games?Per quanto riguarda il romanzo la data di pubblicazione è prevista per il 19 maggio 2020.

Ecco come Suzanne Collins descrive il suo lavoro sul nuovo romanzo: ” Con questo libro voglio esplorare le condizioni della natura, chi siamo e cosa per noi è necessario per garantire la nostra sopravvivenza. Il periodo della ricostruzione, dieci anni dopo la guerra, viene di solito definito quello dei “Giorni Oscuri”, è il momento in cui il paese di Panem cerca di rialzarsi. Fornisce un terreno fertile per i personaggi, che affrontano queste domande e perciò definiscono il proprio modo di concepire l’umanità.”

Per quanto riguarda la domanda che ci poniamo tutti riguardo il Prequel di Hunger Games: “Ci sarà anche il film? “. Domanda più che lecita, dato che i 4 film tratti dalla serie principale composta da tre romanzi di Suzanne Collins, (saga che aveva incassato nel mondo un totale di 2,970 miliardi di dollari) sono stati portati sul grande schermo dalla Lionsgate. In più, sembra che la casa di produzione sia già in contatto con l’autrice per discutere dell’adattamento cinematografico del romanzo prequel.


A questo proposito, pochi giorni fa, girando su internet e cercando più notizie sul futuro “prequel ” di Hunger Games, mi sono imbattuto in un titolo che porta questo titolo:Hunger Games: la Lionsgate conferma il prequel ambientato oltre 60 anni prima degli “originali” .”

Screen della notizia lanciata dalla Scholastic su twitter.

Come già sappiamo, il nuovo libro verrà pubblicato a maggio del 2020, ma proprio la Lionsgate, per bocca del presidente Joe Drake, ha confermato che la traduzione cinematografica del romanzo è già in lavorazione.’

Non è una sorpresa, dato che i precedenti film del ciclo, oltre a consacrare star di Hollywood Jennifer Lawrence, hanno registrato nel mondo incassi da cine-comic:

694 milioni di dollari per Hunger Games (2012), 865 mln per Hunger Games – La ragazza di fuoco (2013), 755 mln per Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1(2014) e 653 per Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 2 (2015).


Fine


Spero che anche questo nuovo articolo riguardante un futuro prequel di Hunger Games vi sia piaciuto, e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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The Hunger Games – recensione libro/film.

(ENG)

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Oggi, purtroppo, non pubblicherò la famosa recensione su un film da molti richiesto, ovvero Ted Bundy – Fascino Criminale“, ma prometto che arriverà in questi giorni, so stay tuned! Oggi, come potete leggere dal titolo, parleremo di “Hunger Games ”, sia del libro che del film, includendo anche le differenze tra l’opera letteraria e quella cinematografica, i temi principali trattati dall’opera e le mie impressioni personali. Ho deciso di parlare di questo argomento, in primis perché ho ri – letto da poco il romanzo per un esame di literary adapattion, e poi anche perché un paio di giorni fa la scrittrice Suzanne Collins, tramite il twitter della casa editrice Scholastic, ha lanciato la bomba! La Collins ci riporterà nello stato di Panem con un libro prequel che sarà ambientato nei 64 anni prima la rivolta dei 13 distretti, prima dei famosi “Giorni Bui ”.

Spero che questa recensione libresca unita a quella del film sia di vostro gradimento.

Alla recensione!


Trama

Questa storia è ambientata in uno scenario post – apocalittico americano. L’America così come la conosciamo non esiste più, ma al suo posto esiste l’immaginaria nazione di Panem, che è composta da una città capitale, Capitol City, governata dal Presidente Snow, dove c’è un potere dispotico e altamente dittatoriale, e 12 distretti (un tempo 13) comandati da essa.

Questi 12 distretti forniscono tutto ciò che serve a Capitol City, come ad esempio, il Distretto 2 fabbrica armamenti e addestra i pacificatori che poi verranno mandati nei vari distretti, il Distretto 3 produce componenti elettronici, televisori, automobili e anche esplosivi, il Distretto 5 si occupa di elettricità, il Distretto 6 si occupa dei trasporti, il Distretto 8 si occupa dell’industria tessile, il Distretto 12 del carbone. Ma come si fa a tenere il potere dispotico e altamente dittatoriale a Capital City?

Tutto ebbe inizio 74 anni prima della vicenda che viene narrata, quando le 13 colonie intorno Capitol City, stanche delle continue angherie da parte della capitale, iniziarono ad ingaggiare una guerra all’ultimo sangue con Capitol City, per potersi prendere la loro libertà. Purtroppo però Capitol City vince, ci sono migliaia di morti, le colonie vengono praticamente schiavizzate e ai Distretti viene imposta una punizione terribile da pagare: si mira alla gioventù. Ogni anno, come punizione per aver scatenato una ribellione anni prima contro la Capitale, ogni distretto è costretto ad offrire a Capitol City tramite una cerimonia chiamata “Mietitura”, in cui vengono pescati i nomi dei candidati, un ragazzo e una ragazza di età compresa tra gli 11-18 anni per partecipare e competere negli Hunger Games, dei giochi all’ultimo sangue trasmessi in diretta dove, in un’arena segreta controllata da tecnologie e strateghi, i partecipanti rinchiusi dovranno sfidarsi l’un l’altro in una battaglia all’ultimo sangue per sopravvivere. Oltretutto i cittadini possono interagire, ovvero possono mandare ai tributi loro beniamini i generi di prima necessità, come un disinfettante per l’acqua, un coltello, una corda, una pomata e tanto altro ancora. E dei 24, ne resterà soltanto uno. Colui o colei che sopravviverà, rappresenterà la speranza e vivrà nella prosperità e nella pace eterna.

Ma la peculiarità sta nel fatto che questi 24 ragazzi vengono rappresentati come dei “simboli di forza”, come se fossero delle star, infatti vi è tutto un pre – Hunger Games dove vengono preparati, curano il loro aspetto, li vestono benissimo, li fanno partecipare a trasmissioni televisive per presentarli all’intera nazione, affidano loro un mentore, li rendono desiderabili, così che la folla può scegliere il suo beniamino e guardando gli HG possono fare il tifo per la persona facente parte del proprio distretto o per chi preferiscono.

Il libro si apre sul Distretto 12, dove Katniss Everdeen fa una vita praticamente miserabile, se non fosse che lei è una cacciatrice e riesce ad andare avanti con la cacciagione. Katniss ha una madre che è andata in depressione dopo la morte del padre, e una sorellina della quale si prende cura, Primrose.

Peeta Mellak

Arriva il giorno della “mietitura” e viene estratta Prim, quindi Katniss per proteggerla, si offre volontaria per sostituire sua sorella e salvarla sia da quel crudele destino che dal gioco. Insieme a lei viene estratto Peeta Mellak – oltre al danno, la beffa per Katniss, perché lui è colui che le aveva lanciato del pane, salvandola dalla fame.

Quindi per sopravvivere, Katniss, dovrà uccidere anche quel ragazzo con il quale ha un debito di gratitudine, perché ovviamente il vincitore è uno. Infine, arrivati a Capitol City, vengono resi appetibili, li fanno conoscere, li fanno allenare per una settimana, e poi vengono catapultati nell’area. Qui, dopo un primo momento, scopre che Peeta la ama e che ha usato questo espediente per lei come una specie di pubblicità, ma la realtà era bene diversa, e lei va un po’ in confusione per il fatto che è anche infatuata del suo compagno di caccia Gale in modo inconscio e inconsapevole.

Nell’arena affrontano varie peripezie, emerge appunto una certa mostruosità da parte di Capitale, perché dietro all’arena vi è una serie di strateghi che gestiscono i ritmi del reality, e che decidono cosa fare succede o meno in un determinato momento, incendi, leoni, vespe OGM. Katniss finge a sua volta di amare Peeta per recitare la coppia degli “amanti sventurati”, e per attrarsi le simpatie di Capitol City, però succede che lei inizia ad affezionarsi a lui, ed infine si ritrovano solo loro due e lei riesce, con uno stratagemma, a far vincere entrambi, ossia minacciando il suicidio di tutte e due tramite delle bacche velenose, “morsi della notte”.

Questo fa di lei in primis la vincitrice, come ne fa il vincitore anche di Peeta, ma ne fa anche un bersaglio politico, perché ovviamente il Presidente Snow, non può accettare questa cosa.


Autore

Suzanne Collins nasce ad Hartford il 10 agosto 1962. Oggi vive nel Connecticut con la sua famiglia e due gatti selvatici. Inizia la sua carriera nel 1991, quando inizia a scrivere sceneggiature per programmi televisivi per bambini. Successivamente, tra il 2003 e il 2007 scrive la serie di Gregor.

Raggiunge poi il successo l’anno successivo grazie al romanzo Hunger Games, primo romanzo di fantascienza di una trilogia chiamata “The Hunger Games Trilogy”, e la trilogia comprende: Hunger Games (2008), La ragazza di fuoco (2009) e Il canto della rivolta (2010).

I suoi libri sono stati tradotti in 40 paesi e continuamente ristampati. Nel 2012 il romanzo è stato trasposto cinematograficamente per mano del regista Gary Ross. Per i film di HG, è stata pure co – produttrice e co – sceneggiatrice.



Le differenze tra il libro e il film di Hunger Games.

Nel libro, la celebre spilla con la Ghiandaia Imitatrice di Katniss le viene consegnata dalla figlia del sindaco, Madge.

Madge

Quel gesto per Katniss è una sorpresa: innanzitutto perché pensava di non piacere a Madge, poi perché è un piccolo segno di ribellione visto che la Ghiandaia Imitatrice rappresenta per il governo di Panem un simbolo di coscienza e rivoluzione. Nel film, invece, Katniss trova la spilla per caso, ma non viene spiegato il potere della Ghiandaia Imitatrice.


Il padre di Peeta nel film non viene mai visto né menzionato. Nel libro, invece, è tra i visitatori di Katniss prima che parta per l’arena. L’uomo le consegna dei biscotti che in seguito la ragazza getta dal treno al pensiero di dover uccidere Peeta.


Durante la cerimonia d’apertura, nel film Peeta prende la mano di Katniss e in questo modo si ingrazia la folla alla parata.

Cinna

Nel libro però è un’idea di Cinna, lo stilista dei tributi, che in questo modo comincia a rivelare di voler aiutare i due ragazzi a sopravvivere.



Nel libro il ruolo degli Avox, “servi senza voce”, è sottile ma costante. Essi sono delle persone che sono state punite per essere stati dei traditori o dei fuggitivi, o essersi ribellate alla capitale.

Katniss riconosce un Avox dai capelli rossi nel libro, mentre nel film non viene fatta menzione.



Nel libro, per Katniss, trovare dell’acqua nell’arena in cui viene lasciata insieme agli altri tributi, è parecchio difficile. Passa un’intera giornata a cercarla tra alberi e insidie da superare. Il suo compito è sopravvivere nella natura. Ma la ragazza sta male al punto di chiedere aiuto a Haymitch – il suo mentore ufficiale – che,

Haymitch

però, non si fa sentire. Katniss, così, capisce di essere vicina. Nel film, invece, Katniss trova l’acqua subito dopo lo scatto iniziale dei giochi, dopo la Cornucopia, l’enorme piattaforma che i tributi devono raggiungere per recuperare cibo e risorse.


Gli sponsor sono persone o gruppi di persone che, affezionatesi ad un tributo in particolare, lo aiutano a sopravvivere tramite doni che mandano nell’arena.

I loro regali, nel film, sono sempre accompagnati da una nota che giustifica il gesto. Nel libro, invece, tocca a Katniss interpretarne il significato. 



Nel film possiamo vedere la reazione del Distretto 11 e la conseguente rivolta del popolo a seguito della morte di Rue, uno dei più giovani tributi che apparteneva proprio al Distretto 11. Nel libro questo dettaglio non esiste.


Nel libro, per guarire Peeta dalle sue ferite, Katniss lo droga per farlo addormentare e correre a cercare medicine. Nel film, invece, la ragazza aspetta semplicemente che Peeta si addormenti per poi sgattaiolare via.


Per mostrare l’incostante passaggio tra fiducia e sfiducia di Katniss e Peeta, nel libro Katniss prepara una freccia nel suo arco non appena gli Strateghi annunciano che solo uno, tra lei e Peeta, potrà sopravvivere.

Katniss è sospettosa e ha paura che Peeta possa tentare di ucciderla. Nel film, al contrario, questo piccolo dettaglio non esiste, perché il sospetto è annullato del tutto.


Sia nel film che nel libro Cato è un personaggio importante. È forse il tributo più spietato, oltre che il più fortunato visto che appartiene ad uno dei Distretti più ricchi – il secondo – da sempre addestrato a partecipare agli Hunger Games.

Ma mentre nel film, sul finale, mostra un lato fragile ed umano, nel libro rimane un folle psicopatico fino alla fine.




Temi principali dell’opera

Essendo una distopia “Hunger Games” porta all’estremo alcuni aspetti della cultura contemporanea mostrando così l’ombra perversa che si nasconde dietro la quotidianità.

TV channel zapping

Il titolo stesso del libro prende il nome dal reality show intorno a cui ruota tutta la trama, uno dei temi centrali è quindi quello dell’intrattenimento televisivo. Un atto violento come degli adolescenti che si uccidono brutalmente a vicenda, se visto attraverso uno schermo televisivo non solo diventa socialmente accettabile ma addirittura entusiasmante. Tutto ruota intorno alle apparenze, come la stessa Katniss non può fare a meno di notare: “Sta tutto nello spettacolo. Sta tutto nel modo in cui ti percepiscono.

Essendo la protagonista appena sedicenne è interessante soffermarsi su questo punto. Mai come nell’era contemporanea l’apparenza e l’attenzione per il proprio aspetto ha assunto un ruolo così importante. Il modo in cui Katniss viene privata della propria identità per ottenere il favore del pubblico e quindi sopravvivere può essere interpretato come un’esasperazione dell’importanza che l’apparenza assume nella nostra società.

Infine, come in molte distopie, assume grande importanza il potere totalitario in cui un misto di terrore e propaganda reprimono qualunque forma di ribellione prima ancora che possa prendere forma.

Con “1984 ”, padre delle distopie, “Hunger Games” condivide l’utilizzo delle telecamere come mezzo di sorveglianza sulla vita dei singoli individui mentre il televisore è lo strumento per introdursi nell’intimità dei cittadini.



Impressioni personali

Non ci sono dubbi sul fatto che “Hunger Games” abbia conferito alla fantascienza distopica un posto in primo piano nella letteratura contemporanea. La sua forza risiede nell’essere riuscito ad unire un personaggio giovane e complesso come Katniss a un’ambientazione e un clima di terrore che non ha nulla da invidiare a romanzi ben più complessi come “1984 ” o “Fahrenheit 451”.

A differenza di questi esempi classici dove la struttura sociale ha il ruolo predominante nella narrazione, qui viene messo in primo piano un singolo essere umano: Katniss. La trama è semplice, lineare, senza insidie in cui sarebbe possibile perdersi. È letteralmente impossibile non leggere il libro tutto d’un fiato, gli eventi sono così sapientemente concatenati da rendere difficile trovare un punto d’arresto.

Anche leggendo semplicemente la trama sono palesi i riferimenti con “L’uomo in fuga” di Stephen King e “Battle Royale”. In entrambi sono presenti dei reality show in cui i personaggi sono costretti ad affrontarsi in scontri violenti per aumentare gli ascolti.

È importante sottolineare come la forza di questo romanzo non risieda tanto nell’originalità dell’idea di fondo, quanto nella sua realizzazione. È un romanzo da non perdere, il precursore dei romanzi e dei film che negli ultimi anni hanno invaso rispettivamente librerie e sale cinematografiche.


Fine


Spero che anche questo nuovo articolo – recensione sul libro e sul film di Hunger Games vi sia piaciuto e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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PNL e Pensiero positivo.

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Come già succede da tre settimane a questa parte, ancora oggi ci sarà uno di quegli articoli che esulano completamente dalle recensioni sui film che faccio di solito. Come vi dicevo tre settimane fa, dopo il terzo articolo che esula completamente, si ritornerà alle recensioni dei film. So che molti di voi aspettano la recensione del film “Ted Bundy – Fascino Criminale“, che uscirà a breve, anche se è passato un bel po’ dalla sua uscita. Detto questo, oggi, come potete leggere dal titolo, parleremo di “PNL e pensiero positivo“.

Spero questo terzo articolo riguardante la PNL vi piaccia e che lo troviate interessante.


Cos’è la PNL?

La Programmazione Neuro – linguistica (PNL), è una tecnica di comunicazione e relazione interpersonale che ambisce ad intervenire e mettere in relazione gli schemi comportamentali ed i processi neurologici dei singoli soggetti. L’uso del linguaggio e della comunicazione efficace sono gli strumenti per conseguire una maggiore auto-consapevolezza e potersi affermare nella relazione e nei comportamenti mentali ed emozionali. È un metodo di comunicazione e un sistema di “life coaching”, “self-help” e “counseling”, definito da alcuni suoi promotori come «un approccio alla comunicazione, allo sviluppo personale e alla psicoterapia», ideato in California negli anni ’60 e ’70 del XX secolo a Santa Cruz (Università della California) da Richard Bandler e John Grinder.

La PNL fu ideata da Bandler e Grinder, che coniarono il termine con l’intenzione dichiarata di connettere i processi neurologici (neuro), il linguaggio (linguistica) e gli schemi comportamentali dell’esperienza (programmazione). Secondo i fondatori del movimento la PNL sarebbe strumentale “all’individuazione delle modalità per aiutare le persone ad avere vite migliori, più complete e più ricche“.

Il nome deriva, appunto, dall’idea che ci sia una connessione fra i processi neurologici (“neuro“), il linguaggio (“linguistico“) e gli schemi comportamentali appresi con l’esperienza (“programmazione“), affermando che questi schemi possono essere organizzati per raggiungere specifici obiettivi nella vita.

Erickson

La programmazione neurolinguistica si ispira anche a tecniche riconosciute (come l’ipnosi ericksoniana) e benché alcuni psicoterapeuti di scuola statunitense specializzati in ipnositerapia la sostengano, il suo modello terapeutico non ha validità scientifica, ed essa è considerata una pseudoscienza, priva di riscontri e fondamentalmente erronea. Tali caratteristiche ne fanno un caso di studio nell’insegnamento universitario e professionale, dove viene utilizzato come modello di teoria pseudoscientifica. Bandler ha sostenuto che gli esseri umani sono letteralmente programmabili: «Quando ho cominciato a usare il termine “programmazione” le persone si arrabbiarono veramente. Hanno detto cose come: “state dicendo che noi siamo come le macchine. Siamo esseri umani, non robot.”

Ciò che stavo dicendo veramente era proprio l’opposto. Siamo la sola macchina che può programmarsi. Siamo auto-programmabili. Possiamo impostare programmi deliberatamente progettati e automatizzati che funzionano da soli per occuparsi di noiose mansioni terrene, liberando così le nostre menti per fare altre cose più interessanti e creative

La PNL in Italia ha cominciato a diffondersi negli anni ’80, prevalentemente nel settore della formazione manageriale. Oggi, è una pratica che si occupa di vari aspetti dalla comunicazione umana e può essere utilizzata nell’educazione, nei processi di apprendimento, di negoziazione e vendita ed è strumento per l’esercizio della leadership e del team building. In ambito scolastico e formativo l’utilizzo della PNL è associato ad attività di ricerca e

sperimentazione di modelli di insegnamento e apprendimento, al rapporto tra docente ed alunni, alla possibilità di migliorare le proprie risorse interne (motivazione, interesse, curiosità) e, di conseguenza, produrre benefici anche nelle attività di orientamento scolastico e professionale.


Concetti fondamentali

L’idea centrale della PNL è che la totalità dell’individuo interagisce nelle sue componenti (“linguaggio”, “convinzioni” e “fisiologia“) nel creare percezioni con determinate caratteristiche qualitative e quantitative: l’interpretazione soggettiva di questa struttura dà significato al mondo. Modificando i significati attraverso una trasformazione della struttura percettiva (detta mappa, cioè l’universo simbolico di riferimento), la persona può intraprendere cambiamenti di atteggiamento e di comportamenti. La percezione del mondo, e di conseguenza la risposta ad esso, possono essere modificate applicando opportune tecniche di cambiamento.

La PNL ha tra i suoi scopi, quindi, l’obiettivo di sviluppare abitudini/reazioni di successo, amplificando i comportamenti “facilitanti” (cioè efficaci) e diminuendo quelli “limitanti” (cioè indesiderati). Il cambiamento può avvenire anche riproducendo (“modellando“) precisamente i comportamenti delle persone di successo allo scopo di creare un nuovo “strato” di esperienza (una tecnica chiamata modellamento).

Michael Heap

Michael Heap, in un articolo sulla PNL scritto nel 1988 per The Psychologist, la rivista mensile della Società Psicologica Britannica, riferiva di un’affermazione da lui ascoltata durante un seminario di PNL, secondo la quale problemi di pronuncia potevano essere eliminati in cinque minuti tramite un NLP Training Programme.

Bandler e Grinder, in The Structure of Magic (1975), scrissero che “Il (…) desiderio in questo libro non è mettere in discussione la qualità magica della nostra esperienza su questi stregoni terapeutici, ma piuttosto indicare che questa magia che compiono – psicoterapia… come altre attività umane complesse quali dipingere, comporre musica, o mandare un uomo sulla luna – ha una struttura ed è, quindi, imparabile, date le risorse adatte. Nostra intenzione non è nemmeno sostenere che leggere un libro può assicurare che abbiate queste qualità dinamiche. Non desideriamo in particolare rivendicare che abbiamo scoperto “il giusto” o il più potente approccio alla psicoterapia. Desideriamo soltanto presentare un insieme specifico di strumenti che ci sembrano essere impliciti nelle azioni di questi terapisti, in modo che possiate cominciare o continuare il processo infinito per migliorare, arricchire e ampliare le capacità che offrite per assistere le persone.


Il pensiero positivo può spostare le montagne!

Potrebbe sembrare una frase retorica, ma se provassimo a cambiare il nostro abituale modo di pensare, rivolgendo pensieri positivi, ci stupiremmo dei risultati. Il pensiero è potente e ci permette di catturare le energie intorno a noi e convogliarle in quello che è il nostro volere, il nostro desiderio. Quando il pensiero è positivo, si attirano energie positive, se è negativo si attirano solo pensieri e situazioni negative. Il desiderio di realizzare qualcosa, deve essere supportato da un pensiero positivo, tenace e costante, solo così si ha la possibilità di attirare a sé le forze in grado di aiutarci a perseguire e realizzare i nostri desideri. Spesso però, i nostri pensieri sono contaminati, anche non volendo, da quello che ci circonda, da reazione e comportamenti estremamente negativi e distruttivi.

Tutto in torno a noi è all’insegna della catastrofe, da cosa leggiamo sui giornali a quello che guardiamo alla televisione, a cosa sentiamo quando parliamo con la gente. Si potrebbe fare un elenco lunghissimo di cose negative; ci assale una profonda paura, incertezza, insicurezza, che non fa altro che renderci sempre più tristi e questo potrebbe farci involvere in una disperata situazione di non ritorno.

Ecco perché è estremamente importante sfoderare come una spada la nostra positività, pensando, parlando e agendo positivo, per contrastare l’inesorabile e devastante energia negativa che ci avvolge come una nube tossica e non ci consente di vedere l’azzurro del cielo. Uniamo dunque le energie positive ed armiamoci di buoni propositi, rivolgendo il nostro pensiero positivo anche all’esterno di noi, con amore e consapevolezza che gli altri sono fatti di “tanti uno”, quindi anche di noi.

Impariamo a pregare per cristallizzare ed incanalare i vortici di energie positive, atte a sconfiggere il male. È sempre più importante coinvolgere altre persone e stimolarle a pensare positivo, comprendendo che solo così si potranno contrastare tutte le situazioni, sia personali che dell’intera umanità, con la consapevolezza che è più vincente il bene che il male.

Certo, direte, in questo momento dove tutto è una catastrofe, dove la natura si sta ribellando, creando situazione sempre più devastanti, è difficili agire e pensare positivo. È proprio in questi momenti, che l’intera umanità deve creare un’immensa bolla di energie positive, unendo le forze per contrastare e combattere l’influsso negativo sempre più invasivo. Dobbiamo agire e non limitarci a piangere; quello che è successo dagli inizi di giugno in Sudan, dove una rivolta pacifica contro una dittatura è recentemente sprofondata nella violenza, facendo morire la speranza, lasciando tutti attoniti, con il nodo alla gola e un senso d’impotenza; questo si è somma a quelli che sono già i nostri momenti di panico e di insicurezza, creandoci una profonda tristezza e paura.

Questo porta a comportamenti sempre più depressi e negativi, prendendo questi episodi come una “scusa” per pensare negativo, alimentando sempre più la negatività nostra e di conseguenza dell’intera umanità. È veramente difficile quando il cuore è colmo di tristezza, di angoscia e di paura, rivolgere un pensiero positivo e fiducioso verso un futuro in grado di darci certezze e felicità, ma abbiamo il dovere di farlo.

Pensare positivo e agire in modo costruttivo, propositivo e collaborativo, oggi è l’unico modo per difenderci e combattere il male. Il pensiero positivo si cristallizza, attira e somma altri pensieri, diventando così, una grande energia che ci consentirà di reagire e contrastare tutto l’orrore e la sofferenza. L’amore e la preghiera, sono armi potentissime che, con il pensiero positivo e la volontà di combattere, ci aiuteranno a credere ancora nella potenza del bene.

La positività è la chiave per un’esistenza felice!

Diventa consapevole che sei unico! Ricorda che gli altri possono avere ciò che hai anche tu, ma non possono essere ciò che sei tu.


Fine


Spero che anche questo terzo articolo vi sia piaciuto e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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La Porta Alchemica.

(ENG)

la porta alchemica.

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Come vi accennavo la settimana scorsa, per qualche settimana ancora ci saranno questi articoli che esulano completamente dalle recensioni sui film che faccio di solito. Oggi parleremo di “Mystery” e di uno dei misteri più enigmatici degli ultimi secoli su un monumento che si trova nel cuore di Roma, ovvero della Porta Alchemica.

Spero questo secondo articolo riguardante il Mistery vi piaccia.


alcune delle meraviglie romane.

Tra le tante meraviglie romane ricolme di mistero e magia pervenute fino a giorni nostri, che siano monumenti completi e intatti o solo parte di essi o ancora solo delle rovine ricolme di storia, non tutti sanno che nel cuore di Roma,

i giardini di Piazza Vittorio Emanuele, dove si trova la porta alchemica

in uno dei quartieri più caratteri-stici della città, nei giardini di Piazza Vittorio Emanuele ll, pur essendo sotto gli occhi di tutti, si trova indisturbata una porta magica… La Porta Alchemica.


Introduzione

Massimiliano Savelli Palombara

La Porta Alchemica, detta anche Porta Magica o Porta Ermetica o Porta dei Cieli, venne edificata tra il 1655 e il 1680 dal marchese di Pietraforte Massimiliano Savelli Palombara, nella sua residenza, Villa Palombara.

La Porta Alchemica è l’unica sopravvissuta delle cinque porte di villa Palombara. Nel 1873 la Porta Magica fu smontata e ricostruita nel 1888 all’interno dei giardini di Piazza Vittorio, su un vecchio muro perimetrale della chiesa di Sant’Eusebio, e accanto furono aggiunte due statue del dio Bes.

come si presenta la porta dal 1888 fino ai giorni nostri.


La Leggenda

Secondo la leggenda, trasmessaci nel 1802 dall’erudito Francesco Girolamo Cancellieri, un pellegrino chiamato “Stibeum” (dal nome latino dell’antimonio), fu ospitato nella villa per una notte.

Giuseppe Francesco Borri.

Costui, identificabile con l’alchimista Francesco Giuseppe Borri, trascorse quella notte nei giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di riprodurre l’oro.

Il mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso la porta, ma lasciò dietro di sè alcune pagliuzze d’oro, frutto di una riuscita trasmutazione alchemica,

e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della pietra filosofale. Il marchese cercò inutilmente di decifrare il contenuto del manoscritto con tutti i suoi simboli ed enigmi,

finché decise di renderlo pubblico facendolo incidere sulle cinque porte di villa Palombara e sui muri della magione, nella speranza che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a comprenderli.



Gli alchimisti di Palazzo Riario

L’interesse del marchese Savelli di Palombara per l’alchimia nacque probabilmente per la sua frequentazione, sin dal 1656, della corte romana della regina Cristina di Svezia a Palazzo Riario (oggi Palazzo Corsini)

sulle pendici del colle Gianicolo, oggigiorno sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Cristina di Svezia era un’appassionata cultrice di alchimia e di scienza,

la quale venne istruita dal filosofo e matematico francese Cartesio, e possedeva un avanzato laboratorio gestito dall’alchimista Pietro Antonio Bandiera. A Palazzo Riario nacque un’accademia a cui si collegano i nomi di personaggi illustri del Seicento, come il medico esoterista di nobile famiglia milanese Giuseppe Francesco Borri,

Giovanni Cassini

l’astronomo Giovanni Cassini, l’alchimista Francesco Maria Santinelli e l’erudito Athanasius Kircher.

Dopo che la regina si convertì al cattolicesimo, abdicò al trono di Svezia e passò gran parte del resto della sua vita a Roma, dal 1655 fino alla sua morte avvenuta nel 1689.



I Simboli

I simboli incisi sulla porta alchemica possono essere rintracciati tra le illustrazioni dei libri di alchimia e filosofia esoterica in possesso del marchese Palombara.


In particolare il disegno sul frontone della Porta Alchemica, con i due triangoli sovrapposti e le iscrizioni in latino, compare quasi esattamente uguale sul frontespizio del libro allegorico-alchemico Aureum Seculum Redivivum di Henricus Madatanus.

Sul frontone della porta alchemica è rappresentato in una patacca il sigillo di Davide circoscritto da un cerchio con iscrizioni in latino, con la punta superiore occupata da una croce collegata ad un cerchio interno e la punta inferiore dell’esagramma occupata da un oculus: il simbolo alchemico del sole e dell’oro. Il fregio rappresenta un simbolo dei Rosacroce riportato in molti testi del Seicento e compare forse per la prima volta sul frontespizio del libro Aureum Seculum Redivivum.

I simboli alchemici lungo gli stipiti della porta seguono, con qualche lieve difformità, la sequenza dei pianeti associati ai corrispondenti metalli: Saturno-piombo, Giove-stagno, Marte-ferro, Venere-rame, Luna-argento, Mercurio-mercurio. Ad ogni pianeta viene associato un motto ermetico, seguendo il percorso dal basso in alto a destra, per scendere dall’alto in basso a sinistra, secondo la direzione indicata dal motto in ebraico Ruach Elohim. La porta si deve quindi leggere come il monumento che segna il passaggio storico del rovesciamento dei simboli del cristianesimo essoterico verso il nuovo modello spirituale che si stava sviluppando nel Seicento.



Epigrafi

Sia nella villa che nella Porta stessa vi erano presenti delle epigrafi. Anche se Villa Palombara non esiste più, alcuni scavi hanno portato alla luce “le epigrafi scomparse” della villa. Un esempio:

VILLAE IANUAM TRANANDO RECLUDENS IÀSON OBTINET LOCUPLES VELLUS MEDEAE. 1680

  • Oltrepassando la porta di questa villa, lo scopritore Giasone (cioè il pellegrino alchimista) ottiene vello di Medea (oro) In gran copia 1680.

AQUA A QUA HORTI IRRIGANTUR NON EST AQUA A QUA HORTI ALUNTUR

  • L’acqua con la quale i giardini sono annaffiati non è acqua dalla quale sono alimentati.

CUM SOLO SOPHORUM LAPIS NON SALE ET DATUR SOLE SILE LUPIS

  • Accontentati (sile) del solo sale (cioè del sapere) e del sole (cioè della ragione).

QUI POTENTI HODIE PECUNIA NATURAE ARCANA EMITUR SPURIA REVELAT NOBILITAS SED MORTEM NON LEGITIMA QUAERIT SAPIENTIA

  • Chi svela gli arcani della natura al potente (alla persona influente) cerca da sé stesso la morte.


Epigrafi sul rosone       

TRIA SUNT MIRABILIA DEUS ET HOMO MATER ET VIRGO TRINUS ET UNUS.

  • Tre son le cose mirabili: Dio e uomo, Madre e vergine, trino e uno.

CENTRUM IN TRIGONO CENTRI

  • Il centro (è) nel trigono del centro.


Epigrafi sull’architrave

רוח אלהים (RUACH ELOHIM)

Spirito divino.

HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHICAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON

  • Il drago esperio custodisce l’ingresso del magico giardino e, senza (la volontà di) Ercole, Giasone non potrebbe gustare le delizie della Colchide.


Epigrafi sulla soglia

SI SEDES NON IS

  • Il motto può essere letto da sinistra a destra : “Se siedi non vai“; e da destra a sinistra: “Se non siedi vai “.

EST OPUS OCCULTUM VERI SOPHI APERIRE TERRAM UT GERMINET SALUTEM PRO POPULO

  • È opera occulta della vera persona saggia aprire la terra, affinché faccia germogliare la salvezza per il popolo.


Epigrafi sullo stipite della porta

FILIUS NOSTER MORTUUS VIVIT REX AB IGNE REDIT ET CONIUGIO GAUDET OCCULTO

  • Nostro figlio, morto, vive, torna re dal fuoco e gode del matrimonio occulto.

SI FECERIS VOLARE TERRAM SUPER CAPUT TUUM EIUS PENNIS AQUAS TORRENTIUM CONVERTES IN PETRAM

  • Se avrai fatto volare la terra al di sopra della tua testa con le sue penne tramuterai in pietra le acque dei torrenti.

DIAMETER SPHERAE THAU CIRCULI CRUX ORBIS NON ORBIS PROSUNT

  • Il diametro della sfera, il tau del circolo, la croce del globo non giovano alle persone cieche.

QUANDO IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLUMBAS TUNC VOCABERIS SAPIENS

  • Quando nella tua casa neri corvi partoriranno bianche colombe, allora sarai chiamato sapiente.

QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM

  • Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa.

AZOT ET IGNIS DEALBANDO LATONAM VENIET SINE VESTE DIANA

  • Azoto e Fuoco: sbiancando Latona, verrà Diana senza veste.


Cultura di massa:

Come in molti dei casi riguardanti il mistero, che sin dall’origine del mondo, esso attrae sempre più persone per questo suo lato oscuro e che aspetta solo di essere svelato, e questo fatto ispira, o per meglio dire spinge, varie persone a scrivere libri o a produrre documentari, o ancora citazioni in film o giochi, sia sull’oggetto in sé che sul suo possessore. Qui sotto ve ne riporto alcuni esempi:

Filmografia:

Nel celebre film L’anno mille diretto da Diego Febbraro, il monumento funge da portale tra il Medioevo e la Roma contemporanea;


Nei primi livelli del videogame Tomb Raider: Chronicles – La leggenda di Lara Croft, la protagonista Lara Croft visita Roma alla ricerca della Pietra Filosofale; per trovarla deve cercare di aprire la Porta Magica;


Bibliografia:

The Porta Magica – Rome”. The Journal of American Folk-Lore 8 (28): pp. 73–78 di Henry Carrington Bolton. È il primo studio moderno sul monumento, con notevoli imprecisioni nella trascrizione e traduzione delle iscrizioni.

La Porta Magica di Roma: studio storico” di Pietro Bornia, dapprima pubblicato nella rivista di studi metapsichici ed esoterici Luce ed Ombra (1915), successivamente pubblicato come estratto e più volte ristampato.

Il Segno del Messia: l’enigma svelato – L’Olismo Originario, la Porta Alchemica e l’archeoastronomia, Battaglia Terme” (2012) di Teodoro Brescia.

La Porta Ermetica.” (1979) di Luciano Pirrotta.

La Porta Magica. Luoghi e memorie nel giardino di piazza Vittorio.” (1990) di Nicoletta Cardano.

 “Gli Argonauti a Roma. Alchimia, ermetismo e storia inedita del Seicento nei Dialoghi eruditi di Giuseppe Giusto Guaccimanni.” (2014) di Maria Fiammetta Iovine.

La porta magica di Roma simbolo dell’alchimia occidentale.” (2015) di Mino Gabriele.

La Porta Ermetica di Roma. Un itinerario spirituale fra simbolismo e alchimia.” (2015) di Nuccio D’Anna.


Su Massimiliano Palombara

“Marchese Massimiliano Palombara, La Bugia: Rime ermetiche e altri scritti. Da un Codice Reginense del sec. XVII” (1983) a cura di Anna Maria Partini.

“Il giardino di Hermes: Massimiliano Palombara alchimista e rosacroce nella Roma del Seicento. Con la prima edizione del codice autografo della Bugia” di Mino Gabriele, 1986.

“Massimiliano Palombara filosofo incognito. Appunti per una biografia di un alchimista rosacrociano del XVII secolo” di Maria Fiammetta Iovine, 2016.


Fine


Spero che anche questo articolo vi sia piaciuto e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Andrew Phillip Cunanan – L’uomo che uccise Versace.

(ENG )

Darren Criss nei panni di Andrew Cunanan in un frame della serie tv della FOX.

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Come potete ben leggere dal titolo, oggi parleremo di “Crime” e del caso di Andrew Cunanan e dell’assassinio di Gianni Versace. So bene che questo tipo di articolo esula completamente dagli articoli che spesso faccio sulle recensioni dei film che vedo, ma ho deciso di pubblicare con cadenza settimanale un “trittico” di articoli riguardanti tre argomenti diversi, dato che, in primis, devo scriverli e pubblicarli per un progetto universitario, insieme a questo blog, e poi per non lasciarvi senza materiale per un po’ di tempo, nel frattempo che completo e rifinisco la mia recensione sul film “Ted Bundy – Fascino Criminale ”, che molti di voi hanno richiesto a gran voce rispondendo al sondaggio fatto su IG.

Spero questo primo articolo riguardante il Crime vi piaccia.


la Vita

Andrew Phillip Cunanan nasce a National City, 31 agosto 1969. È stato un serial killer statunitense. Il 12 giugno del 1997 era stato inserito dall’FBI nella lista dei ricercati più pericolosi degli Stati Uniti.



Andrew e suo padre Modesto Cunanan

Andrew è il più giovane dei quattro figli ed ha origini italiane-americane da parte di madre, Mary Ann Schillaci e filippine da parte di padre, Modesto Cunanan.

Andrew e sua madre Mary Ann Schillaci

Cresce nel “quartiere bene” di Rancho Bernardo, a nord della città di San Diego. Ha frequentato la blasonata “Bishop’s School ”. Ben presto, però, manifesterà comportamenti aggressivi nei confronti di altri studenti.

Nel 1987 le cose si aggrava. Durante una discussione con la madre, lui la sbatte contro un muro,

provocandole la dislocazione di una spalla; successivi esami sul suo comportamento indicano che possa aver sofferto di psicopatia e un disturbo di personalità caratterizzato da una mancanza anormale di empatia.




Gli omicidi

copertina di un giornale di gossip americano

La sua carriera criminale si concentra tutta nei suoi ultimi tre mesi di vita del 1997. Per ragioni non chiarite, si trasforma in un feroce assassino, uccidendo alcuni dei suoi amanti più intimi: probabilmente, per il verificarsi di un tale epilogo ha avuto un ruolo centrale il fatto che egli fosse caduto nella dipendenza da cocaina ed eroina.



Il primo omicidio avviene verso la fine di aprile: massacra a colpi di martello sul cranio l’amico Jeffrey Trail, 28 anni.



Il 3 maggio colpisce per la seconda volta. Questa volta, invece, fredda con un calibro 40 l’architetto David Madson di 33 anni.


In seguito si sposta a Chicago, dove colpisce nuovamente. Qui, si supera e subentra il suo sadismo, perché tortura – fino a uccidere – il settantaduenne Lee Miglin, un costruttore edile della zona.


Giorni dopo, colpisce ancora. Per rubare una macchina, uccide William Reese, il guardiano di un cimitero militare di Pennsville: infatti sarà il pick up rosso di Reese a portarlo in Florida.



Il 15 luglio è a Miami, dove il quintetto dei suoi omicidi si conclude, e dove, con un colpo di pistola, uccide ancora: questa volta la vittima è lo stilista Gianni Versace, freddato in pieno giorno davanti alla porta della sua residenza.




L’epilogo

La sua vita termina in una casa galleggiante, la notte del 23 luglio 1997. La presenza di Andrew all’interno dell’imbarcazione (proprietà di un piccolo truffatore) è segnalata da un custode che, avendo udito dei rumori provenire dal natante, avverte solertemente la polizia locale. L’intervento tempestivo mobilita più di sette unità, fra le quali vi sono la guardia nazionale, i vigili del fuoco e l’FBI.

Arrivati sul posto, l’imbarcazione con all’interno Cunanan, viene circondata e per fare uscire il ricercato allo scoperto vengono lanciati dei fumogeni, ma non si ottengono risultati. Seguono momenti di attesa silenziosa.

Holy Cross Catholic Cemetery di San Diego.

Quando, infine, si decide di fare irruzione, la polizia rinviene il corpo esanime del criminale. Cunanan si uccide, sparandosi un colpo in bocca con un calibro 40. Le sue ceneri vennero interrate nel Mausoleo di Holy Cross Catholic Cemetery di San Diego, California.




Come in molti dei casi giudiziari riguardanti dei serial killer, molti registi, scrittori, criminologi, psicologi e molte altre figure ancora, cercando di usufruire, (o per meglio dire “sfruttare“), della momentanea fama del caso giudiziario di un qualsiasi criminale in questione, vengono scritti libri o prodotti documentari, o ancora serie tv e film. Qui sotto ve ne riporto alcuni:


Filmografia:

Démoniaques“, (2007) stagione 2 episodio 1, (un prodotto Discovery Channel FR);

Fashion Victim: The Killing of Gianni Versace“, un documentario in lingua inglese di James Kent (2001);

City Confidential “, un documentario in inglese dell’emittente A&E Television Networks (1998); in seguito, la stessa emittente fece un ennesimo documentario chiamato: “Andrew Cunanan Biography” ;

Nel 2018 si è ritornati a parlare di Cunanan nella serie tv “American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace“(“American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace“), una serie televisiva antologica statunitense trasmessa dalla rete via cavo Fox Crime.


Bibliografia:

  • Gary Indiana, “Tre mesi di febbre. Storia del killer di Versace“, Textus, L’Aquila 2005;
  • Wensley Clarkson, “Death at Every Stop: The True Story of Alleged Gay Serial Killer Andrew Cunanan the Man Accused of Murdering Designer Versace“, 1997 (St. Martin’s True Crime Library);
  • Maureen Orth, “Vulgar Favors: Andrew Cunanan, Gianni Versace, and the Largest Failed Manhunt in U.S. History“, (2000).

Fine


Spero che questo articoli vi sia piaciuto e se cosi fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

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Dumbo – recensione film.

Salve a tutti e benvenuti in questa mia nuova recensione del live action Disney “Dumbo”. Spero vi piaccia e buona lettura. (ENG)

locandina del film.

Trama:

Stati Uniti d’America, 1919. Holt Farrier, ex star del circo Medici, ritorna dalla prima guerra mondiale per poter iniziare una nuova vita con i suoi figli Milly e Joe. Purtroppo, quando Holt ritorna a casa, ritrova la sua vita messa a soqquadro, in quanto, avendo perso un braccio nella guerra, non potrà più fare le sue acrobazie da circo con i suoi cavalli. Fortunatamente, Max Medici, il direttore del circo, dà un altro lavoro a Holt: occuparsi del nuovo animale del circo, un elefante indiano.

Pochi giorni dopo, l’elefante dà alla luce un cucciolo, il quale nasce con delle orecchie troppo grandi. Quella sera stessa, si terrà un’esibizione del circo, e per evitare che il cucciolo venga deriso, Medici copre le sue orecchie. Tuttavia, quando il cucciolo cerca di prendere una piuma, la copertura salta, e tutti i presenti lo deridono. La madre, presa dalla rabbia, attacca gli ospiti cercando di difendere il suo cucciolo, che presi dalla paura, scappano e l’elefante distrugge accidentalmente un tronco che teneva su la tenda, e questo provoca la morte di Rufus Sorghum, il frustatore. Per questo motivo, Medici intende ridare indietro l’elefante da chi lo ha comprato, e tenere il cucciolo per sé.

Milly e Joe fanno visita al cucciolo, che decidono di chiamare Dumbo, e scoprono che Dumbo ha la capacità di volare grazie ad una piuma, ed è per questo che decidono di sfruttare il suo talento per aiutare il circo, ora in una situazione grave.

La sera successiva il circo dà un altro spettacolo nel Missouri e Dumbo fa la sua prima apparizione come elefante volante

dopo essere rimasto incastrato su un palazzo in fiamme. Le voci cominciano a volare, e quando V. A. Vandevere, un potente imprenditore, e Colette Marchant, un’artista trapezista francese vengono a sapere della notizia, si recano da Medici e invitano lui e il suo circo a Dreamland, un parco costruito da Vandevere pieno di giostre e di divertimento, e qui cercheranno di rendere Dumbo una star.

Il giorno dopo, Vandevere organizza una grande esibizione del circo, in cui Colette volerà su Dumbo da un’altissima torre. Tuttavia, gli uomini di Vandevere si sono dimenticati di mettere le reti sotto la torre, e Colette cerca di far volare lei e Dumbo grazie alla piuma che Milly e Joe le hanno dato.

Quando però Dumbo sente la voce della madre nelle vicinanze, fa cadere Colette, che viene salvata da Holt, e scappa alla ricerca della madre, che si trova in un’area del parco, l’Isola dell’Incubo. In seguito, Vandevere ordina ai suoi uomini di uccidere la madre di Dumbo, in modo che l’elefantino non si distragga più. Ma Sotherby, il maggiordomo di Vandevere, accortosi della crudeltà del suo signore, lo tradisce avvertendo Holt, Colette e il resto del circo (che è stato licenziato da Vandevere) sul suo piano.

Holt organizza così un piano di salvataggio: mentre Dumbo e Colette cercheranno di distrarre il pubblico, il circo entrerà sull’Isola dell’Incubo, riuscendo ad ingannare gli scagnozzi di Vandevere e a salvare la madre di Dumbo. In seguito, Dumbo e Colette riescono a scappare con l’aiuto di Holt, e a entrare nella piattaforma principale, e sabotano l’elettricità.

Vandevere cerca di ripristinarla, ma accidentalmente provoca un incendio che distrugge tutta Dreamland. Nel frattempo, Colette e Dumbo raggiungono il resto del circo e la madre dell’elefantino, ma quando capisce che Holt e i suoi figli sono ancora rimasti a Dreamland che sta per esplodere, Dumbo li raggiunge e li salva.

In seguito, Dumbo saluta i suoi nuovi amici e si trasferisce insieme alla madre nella giungla. Medici rompe il suo accordo con Vandevere e dà inizio al circo della famiglia Medici, nuovamente con i suoi compagni, Colette, Holt e i suoi figli.




Commento personale

Il film, vederlo o meno? ASSOLUTAMENTE SIIII!!!!!

Ad essere del tutto sincero non ero sicuro di vederlo questo film, perché pensavo tra me e me che sarebbe stato un po’ infantile, che sicuramente non avrebbe aggiunto o tolto niente di nuovo alla storia narrata sempre dalla Disney in versione animata, però ovviamente mi sbagliavo.

Dumbo” è l’adattamento live-action dell’omonimo 4° film Disney d’animazione del 1941, a sua volta adattamento della storia di Helen Aberson e illustrata da Harold Pearl. È piuttosto fedele alla favola della Anderson, ma dagli anni ’40 sono cambiate molte cose: perciò questo adattamento live-action differisce dal cartone animato in vari punti, aggiungendo situazioni e personaggi completamente nuovi, ma sono stati lasciati gli insegnamenti del Dumbo originale, che scopriremo sono universali e sempre validi. Inoltre questo live-action rettifica qualcosina e aggiunge qualche insegnamento in più. Qui, come allora, Dumbo è un elefantino con degli occhioni azzurri e delle orecchie enormi, a causa delle quali viene preso in giro da tutti, e viene considerato incapace di lavorare nel modesto circo del buffo Max Medici.

Tim Burton non ha bisogno di presentazioni. Con Disney ha a che fare da moltissimo tempo, visto che all’inizio della sua carriera ha lavorato anche come uno dei suoi animatori. È un regista che ha sempre avuto una vena artistica molto vivace, ma anche molto creepy, ma al tempo stesso favolistica; e basti pensare ai suoi film, come BATMAN, Edward mani di forbice, Big Eyes,

Il Mistero di Sleepy Hollow e molti altri ancora, fino ad arrivare a Dumbo. Alcuni suoi lavori sono più ispirati di altri, in alcuni ha avuto la possibilità di mostrare tutto il suo estro cupo e creativo, come ne “La Sposa Cadavere”;

altre, invece sono più commerciali e soggette alle regole delle grandi major, come “Alice in Wonderland” (2010).

Infatti, del suo estro, in Dumbo non c’è granché in realtà; troviamo solo qualche dettaglio in alcuni marchingegni e parti di scenografia.

Anche questa volta la Disney ha colpito il Jackpot! Non c’è niente da fare! L’accoppiata Tim Burton, Eva Green, Danny Devito, Michael Keaton e Colin Farrell è stata vincente, ma non solo per loro che sono gli attori principali, ma anche per gli altri attori con ruoli minori o meno. Tim Burton è un genio, riesce a portarti nella storia che vuole narrarti in modo tutto suo, in un modo particolare. Anche se in questa storia non vi sono temi particolari, come nel film “La Sposa Cadavere”, in cui vi è appunto una sposa cadavere che ritorna dal mondo dei morti, qui non c’è niente di tutto ciò, ma il tutto viene narrato con una certa realtà e al tempo stesso magia, con una certa dolcezza tipica delle favole; ma è anche quella la mossa vincente del film stesso. Inoltre, Burton ci riporta in quel magico e a volte cattivo, ma al contempo nel meraviglioso e incantato mondo circense. Il tutto è un insieme di magia, spettacolarità, dolcezza, amore, perdita, gioia, dolore, nuovo e antico… e tanto altro ancora.

Riesce nel suo intento di unire il “vecchio”, l’antico, il passato con il presente, con l’innovazione, con il futuro, dando anche dei volti a queste due “fazioni” opposte, la prima è rappresentata da Devito, che a sua volta rappresenta il bene e la seconda è rappresentata da Keaton, che rappresenta il male, il cattivo.

Questo film non mi ha né deluso profondamente, ma nemmeno sorpreso particolarmente, perché fondamentalmente è un film scritto per un pubblico di piccini, firmato da una Disney molto cristallina, molto scintillante, molto “politically correct”, molto per i bimbi insomma. C’è un fan service molto sfrenato e molto apprezzato, che verrà apprezzato ancora di più da chi è cresciuto con il DUMBO d’animazione del ’41. Ma in generale, così come l’originale era scritto nello stile dell’epoca, per certi versi, oggi, anche discutibile, per un pubblico di piccini quali eravamo; anche questa nuova versione modernizzata ha un linguaggio ed uno stile narrativo dedicato ai più piccoli: di conseguenza, la regia segue questo stile. Ci sono molte soggettive di Dumbo: ad esempio, le scene d’azione sono cadenzate in modo didascalico, ci lasciano vedere ogni singolo personaggio in scena, uno per uno, la sua reazione che si alterna a quella degli altri personaggi ad un ritmo ad un ritmo andante, ma non frenetico, ma anche molto ordinato, così che non ci si perda nulla di ciò che sta avvenendo. Gli animali non parlano come nel cartone animato, ma hanno un evidente intelligenza superiore, un’intelligenza emotiva anche molto sviluppata e umana.

Gli attori, esclusi i bambini che non dimostrano chissà quale grande capacità attoriale, recitano tutti in modo un po’ macchiettistico e plateale, però non in senso negativo, ma bensì ad arte, proprio come si recita per un pubblico di più piccoli, nel senso che sono molto espressivi, didascalici: la gioia è gioia, la rabbia è rabbia, la tristezza è tristezza e così via; così il film comunica bene con i più piccoli, ma è anche una caratteristica tipica dei personaggi circensi; anche a livello di scrittura, i concetti si è deciso di spiegarli in maniera diretta e molto semplice, di conseguenza logica, rende tutti i personaggi un po’ bidimensionali, diciamo. Anche i personaggi cattivi non hanno luci e ombre, ma sono disegnati in maniera negativa perché compiono le azioni negative e il karma poi li punirà.

Milly: si può rappresentare come un personaggio di rilievo nella rappresentazione innovativa perché è una bambina che ha un sogno molto diverso; Joe: di lui non si può dire altrettanto. Sembra un personaggio abbozzato, ma non “concluso”. A volte sembra un accessorio di Milly, e non suo fratello minore. I due fratellini ricordano un po’ la versione giovane degli orfanelli Klaus e Violet Boudlaire, dalla saga di “Una Serie di Sfortunati Eventi”, soprattutto Milly, ma la loro relazione di fratello e sorella è completamente diversa, è quasi inesistente e purtroppo Joe è molto in penombra come personaggio rispetto alla sorella, il quale non viene sviluppato in nessun modo ed è davvero un peccato. Holt Farrier: papà che anche lui avrà una crescita nel corso della storia, sia con sé stesso che nel rapporto con la piccola Milly. Lui ha perso due cose molto importanti nella sua vita e dovrà rimboccarsi le maniche per ricostruire tutto da zero, sia la sua carriera che la sua famiglia. Ma soprattutto dovrà imparare e conoscere veramente Milly, che a sua volta lo ispirerà a superare i suoi limiti.

Colin Farrell è davvero un ottimo attore ed è molto carismatico. Il suo modo di recitare è molto cupo e appassionato.

Eva Green, che intrepreta Colette, una trapezista francese, è a dir poco meravigliosa! È un’attrice fantastica e bella come una dea. Ho molto apprezzato la sua espressività, molto spiccata in questo film, così come in Miss Peregrine, molto teatrale, molto circense. Come tutti gli altri è un personaggio semplice, funzionale, “minore”.

Danny DeVito è Max Medici ed il suo personaggio darà il meglio di sé soprattutto nella prima parte del film. Anche lui molto teatrale, buffo e divertente, che interpreta battute ironiche e molto semplici e innocenti che faranno sicuramente ridere i più piccoli, ma non solo.

Michael Keaton è un fiore all’occhiello di questo film. Rappresenta il cattivo principale, Mr. Vandevere, ed è così odiosamente bravo. Ci mette tutte le sue capacità recitative e teatrali, e comico-caricaturali nel dipingere questo personaggio che sembra un vero e proprio cattivo dei cartoni animati in carne ed ossa.

Dumbo in una scena del film.

Dumbo, la nostra indiscussa star, interamente creato in computer grafica, è di una dolcezza infinita. Il suo design riesce ad essere ancora più dolce e adorabile del piccolo e tenero baby Groot (da “I Guardiani della Galassia”). Se già vi aveva intenerito nel film d’animazione, questo Dumbo vi commuoverà quasi ad ogni scena. E nella scena in cui viene truccato da pagliaccetto è di una tenerezza sconfinata.

Il film è cristallino: non ci sono doppie letture, niente sottintesi, né cose nascoste fra le righe e né cose ‘non dette’ e da comprendere solo con le azioni; il tutto è molto detto, diretto, dichiarato! Il film è stato adattato per un pubblico adulto esclusivamente quando si parla di “fan-service”, perché ci sono tantissime scene che sono state rigirate e rigirate in modo identico al film d’animazione, il che farà venire ai più affezionati molta nostalgia. Nonostante noi siamo cresciuti, è giusto che questa favola venga “regalata” alle nuove generazioni, perché può ancora farle sognare, aggiungendo una giusta “rimodernata” qui e lì, proprio come è stato fatto.

C’è di più: il Dumbo come noi lo ricordiamo, si concentra soprattutto nella prima parte del film, mentre nella seconda parte del film la storia prende dei nuovi e diversi percorsi. Vengono eliminati alcuni personaggi, ma ne sono stati aggiunti tantissimi altri di nuovi: parliamo di una Disney aggiornata al 2019, è tutto molto “politically correct”, è tutto giusto, pulito e fresco; ma ciò non snatura e né cancella, in alcun modo, quei temi principali e “sempre verdi” del Dumbo originale.

locandina italiana de “Lo Schiaccianoci e i Quattro Reami“.

Mi sono molto piaciuti i riferimenti che la Disney stessa mette nei suoi film, quelli di riferimento ad altri suoi film, facendo strizzare l’occhio a coloro che sono amanti della suddetta. Mi è piaciuto il modo in cui è stata caratterizzata la piccola Milly, mi ha ricordato una più giovane, ma al contempo, brillante Clara (dal “Lo Schiaccianoci e i Quattro Reami”), questa bambina che nonostante sia cresciuta in un circo, circondata dalla sua “Famiglia Circense”, al tempo stesso vorrebbe essere ricordata, come lei stessa dice ‘per le sue scoperte’; ho davvero apprezzato questo rimando al film prima citato, perché vi è un simile rapporto padre-figlia. Queste due figure, da una parte un padre che cerca di mantenersi e di mantenere anche la sua piccola nella realtà, con i piedi per terra e far capire che la vita non è tutta rose e fiori; dall’altra troviamo una bambina che nonostante questo padre, all’inizio, non le da corda, ma a parte questo è determinata in quello che decide di fare, in quello che vuole diventare; questa bambina che nonostante tutto sin dall’inizio del film si dimostra una futura scienziata, un bambina che guarda oltre le apparenze e le difficoltà. Un’altra cosa che ho apprezzato è una battuta che Danny Devito dice poco dopo l’inizio del film: “Perché a me! Perché a me!”, che mi ha subito rimandato ad Izma, la cattiva de “Le Follie dell’Imperatore”.




Costumi, trucco e parrucco.

Costumi:

Il live-action Dumbo di Tim Burton può farti piangere o meno come il classico animato del 1941, ma è difficile ignorare gli incredibili contributi dello scenografo Rick Heinrichs e del costumista Colleen Atwood, soprattutto di quest’ultima.

Per questo film i costumi sono molto semplici, almeno nella prima metà del film, perché i personaggi che per primi ci vengono presentati sono appunto coloro che vivono e fanno parte del circo di Max Medici, un circo non molto ricco, ma anzi al contrario, dove si fa molta fatica ad andare avanti con le varie spese che il circo rappresenta, tra cui le varie licenze territoriali, ma anche la prima guerra mondiale e la mancanza allo stesso tempo di una delle sue star che stava al fronte, la morte di alcuni personaggi o ancora “l’antichità” del circo stesso, senza un minimo di cambiamento o innovazione e tanto altro ancora, e a questo proposito, anche i suoi “abitanti” non sono molto benestanti, anzi non lo sono affatto.

Gli abiti indossati da questi primi personaggi rispecchiano quelli indossati all’epoca, sia per epoca che per il mondo circense in cui vivono. Gli uomini indossano spesso i tipici vestiti dei primi del ‘900, ovvero pantaloni dal cavallo alto, camicia bianca e gilet, e ciliegina sulla torta, un semplice e consumato foulard da uomo a completare il look oppure il collo viene lasciato libero, ma i look non sono solo questi, ma variano di colore e fantasia e tessuti, seppur “poveri”; anche se alcuni personaggi hanno uno stile tutto loro, come il domatore di serpenti, che indossa un turbante e degli abiti tipici della cultura indiana o araba.

Anche le donne indossano questi abiti che rispecchiano il secolo scorso, con queste gonne lunghe e a ruota, stile un po’ gitano, e sopra una camicetta che lascia scoperti un pochino il seno e le spalle, il tutto completato da un fiore messo tra i capelli raccolti in uno chignon laterale, ma non solo. Esse indossano anche abiti che sono un pezzo unico, ma corti poco dopo il ginocchio e altro ancora. Alcuni abiti con qualche particolare in più, altri in meno, alcuni più moderni, altri meno. Inoltre, anche i costumi dei bambini sono molto interessanti sotto questo aspetto.

È interessante perché essi sono poveri, non hanno molti vestiti, allora le persone lavavano e stiravano i loro vestiti ogni giorno e indossavano la stessa cosa ogni volta, e mi è piaciuta l’idea di non renderli “troppo belli”, farli sembrare vissuti, ma nonostante ciò, avere qualche piccolo dettaglio che aiuti a riconoscere i vari personaggi.

Ci sono anche altri costumi che sono particolari, così come il costume della sirena. La gente prova sempre a far sembrare le persone grandi, piccole, e per farla sembrare più grande si è dovuto allargare i suoi fianchi per ottenere la forma di pesce in modo amatoriale e fare il buco alle caviglie più piccole.

Una delle scene che ricrea il film d’animazione originale ha visto Dumbo esibirsi con i clown “pompieri”. Quei costumi in particolare, risaltano così fortemente. Quella scena è stato l’omaggio al film d’animazione da parte della Atwood. Il cappello grande sul piccolo e il cappellino sul grande. Il tipo di cose molto semplici, ampie e da clown. I cappotti erano del colore di quel genere di orribile giallo biliare dei vecchi cappotti. Viene messe un bel po’ di sporcizia su di essi e roba del genere, quindi è un po’ macchiato, in modo da non ottenere troppa differenza di quel colore giallo, che è abbastanza forte.

Un cambiamento, se così si può dire, in ambito di abiti/costumi avviene nella seconda parte del film, quella ambientata nel circo più ricco, tecnologico e innovativo di DREAMLAND, in cui vecchi spettacoli circensi ed innovazione si mescolano per dar vita al sopracitato parco divertimenti. In questa seconda parte, appunto, conosciamo, tra i tanti, il personaggio di Colette Charmant, musa e star del circo DREAMLAND, i quali costumi di scena soprattutto, sono più elaborati, belli, eleganti, particolari e di buona fattura, quasi quasi come se fossero dei piccoli pezzi d’arte. Questi abiti variano per stile, colore e texture, e sono uno più bello dell’altro.

Anche quelli rappresentati dalla controparte maschile, rappresentata da Vandevere, non sono da meno. I suoi look sono dei frac molto eleganti, sempre impeccabili, maggiormente di colori scuri satinati, di materiali pregiati, costosi, ricchi, contornati da un foulard da uomo sapientemente abbinato e sistemati, o da un papillon, ed in fine completati da un bastone da passeggio sempre diverso;

per non parlare dei fazzoletti da taschino, anelli, collane, gemelli alla base delle maniche delle sue camicie.

Per quanto riguarda gli altri uomini, suoi collaboratori, anche qui troviamo l’eleganza e l’impeccabilità, vestiti anch’essi di nero quasi come se fossero dei suoi servi; tuttavia, alcuni differiscono dal classico smoking nero, sia per genere che per colore.

I costumi in questo film sono semplicemente magnifici, e mi piace l’intera estetica del circo. La Atwood ha messo sicuramente del suo nel creare tutti i costumi, ma ha dato ad ogni personaggio principale uno stile particolare cose se l’abito in sé lo/la rappresentasse. Per il look di Colette, la celebre costumista Colleen Atwood si è ispirata alle attrici del muto, sia per le scene in cui ha i capelli castani, che per le sequenze nelle quali indossa una parrucca rossa. In queste ultime, l’attrice ci fa pensare a una creatura uscita da un romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Tutto nel suo look, quando la si incontra per la prima volta, ci dice molto sul suo personaggio perché, non si sa molto sul suo conto, e quando entra in scena con quegli abiti e subito si rimane di stucco: “Oh, è così elegante in quel che sta facendo.” Lei è una performer. Questa è una delle cose grandiose che i costumi fanno è che lei può pure non dire niente, ma tu sai lo stesso qualcosa su di lei all’istante, grazie solo a quello che sta indossando in quel momento quando entra in scena.

I costumi che riguardano gli abiti di scena o gli abiti lunghi di Eva sono incredibili. Gli abiti sono tutti cuciti a mano. Il primo in oro e argento. Il primo sembra stia quasi alludendo un po’ al agli anni ‘20. È stata usata una sorta di stampa arte deco sulle forme di paillettes, perché quando “veniamo portati ” a New York c’era un po’ più influenza di quel tipo di modernità. Il secondo abito, che è molto più vittoriano nel sentimento, con le increspature e cose del genere. Il suo bavaglio ricade dalla gonna, così è stato usato questo tessuto di alluminio e nylon molto leggero, un tessuto molto moderno, mescolato con attrezzi per le gonne, solo per tenerlo in modo che quando cadeva non si aggrappasse a terra, tipo in modo che potesse galleggiare.

È stata presa una licenza artistica con alcuni dei materiali usati, ma si è cercato di mantenere questo tipo di forma e l’esattezza a quel tipo di corsetteria dei primi del ‘900.

Non sono sicuro siano gioielli o cristalli o quello che ha fatto, ma è meraviglioso.

Questo abito è un misto di piccole pietre minuscole e paillettes davvero minuscole perché non si possono vedere bene, ma ci sono. È un po’ sporco, come i vecchi strass, sono state sbriciolate in pezzetti, quindi non era così palesemente come se là fuori fosse una cosa di cristallo. Sembra che se si strizza un po’ l’occhio, sembra quasi una specie di magia, come quando sei un bambino e guardi qualcosa che ha questa cosa.

Il personaggio di Eva appare tre volte in un corpetto. Quando la vediamo per la prima volta durante le prove, anche lei ne indossa uno, o una specie. Un corpetto nero, stretto e costrittivo. Una specie di danza precoce.

Ma quello è un vero corsetto per le prove da circo, che è una cosa a righe con queste cinghie di cuoio. Era una sorta di ideale per dimostrare che aveva un po’ paura di arrampicarsi su un elefante e cavalcarlo. Quindi, era più protezione e anche una cosa di restrizione. C’erano posti in esso per agganciare cavi e cose del genere, quindi se si scendeva dall’elefante non si atterrava solo.

Questo è ciò che Colette indossa quando viene a Dreamland, e c’è questa enorme parata circense con circa 100-200 artisti, e ci sono state circa 600 comparse. Per le guardie che ci sono, le loro uniformi sono basate sulle uniformi dell’Esposizione Universale. I costumi della folla sono reali al 90%. Sono stati usati costumi veri mischiati a delle riproduzioni e si è fatto ciò per adattarli ai corpi moderni, perché gli originali non sono adatti a molte persone.

Nell’ultima sequenza del film, dopo la “scena degli elefanti rosa”, in cui vi è il gioco di luci multicolore pastello, bolle di sapone, una melodia incalzante ed un gruppo di ballerini che mettono in scena una sequenza chiamata “la torta a strati”, Colette è pronta a fare il suo show “tra le nuvole” e indossa questo abito rosso con una ampia gonna aperta sul davanti con uno strascico, che poi scopriremo sarà composto da due pezzi ben distinti.




Trucco e parrucco

Anche per questa categoria, si deve fare la differenza tra la prima parte e la seconda del film.

Nella prima parte del film, così come per i costumi, anche per il trucco e il parrucco, il tutto è molto semplice, lineare, netto. Né gli uomini, né le donne hanno chissà quali acconciature elaborate o per lo meno parrucche “pregiate”, ovvero di capelli veri o simil; gli uomini hanno sempre questi capelli molto naturali, o liberi al vento o con filo di gel o una cosa del genere; le donne invece quasi sempre legati in trecce, in chignon laterali e contornati da un fiore o liberi, ma legati nella parte superiore, come li ha la piccola Milly in molte scene.

Le donne, come tantomeno gli uomini, non indossano nemmeno un filo di trucco. Hanno sempre questi visi freschi, acqua e sapone, puliti. Le donne hanno un filo di trucco durante gli spettacoli, lo stretto indispensabile. Gli uomini indossano del trucco sul viso nella scena dei “pompieri”, in cui hanno questi visi bianchi, pallidi, arricchiti da qualche segno nero introno o vicino agli occhi o del rossetto rosso sulle labbra, ed il tutto ricorda la faccia colorata dei classici clown.

Nella seconda parte del film, invece, tutto il contrario. Così come per i costumi, anche per il trucco e il parrucco, il tutto è molto estroso, complicato, colorato. Per quanto riguarda gli uomini, compresi anche i collaboratori di Mr. Vandevere, anche qui le capigliature sono lineari e perfette, non un capello fuori posto, e i loro tagli con i capelli corti perfettamente ingellati all’indietro e con la riga da un lato, ricordano molto i tagli che gli uomini avevano negli anni ’20 o giù di lì. Mr. Vandevere, in questo aspetto, è un po’ più sbarazzino, ha un taglio simile a quello citato sopra, ma i suoi capelli sono un po’ più lunghi e leggermente arricciati e grigi, un colore molto diverso rispetto agli altri.

esempio di come è truccata Colette.

Per quanto riguarda le donne, anche qui sono molto semplici, mentre Colette fa ampio uso di parrucche rosse, nere, castane. E sfoggia vari stili: liscio, mosso, lungo, corto, carrè e via discorrendo.

Qui, sia le donne che gli uomini, chi più e chi meno, indossano del trucco, seppur leggero che serve semplicemente a colorare l’incarnato. Le donne maggiormente indossano del trucco, ad esempio, appena vediamo Colette, le hai questo trucco molto particolare, così come saranno tutti gli altri suoi trucchi: sbrillucicosi con ciglia finte, con colori caldi, blush sulle gote ecc, completati da questi rossetti a volte rossi e nelle varie tonalità del colore stesso, a volte color carne.




Attori

Colin Farrell nei panni di Holt Farrier, un veterano rimasto con un braccio amputato dalla Prima Guerra Mondiale, ed è anche un ex performer equestre del circo “Medici” che proviene dal Kentucky. È padre vedovo di Milly e Joe Farrier e viene assunto dal circo “Medici” per prendersi cura del nuovo cucciolo di elefante.





Eva Green nei panni di Colette Marchant, una trapezista francese sfrontata e di buono umore e la musa di Vandevere, che si esibisce a DREAMLAND e si lega a Dumbo durante il tempo passato insieme.




Michael Keaton nei pani di V. A. Vandevere, il freddo ed enigmatico impresario, proprietario del parco divertimenti che compra il circo “Medici” per usare l’elefante titolare per il suo parco divertimenti bohemien, DREAMLAND.




Danny DeVito nei panni di Maximilian “Max” Medici, un presentatore di circo autoritario, presuntuoso e benintenzionato e anche il proprietario del “Circo dei Fratelli Medici” (il quale è vagamente basato sul presentatore di circo del film precedente.)





Nico Parker nei panni di Milly Farrier, la figlia grintosa e curiosa di Holt, dalla mentalità scientifica, con un’anima gentile che si lega a Dumbo e diventa il suo amico umano più vicino.





Finley Hobbins nei panni di Joe Farrier, figlio entusiasta e avventato, ma nobile di Holt.







Gli altri attori:

Alan Arkin nei panni di il banchiere J. Griffin Remington.

Roshan Seth nei panni di Pramesh Singh, un incantatore di serpenti indiano che venerava tutta la vita.

DeObia Oparei nei panni di Rongo lo ‘Strongo’, un uomo forzuto.

Joseph Gatt nei panni di Neils Skellig, il braccio destro di Vandevere.

Sharon Rooney nei panni di Miss Atlantis. La Rooney dà anche la voce a Mamma Jumbo, a madre coraggiosa e altruista di Dumbo, che si prende cura di suo figlio e rischierebbe la propria vita per proteggerlo da abusi. L’unica volta che registra la sua voce è quando canta “Bimbo Mio”.

Michael Buffer nei panni di Baritone Bates, il presentatore del circo DREAMLAND.

Frank Bourke nei panni di Puck.

Edd Osmond, l’interprete di “Dumbo”.

Jo Osmond nei panni di Circus Cook.

Phil Zimmerman nei panni di Rufus Sorghum.




Colonna sonora:

Un favoloso film Disney come questo non poteva non avere una colonna sonora all’altezza. Così come detto nella sezione “commento” sul fatto che Tim Burton non abbia bisogno di presentazioni, anche qui il compositore della colonna sonora non ha bisogno di presentazioni. Danny Elfmann è un compositore, cantante e attore statunitense, autore di numerose colonne sonore di film, in particolar modo ha collaborato alla realizzazione delle colonne sonore dei film del regista Tim Burton. È lui la mente geniale dietro questa colonna sonora. In questa colona sonora, così come nel film Maria, Regina di Scozia, non sono presenti “canzoni”, ma piuttosto componimenti musicali figuranti solo strumenti, per la maggior parte, perché le uniche due canzoni presenti sono la stessa canzone, ovvero Baby Mine, la prima versione cantata da Sharon Rooney che è stata inserita nel film per ricreare la scena di mamma Jumbo e Dumbo si prendono per la proboscide; la Rooney ha questa voce calda, rilassante, gentile, delicata; l’altra versione di Baby Mine degli Arcade Fire, un po’ più armonizzata e cadenzata, è stata inserita invece come brano finale nei titoli di coda.

La versione italiana di Baby Mine (Bimbo Mio) in italiano è cantata da Elisa. Lei con la sua voce calda e dolce, ci fa sentire cullati come se fossimo tra le braccia della nostra mamma mentre lei ci canta una ninnananna, ed è di una dolce infinita.

Tutti i componimenti presenti sono molto belli e cadenzati. Seppur molto simili tra di loro, sono ugualmente fantastici. Ho molto apprezzato, così come per i costumi, che alcuni personaggi abbiano una sorta di tema musicale, ad esempio il personaggio di Holt o di Mr. Vandevere o ancora quello di Colette, “Colette’s Theme”, un componimento che, ripensandoci a posteriori, ci rivela molto su questo personaggio, ci rivela la sua vera natura.

Qui sotto vi parlo dei miei preferiti:

Il primo componimento, “Logos – intro “, è questo motivetto musicale che si sente subito dopo quello del logo Disney. È molto delicato e mette subito d’allegria. Delicato e dolce, che pian piano cresce di intensità, seppur rimanendo sempre dolce, delicato, calmo.

Il secondo pezzo, “Train’s coming “, che è il tema musicale di inizio film, quello in cui ci viene mostrato il treno dei fratelli Medici. È un omaggio di Danny Elfmann al film e a quello che sentiamo nel classico animato. Il componimento inizia con il suono tipico di una locomotiva o comunque di un treno che si sente arrivare, e poi inizia ad essere cadenzato, come se volesse preparati a qualcosa che sta per avvenire.

Il terzo componimento, “The Home Coming “, inizia con una leggera melodia di chitarra classica, e poi si uniscono i fiati, in seguito il suono di tamburelli ed infine gli archi. Anche questo brano è molto cadenzato, scandito da momenti delicati e calmi che mutano d’improvviso e diventano tutto il contrario, ma verso metà fino alla fine, il tutto è un ‘sali e scendi’ tra calma frenesia, pur sempre rimanendo dolce. Il quarto e quinto sono molto simili a questo.

Il settimo componimento è “Dumbo’s Theme “, e così come dice il nome stesso è il tema musicale del film. Come molti altri film Disney diretti da Tim Burton, è questa melodia cadenzata in cui la calma e la frenesia si mescolano. Qui è molto presente il piano, come in altri film di Burton, come anche le “voci” che armonizzano il tutto, in stile “Alice in Wonderland”, ma anche i fiati e gli archi non mancano. Non vi nego che in alcuni punti mi sembrava di sentire il tema di Alice di “Alice in Wonderland”.

L’ottavo componimento chiamato “Clowns 1”, come il diciottesimo “Clowns 2”, è quel componimento in cui vengono inseriti i vari suoni relativi al circo o almeno quelli che vengono associati ad esso, come la tromba, il triangolo, le percussioni. L’undicesimo è simile all’ottavo.

Un pezzo che mi piace infinitamente è il decimo, “Dumbo soars”, è bello impetuoso, forte, attivo. È semplicemente grandioso e ascoltandolo da proprio il senso di potenza, forza.

Il quindicesimo componimento, “Pink Elephant on Parade”, è un brano che inizia come una melodia onirica e poi si trasforma nella melodia di un incubo. Anche questa, come il primo, è un omaggio al classico animato: se nel classico vi è una canzoncina associata, qui vi è solo il motivetto.




Temi principali del film di entrambe le versioni:

  1. Il live-action insegna ai bambini la DIVERSITÀ, una diversità che si riscontra per prima nelle grandi orecchie di Dumbo, inizialmente schernite e derise dal pubblico, ma anche in modi diversi come in Holt Ferrier (per la mancanza del suo baccio) e nella piccola Milly. Il film insegna la diversità e come può essere trasformata da un punto debole ad un punto di forza.
  2. Il film ci mostra il forte legame “madre-figlio”, tra Dumbo e mamma Jumbo, ma questa volta nutre pure quello “padre-figlia”, specularmente con Holt e Milly.
  3. Insegna quanto è importante trovare fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità, anche quando ci si sente diversi.
  4. Ci racconta che si possono fare cose impossibili con una ‘piuma magica’, ma anche che in realtà “l’incredibile” è dentro di noi; e la ‘piuma magica’ alla fine è solo una piuma, perciò si può volare anche senza di essa.
  5. Il volare di Dumbo è metafora dell’uccellino lascia il nido e affronta la sua vita, è anche metafora di crescita; qui Dumbo è molto piccolino e non è il momento di lasciare il nido materno definitivamente, ma è il momento di fare una piccola crescita, è il momento in cui un bambino inizia a muovere i primi passi nel mondo e vive i primi distacchi con i genitori, come quando un bimbo deve andare a scuola per la prima volta: il distacco può essere molto duro, ma solo così si impara a cavarsela da soli e quanto, contemporaneamente, è importante tornare dalla famiglia.

Novità:

Come abbiamo già detto, è interessante vedere l’introduzione della paternità con Holt e Molly, speculare alla maternità con Dumbo e mamma Jumbo. Ma è anche interessante la rappresentazione dell’emancipazione delle bambine, che è proprio chiaramente dichiarata nella storia che seguirà. Inoltre, c’è la differenza tra la GRANDE INDUSTRIA e la PICCOLA BOTTEGA, la grande azienda e la piccola azienda, la prima macina tanto denaro a discapito delle altre persone e di altri animali, la seconda forse potrebbe riuscire a ricostruirsi da zero, partendo dalla semplicità e il rispetto per le altre creature.

In questo film c’è più il concetto di famiglia allargata, perché a differenza del film d’animazione, qui sono presenti e partecipi, in una grande ed amorevole famiglia, composta da giocolieri, clowns, incantatori di serpenti, uomini forzuti e donne sirene. Infine il film condanna aspramente la ricerca del profitto attraverso lo sfruttamento degli animali, tant’è vero che si ha un finale molto diverso da quello che ci si ricorda nel cartone animato.

Alcune scene sono uguali identiche al classico Disney del ’41: ad esempio, quando mamma Jumbo guarda fuori dal suo vagone e vediamo il suo grande occhio attraverso una finestrella attraversata da delle sbarre; oppure quando di “Bimbo Mio”, che nella versione italiana viene cantata da Elisa, vediamo ricostruita la scena in cui mamma Jumbo e Dumbo, separati dal vagone in cui mamma Jumbo è rinchiusa, si abbracciano con le rispettive proboscidi, ed una delle cose più strazianti è che il piccolo Dumbo le viene tolto perché lei vien considerata un animale impazzito solo perché ha cercato di difendere con tutta sé stessa il suo piccolino dalla cattiveria altrui.

Le veci del piccolo topolino Timoteo le fa praticamente Milly, che si occupa di Dumbo e lo incoraggia costantemente. Non è un caso il fatto che lei abbia una gabbietta con tre topini bianchi in cui uno è vestito esattamente come era vestito Timoteo nella pellicola d’animazione. Infatti così viene citato e ricordato il topino chiacchierone. Se nel cartone Timoteo, nonostante fosse l’unico amico di Dumbo e colui che lo incoraggiava, è una figura un po’ contrastante, non del tutto positiva, perché il fine ultimo per cui lo incoraggiava era quello di farlo diventare – quello che poi è stato – il suo minuscolo impresario per continuare a lavorare e a sfruttare la sua capacità di volare; Milly invece vuole che Dumbo sia libero, che possa tornare dalla sua mamma e che impari a volare, esclusivamente per una dimostrazione di fiducia in sé stesso e di crescita. Milly è una sorta di sorella maggiore per Dumbo ed una figura quasi speculare, non solo per il discorso padre-figlia/ madre-figlio, ma anche proprio perché lei ha perso la mamma come accade anche a Dumbo all’inizio, quindi lei è molto empatica con questo elefantino perché condividono insieme un dolore molto simile.

Fantastico è il treno di inizio film perché è identico a quello del cartone. Infatti nel cartone il primo vagone aveva un sorrisone così come la testata del treno stesso. E inoltre c’è un omaggio di Danny Elfmann, il quale ha scritto la colonna sonora del brano iniziale del cartone, ma qui c’è un reprise.


Ma la scena degli elefanti rosa? L’hanno inclusa? E come l’hanno resa?”, se ve lo stavate chiedendo, sappiate che si, è stata inclusa. Beh, forse ottanta anni fa, l’idea che un elefante bambino (che rappresenta l’infanzia dei bambini stessi) si ubriacasse con dello champagne e avesse delle allucinazioni paragonabili non all’effetto dell’alcol, ma piuttosto a quello di qualche strano funghetto allucinogeno, era considerato passabile da Disney, oggi DECISAMENTE NO! Sia perché non è il massimo far passare l’idea di un bambino che beve, anche solo accidentalmente, una quantità esagerata di alcol;

sia perché è ridicolo demonizzare gli alcolici come sostanze allucinogene. Comunque per quanto possa essere controversa la scena degli elefanti rosa, che come ben sappiamo è diventata un cult, una delle scene più memorabili di Dumbo, ma anche della storia della Disney, perciò in qualche modo ce la dovevano infilare. C’è la scena del bagnetto di Dumbo durante la quale girano montagne di champagne stappate dagli altri circensi, ma prontamente interviene Max Medici, gridando in una maniera super didascalica, con qualcosa come:” tenete l’alcol lontano dal bambino”, che è un messaggio chiarissimo e particolarmente sottolineato. Mentre i “rosa elefanti” si manifestano in un paio di scene dopo, come un magico sogno ad occhi aperti della fervida immaginazione di Dumbo, quindi la fervida immaginazione di un bambino, che prima di entrare in scena, ammira i giochi fatti con le bolle di sapone ad opera di alcune artiste del circo DREAMLAND. Le bolle, quindi, diventano elefanti ballerini illuminati da queste luci rosee che vedono tutti, ma lui le vede in maniera particolarmente vivida, e queste bolle a forma di elefanti ballerini che danzano al ritmo di una marcetta che ricorda vagamente “la parata degli elefanti rosa” e la scena è costruita veramente come un fan-service, anche troppo spudorato, perché si vede che dura più di quanto sarebbe dovuta durare, è proprio forzata e tirata per le lunghe. Infatti Dumbo viene visto muoversi e sorridere a ritmo di questa marcetta, come un sogno e non come l’incubo che rappresentavano nel classico d’animazione.


Fine


Spero che questo articolo con le mie opinioni riguardante il live action Disney Dumbo vi sia piaciuto. Se così fosse, e se volete, commentate e condividete.

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Maria, Regina di Scozia. – Recensione film

Trama:

Nel 1561, alla morte di suo marito Francesco II di Francia, Maria Stuarda ritorna in Scozia e si stabilisce presso il suo fratellastro Giacomo Stewart, allo scopo di rivendicare la corona di Scozia e farsi riconoscere come successore da sua cugina Elisabetta I d’Inghilterra. Questa, non sposata e incapace di dare un erede al regno, comincia ad avvertirla come un pericolo, poiché essendo una Stuart potrebbe accampare maggiori diritti sul suo trono. Maria, cattolica, si attira inoltre le antipatie di John Knox, membro del suo consiglio di fede protestante; l’uomo, cui viene tolta la carica, inizia una campagna d’odio contro la regina.

Elisabetta crede che il miglior modo per tenere sotto controllo le mire di Maria sia quella di renderla sua suddita facendole sposare un cittadino inglese, così le invia il suo amante Robert Dudley perché la sposi; Maria inizialmente rifiuta, poiché questi non è nobile e inoltre è molto chiaro quanto lui sia innamorato della regina. Elisabetta cerca così un incontro con la cugina, ma viene colpita dal vaiolo; pensando che la regina sia prossima alla morte,

Maria accetta il matrimonio con Dudley per aumentare le chance di salire al trono, ma Elisabetta, stravolta dall’amore e dalla malattia, impedisce al suo amante di sposarla. Le invia così Lord Henry Darnley, il quale dice di volersi stabilire in Scozia per la libertà religiosa che Maria concede ai suoi sudditi; la donna sa che le sta mentendo, ma il fascino dell’uomo è tale che gli si affeziona e accetta la sua corte.

Il Consiglio di Elisabetta, conscio che la carica di Lord di Darnley in effetti aumenti il diritto di Maria al trono, impone alla sovrana di rimandare Dudley da Maria; anche i consiglieri di quest’ultima ritengono che l’uomo voglia in realtà ottenere la carica di re sposandola. Gli inglesi mandano così degli ambasciatori perché impediscano a Maria di sposare Darnley, ma questa rifiuta perché è ben conscia dell’importanza di questo matrimonio; anche suo fratello, tuttavia, le volta le spalle poiché non vuole andare in guerra contro l’Inghilterra a causa di questa unione. Giacomo si unirà agli inglesi in una rivolta contro Maria, ma questa verrà presto sedata da Maria, che gli risparmia comunque la vita.

Maria sposa Darnley, ma successivamente lo scopre a letto col suo amico e musico Davide Rizzio; questo viene perdonato, con la promessa che in futuro farà molta attenzione a non destare scandalo nella corte. Una volta scoperta l’omosessualità di suo marito, Maria lo costringe ad avere un rapporto sessuale con lei allo scopo di avere una gravidanza, che in effetti arriva. Il figlio che porta in grembo sarà erede del trono di Scozia e Inghilterra, cosa che ovviamente sconvolge il Consiglio inglese. Giacomo intanto si allea col padre di Darnley, che vuole togliere il trono a Maria per darlo a suo figlio, e i due ordiscono un complotto: fanno passare lo stesso Rizzio come amante di Maria e possibile padre del bambino che lei aspetta. Lo stesso Darnley, pur innamorato di Rizzio, è uno dei firmatari del patto. Maria cerca di salvare il suo amico dagli assalitori, ma questo viene pugnalato a morte. L’ultimo a tirare il colpo mortale è lo stesso Darnley: questo segnerà una rottura tra lui e Maria.

In seguito a questi avvenimenti, Maria si impegna a perdonare suo fratello se questi gli porterà le prove che suo marito è stato tra i complottisti, cosa che in effetti avviene. Maria si riappacifica con Giacomo, chiedendogli di essere un buono zio per il nascituro; scrive inoltre a Elisabetta chiedendole di essere la sua madrina. Le due fanno un accordo: se Elisabetta avrà un figlio, questo sarà l’erede al trono di Inghilterra; se morirà senza eredi, sarà il figlio di Maria a salire su entrambi i troni di Scozia e Inghilterra, cosa che sconvolge il Consiglio inglese. Inoltre Maria allontana Darnley, ma rifiuta di divorziare da lui come vorrebbe il Consiglio scozzese. Gli scozzesi propongono così a James Hepburn, duca di Bothwell e guardia personale di Maria, di diventare suo marito in seguito alla morte di Darnley, che viene ucciso nel corso di un attentato esplosivo.

Maria è costretta a fuggire e a sposare Bothwell, poiché il Consiglio le impone di sposare immediatamente uno scozzese. Questo dà a Knox occasione di scagliarsi contro di lei, dipingendola come una prostituta e indicandola come mandante dell’omicidio di Darnley allo scopo di esaudire i suoi desideri sessuali. Il Consiglio, vedendo la sua immagine ormai compromessa, suggerisce a Maria di abdicare e lasciare la Scozia a Giacomo. Bothwell è furioso, ma Maria gli rivela che questo è tutto un piano di suo fratello e del Consiglio per toglierle il regno. Giacomo, che ha preso in ostaggio il figlio neonato di Maria, le chiede di abdicare, ma lei rifiuta e fugge in Inghilterra per cercare protezione da Elisabetta, lasciando il bambino in Scozia.

Elisabetta e Maria si incontrano in gran segreto. Maria chiede a sua cugina protezione e un esercito per riprendersi il trono scozzese; Elisabetta le concede protezione, ma dichiara di non poter aiutare una cattolica. Le due hanno quindi un drammatico confronto durante il quale Maria rinfaccia a Elisabetta di non volerla aiutare solo per mantenere il suo trono;

Elisabetta le risponde di aver sempre invidiato la sua bellezza e il fatto di aver avuto un figlio, cose alle quali lei ha rinunciato in favore della Ragione di Stato; tuttavia riconosce che queste stesse cose ora stanno portando Maria alla rovina. Successivamente ordina che venga imprigionata in Inghilterra.

Molti anni dopo, Maria viene accusata di aver cospirato contro Elisabetta; questa sa che si tratta di una bugia, ma è costretta a firmare la sua esecuzione. Mentre Elisabetta piange per la sorte della cugina, Maria si reca al patibolo rivelando sotto le vesti un abito rosso che indica il martirio. Nei suoi ultimi istanti prima della decapitazione, Maria pensa a suo figlio e spera che il suo sacrificio lo aiuti a portare pace sul regno.

Successivamente, alla morte di Elisabetta nel 1603, il figlio di Maria, Giacomo, sarà il primo sovrano a regnare su Scozia e Inghilterra.



Considerazioni personali

Vale la pena vedere questo film o no? CERTO CHE SÌ!!!

L’intero ordine sociale… si schiera contro una donna che aspiri a raggiungere la reputazione di un uomo. diceva Madame de Staël. Quasi duecento anni prima, due donne sognavano un mondo che non si appoggiasse più unicamente sulle spalle di un uomo.

Maria regina di Scozia è questo film storico-drammatico del 2018 diretto da Josie Rourke e scritto da Beau Willimon, con protagoniste Saoirse Ronan e Margot Robbie.

La pellicola biografica è l’adattamento cinematografico della biografia “My Heart Is My Own: The Life of Mary Queen of Scots” scritta da John Guy. Il film narra le vicende di Maria Stuarda, Regina di Scozia alla nascita, regina di Francia per matrimonio a soli sedici anni e vedova a diciotto. Tornata nella nativa Scozia, nel frattempo divenuta un paese protestante, si scontra con i suoi lord ribelli ed entra in contrasto con la cugina Elisabetta I d’Inghilterra, di cui rivendica anche il trono.

Già dall’incipit di questo paragrafo si può ben capire che questo film l’ho davvero amato, dalle lettere maiuscole e dal ‘grassetto’. Ma non è stato solo questo. Innanzitutto AMO ogni volta immergermi in storie che siano ambientate nella mia amatissima Inghilterra e in tutto ciò che le riguarda, a maggior ragione se a questo elemento viene unita la famosa storia di rivalità tra queste due donne, queste due regine, Maria Stuarda ed Elisabetta l, mi si invita a nozze!

Questo film mi è davvero piaciuto in tutto per tutto! Mi sono molto piaciuti i costumi, il trucco e le “parrucche” (ve ne parlerò meglio nel paragrafo dedicato).

Fantastiche e magiche sono state le ambientazioni, un elemento fondamentale, che sono luoghi celebri come la Cattedrale di Gloucester, la quale viene utilizzata per ricreare i chiostri e i corridoi di Hampton Court Palace, e ancora per ricreare la cripta per la cella in cui Maria è incarcerata prima dell’esecuzione; il Blackness Castle, nel West Lothian, usato per rappresentare Linlithgow Palace”, il luogo di nascita della regina Maria Stuarda o ancora il Poldullie Bridge di Strathdon, nell’Aberdeenshire, dove la regina è vittima di un’imboscata. Altro punto a favore della pellicola di Josie Rourke sono le scenografie. Con uno studio particolare della luce, che evidenzia o nasconde a seconda della necessità gli intrighi o i tradimenti delle rispettive corti, vediamo interni ed esterni straordinariamente accattivanti. La corte inglese, quasi sempre rappresentata con un castello, è pulita ma non immacolata. Gina Cromwell (già nota per il suo lavoro con Downton Abbey e Outlander) fa uno splendido lavoro con l’allestimento dei set. Proprio come Sean Barclay trova nei paesaggi sconfinati delle montagne e colline scozzesi delle location perfette per le scene all’aperto di Maria e del suo entourage. Se il castello di Maria è immerso in un paesaggio che cambia continuamente e da cui lei si muove, quello di Elisabetta è invece un castello isolato, una corte immobile nel silenzio, proprio come la sua regina, pilastro di un popolo per il quale ha scelto di essere una leader, sacrificando felicità e gioie.

Potremmo azzardarci pure a dire che il Paese più settentrionale del Regno Unito, la Scozia, con le sue valli e i suoi laghi, sono i veri protagonisti del film, insieme alle due stelle del cinema. Un’altra caratterista che ha o meno giocato un ruolo fondamentale, per me, nel farmi amare questa pellicola è stata quella di aver visto il film in lingua originale. Il film in V.O. (versione originale) ha sempre un ‘non so che’ di magico che incanta.

In questo film, le differenze tra le due donne/regine emergono con prepotenza, come è giusto che sia. Tutto alimenta il confronto fra Maria e Elisabetta, Scozia ed Inghilterra. Se da una parte c’è una corte giovane ed ingenua, casa di una regina altrettanto istintiva ed inesperta, dall’altra c’è la raffinata, erudita, colta corte inglese con l’elegante intelligenza di Elisabetta in cima alla piramide del potere. Sebbene le due donne continuino a chiamarsi “sorelle”, in verità non potrebbero essere più distanti. Hanno ambizioni diverse, un modo di guardare al futuro diverso. Anche le priorità sono diametralmente opposte. Maria, con un carattere più volubile della marea, ora desidera la pace con Elisabetta ora si impone come sovrana inglese. Il carattere della protagonista, sebbene interessante e a tratti anche ammirevole, è troppo impetuoso e incerto per suscitare vera empatia nello spettatore. La regina scozzese non è simpatica, è una ragazzina adolescente con una corona troppo pesante sulla testa che gioca a fare il bello e il brutto tempo.

Il cast di Maria Regina di Scozia è uno dei punti clou della pellicola. Saoirse Ronan è una forza della natura, una regina guerriera, con un’armatura sia visibile che non. Si conferma una professionista nei panni di Maria Stuarda. Margot Robbie è un’Elisabetta I d’Inghilterra sorprendente. Il suo sguardo è magnetico, la sua gestualità regale. Tutto fa di lei un punto essenziale per la buona riuscita della pellicola.

Il pantheon di attori che circonda le due regine e popola le rispettive corti, come due schieramenti su una scacchiera, sono straordinari. In particolare risaltano Jack Lowden, David Tennant e Guy Pearce. Se proprio bisogna puntare il dito contro una delle scelte stilistiche della pellicola, senz’altro si può notare come lo sforzo di rendere la corte inglese “poliedrica” sia eccessivo. Nazionalità e culture diverse rappresentano qui un progresso che forse non era poi così accentuato nel periodo storico interessato. Si distingue Guy Pearce, ottimo come William Cecil. Buona la sua prova nei panni del ministro deciso ma non irrispettoso della propria sovrana. Un bastone su cui appoggiarsi, “se” e “quando” la sua regina ne ha bisogno. La sua “controparte” scozzese non è da meno, con un David Tennant quasi irriconoscibile.

Ultimo dettaglio da non sottovalutare assolutamente sono i dialoghi. Si comincia con dialoghi forse troppo articolati, che sembrano scappati dalle pagine di un dramma di Shakespeare, ma che man mano si rilassano in un’umanità indispensabile per le due figure intorno alle quali ruota l’azione. Beau Willmon adatta egregiamente la storia della biografia di John Guy su schermo, rendendo le parole il motore principale del racconto e non una parte secondaria.

Il film sa far emergere con sapienza i temi sempre attuali della storia, come la difficile accettazione di una donna in un ruolo di potere.



Costumi, trucco e parrucco.

A differenza degli attori, che possono piacere o meno, giudicare l’aspetto tecnico di una pellicola è, al tempo stesso, più semplice e più difficile. Difficile in quanto, trattandosi proprio di un film in costume, è impossibile non notare le scelte stilistiche effettuate dal team dei costumisti, dei truccatori, degli sceneggiatori e scenografi. Diventa quindi obbligatorio volgere lo sguardo a questi dettagli e analizzarli. Ma per un film come Maria Regina di Scozia diventa anche incredibilmente semplice.



Costumi:                                  

Alexandra Byrne (già costumista di diverse pellicole della Marvel, tra cui Avengers e Thor, nonché delle due pellicole con Cate Blanchett nei panni di Elisabetta) riesce nel non semplice compito di rendere i costumi di un’epoca storia già ampiamente esplorata incredibilmente originali. Gli abiti delle due corti sono differenti per materiali, colori e texture, certo.

Eppure in entrambi c’è l’attenzione anche al più piccolo dei particolari, con colori sgargianti nel caso dell’Inghilterra e tonalità bluastre per la Scozia. La luce e l’ombra, Ying e Yang.

La costumista ha preferito sacrificare la fedeltà storica all’anacronismo, scegliendo un materiale non ancora in uso in quel periodo: il denim.

Entrato a pieni titoli nei guardaroba femminili solo a partire dal 1873, il jeans era prerogativa dell’abbigliamento maschile, le cui origini sono contese dai francesi e dai genovesi. È proprio dal mare che esce il primo dei costumi in denim realizzati per il film, all’approdo di Maria sulle coste scozzesi.

La scelta di questo materiale è giustificata a pieno dalla Byrne, rendere immediata e accessibile la moda di un’epoca passata. Viaggi per mare, cavalcate interminabili, il tutto senza avere a disposizione alcun mezzo per lavarsi, né tantomeno per lavare gli abiti, che dovevano essere resistenti, una seconda pelle in cui potersi muovere liberamente. È questa l’essenza del jeans.

La praticità non è solo un’allusione. Saoirse Ronan ha girato tutte le scene del film in Scozia, zona piovosa e dal terreno fangoso, e realizzare gli abiti in tessuti tradizionali come il raso o il calicò avrebbe comportato possibili danni, rallentamenti nella produzione, e perdite economiche. Molte sono anche le occasioni in cui la Ronan appare a cavallo, e il denim stretch scelto dalla Byrne le ha permesso piena libertà di movimento.

La genesi dei costumi non è meno anticonvenzionale. Rinunciando ai bozzetti, Alexandra Byrne ha creato dei mood board in collaborazione con l’illustratrice

Belinda Leung – la scena iniziale, con Maria che tocca il suolo di Scozia, è reso graficamente con un velo di lino bianco che le copre il viso, il corpo avvolto in un abito grigio i cui orli si mescolano alla schiuma del mare. Molto più suggestivo della resa cinematografica, in cui la regina saluta la terra natale con un attacco di nausea.

Ogni abito, ogni accessorio, è un’allegoria, una descrizione del personaggio che lo indossa, e ne segue l’evoluzione. Sebbene le due regine siano divise dalla palette cromatica – sui toni scuri del blu per Maria, più accesi,

come il rosso, il senape e il mandarino per Elisabetta – sono unite da un gioiello: un orecchino pendente con una ghianda in metallo. Simbolo di origine celtica, la ghianda è il frutto della quercia, albero secolare sinonimo di potenza, e rappresenta l’immortalità. Altro elemento importante, la ghianda aveva una duplice natura, maschile e femminile: essendo un frutto, identificava la fertilità femminile, e dall’altra parte, simboleggiava la virilità dell’uomo.

Il lavoro della Byrne svela l’identità di un personaggio al pari di un dialogo.

Elisabetta, la regina immacolata, imperturbabile, con le sue gorgiere inamidate, le parrucche, gli strati di biacca bianca sul viso, a nascondere i segni del vaiolo. Maria, la regina che divenne idolo del Romanticismo, con i capelli scompigliati, il petto in vista, vestita di scuro come un’adolescente ribelle. Solo nel finale, nell’istante prima della sua esecuzione, l’abbigliamento di Maria cambia colore e tessuto:

ha l’abito rosso in cotone dei martiri. A compensarlo, quello nero, a lutto, della cugina Elisabetta.



Trucco:

“La Bellezza divenne Potere, ma non per molto.”

Sebbene la Shircore ha creato la sua buona dose di monarchi inglesi, nello specifico Elisabetta l con Cate Blanchett in Elizabeth ed Elizabeth: the Golden Age, è stata la versione della regista Rourke del personaggio di Maria stuarda si è dimostrata essere più rivelatrice che mai.

La Shircore rammenta: “Iniziamo con una versione molto giovane della regina Elisabetta, per poi andare attraverso le varie fasi dell’amore e delle tensioni politiche. Il trucco bianco sul viso era un simbolo della sua verginità nel film. Fondamentalmente, una Elisabetta protestante si è sostituita alla cattolica vergine Maria Stuarda. Inoltre lei si taglia i capelli raso testa e indossa una parrucca.”

Quasi due decenni dopo, nel film Maria Regina di Scozia, la Shircore dice che il trucco e le parrucche erano più direttamente collegate all’esperienza della regina con il vaiolo e i suoi effetti collaterali, così come profonde cicatrici e l’alopecia. Nelle prime scene della versione di Rourke, abbiamo un assaggio della Robbie nel ruolo di Elisabetta l, dalla faccia pulita e con le guance naturalmente arrossate, vantarsi una testa piena di boccoli biondo fragola. La Shircore continua dicendoci che nel periodo Tudor la bellezza si traduceva in potere. Questo è qualcosa che sia Maria Staurda e sua cugina possedevano, finché una (che sarebbe Elisabetta) non la ebbe più. In ogni caso, ci dice la Shircore, non importa quale storia di Elisabetta l chiunque vuole raccontare, “bisogna sempre tenere in mente l’iconico ritratto di lei come una regina potente, il suo viso truccato in una tinta bianchissima e che indossa un parrucca rosso vivo”.

L’ultima vota che la Shircore creò il look per il personaggio della regina Elisabetta l, la regina non avrebbe dovuto soffrire del vaiolo dal quale sopravvive nel film. Inoltre ella ci dice che: “Ho usato questo come un mio mezzo per far apparire infine Margot come l’iconica Elisabetta l. Ho preso la bellissima ragazzina e le ho coperto il viso di vesciche e grandi ferite aperte, che infine sono esplosi e si sono asciugati, lasciandola con un viso bucherellato e pieno di cicatrici.”

La Shircore si è accertata di mettere le vesciche sulle aree che infine voleva ricoprire o cambiare. E attraverso ciò è stata capace di far apparire la bocca della Robbie più piccola, il suo naso più stretto e schiarire le sue sopra ciglia.

Insieme con i costumi della Byrne, la Shircore ha mirato ad aggiungere un tocco più moderno al look del film. Per esempio, i capelli della regina sono più strutturati, non possiedono tanti riccioli eleganti e nemmeno tanti fronzoli. Ciò ha dato più forza e un credo più moderno.

Per trasformare le due attrici nel loro personaggio, il team del trucco ha lavorato su di esse per delle ore. Il look fresco della Ronan è stato il più semplice da fare, perché il suo trucco radioso, effetto bonne mine, quasi botticelliano, con basi leggere che emanano un’aura sana e rosata. Per la Robbie, nei giorni in cui aveva il trucco pesante, ci è voluto intorno alle tre ore: vi era una malattia della pelle da ricreare, il diradamento di una parrucca che implicava una cuffia da calvi al dì sotto e, certamente, l’iconico trucco pesante bianco per il quale la regina Elisabetta l era conosciuta.

Allora, nel 16° secolo, il trucco era mischiato con il mercurio e altre sostanze pericolose, tant’è che la Shircore ha dovuto trovare un equivalente moderno per rimanere fedele alla sua visione artistica. A tal fine, ha lavorato con chimici del trucco, e ci dice: “Ho spiegato loro come volevo che apparisse, ciò che volevo fare, che avevo la necessità che rimanesse per 8 ore e necessitava che si togliesse facilmente. In seguito, abbiamo lavorato insieme.”



Parrucco:

Capelli rosso rame, lunghe trecce e torchon romantici, a rappresentare Maria.

Più drammatica, a tratti grottesca, a rappresentare Elisabetta l. È stato uno scontro, non solo di ruoli: le due si sono si sono trasformate sul set con un makeover da colossal, firmato dalla makeup e hair designer Jenny Shircore. Per la Robbie, bellezza bionda da copertina, ci sono volute grandi parrucche, ma i suoi capelli sono stati più complicati da fare e hanno richiesto più tempo. Il film inizia con una versione giovane di Elisabetta, con un viso fresco e naturalmente arrossato, e una chioma di boccoli biondo fragola: da perfetta “Virgin Queen”. Per Saoirse Ronan, chiamata invece ad interpretare la vera protagonista, Maria Stuarda, il beauty look è più fiabesco: “Storicamente, Mary era conosciuta per essere molto bella. Saorse aveva solo due parrucche e qualche ciocca di boccoli applicati di volta in volta in maniera diversa ai capelli veri”.

Non è stato facile caratterizzare le due chiome, entrambe rosse: “È il primo film in cui ho avuto due protagoniste con un colore simile di capelli, quindi ho dovuto scegliere con molta attenzione, per distinguerle, anche a distanza. Abbiamo trascorso molto tempo a scegliere i colori delle parrucche: siccome Margot ha una pelle più dorata di Saoirse, ho optato per un rosso più acceso e profondo, che avrebbe spiccato molto sulla pelle imbiancata. Per Saoirse, la scelta è stata un rosso tiziano più tenero e dorato, delicato sulla sua pelle molto pallida”.

Spettacolare anche la minuzia nel realizzare gioielli e acconciature, impossibile da far passare inosservata.

Sebbene abbia delle riserve sulle “cozze” in testa alle dame di Maria, le parrucche di Margot Robbie sono dei capolavori di artigianato, con evidente tempo e cura dedicati alla loro produzione. Lo stesso si può dire per i gioielli, in cui anche la minima collana o diadema sembrano usciti direttamente da un museo.

Ma, come far riflettere il potere di Maria attraverso i suoi capelli?

La Shircore ci dice: “Lei arriva sulle coste (della Scozia) con un’acconciatura molto europea. Non so se si capta abbastanza, ma vi era un leggero chiarore sul suo viso. La si può vedere rilassata con le sue dame di compagnia e i suoi capelli sono allentati. Ci viene mostrato che è una ragazzina. Quando capisce che è sola con sé stessa, diventa più forte e determinata, così mi sono divertita un po’ con le sue acconciature e ci ho giocato per dargli uno stile più inglese/scozzese. Quando quell’acconciatura è stata adottata, l’ho fatta più alta e più grande. Ho usato due starti sul fronte invece di uno, per dargli più struttura e dargli più resistenza. Ho anche schiarito la sua pelle. Volevo assolutamente mantenere la bellezza di Saoirse. Non ho mai voluto mettere dell’eyeliner o altro su di lei. Lei ha questa sua bellezza nuda e così abbiamo rafforzato quel look. Abbiamo aggiunto un po’ di ombre ma questo è tutto. Non volevamo compromettere il suo look naturale.”

Non è molto vago. Il look di Saoirse perde quel tocco europeo una volta ritornata dalla Francia in Scozia, ed assume il forte senso della moda inglese. Il suo trucco era pulito e lentigginoso quando è arrivata e pure durante il corso del suo soggiorno in Scozia, si rafforza, ma senza che sembri trucco. Abbiamo usato alcuni pezzi di capelli finti che abbiamo arrotolato attorno a piccole strutture fatte di fili di ferro e pizzo per capelli per creare varie forme. Questo è quello che avrebbero fatto a quei tempi. Li ho fatti leggermente più moderni, leggermente più grandi e più alti per darle la robustezza che avrebbe bisognato quando ha discusso il suo caso per diventare regina.”, ha continuato la Shircore.



Attori



Saoirse Ronan nel ruolo di Maria Stuarda, la Regina di Scozia e cugina di Elisabetta l.





Margot Robbie nel ruolo di Elisabetta l, cugina di Maria Stuarda e Regina di Inghilterra e Irlanda.







Guy Pearce nel ruolo di William Cecil, il consigliere di Elisabetta l.






David Tennant nel ruolo di John Knox, un chierico protestante.




Jack Lowden nel ruolo di Lord Darnley, il secondo marito di Maria.





Joe Alwyn nel ruolo di Robert Dudley, il consigliere della Regina Elisabetta l e amante.






Ismael Cruz Córdova nel ruolo di David Rizzio, un confidente e amico stretto di Maria.



Gemma Chan nel ruolo di Elizabeth Hardwick, un’amica e confidente di Elisabetta l e la custode di Maria.

Martin Compston nel ruolo di Quarto Conte di Bothwell (Primo Duca di Orkney), il terzo marito di Maria.

Brendan Coyle nel ruolo di Matthew Stewart, quarto conte di Lennox, padre di Lord Darnley.

Ian Hart nel ruolo di Lord Maitland.

Adrian Lester nel ruolo di Lord Thomas Randolph.

James McArdle nel ruolo di Primo Conte di Moray, Reggente di Scozia.

Maria-Victoria Dragus nel ruolo di Maria Fleming, una nobildonna scozzese, amica d’infanzia e mezza prima cugina di Maria.

Eileen O’Higgins nel ruolo di Mary Beaton, l’assistente #1 di Maria Stuarda.

Izuka Hoyle nel ruolo di Mary Seton, l’assistente #2 di Maria Stuarda.

Liah O’Prey nel ruolo di Mary Livingston, l’assistente #3 di Maria Stuarda.

Alex Beckett nel ruolo di Walter Mildmay, il Cancelliere del Tesoro.

Simon Russell Beale nel ruolo di Robert Beale.

Andrew Rothney nel ruolo di Re Giacomo l, figlio di Maria Stuarda ed erede al trono.



Colonna Sonora

Un film fantastico, accattivante, emozionante e delicato non poteva non avere a sua volta una colonna sonora all’altezza, che lo rispecchiasse. Il compositore musicale per questo film è Max Richter, il quale ha fatto un gran bel lavoro. In questa colonna sonora non vi sono presenti “brani” così come li intendiamo oggigiorno, ma è composto solo da “componimenti” classici (scusate questo gioco di parole). Ogni qual volta che ho voglia di ascoltare musica leggera e delicata, condita con un pizzico di ‘quel non so che’ di incalzante, ascolto volentieri questa colonna sonora. Mi fa letteralmente impazzire!

La colonna sonora è composta da ben 18 componimenti, tutti ugualmente fantastici. Ma quelli che mi fanno impazzire maggiormente sono i seguenti:

Il primo componimento chiamato “The Shores of Scotland”, ha un tono delicato e lineare, incalzante al punto giusto che mette di buon umore, o per lo meno a me; mi dà inoltre l’idea di un tono allegro e festoso, quieto.

Il secondo componimento chiamato Elizabeth’s Portrait”, come anche il quinto, “My Crown”, hanno in comune il fatto che entrambi i componimenti abbiano un ritmo incalzante di tanto in tanto, intervallato da un ritmo che lentamente si dissolve, ma poi pian piano riparte e cresce di intensità.

Il quarto componimento chiamato “If Ye Love Me”, ha quel tono solenne tipico dei canti ecclesiastici d’un tempo in cui l’armonizzazione delle diverse voci, come contralti, bassi, soprani e così via, dà un ritmo lineare e dolce al tutto.

Il sesto componimento chiamato “The Poem”, ha più o meno uno stile simile alla prima traccia; di primo acchito, a tratti sembra di sentire la melodia simile a quella composta da Pëtr Il’ič Čajkovskij per “Lo Schiaccianoci”: “La danza della Fata Confetto”, in più il tocco delicato e caldo delle corde della lira addolcisce il componimento, già di suo dolce e delicato.

L’ottavo componimento chiamato “The Wedding”, ha un suono misto-sordo dei tamburi in contrasto intervallato con il tono grave delle trombe che crescono di intensità. F – A – V – O – L – O – S – O!!!



Accuratezza Storica:

le lettere scambiate tra Maria ed Elisabetta l’un l’altra erano le uniche fonti di comunicazione, tant’è vero che le due donne non si siano mai viste faccia a faccia.

Maria non aveva un accento scozzese. Quando Maria aveva cinque anni venne mandata in Francia, la quale crebbe nella corte francese.

Estelle Paranque, un’esperta su Elisabetta l, ha rivelato al quotidiano ‘The Telegraph’ ciò che segue: “[il film] mostra un’amicizia all’inizio, ma in realtà non vi era amicizia; Elisabetta ha provato ad essere gentile nei confronti di Maria, ma Maria non ha mai visto Elisabetta come sua eguale. Sin dall’inizio l’ha vista come una rivale.”

Il film ritrae l’ambasciatore inglese alla corte scozzese, Lord Thomas Randolph, come un uomo di colore, il quale non era. O ancora, il personaggio di Gemma Chan è Elizabeth Hardwick, la quale in realtà era caucasica e non con tratti asiatici. A questo proposito, la regista Josie Rourke ha detto ad L.A. Times: “Ero stata chiara sul fatto che non avrei diretto un film storico-drammatico con solo personaggi caucasici”.

Nel film si fa riferimento a Maria, diverse volte, come la ‘Regina di Scozia’. Tuttavia, come una ben nota monarchia, il/la monarca/regina scozzese veniva invece nominato/a il re/regina di Scozia (come afferma con precisione il titolo del film e il personaggio omonimo), qualcosa che era la norma fino a quando l’uso cominciò a diminuire durante i regni di Guglielmo II e Maria II.



Saoirse Ronan è un’alleata per la comunità LGBTQ+ nel nuovo film (e in una clip) di Maria Regna di Scozia.

Con il ruolo di protagonista, partendo dalla Ronan nei panni di Maria Stuarda e la Robbie nei panni di Elisabetta l, due figure regali e fiere in un mondo dominato dagli uomini, il film in costume di Maria Regina di Scozia ha tutte carte in regola per essere l’omosessuale preferito, così com’è stato.

Ma la vera storia di tradimenti e ribellioni, e un sacco di bei costumi, ha ricevuto un aggiornamento moderno con l’inclusione di personaggi queer, compreso il confidente e segretario privato di Maria, Davide Rizzio, interpretato da Ismael Cruz Cordova. Infattila nuova pellicola mostra una relazione che coinvolge Davide Rizzio.

Maria Regina di Scozia”, il debutto cinematografico della regista teatrale Josie Rourke, è pieno di tutte le pugnalate alle spalle, intrighi di palazzo e segretezza che ci si aspetterebbe dall’era Elisabettiana. In realtà, uno dei segreti del film porta a un sovversivo po’ di intrighi di palazzo e letterali pugnalate alle spalle.

In questa pellicola, l’adulatore nato in Italia e confidente di Maria, Davide Rizzio, viene ampiamente lasciato intendere che lui sia omosessuale. Durante il film, quando Rizzio indossa un vestito da donna fingendo di essere una delle dame di compagnia, ad un certo punto Maria dice che lei non serba rancore per la vera “natura” di Rizzio.

In una clip dal film, Davide indossa indumenti femminili tradizionali mentre sta intrattenendo Maria e le sue dame da compagnia, quando chiede: “È un peccato che io mi senta più come una sorella per voi piuttosto che un fratello?”

Realizzando che forse avrebbe parlato a sproposito, aggiunge: “Mi scusi, mi dimentico di me stesso in vostra compagnia.”

Maria risponde: “Sii chiunque tu voglia con noi. Fai per una bella sorella.”

Chi l’avrebbe mai detto che Maria fosse una tale alleata?

Certamente, la documentazione storica è imprecise, ma la Rourke ha detto al TheWrap: “Vi sono prove evidenti che Rizzio fosse gay e che persino si indentificasse come tale.”

Lo sceneggiatore Beau Willimon, che ha scritto il copione basato sull’opera dello storco britannico John Guy, ha detto sempre al TheWrap che durante quell’epoca, non vi era la stessa nozione di etero o omosessuale e che probabilmente non ci sarebbe stato lo stesso putiferio che si sarebbe sviluppato in seguito nei secoli per le avventure con persone dello stesso sesso.

Nella pellicola Maria trova il suo novello sposo, Lord Darnley, a letto con Rizzio un giorno dopo il loro matrimonio. Lei si sente tradita da Rizzio ed è imbarazzata da quell’alcolizzato di suo marito. Willimon ha detto che questo è stato un tradimento della struttura di potere, non vergogna’.






Mary, Queen of Scots. – Movie review.

Plot:

In 1561, nineteen-year-old Mary, Catholic Queen of Scotland, returns to her home country from France following the death of her husband, Francis II of France, to take up her throne, where she is received by her half-brother, the Earl of Moray. In neighbouring England, her cousin, twenty-eight-year-old Elizabeth is Protestant Queen of England — unmarried, childless, and threatened by Mary’s potential claim to her throne. Mary soon clashes with the cleric John Knox and dismisses him from her court. Knox is a protestant and leader of the Scottish Reformation and perceives Mary to be a danger to the kingdom’s Protestant supremacy.

In an attempt to weaken her cousin’s threat to her sovereignty, Elizabeth arranges for Mary, whom the English Catholics recognize as their rightful Queen, to be married to an Englishman. She chooses Robert Dudley, whom she secretly loves, to propose to Mary. Both are unwilling to be married to each other, but the news of Elizabeth’s smallpox convinces Mary to take the offer provided that Mary is named Elizabeth’s heir apparent. Reluctant to let go of Dudley, Elizabeth secretly sends Lord Darnley to Scotland under the pretence of living under their religious freedom. Despite initially sensing an ulterior motive on Darnley’s part, Mary gradually grows fond of Darnley and eventually accepts his marriage proposal.

Mary’s impending marriage to Darnley causes a constitutional crisis within both realms: In England, Elizabeth is advised by her court to oppose the marriage for fear that Darnley, an English noble, will elevate Mary’s claim to the Crown. In Scotland, Mary’s council is suspicious of Darnley as they fear an English takeover. Both kingdoms demand his return to England, but Mary refuses, thus enraging Moray to furiously leave her court and mount a rebellion against her. Darnley marries Mary, only for her to discover him in bed with her friend David Rizzio the following morning. Faced with insurgency and infidelity, Mary decides to quash the rebel forces but spares both Rizzio and Moray. She demands Darnley give her a child. When a child is conceived, Mary declares that the child is the “heir to Scotland and England” — which deeply offends the English.

Moray colludes with Darnley’s father Matthew to undermine Mary, spreading rumours about Mary’s adultery and that her child was illegitimately fathered by Rizzio. Hearing the rumours, Knox vehemently preaches to the Scottish public that Mary is an adulteress.

Fearing the accusations against Mary and the possible discovery of his homosexuality, Darnley is coerced by the under-miners to join them in executing Rizzio and reluctantly delivers the final blow. Mary discovers the plot and agrees to pardon the men involved provided that she is presented with the evidence that Darnley had taken part. She ultimately forgives Moray and asks Elizabeth to be her child’s godmother. Together, they agree that the child is heir presumptive, much the chagrin of the English court. Mary banishes Darnley but refuses to divorce him despite the appeals of her council, which then approaches her adviser and protector, the Earl of Bothwell, to have him killed. In the ensuing melee after Darnley’s death, Mary is forced to flee and leave her child behind.

The following morning, Bothwell advises that her council have decided that she marry a Scotsman immediately, which she hesitantly agrees to. This induces Knox to zealously preach to the Scots that Mary is a “harlot” who had her husband killed, leading Moray and the rest of her court to demand her abdication. Despite furiously objecting to it, Mary eventually abdicates her throne and flees to England.

Learning of Mary’s arrival in England, Elizabeth arranges for a clandestine meeting with her. Mary asks for Elizabeth’s help to take back her throne. Elizabeth is reluctant to go to war on behalf of a Catholic, but instead promises a safe exile in England as long as Mary does not aid her enemies. Mary indignantly responds that if she does, it will only be because Elizabeth forced her to do so, and threatens that should Elizabeth murder her, she should remember that she “murdered her own sister and queen”. Elizabeth orders that Mary is imprisoned in England and eventually receives compelling evidence that Mary had conspired with her enemies to have her assassinated. Pressured, and with no other choice, Elizabeth ultimately orders Mary’s execution. As Mary is walked to the scaffold, a remorseful Elizabeth cries for Mary and reveals a bright red dress. In her final thoughts, Mary wishes her son James well and hopes for peace upon his reign.

The post-script reveals that upon Elizabeth’s death in 1603, James became the first monarch to rule both Scotland and England.



My Personal Opinion

Does this movie is worth watching or not? ABSOLUTELY YES!!!

Madame de Staël once said: “the entire social order… squares off against a woman who aspires to achieve a man’s reputation. Almost two hundred before, two women dreamed of a world that wouldn’t lean on no more solely on a man’s shoulders.

Mary Queen of Scots is this 2018 historical drama film directed by Josie Rourke and written by Beau Willimon, starring film stars Saoirse Ronan and Margot Robbie.

This biographic movie is based on John Guy‘s biography Queen of Scots: The True Life of Mary Stuart”. The movie tells the stories of Mary Stuart, Queen of Scots at birth, Queen of France by marriage when she was only 16 years old and widowed at 18. When she returned back to her hometown, Scotland, that in the meantime became a Protestant country, she is at odds with her rebellious Lords and comes into conflict with her cousin Queen Elizabeth I, of which she also stakes her claim.

Yet, since the beginning of this paragraph it’s obvious that I just loved, I really did and still do love this movie, also by the use of capital letters and bold font. But it wasn’t only that. Firstly, I DO love to dive in stories like this that are set in my so beloved England and in everything it concerns, even more so if to this are united the famous story of rivalry between these two women, these two queens, Mary Stuart and Elizabeth l, you are asking me to an open invitation!

I just do love this movie through and through! I do really love the movie costumes and dresses, the make-up and hair/ “wigs” (I’ll tell you more thoroughly in the dedicated paragraph).

Magical and Stunning to me were (and still are) he settings, a fundamental element, which are famous places such as the Gloucester Cathedral, used to re-create the cloisters and the halls of the “Hampton Court Palace”, and more to re-create the crypt for the cell where Maria is imprisoned before the execution; the “Blackness Castel”, in the West Lothian, used to re-create the “Linlithgow Palace”, Mary Stuart’s birthplace or even more the Poldullie Bridge of Strathdon, in the Aberdeenshire, where Mary Queen of Scots is the victim of an ambush.

Another advantages to Josie Rourke’s movie are sceneries. There had been a particular study of light that shows or hides, according to the necessities, the intrigues or the betrayals of the respective Courts; we can see indoors and outdoors extraordinarily fascinating. The English Court, almost always presented with a castle, it’s clean but immaculate. Gina Cromwell (already known for her work with Downtown Abbey and Outlander) does a really good job with the setting up of the sets. Just as Sean Barclay discovers in the boundless landscapes of Scottish mountains and hills the perfect setting to re-create and shoot Mary and her entourage’s outdoors scenes.

If Mary’s castle is immerged in a continuously changing landscape and where she moves, instead Elizabeth’s one is a castle on lock down, a court immobile in silence, just as its queen, the pillar of a population for which she chose to be a leader, giving up her joys and happiness.

We could also dare to say that the southernmost country of England, Scotland, with its valleys and its rivers, could be defined as the main character of this movie, together with the two film stars. Another characteristic which played or may not a pivotal point, for me, into make me loving it was the one of having watched the movie in original language. The movie in O.V. (original version) has something magical that enchants you.

In this movie, the differences between the two women/queens arise energetically, as it should be. Everything feeds the confrontation between Mary Stuart and Elizabeth l, between Scotland and England. If on one hand there is a young and gullible (Scottish) Court, house of a queen just as instinctive and unexperienced, on the other hand there is the scholarly, elegant and well-read English Court with the smart intelligence of Elizabeth on top of the power pyramid. Although the two women continue to call themselves, each other, “sisters”, actually they couldn’t hardly be more apart. Both of them have different ambitions and a different look towards the future. Also, their personal priorities are diametrically opposed. Mary, with a fickler attitude as the tide, now she wishes to make peace with Elizabeth, now she imposes herself as the English Queen. Mary’s behaviour, despite interesting and occasionally also admirable, it’s too impetuous and doubtful to create a true empathy within the audience. The Scottish queen isn’t enjoyable, she’s an adolescent girl with a crown too heavy upon her head and she’s playing hot and cold.

The “Mary, Queen of Scots” movie’s cast is one of the pivotal points of the movie itself. Saoirse Raonan is a force of nature, a warrior queen, with a visible and invisible armour. She confirms herself a pro in the shoes of Mary Stuart. Margot Robbie is a surprising Elizabeth l of England. Her gaze is alluring, her gesture queenly. Everything makes her a key point to the movie’s success.

The ideal group that surrounds the two queens and populates the respective courts, such as two sides on a chessboard, are extraordinary. Particularly, result Jack Lowden, David Tennant and Guy Pearce. If we have to point our finger against one of the movie’s stylistic choices, certainly we can notice how much excessive the effort to make the English Court “multi-faceted” is. Nationalities and different cultures, here, represent a progress that may not be so heightened in the interested historical period. Guy Pearce as William Cecil stands out. He was very good in the guise of the determined minister, but not disrespectful of his queen. A walking stick on which she can lean against, “if” or “when” his queen needs it. Her Scottish “counterpart” is no less, with a David Tennant barely recognizable.

One last detail that mustn’t be underestimated absolutely are the lines and the script itself. The movie starts with that kind of dialogues the seem a little bit a comprehensive, they seem to be taken by the pages of a drama written by Shakespeare, but gradually they conform themselves into an essential humanity both for the two main female figures around which the whole story revolves. Beau Willmon brilliantly adapt the story of John Guy’s biography on screen, making the words the tale’s main engine.

This movie knows how to bring out the still applied today historic themes, such as the hard acceptance of a woman in the leading role.



Movie Costumes, Hair and Make-up

As opposed to the actors, that we can love or hate them, judging a movie’s technical aspect is at the same time simpler and more difficult too. It’s difficult because, as a period drama, it’s impossible not to notice the stylistic choices undertook by the make-up artists, the costume designers’, art directors’ and screenwriters’ teams. Thus, it becomes almost mandatory to look at these details and analyse them. But for a movie such as this, Mary, Queen of Scots it also becomes incredibly simple.


Movie Costumes:

Alexandra Byrne (who was already the costume designer for several Marvel’s movies, such as the Avengers and Thor, as well as two movies with Cate Blanchett in the leading role as Elizabeth l) succeeds in the not at all easy task to make the costumes (for this movie) look incredibly distinguishable for an historical period which was already explored. Both courts’ costumes are, of course, different for materials, colours and textures used. Yet, in both of them there is also that attention to the smallest of details, with bright colours for England and the blueish shades for Scotland. Light and Dark, Ying and Yang.

The costume designer would rather sacrifice the historic fidelity to anachronism, choosing a material not yet in use in that period: the denim. The jeans became part of the female clothing only since 1873, because before it was only men clothing’s prerogative, whose roots are competed with French people and Italians, specifically Genoese. It’s right the sea that the first of the costumes (made specifically for this movie) in denim comes from, to Mary’s landing around the coast of Scotland.

The choose of this material is fully justified by Byrne: make accessible and immediate the fashion of a bygone era. Sea travels, time-consuming rides, all of this without having any means to bath available, or even to wash the laundry, which had to be resistant, like a second skin in which one is able to move easily. That’s the essence of denim.

The practicality isn’t only an illusion. Saoirse Ronan shot the whole movie’s scenes in Scotland, a rainy and from a muddy ground area, so creating dresses in traditional material, such as satin or calico would have implied potential damages, slowdowns of production and economic losses. Many are also the scenes where Ronan shows up horseback riding, and denim stretch chosen by Byrne allowed Ronan full freedom of movement.

The origin of costumes is no less anticonventional. Byrne renounced to create sketches, instead created some mood boards in collaboration with the illustrator Belinda Leung. The opening scene, where Mary touches the Scotland ground, it’s graphically rendered with a veil of white linen that covers her face, her body wrapped up in a grey dress whose hems get mixed up with the sea bubble. Much more evocative than the cinematographic return, where the queen ‘greets’ her homeland by feeling nauseated.

Every dress and costume, every accessory, is an allegory, the description of the character which wear it. Although the two queens are divided by colours palettes, dark blue shades for Mary; bright colours, such as red, mustard-coloured and tangerine for Elizabeth; both of them are united by a jewellery: a dangly earring with an acorn made of metal. The “acorn” is a Celtic symbol and it symbolises the fruit of the oak tree, a secular tree which is the synonym of power and it represents immortality. Also, the ‘acorn’ had a double nature, masculine and feminine: being it a fruit, on one hand it symbolises the female fertility, on the other hand symbolises the male masculinity.

Byrne’s work reveals a character’s identity like a line does. Elizabeth, the Virgin Queen, imperturbable, with her starched ruffs, her wigs, the coats of whitening upon her face to conceal the scars of smallpox; Mary, the queen who became the idol of Romanticism, with her dishevelled hair, her chest in sight, dressed in dark colours as a rebellious teenager. Until the end, the second before her execution, Mary’s clothing changes in colour and fabric: she has martyrs’ red cloth of cotton.



Make-up:

Beauty Was Power — But Not For Long

Although Shircore has created her fair share of British monarchs before — specifically, Elizabeth I twice with Cate Blanchett in Elizabeth and Elizabeth: The Golden Age — it was Rourke’s version of the character that proved to be more revealing than ever.

“We begin Elizabeth with a very young version of the Queen, going through the various stages of love and political unrest,” Shircore recalls. “The white makeup was a symbol of her virginity in the film. Essentially, a Protestant Elizabeth substituted herself for the Catholic Virgin Mary. She also cut off her hair and wore a wig.

Nearly two decades later, in Mary, Queen of Scots, Shircore says the makeup and hair were more directly connected to the Queen’s experience with smallpox and its side effects, like deep scarring and alopecia. In the early scenes of Rourke’s version, we do get a glimpse of Robbie as young Elizabeth I, fresh-faced and naturally flushed, boasting a full head of strawberry-blonde ringlets. In the Tudor period, Shircore explains, beauty translated into power. This is something both Mary Stuart and her cousin possessed — until one (that would be Elizabeth) no longer did. Regardless, Shircore says no matter what story anyone chooses to tell of Elizabeth I, “One must always keep in mind the iconic portrait of her as a powerful Queen, her face made up in very white paint and wearing a bright-red wig.”

The last time Shircore created the look for the character Queen Elizabeth, the queen didn’t have to suffer the smallpox she survives in this film. “I used that as my way to get Margot to eventually look like the iconic Elizabeth the First,” says Shircore. “I took the beautiful young girl and covered her in blisters and big open sores, which eventually burst and dried and left her with a pitted and scarred face.”

Shircore made certain to put the blisters on the areas that she eventually wanted to cover up or change, and through that was able to make Robbie’s mouth smaller, her nose narrower and clear her eyebrows.

Along with Byrne’s costumes, Shircore aimed to add a modernistic touch to the film’s look. For instance, the queens’ hair is “more structured,” says Shircore. “Not so many fancy curls and things, not so many frills. This gave us a strength and a more modern feel.”

In order to transform the two actresses into character, the makeup team worked on them in their chairs for hours. Ronan’s fresh look was simpler to do, because her make-up was bright, bonne mine effect, almost similar to Botticelli’s one, with light bases that radiates a sane and pinky halo. For Robbie, on heavy makeup days, it was around three hours: There was a skin condition to create, a thinning wig that involved a bald cap underneath and, of course, the iconic heavy white makeup Queen Elizabeth I was known for.

And since makeup in the 16th century was mixed with mercury and other dangerous substances, Shircore had to find the modern equivalent to stay true to her artistic visions. To that end, she worked with makeup chemists. “I explain how I want it to look, what I want it to do, that I need it to last for eight hours and that it needs to come off easily,” she says. “Then we worked it out together.



Hair:

Red copper hair, long braids and romantic torchon, to symbolise Mary. More dramatic, occasionally grotesque, to symbolise Elizabeth l. it has been a confrontation, not only with roles: both of them, Ronan and Robbie, have been transformed into their character on set with a colossal makeover, signed by the make-up and hair designer Jenny Shircore. For Robbie, blond beauty cover woman, it took big wigs, but her hair was more complicated and required two hours. This movie begins with a much younger version of Elizabeth, fresh-faced and a naturally flushed face and a head of hair with strawberry blond curls: as a perfect “Virgin Queen”. For Saoirse Ronan, instead called to play the true protagonist, Mary Stuart, the beauty look is more fabled: “Historically, Mary was known for to be very pretty. Saoirse had only two wigs and some lock of curls applied from time to time differently from real hair.”

It wasn’t that easy to characterize the two heads of hair, both red: “This is the first movie where I had two main characters with a similar hair colour, so I had to choose very carefully, to let them be distinguishable, even from a long distance. We spent a lot of time to choose the wigs colours: since Margot has a more gold skin, I opted for a brighter and deeper red, that it would have stood out over the coat of whitening. For Saoirse, the choice had been a tenderer and more gold titan-haired delights wig, delicate over her very pale skin”

It’s also spectacular the detail used in creating jewelleries and hairstyles, impossible not to be noticed. Although, it has some reservation on the “clams” hairdo over the ladies-in-waiting’s head, Margot Robbie’s wigs are masterpieces of craftsmanship, with a lot of time and care dedicated to their production. The same thing can be said for the jewelleries, where the most minimal necklace or tiara seem to be directly came from a museum.

But, How reflecting Mary’s power through her hair?

 “She arrives on the shores with a very European hairstyle. I don’t know if it’s picked up enough, but there was a light glow to her skin. You see her relaxed with her ladies in waiting and her hair is loose. It shows you that she’s a young girl. As she realizes she’s on her own, she gets stronger and determined so I played with her hairstyle and played with it to give it a more English/Scottish style. As that hairstyle took on, I made it higher and bigger. I used two layers at the front instead of one to give it more structure and to give it more strength. I also paled her skin. I wanted to keep that absolute beauty of Saoirse. I never wanted to put eyeliner or anything on her. She has this naked beauty and so we strengthened that look. We added some little shading but that was it. We didn’t want to compromise her natural look.”, Shircore said.

It’s very non-fussy. Saoirse’s look loses that European feel once she returns from France to Scotland, and takes on the strong English fashion sense. Her makeup was fresh-faced and freckly when she arrived and during the course of her stay in Scotland, it strengthens, but without looking like makeup. “, she continued. “We used fake hair pieces that we rolled around tiny frames of wire and hair lace to create various shapes. This is what they would have done back then. I made them slightly more modern—slightly bigger and slightly higher to give her the strength she would need as she made her case for being queen.”



Actors



Saoirse Ronan as Mary, Queen of Scots, the Queen of Scotland and Elizabeth’s cousin.




Margot Robbie as Queen Elizabeth I, Mary, Queen of Scots’ cousin and the Queen of England and Ireland.






Guy Pearce as William Cecil, advisor to Queen Elizabeth.





David Tennant as John Knox, a Protestant cleric.





Jack Lowden as Lord Darnley, Mary, Queen of Scots’ second husband.





Joe Alwyn as Robert Dudley, Queen Elizabeth’s counselor and lover.






Gemma Chan as Elizabeth Hardwick, a friend and confidante of Elizabeth I and keeper of Mary, Queen of Scots.

Martin Compston as Earl of Bothwell, Mary, Queen of Scots’ third husband.

Ismael Cruz Córdova as David Rizzio, Mary’s close friend and confidant.

Brendan Coyle as Matthew Stewart, 4th Earl of Lennox, father of Lord Darnley.

Ian Hart as Lord Maitland.

Adrian Lester as Lord Thomas Randolph.

James McArdle as the Earl of Moray, Regent of Scotland.

Maria-Victoria Dragus as Mary Fleming, a Scottish noblewoman, childhood friend and half-first cousin of Mary, Queen of Scots.

Eileen O’Higgins as Mary Beaton, attendant of Mary, Queen of Scots.

Izuka Hoyle as Mary Seton, attendant of Mary, Queen of Scots.

Liah O’Prey as Mary Livingston, attendant of Mary, Queen of Scots.

Alex Beckett as Walter Mildmay, English Chancellor of the Exchequer.

Simon Russell Beale as Robert Beale.

Andrew Rothney as King James I, Mary, Queen of Scots’ son and heir.



Soundtrack

A stunning, endearing, moving and delicate movie like this couldn’t fail to have in turn a soundtrack up to it, that reflected it. This movie’s composer is Max Richter, who did a great job. In this soundtrack there aren’t “song” as are currently defined nowadays, but it’s made only of classical “compositions”. Whenever I just want to listen to light and delicate music, spiced with a little bit of ‘those I do not know that’ of imminent, I do love listening to this soundtrack. It drives me crazy positively!

The soundtrack is made of 18 compositions, all of them equally wonderful. But those that positively drive me crazy the most are the following:

The first composition entitled The Shores of Scotland, has a soft a linear tone, imminent in the right spot that makes happy, or at least to me; it reminds me of a merry, serene and cheerful tone.

The second composition entitled “Elizabeth’s Portrait”, and even the fifth one, “The Crown”, have in common the thing that both of them have an imminent rhythm every now and then, interspersed with a rhythm that slowly fades out, but then gradually re-starts and grows restlessly.

The fourth composition entitled “If Ye Love Me” has that solemn tone typical of ecclesiastical songs of yore where the harmonization of the different voices, such as contraltos, basses, sopranos and so on, gives to the whole piece a linear and gentle rhythm.

The sixth composition entitled “The Poem”, has so and so the tone similar to the first piece; at fist glance, on and off seems to her that melody similar to the one composed by Pëtr Il’ič Čajkovskij for his masterpiece “The Nutcracker”: “The Sugar Plum Fairy”, in addition the delicate and warm touch of the lyra softens the composition, already gentle and delicate.

The eighth composition entitled “The Wedding”, has a mixed-deaf sound of drums in contrast to the break with the deeper sound of trumpets that grows restlessly. S – T – U – N – N – I – G!!!



Historical Accurancy:

Mary and Elizabeth’s letters to each other were their only sources of communication, and they never saw each other face to face.

Mary didn’t have a Scottish accent. The five-year-old Mary was sent to France, where she grew up in the French Court.

Estelle Paranque, an expert on Queen Elizabeth I, told The Telegraph: “It shows a friendship at first, but there was not a friendship, Elizabeth tried to be kind to her at first but Mary never saw Elizabeth as an equal. She saw her as a rival from the start.”

The movie portrays the English ambassador to the Scottish Court, Lord Thomas Randolph, as a black man, which he was not. Gemma Chan’s character is Elizabeth Hardwick, who in real life was white. Director Josie Rourke told the L.A. Times: “I was really clear, I would not direct an all-white period drama.”

In the film Mary is referred to several times as the ‘Queen of Scotland’. However, as a popular monarchy the Scottish monarch was instead titled the King/Queen of Scots (as the film’s title and eponymous character accurately states), something which was the norm until usage started to decline during the reigns of William II and Mary II.



Saoirse Ronan is an LGBTQ+ ally in new Mary Queen of Scots’ film (and clip)

With star turns from Saoirse Ronan as Mary Stuart and Margot Robbie as Elizabeth I, two fierce royal figures in a male-dominated world, period drama Mary Queen of Scots had all the makings of a gay favourite as it was.

But the true story of betrayal and rebellion – and plenty of fancy costumes – has been given a modern update with the inclusion of queer characters, including Mary’s confidant and private secretary David Rizzio, portrayed by Ismael Cruz Cordova. In fact, the new movie points to a relationship involving her private secretary David Rizzio.

Mary, Queen of Scots,” the feature film debut of stage director Josie Rourke, is filled with all of the backstabbing, palace intrigue and secrecy you’d expect from the Elizabethan era. One of the film’s secrets actually leads to a treasonous bit of palace intrigue and literal backstabbing.

In this movie, Mary’s Italian-born courtier and confidant David Rizzio is heavily implied to be gay. Mary says at one point during the film, as he’s dressed in a dress pretending to be one of her chambermaids, that she does not hold Rizzio’s “nature” against him.

In a clip from the film, David is dressed in traditional women’s clothing while he entertains Mary and her chambermaids, when he questions: “Is it a sin that I feel more of a sister to you than a brother?”

Realising he may have spoken out of turn, he adds: “Forgive me, I forget myself in your company.”

Be whoever you wish with us. You make for a lovely sister,” Mary replies.

Who knew Mary Queen of Scots was such an ally?

The historical record is, of course, unclear, but Rourke told TheWrap, “There is strong evidence to support that Rizzio was gay and even identified as such then.

Screenwriter Beau Willimon, who wrote the script based on the work of British historian John Guy, told TheWrap that during that era, there wasn’t the same notion of straight or gay and that there likely would not have been the same uproar then that would come in later centuries for same-sex dalliances.

In the film, Mary finds her newly married husband, Lord Darnley (Jack Lowden) in bed with Rizzio one morning after their wedding. She feels betrayed by Rizzio and is embarrassed by her drunkard of a husband. Willimon said this was a betrayal of the power structure, not shame.

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“Quei giorni a Bucarest” – Recensione libro.

Trama:

Bucarest, 1992.

Rivelarsi gay in Romania nel 1992 è pericoloso. Ne fanno le spese due ragazzi: il primo è Nicu, uno studente della Facoltà di Giornalismo che collabora pure con la rivista Jurnal Universitar; il secondo è Gabriel, un liceale diciassettenne, aspirante attore di teatro con una passione spasmodica per la fotografia. Un giorno, in redazione dove Nicu lavora, arriva la notizia che un gruppo di studenti liceali vuol mettere in scena l’adattamento teatrale di “Dichiarazione d’amore”, un film di culto per i giovani romeni degli anni Ottanta, epoca in cui il regime comunista, sotto la guida di Ceausescu, sembrava ancora saldo. Appena Nicu entra nella palestra del liceo “lon Neculce“, dove si stanno svolgendo le prove, Nicu è immediatamente colpito e affascinato dall’attore protagonista, il diciassettenne Gabriel.

“…il ciuffo di Gabriel brilla di un nero lucido e gli occhi verdi hanno riflessi d’oro che incantano. Difficile essere più belli di così, soprattutto a Bucarest, dove un tratto delicato si combina sempre con denti storti, orecchie lunghe e sopracciglia troppo folte.”


Figlio di un importante architetto e professore universitario, lui è abituato, per la sua straordinaria bellezza, a sedurre chiunque. Gabriel è a sua volta attratto da Nicu, il quale in seguito sarà travolto e ricambiato dall’amore. Ma nella Romania di quegli anni l’amore tra due ragazzi non può avere vita facile.

Se Gabriel vive la relazione con Nicu a metà tra l’incoscienza giovanile e il terrore che possa essere scoperto dalla famiglia, soprattutto dal fratello militare David, che in seguito nel romanzo lo definirà “frocio schifoso” dopo aver infierito su di lui e su Nicu dopo averli sorpresi insieme, e nemmeno il padre intellettuale, professore universitario, saprà accettare la relazione del figlio perché “l’odio per i froci è come il tifo per la nazionale di calcio, come la bandiera, unisce tutti”, e dagli amici;

Nicu si fa forte della relazione con il ricco imprenditore italiano Vittorio, che ama Nicu e al quale promette di portarlo in Italia, a Padova, appena possibile per farlo andare via dalla Romania, ma che accetta in seguito di restargli amico quando capisce che questi è perdutamente innamorato di Gabriel.

Dopo vari avvenimenti, sarà proprio Vittorio ad aiutare Nicu ad organizzare per Gabriel una mostra fotografica a Parigi e a dare così la possibilità ai due rumeni di un riscatto e di una vita serena in un paese più accogliente nei confronti degli omosessuali, la Francia (Parigi).


Autore

È Stefan B. Rusu, autore romeno, a scrivere questo romanzo coinvolgente e a tratti commovente, con un felice finale a sorpresa, tuttavia alquanto idilliaco, che ha ambientato il suo racconto a Bucarest proprio nel periodo in cui aveva la stessa età di Gabriel. Ha svolto gli studi universitari a Bucarest e si è specializzato in Italia. Attualmente vive a lavora a Padova.


Commento

Il romanzo è un libro di formazione indirizzato prevalentemente a ragazzi (ma non solo!) e tratta diverse tematiche come quella dell’omosessualità e della vita nella Romania degli anni ‘90, e in particolar modo della vita dei giovani omosessuali in questo paese, che vede l’omosessualità illegale e immorale, dando come unica possibilità la fuga dal paese.

Il romanzo è breve ma molto bello, coinvolgente e a tratti commovente, e ogni capitolo letto ti invoglia a continuare a leggere lasciandoti dentro una forte curiosità per ogni pagina non ancora letta, costringendoti a leggerlo tutto d’un fiato! Si crea sin da subito una forte empatia col protagonista e con i luoghi, catapultandoti nella storia già dopo le prime pagine. Mi è piaciuta molto la scrittura, che ho trovato sobria ed elegante, mai prepotente. Una lettura davvero piacevole e scorrevole. Mi è dispiaciuto arrivare alla fine.

Il finale a sorpresa corona pagine a tratti avvincenti. Ogni concetto, ogni frase non è scritta a caso, ma fa parte di un disegno molto preciso. La storia, magari non originalissima, basata sul contrasto tra una realtà (socioeconomica) difficile e le speranze e le ambizioni dei giovani protagonisti, è ruvida come i termini che spesso descrivono persone e situazioni. Alla fine della lettura ci si ritrovera sicuramente arricchiti dal punto di vista emotivo e intellettuale.

Bucarest

Il quadro rappresentato in ‘Quei giorni a Bucarest’ ci restituisce sì un paese in cui lo spirito di forte identità nazionale prevale sulle libertà individuali, ma l’appassionata storia dei due giovani è anche la dimostrazione che l’amore sfida e supera tutti gli ostacoli. Questo paese, la Romania, e la sua capitale Bucarest, come anche coloro che la abitano, sono raccontati con grande delicatezza e maestria dentro la loro quotidianità e alcune volte ci si ritrova in una Bucarest in macerie e piena di pregiudizi.

cover vinile di “Mourir d’Aimer”

Inoltre in questo romanzo viene citato un brano in una delle scene a mio parer più belle e delicate, quella in cui Nicu e Gabriel si concedono l’un l’altro; dopo aver concluso Gabriel fa vedere a Nicu in successione una serie di foto scattate da lui alla gente, di nascosto, e in sottofondo viene messo il brano “Mourir d’Aimer” di Charles Aznavour, nome d’arte dell’armeno Chahnourh Varinag Aznavourian, scomparso nell’ottobre del 2018.




“Those days in Bucarest”
-book review.

*Discalimer*: This book has not been translated yet, so not even published. The book title is my personal literal translation. Said that, I hope you could enjoy this book the same way as i did it.

Plot:

Bucharest, 1992.

Italian book cover

Coming out of the closet in 1992 Rumania it’s risky. Those who are playing the price are two young boys: the first is Nicu, a School of Journalism studentwho cooperates with the ‘Jurnal Universitar’ magazine; the second one is Gabriel, a 17-years-old high school student who aspires to become a theatre actor and who also has the spasmodic passion for photography. One day, in the newsroom where Nicu works, it comes the news that a group of high-schoolers want to stage the dramatic adaptation of “Declaration of Love”, an 80s cult movie for the young Rumanians, time when the Communist regime under the leadership of Ceausescu seemed still strong. As soon as Nicu gets into the “Ion Neculce” high school gym, he is immediately struck by a lighting by the main play’s character, the 17-years-old Gabriel.


“…a lock of Gabriel’s hair shines of a shiny black and his green eyes with gold reflections that charm you. It’s very difficult to be more beautiful than this, overall in Bucharest, where a gentle feature of the face is always combined with crooked teeth, big ears and bushy eyebrows.”

random boys kissing resembling the two lovers in this book.

He’s the son of both an important architect and university professor; he’s used to seduce whoever with his extraordinary beauty. As Nicu, even Gabriel is attracted by him, the one, as a result, will be in love. But in those years’ Rumania, the love story between the two boys is going to struggle.

If Gabriel lives his relationship with Nicu halfway between the youthful recklessness and the terror of being discovered by his family, neither his military brother David, that, following in the novel will define him a “filthy faggot”, later that he went after on him and Nicu when he caught them naked together; and nor Gabriel’s intellectual father and university professor, will accept his son’s gay relationship, by saying: “Hate for fags is like cheering for the national football team, like the national flag, unite us all”, and friends;

random photography exhibition resembling the one in the book

instead, Nicu gets stronger by his relationship with the rich Italian businessman, Vittorio, who loves him and promises him that he’ll take him to Italy, specifically in Padua (where Vittorio comes from), as soon as possible to let him break free from Rumania, but Vittorio is also the one who, later, accepts to be only his friend when he understands that Nicu is deeply in love with Gabriel.

Paris view from Notre Dame de Paris’s Cathedral

After several events, will be Vittorio himself to help Nicu to organize a photography exhibition in Paris for Gabriel; this way Vittorio gives the two Rumanian lovers both the chance for redemption and to live a happy life together in a more welcoming country towards homosexuals, France (Paris).


Author

Stefan B. Rusu is a Rumanian author, who wrote this so addictive and occasionally moving novel, with a surprise happy ending, though rather idyllic, that set is own story in Bucharest, precisely when he had the same age as Gabriel. He has carried out his university studies in Bucharest and he specialized in Italy. Nowadays he lives and works in Padua.


Comment

This novel is a coming-of-age story addressed mostly to teens (but not exclusively!) and it handles various topics, such as homosexuality and the life of the 90s Rumania, particularly the life of young homosexuals in this country which sees homosexuality as something illegal and immoral, and the sole solution is the departure from their native country.

This novel is short, but it’s amazing. It’s so involving and occasionally moving, and every chapter you have read make you want to read more and more, leaving you with a strong curiosity for the remaining unread pages, by “forcing” you to read it in on breath! From the start, it’s like you create a special bond, an empathy, with the main character and the places described in it, by catapulting within the story in the first pages. I really liked the writing, in fact I think it’s plain and stylish, never presumptuous. A really enjoyable and free-flowing read. I just hated finishing to read this story.

The surprise ending crowns occasionally thrilling pages. Every concept, every line isn’t written randomly, but it’s part of a very specific plan. The story, which may not be the most original one and which is based on the contrast between a difficult (socioeconomic) reality, the expectations and the ambitions of the two main characters, is rough as the terms that often describe people and situations. At the end of the reading you surely do find yourself emotionally and intellectually enriched.

Bucharest

The framework depicted in this book, “Those days in Bucharest”, gives us back a country where the spirit of identity prevails over the individual freedoms, but the passionate story of these two lovers is also the proof that love challenges and overcomes all the obstacles. This country, Rumania, and its capital Bucharest, as also those who live there, are depicted with a great sensitivity and mastery within their own daily life, and sometimes we do find ourselves involved in a Bucharest full of prejudices and wreak-age.

Vinil cover of the song

In addition, in this novel is mentioned a song in one of the most poetic and delicate scenes, the one when Nicu and Gabriel give themselves each other; after they have “concluded”, Gabriel shows Nicu a series of photos in succession taken to people secretly by him, and in the back-ground Gabriel plays the song “Mourir d’Aimer” by Charles Aznavour, stage name for the Armenian Chahnourh Varinag Aznavourian, died in October 2018.

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Recenzione AQUAMAN

Salve a tutti e benvenuti alla prima recensione del mio blog sul film DC AQUAMAN con Jason Momoa.

Questa recensione è una ripresa MOLTO più approfondita rispetto alle IG stories sul mio profilo sul film DC AQUAMAN. Senza ulteriori indugi iniziamo:


Trama:

Nel 1985, ad Amnesty Bay, nel Maine, il guardiano del faro Thomas Curry trova una donna che si fa chiamare Atlanna. Quest’ultima è la regina di Atlantide, e ne è sfuggita per evitare di sposarsi con Barox, futuro re di Atlantide. Thomas e Atlanna si sposano e danno alla luce un figlio, Arthur Curry. Un giorno, i tre vengono attaccati dalle guardie di Atlantide, che vogliono portare via Atlanna. Dopo lo scontro, da cui escono vincenti, Atlanna è costretta a scappare, lasciando Arthur nelle mani di Thomas.

Nel presente, approssimativamente un anno dopo la battaglia contro Steppenwolf e il suo esercito, Arthur, divenuto nel frattempo Aquaman, continua la sua vita e la sua lotta contro il crimine. Un giorno, Arthur affronta un gruppo di pirati che tentano di dirottare un sottomarino nucleare russo. Dopo aver ingaggiato uno scontro con David Kane suo padre, Jesse Kane, rimane incastrato sotto un missile. Dopo aver chiesto al figlio di andarsene questi si suicida con una granata e David, allora, giura vendetta. La sera, Arthur viene raggiunto da Mera, sua vecchia amica, che gli chiede di venire con lei ad Atlantide. Aquaman, però, considera gli atlantidei responsabili della morte di sua madre, i quali, venuti a sapere della sua esistenza, l’hanno uccisa, e perciò rifiuta. Ma dopo aver messo quasi in pericolo il padre, Aquaman decide di andare con Mera. Arrivati in un luogo nascosto, Aquaman e Mera incontrano Nuidis Vulko, vecchio amico di Arthur che l’ha addestrato da giovane per combattere: i due chiedono ad Aquaman di aiutarli a fermare il suo fratellastro, il perfido e invidioso Orm, nato dall’unione di sua madre e Barox, che insieme a re Nereus, capo degli Xebel e padre di Mera, vuole dichiarare guerra al mondo umano. Vulko consegna ai due una mappa che ha trovato tempo prima, la quale contiene la posizione del Tridente Sacro del Re Atlan, il primo re di Atlantide, nascosto da molto tempo e che può rivelarsi come la chiave per sconfiggere Orm. Poco dopo, tuttavia, le guardie di Atlantide al servizio di Orm, che teme che l’esistenza di Aquaman gli faccia perdere il trono, sopraggiungono e attaccano. Mera e Vulko riescono a fuggire, ma Aquaman viene sconfitto e arrestato.

Una volta portato ad Atlantide, Aquaman fa la conoscenza di Orm e lo sfida in un duello. Orm, fratellastro e avrà il trono per sé una volta per tutte, accetta la sfida. Quella notte stessa, Aquaman e Orm combattono duramente. Quando, tuttavia, Orm, sconfitto Aquaman, si appresta a finirlo, Mera riesce a salvarlo, facendo deridere Orm davanti al popolo. In seguito, i due fuggono da Atlantide, e si recano nel Sahara.

Una volta arrivati lì, Aquaman e Mera giungono ad un tempio abbandonato, dove si trova una registrazione con le informazioni necessarie che li conducono in Sicilia, e scoprono dove si trova il Tridente. Nel frattempo, Orm trova David e stringe con lui un’alleanza donandogli tecnologia Atlantidea che costui usa per costruirsi un’armatura, facendosi chiamare Black Manta. David e le guardie di Atlantide si recano anch’essi in Sicilia e attaccano Arthur e Mera: dopo un folle combattimento le guardie vengono sconfitte da Mera, mentre Arthur getta David da una scogliera, uccidendolo apparentemente. Subito dopo, Arthur e Mera prendono una barca e si apprestano ad andare verso l’Oceano Atlantico.

Una volta arrivati sul posto, Aquaman e Mera scoprono che Atlanna, ufficialmente offerta in sacrificio ai Trench, orribili esseri marini, è riuscita a salvarsi, rifugiandosi lì per vent’anni, dopodiché si apprestano a prendere il Tridente di Atlan, ma sono costretti a combattere contro il Karathen, che fa da guardiano al Tridente da moltissimo tempo. Una volta acquietato il mostro, grazie ai poteri unici di Arthur di comprendere le creature marine, Aquaman, Mera e Atlanna prendono il Tridente e si apprestano a sconfiggere Orm una volta per tutte.

Aquaman e Mera si recano nel luogo dove si trova Orm, il quale sta cercando di sottomettere al suo volere i Brine, giganteschi esseri simili a dei paguri, con l’aiuto degli altri due popoli suoi alleati con la forza. Il suo intento è di diventare Ocean Master. Dopo aver liberato il Karathen e aver evocato tutte le creature del mare in suo aiuto, Aquaman combatte contro Orm come la volta precedente, soltanto che stavolta ha la meglio perché invece di combatterlo nell’acqua lo combatte sulla superficie: Arthur riesce a sconfiggere Orm, ma decide di non ucciderlo. In seguito, la guerra è finita: Orm, seppur tranquillizzato dalla vista della madre rediviva, viene arrestato dalle guardie di Atlantide. Alla fine, Atlanna torna sulla terra ferma per riabbracciare Thomas, e Arthur diventa a tutti gli effetti il nuovo re di Atlantide.

Nella scena dopo i titoli di coda, Black Manta, sopravvissuto allo scontro tra Aquaman e Mera in Sicilia, viene recuperato e guarito dal dottor Stephen Shin, uno scienziato ossessionato dal ritrovamento di Atlantide, e accetta di guidare Shin in cambio della sua vendetta su Aquaman.


Il film: vederlo o meno? Ehm, bella domanda. Nì

Post-cinema ci si chiede:” ma che cazzo ho appena visto?” perché realmente non hai capito che cacchio di quello che hai visto per 2h e 22 minuti, perché è tutto spiegato un po’ così. Se si è riso, si è fatto quando non si doveva ridere. Personalmente il film mi è piaciucchiato, è molto bello visivamente, ma è uno di quei film sui supereroi fatto un po’ così, come dire, ad muzzum, con la sceneggiatura ad muzzum, con battute e azioni ad muzzum, che sono proprio sbagliate, stupide, infantili. Questo perché si cerca di arrivare il livello di quei film sui supereroi Marvel, ma con scarsissimi risultati!

Nel complesso il film sembra il collage di alcuni filmetti anni ’90. A livello di trama si traballa parecchio, proprio come in un filmetto d’avventura ci sono tutta una serie di indizi dà risolvere e nemmeno ce ne accorgiamo, perché lo fanno così tanto velocemente e facilmente, che non vi è nessuna difficoltà; che poi non capisco il fatto di porli avanti a degli enigmi idioti che Lara Croft gli riderebbe in faccia. Inoltre, una delle tante cose che mi sono chiesto: dato i genitori del protagonista, Atlanna e l’umano, vengono da due mondi completamente diversi: quando si incontrano non riscontrano nessuno ostacolo linguistico…; Una delle tante altre parti trash di tutte è quella ambientata in Italia, al Sud in Sicilia, e che da meridionale mi ha dato un sacco fastidio in questo film. In questa scena c’è tutta la riverenza degli americani che subiscono il fascino dello stereotipo del paesino del Sud, in cui siamo rappresentati praticamente come un popolo di fruttivendoli che vendono allegramente gli ortaggi in piazza.

Dopo la battuta infelice di Arthur su Pinocchio, perché lui e Mera si rifugiano nella pancia di una balena per sfuggire all’armata di Orm, in seguito escono dal mare ed è subito ‘Baywatch’, il brano pop di sottofondo c’è e ci sono pure loro due che escono dall’acqua a rallenty… o ancora, quando degli atlantidei comandati da Orm salgono in superfice per dare a Black Manta delle armi per affrontare Arthur, queste funzionano ad acqua… quindi sono delle pistole ad acqua?! E poi una tecnologia non meglio specificata trasforma l’acqua in…boh…qualcosa.

Però, in tutto questo vi è una componente, il “TRASH, da non sottovalutare, purtroppo, perché questo film ha davvero un sacco di trash, davvero tanto, tantissimo. (disclaimer: ogni tanto il trash nella vita fa ben, in piccole dosi però; ma quando me lo “somministri” in dosi così elevate…nooo amico, non va affatto bene! No Maria grazie, io esco!) chiuso disclaimer, potremmo definirlo “un tripudio di trash” assurdo o ancora meglio “il trash infondo al mare”, tanto è vero che con quest’ultima definizione mi è venuta in mente Ariel, “la Sirenetta”, e vi giuro che mancava proprio Re Tritone, Ariel, le sue sorelle canterine e i suoi fedeli amici Flounder e Sebastian. Infatti ad un certo punto, mi sono realmente chiesto se fosse la sirenetta o Aquaman.



Costumi, trucco e parrucco

Questa categoria è una delle mie preferite, anche se in questo film sono stati ‘Poco credibili e alquanto arraffazzonati’.

Costumi: Personalmente tutti i costumi, sono stati visivamente belli e fatti bene, ma non tutti a dire il vero c’entravano granché con il tema acquatico o comunque con una storia ambientata per la maggiore in fondo al mare. Alcuni erano proprio fuori contesto, ad esempio quello che ha la regina Atlanna alla fine del film, quello che sembra un poncho gigante fatto di lana con sopra delle paillettes che sembrano attaccate con la colla a caldo… oppure ancora la tutina che la stessa regina Atlanna indossa per il 99% del film, quella bianco perlaceo che è visivamente bella e che ‘le sta da Dio’, nella quale la costumista ha cercato di emulare le scaglie dei pesci, con scarsi risultati;

…o ancora un esempio simile è il costume (o per meglio dire la tutina sexy super-attillata verde-per intenderci), nel quale si cerca di emulare in anch’essa le scaglie dei pesci… vi sembrano o vi danno l’impressione di scaglie? …ehm, ANCHE NO!

Un bel vestito invece, anche se un po’ strano, è quello che Mera indossa nella scena dello scontro nell’arena tra Arthur e il principe Orm, alias Ocean Master.


Parrucco: le parrucche sembrano prese su Aliexpress, soprattutto quelli di Mera si vede che sono appunto tali, allo spettatore più minuzioso come lo sono io, che sono di un rosso innaturalissimo e poi la linea dell’attaccatura sì vede lontano un miglio che non è naturale.

Oppure ancora i capelli di Nuidis Vulko, il mentore di Arthur, sembra avere i capelli leccati dalla mucca carolina sulla parte anteriore del capo e poi si annodano come se fosse una sorte di samurai (WTF?);

…o ancora anche quelli del principe Orm, orridi. E ne vogliamo parlare della capigliatura di Re Nereus? Che è quel pel di carota slavato? Sembra che gli hanno fatto male la tinta o che sembri quella tinta da quattro soldi che lascia delle parti scolorite dopo il primo lavaggio.


Trucco: Capisco la finzione scenica, ma il trucco come le polveri e gli ombretti, il mascara, rossetti e tanto altro, sono troppo visibili, è veramente poco credibile che non si siano rovinati con l’acqua salata.




Attori

Mi sono piaciuti tutti quanti, indistintamente, alcuni di più altri meno, alcuni erano conosciuti altri no e altri ancora non li conoscevo io. Tra quelli più conosciuti annovero ovviamente:

JASON MOMOA

Interpreta Arthur Curry/Aquaman, metà Atlantideo e metà umano, ha la super forza, l’abilità di manipolare le maree degli oceani, comunicare con gli altri esseri viventi acquatici e nuotare a una velocità supersonica.

È il protagonista della nostra storia, anche riconosciuto per il ruolo di Khal Drogo in GOT (Game of Thrones); Tant’è vero che appena l’ho visto, ho pensato:” Khal Drogo, cacchio ci fai lì? Cos’è successo, sei morto a Westeros, ovvero nell’universo ‘Martin-iano’ e ti sei incarnato in Aquaman? OOOKAY!”

Quello che mi è piaciuto di lui, ma che è stato anche abbastanza limitante per lui come attore, è stato il fatto che abbia messo tanto di sé nel ruolo di Aquaman/Arthur, e in alcune scene sembrava proprio di vedere Jason (Drogo) e non Arthur/Aquaman.

  • Una cosa che mi ha lasciato un po’ ‘meh’ è il fatto che avesse solo due espressioni: broncetto serio o il sorrisone a 32 denti.
  • sua posa preferita è: mettersi di schiena, fare qualche passo e poi girarsi di schiena, guardare dritto al punto macchina e fare lo sguardo sexy con un sopracciglio un po’ alzato.


PATRICK WILSON:

Ha interpretato il ruolo del fratellastro Orm/ Ocean Mater, ovvero il cattivo di turno. È il reggente di Atlantide ed il quale cerca di riunire i sette regni sottomarini di Atlantide per dichiarare guerra in superficie al mondo degli umani con la convinzione che gli umani abbiamo inquinato il mondo. Lui è innamorato di Mera.



NICOLE KIDMAN:

Il suo personaggio è la Regina Atlanna, la regina di Atlantide, madre di Arthur Curry e Orm. Qui, favolosa come sempre! personalmente lei è una bomba sexy ed anche una delle migliori attrici hollywoodiane, ma qui non ha fatto niente di eclatante, anche perché il suo personaggio non aveva molto screen time che non le ha permesso di esprimere la sua vera bravura come attrice;




AMBER HEARD:

Ha interpretato la Principessa Merlin, detta Mera, nonché l’interesse amoroso di Arthur. figlia di re Nereus, possiede poteri idrocinetici e telepatici che le permettono di controllare l’ambiente acquatico e di comunicare con altri Atlantidei.

  • Mera è l’unico personaggio che un si salva, nonostante tutto il trash e i difetti, è un personaggio attivo e determinato, si salva da sola e capita che debba salvare anche lui, guida come un pilota di formula uno, combatte come un’amazzone, anche a mani nude con i mostri marini, fa parkour come se non facesse altro nella vita, ed ha il piglio del politico e governatore saggio.

È una delle pochissime cose che mi è piaciuto del film.



DOLPH LUNDGREN:

Lo troviamo nei panni Re Nereus. È il re della nazione sottomarina di ‘Xebel’ e padre di Mera, il quale si allea con Orm.




YAHYA ABDUL-MATEEN ll:

È David Kane / Black Manta. È uno spietato cacciatore di tesori e mercenario, antagonista di Aquaman. si allea con Orm per cercare di sconfiggere e uccidere Arthur, con il quale ha un conto in sospeso.



WILLELM DEFOE:

Interpreta Nuidis Vulko, il capo consulente scientifico di Atlantide, nonché di Orm, ma prima di tutto mentore e addestratore di Arthur, sotto ordine della regina Atlanna.

Willelm Defoe, che anche lui come la Kidman, è un mostro di bravura, qui ha fatto il soprammobile, e anche la sa bravura non si è espressa al meglio.



Gli altri attori:

Temuera Morrison interpreta Thomas Curry, il padre di Arthur.

Ludi Lin interpreta Murk, il leader delle truppe di Atlantide.

Michael Beach interpreta Jesse Kane, un pirata, antagonista di Aquaman.

Randall Park interpreta il Dr. Stephen Shin, un biologo marino ossessionato dall’idea di trovare la leggendaria città di Atlantide.

Djimon Hounson interpreta il Re dei Pescatori, uno dei sette re di Atlantide.

Natalia Safran interpreta la Regina dei Pescatori.

Sophia Forrest interpreta la Principessa dei Pescatori.




CGI e Effetti Speciali

Nonostante il trash in abbondanza, quello che mi è anche piaciuto molto sono state le locations del mondo di Atlantide, ovviamente create in CGI e si vede pure troppo in alcune inquadrature, a parer mio, perché in alcune scene vi è il piattume più totale, come ad esempio la scena del deserto;

Si riprende questo mondo antico, classico, fatto di templi, statue, tradizioni, tridenti, armi leggendarie, profezie, re e regine, popoli diversi che si sono sviluppati in maniera diversa, regni che hanno avuto il loro picco ma che sono pure caduti,

del quale io esco pazzo ovviamente; il tutto un po’ anche modernizzato in alcuni punti, sennò sarebbe stato troppo statico.


La CGI che lascia delle perplessità a livello di resa, soprattutto in alcune scene sott’acqua: per esempio sembra che il volto dei personaggi sia stato incollato ai loro corpi quando sono sott’acqua;

In più, essendo ambientato sotto l’acqua metà del film, quando gli attori parlano o “respirano” o altro, nemmeno due bollicine escono dalla loro bocca o dal naso? Poi in secoli di evoluzione, non hanno sviluppato nulla di simile alle creature marine? Ad esempio, qualche branchietta? Mani o piedi palmati?

…per non parlare poi di alcune scene d’azione che alcune volte vengono ricostruite interamente in CGI e si vede tanto tanto. Lo stacco tra il reale e la CGI si sente tanto, soprattutto quando sono in superfice.

Il costume di Black Manta, dal cartaceo al tridimensionale, diventa davvero ridicolo. Sembra una formica gigante malefica.




Colonna Sonora

La colonna sonora di primo acchito, durante la visione del film, mi aveva un abbastanza preso, e ascoltandola anche a posteriori è davvero molto carina e ben fatta.

Le canzoni che mi sono rimaste in mente più di tutte sono quelle di di Pitbull ft. Rhea- Ocean to Ocean, davvero orecchiabile. Anche il brano Everything I Need di Skylar Grey.






AQUAMAN Review.

Hi everyone and welcome to my first ever review on this blog on the DC’s film AQUAMAN.

This review is a MORE detailed continuation of what I said before on my IG stories on the DC’s film AQUAMAN. Without further ado, let’s start:

Plot:

In 1985 Maine, lighthouse keeper Thomas Curry rescues Atlanna, the princess of the underwater nation of Atlantis, during a storm. They eventually fall in love and have a son named Arthur, who is born with the power to communicate with marine lifeforms. Atlanna is forced to abandon her family and return to Atlantis, entrusting to her advisor, Nuidis Vulko, the mission of training Arthur. Under Vulko’s guidance, Arthur becomes a skilled warrior but rejects Atlantis upon learning that Atlanna was executed for having a half-breed son.

In the present, one year after Steppenwolf’s invasion, Arthur confronts a group of pirates attempting to hijack a Russian Naval nuclear submarine. Their leader, Jesse Kane, dies during the confrontation while his son, David, vows revenge. David later targets Atlantis at the behest of Orm, Arthur’s younger half-brother and Atlantis’ incumbent monarch who uses the attack as a pretext to declare war on the surface world. King Nereus of Xebel swears allegiance to Orm’s cause, but his daughter Mera, who has been betrothed to Orm, refuses to aid them and journeys to the surface to ask Arthur for help, earning his trust by saving Thomas from a tsunami sent by Orm. Arthur reluctantly accompanies Mera to a rendezvous with Vulko, who urges Arthur to find the Trident of Atlan, a magic artifact that once belonged to Atlantis’ first ruler, in order to reclaim his rightful place as king. They are ambushed by Orm’s men and Mera and Vulko escape without having been seen, while Arthur is captured.

Arthur is chained and presented before Orm, who blames Arthur and the surface for Atlanna’s death. He offers Arthur an opportunity to leave forever, but Arthur instead challenges him to a duel in a ring of underwater lava. Orm gains the upper hand and nearly kills Arthur before Mera rescues him. Together, Arthur and Mera journey to the Saharan desert where the trident was forged and unlock a holographic message that leads them to Sicily, Italy, where they retrieve the trident’s coordinates. Meanwhile, Orm provides David with a prototype Atlantean battle suit to kill Arthur, imprisons Vulko upon learning of his betrayal, and coerces the remaining kingdoms of Atlantis to pledge their allegiance to him and his campaign against the surface.

After modifying Orm’s technology, a fully armored David rechristens himself as Black Manta and ambushes Arthur and Mera in Sicily, injuring Arthur before being thrown off a cliff to his apparent death. Mera nurses Arthur’s wounds as they journey to the trident’s whereabouts, and encourages him to embrace his destiny as a hero. Arriving at their destination, Arthur and Mera are attacked by a legion of amphibious monsters known as The Trench, but manage to fend them off and reach a wormhole that transports them to an uncharted sea located at the center of the Earth. There, they are unexpectedly reunited with Atlanna, who was sacrificed to the Trench for her crimes but managed to escape and reach the uncharted sea, where she has been stranded ever since.

Arthur faces Karathen, the mythical leviathan that guards the trident, and voices his determination to protect both Atlantis and the surface, proving his worth and reclaiming the trident, which grants him control over the seven seas. Orm and his allies lead an army against the crustacean forces of the Kingdom of the Brine with the intent of completing Orm’s surface battle preparations. As Orm declares himself Ocean Master, Arthur, and Mera, with the assistance of Karathen and the Trench, intervene and lead an army of marine creatures in a battle against him. Orm’s followers renounce their obedience to him and embrace Arthur as the true king upon learning he wields the trident. Arthur defeats Orm in combat but chooses to spare his life and Orm accepts his fate after discovering Arthur has found and rescued Atlanna. Atlanna returns to the surface to reunite with Thomas while Arthur ascends to the throne with Mera by his side.

In a mid-credit scene, David is rescued by Dr. Stephen Shin, a scientist and conspiracy theorist obsessed with the Atlanteans, and agrees to lead Shin there in exchange for his help in his revenge on Arthur.




The movie: is this a movie to be watched or not? Ehm, that’s a good question. ‘Nay’

Once you step out of the movie, a question arises: “what the actual heck have I watched?”, because you really don’t know at all what you have watched for 2 h and 22 mins straight; Also, the story isn’t very well explained. If you have laughed, you have been doing so/you have done so when you shouldn’t have done it. Personally, I kind of liked the movie, because it’s really stunning visually talking, but this movie is one of those based on ‘superheroes’ which was made not in the best way possible, neither the script nor lines and actions in it weren’t good enough, instead were very childish, wrong and stupid. All of these misfits happened because of the fact that they tried to achieve Marvel Superheroes’ stories/films, but with poor records.

On the whole, the movie itself seems to me a collage of some 90s home movies. In terms of plot, we have a serious problem, because as one of those 90s adventure’s house movie there are a series of clues that need to be discovered and solved, but we don’t have the time to notice them because they (Mera and Arthur) solve them very easily and quickly so that they don’t bump into a difficulty; the thing I don’t really get is the fact that the main characters, Mera and Arthur, are put in front of some ridiculously easy riddles that Lara Croft would have laughted at them. Moreover, another thing that I didn’t get, talking about Arthur’s parents – Atlanna and Thomas – is the fact that they do come from two completely different worlds, the human world and the underwater one (Atlantis), but they DON’T FIND any linguistic hurdle…; One of many other of the ‘trash-est’ parts ever was the one set in southern Italy, precisely in Sicily, that as a Southerner, really PISSED ME OFF SO HARD. In this scene there is all the American reverence who are subjected to the charm of the southern country stereotype, where “we” as Italians are practically depicted as a nation of greengrocers that cheerfully sell their fruit and vegetables in the main town square.

After Arthur’s joke that fell flat on the tale of ‘Pinocchio’, because him and Mera hid themselves in the whale’s stomach to escape Orm’s army; later on they come out the water, and immediately popped into my head the vision of the Baywatchs’ theme song video: there is the pop song in the background and soon both of them getting out of the water in slow motion… or even, when the Atlantean soldiers led by Orm get to the surface to give Black Manta some weapons they created to kill off Arthur, this weapons are water-based…so we get to think that these weapons are  sort of water guns, like the ones we use at the beach in summer?! – Also, there is a technology that turns water into…into…’something’ not that well-explained.

Apart all of these things, there is one, the “TRASH”, that should not be underestimated, because this movie is complete trash everywhere you turn, a lot of trash, too much! (disclaimer: sometimes, now and then in life, ‘trash’ is good for your soul, but in small-doses; instead when you “feed” me with higher doses… no man, that’s not good at all!) – disclaimer closed – We could also call it a really messed-up “blaze of trash” or better “the trash under the sea”, so much so that with this last one definition Ariel, “The Little Mermaid”, came to my mind, as did her father – King Triton – her singing sisters and her faithful friends Flounder and Sebastian. In fact, at a certain point while I was watching the movie, I really asked myself what the heck I was watching at: The Little Mermaid” or “Aquaman”.



Movie costumes, hair and makeup

This category is one of my favourites, even though in this movie have been a lot of ‘implausible and quite botched’.

Movie costumes:

I really liked every costume, because they were well made – visually talking – but not all of them fit perfectly the aquatic theme or with a story set mostly of the time under the sea. Several of them were out of context, for instance the costume Queen Atlanna wears at the end of the movie, the one that looks like a giant woolly poncho with paillettes that seem to be glued on it with hot glue; or also the other costume that Atlanna wears for the 99% of her screen time, the pearly white kind-of-unitard one that is stunning – visually talking – and that ‘suits her like a glove’, in which the costume designer tried to replicate the fish scales’ pattern, but with poor records;

Another similar example to the white pearly kind-of-unitard Atlanna wears is the costume Mera wears for almost the whole film, or better to say the greenish-yellowish sexy and super-tight kind-of-unitard. I didn’t think about a fish scales’ pattern, did you?



Personally, an amazing and wonderful looking dress, a bit strange at first glance but at least in line with the aquatic theme, is the one Mera wears during the fight scene that is set in an underwater arena between Arthur and Prince Orm, a.k.a. Ocean Masters.



Hair:

The wigs seem to be chosen and bought from the cheap Chinese website of Aliexpress, especially Mera’s unnatural bright red wig, because of the straight hairline, that to a critical spectator like me it seems fake, at least from my humble point of view.

Another example of not-that-good-wig is the Nuidis Vulko’s wig, the mentor of Arthur. His hair seems to be cowlicked on the upper part of his head and then twisted in a sort of a samurai’s bun as if he was any sort of samurai… (WTF?)



An horrendous attempt with ‘digital wig’ was done for Prince Orm’s hairdo that you can see from a mile away that is a “wig”. Do we want to talk about King Nereus’ digital “wig”? What’s that carrot top washed out? It seems that someone badly dyed his hair or he did it himself… or it seems that a cheap dye that leaves some discoloured parts on your head once you wash your hair.



Makeup: I do understand the scenic fiction (and I don’t want to be a dick about it), but the makeup such as the powders and eyeshadows, mascaras, lipsticks and some much more, is too visible to be fake; in fact, it’s really implausible that makeup – of every genre – isn’t kind of flacked or spoiled from the Ocean’s saltwater.




Actors

I really liked kind of all of them, some more and some less, some were well-known and some others unknown to me. Among the most well-known there are:

JASON MOMOA:

He portraits Arthur Curry, a half-Atlantean/half-human who is reluctant to be king of the undersea nation of Atlantis. He has the ability to manipulate the tides of the ocean, communicate with other aquatic life, and swim at supersonic speeds, and possesses superhuman strength. He’s the main character of this movie, obviously, and he’s also known for he’s role as Khal Drogo in GOT, so that so much the first time I’ve seen him, I asked myself:” Khal Drogo, what the heck are you doing there? What happened, you died in Westeros, I mean in the ‘Martin-ian’ universe and you reincarnated in Aquaman? OOOKAY!

What I appreciated about him, but at the same time was a bit limiting for his acting, was the thing that he put a lot of he himself in the role he portrays; in fact, personally speaking, in certain scenes it seems to me I was watching to Jason and not Arthur or Aquaman.

  • One of many things that annoyed me was the thing that he had ONLY two facial expressions: the ’serious pout’ face and the ‘dopey smiling ear to ear’ face.
  • His favourite pose is the one when he’s facing away for a few steps and then he stops and turns a bit his chest and his neck too, to better look down, straight to the camera and make the sexy look with an eyebrow a bit lifted.


PATRICK WILSON:

He is Arthur Curry‘s Atlantean half-brother and ruler of Atlantis, Orm – a.k.a. ‘Ocean Master’, who seeks to unite the seven underwater kingdoms to declare war on the surface world out of the belief that humanity polluted the seas. He’s in love with Mera. He’s the ‘bad guy’ of the story.



NICOLE KIDMAN:

She portraits Queen Atlanna, the Queen of Atlantis, mother of Arthur Curry and Orm.

  • Here she has been fabulous as always, she’s a sexy bomb forever and ever, one of the best actresses in Hollywood, but in this movie, she hasn’t done nothing remarkable, also due to her little screen time that didn’t allow her to express her real acting skills;




AMBER HEARD:

She portraits the Princess Merlin (or Mera). She’s Arthur Curry’s love interest, a warrior and daughter of King Nereus. She was raised by Queen Atlanna and groomed to become queen. Mera possesses hydrokinetic and telepathic powers that allow her to control her aquatic environment and communicate with other Atlanteans.

  • Personally, Mera is the only character that need to be saved, nevertheless all the trash and flaws of this movie; She is an active and determined character, she saves herself and happens once or twice that she has to save Arthur too, she drives like a Formula 1 pilot, she fights like an Amazonian, also fights sea monsters with her bare hands, she does parkour as if she hasn’t done anything else in her entire life and, last but not least, she has that political and wise ruler’s look. She’s one of the very few things I loved in this movie.


DOLPH LUNDGREN:

He portraits King Nereus, the king of the Atlantean tribe of Xebel and Mera‘s father, who allies with Orm.




YAHYA ABDUL-MATEEN ll:

He portraits David Kane/ Black Manta, a ruthless pirate and a high-seas mercenary with a flair for creating deadly technological innovations.



WILLELM DEFOE:

He portraits Nuidis Vulko, Atlantis’ counsellor (also Orm’s), who was a mentor of Arthur Curry when he was young. He trained him to fight as well.

  • Here happened the same thing as for Nicole Kidman. Both are two great actors, but in this movie, they have been just normal, nothing to worry about.



Additionally:

Temuera Morrison portrays Thomas Curry, a lighthouse keeper who is Arthur Curry’s father; 

Ludi Lin portrays Murk, the Captain of the Men-of-War, the frontline army of Atlantis;

Randall Park portrays Dr. Stephen Shin, a marine biologist obsessed with finding the lost city of Atlantis; 

Graham McTavish portrays Atlan, the first king of Atlantis and the ancestor of Atlanna, Orm, and Arthur

Michael Beach portrays Jesse Kane, a member of a group of pirates and David Kane‘s father.

Djimon Hounsou portrays the Fishermen King Nicou.

Natalia Safran portrays the Fishermen Queen.

Sophia Forrest portrays the Fishermen Princess.




CGI and SPECIAL EFFECTS

Nevertheless, the great amount of trash, what I do loved have been the Atlantis underwater locations, obviously made in CGI, and in certain scenes we can clearly see that there isn’t any depth at all, for instance the scene set in the Saharan desert;

In this movie is depicted the ancient and classical world of Atlantis, with its temples, statues, traditions, tridents, legendary weapons, prophesies, kings and queens, different populations that developed themselves in different ways, the rise and fall of different reigns, of which I am crazy about;

of course, the whole thing is modernized in some points to be more attractive and also not be flat.


To be completely honest, apart the fact I do loved the locations, the CGI drops off some doubts in terms of film rendering, especially in certain underwater scenes, for instance it seems that the characters faces are stickered on actor’s digital reproduction.

…not to mention is that sometimes the fight scenes are digitally reproduced on the whole and we can clearly see that. We can really feel the contrast between the real and the CGI, especially in those scenes set above ground.

In addition, being the movie set mostly underwater, when people speak or “breathe” or something else, there is no trace of any kind of evolution of the species, such as gills that allow them to breathe and live underwater by producing “bubbles” or having webbed fingers and/or hands or more.

Do we want to talk about Black Manta’s costume? It’s really embarrassing the adaptation from paper-based character to the 3D one. It seems to me a giant ant, with evil fluorescent red eyes.




SOUNDTRACK

At first sight, while I was watching the movie, I really enjoyed the soundtrack, it really attracted me. Once I got home, I re-listened to the soundtrack again and I enjoyed it as I did at the cinema. It’s really good and a little catchy.

Two of the song the I do love are: ‘Ocean to Ocean’- Pitbull ft. Rhea and ‘Everything I need’- Skylar Grey. Both very catchy.

La Voie de la justice – Critique du film.

Pour George Floyd, Breonna Taylor, Michael Lorenzo Dean et toutes ces vies d’hommes et de femmes noirs qui sont morts injustement aux mains de policiers blancs (et plus encore). “Les lois s’appliquent à tout le monde.“, disent-ils, mais ce n’est pas toujours le cas, malheureusement. Mais il arrive parfois (comme dans l’histoire dont nous allons parler aujourd’hui) que Justice soit faite !

Vous ne serez pas oubliés !

#BLACKLIVESMATER.


Bonjour à tous et bienvenue à un nouvel article sur mon blog. Aujourd’hui, nous allons parler – comme je l’ai fait la semaine dernière avec le film « Dark Waters » de Todd Haynes en 2019 – d’une nouvelle critique de film. Le film dont nous allons parler est – comme vous pouvez le lire dans le titre – le film de Daniel Cretton de 2019 « La Voie de la justice. » Comme le film de la semaine dernière, ce titre est également tiré d’une histoire vraie, et son histoire vraie se déroule en Alabama, une terre qui, en plus d’être le foyer du célèbre classique américain « Ne tirez pas sur l’oiseau moqueur » , devient d’abord une terre d’oppression puis une terre de rédemption ; l’histoire est faite de culpabilité blanche de personnes innocentes, de racisme extrême, de haine, d’aveuglement à la vérité parce que blâmer quelqu’un au hasard, même s’il est innocent, est toujours mieux et bien plus. Découvrez-le en lisant.

J’espère que vous apprécierez cette revue et que vous vous y plairez.

Allons à l’article !



Synopsis :

En 1989, Bryan Stevenson, un jeune diplômé en droit idéaliste de Harvard, s’est rendu en Alabama dans l’espoir d’aider à lutter pour les pauvres qui ne peuvent pas se permettre une représentation juridique adéquate. Il rencontre Eva Ansley et fonde l’initiative Equal Justice, puis se rend dans une prison pour rencontrer ses détenus dans le couloir de la mort. Elle rencontre Walter “Johnny D.”. McMillian, un Afro-Américain condamné en 1986 pour le meurtre de Ronda Morrison, une femme blanche. Bryan examine les preuves dans cette affaire et constate qu’elles reposent entièrement sur le témoignage du condamné Ralph Myers, qui a fourni un témoignage très contradictoire en échange d’une peine plus légère dans son procès actuel.

Bryan commence par demander de l’aide au procureur Tommy Chapman, mais ce dernier le renvoie sans même regarder ses notes. Bryan demande alors à Darnell Houston, un ami de la famille de McMillian, de témoigner qu’il était avec un témoin qui a corroboré le témoignage de Myers le jour du meurtre, ce qui briserait le dossier de l’accusation. Lorsque Bryan fait le témoignage de Darnell, la police l’arrête pour parjure. Alors que Bryan parvient à faire abandonner les accusations de parjure, Darnell est intimidé et refuse de témoigner au tribunal.

Bryan s’approche de Myers, qui finit par admettre qu’il a été forcé de témoigner après que la police a joué sur sa peur d’être brûlé et a menacé de le faire exécuter à la chaise électrique. Bryan fait appel au tribunal local pour qu’il accorde un nouveau procès à Walter et convainc Myers de se rétracter à la barre, mais le juge refuse toujours d’accorder un nouveau procès. Bouleversé, Bryan fait part de ses frustrations à Eva. Il apparaît dans l’émission 60 Minutes pour obtenir le soutien du public en faveur de Walter, puis fait appel à la Cour suprême de l’Alabama. La Cour suprême annule la décision de la cour de circuit et accorde un nouveau procès à Walter. Bryan demande alors un non-lieu complet. Il confronte Chapman chez lui et tente de le convaincre de se joindre à sa motion ; Chapman l’expulse avec colère de sa propriété. Le jour de la requête arrive et Bryan fait appel au juge. Chapman accepte de se joindre à lui dans la requête, l’affaire est rejetée et Walter est enfin réuni avec sa famille.

Un épilogue note que Bryan et Eva continuent de se battre pour la justice jusqu’à ce jour. Walter est resté ami avec Bryan jusqu’à sa mort en 2013. Une enquête ultérieure sur la mort de Morrison a confirmé l’innocence de Walter et a supposé qu’un homme blanc était probablement responsable ; l’affaire n’a jamais été résolue. L’ancien compagnon de cellule de McMillan, Anthony Ray Hinton, est resté dans le couloir de la mort pendant 28 ans jusqu’à ce que Stevenson réussisse à faire abandonner toutes les accusations et que Hinton soit finalement libéré en 2015.



Commentaire :

Just Mercy: A Story of Justice and Redemption: Amazon.it ...

« La Voie de la justice » est un film de 2019 écrit et réalisé par Destin Daniel Cretton, basé sur le livre de 2014 » Just Mercy : A Story of Justice and Redemption » écrit par l’avocat et activiste des droits sociaux Bryan Stevenson. Le film, basé sur l’histoire vraie racontée par le vrai Stevenson dans le livre susmentionné, est le récit d’une bataille contre l’injustice et le racisme dans l’État rendue célèbre par Harper Lee avec son « Ne tirez pas sur l’oiseau moqueur » : l’odyssée d’un homme innocent faussement accusé de meurtre et défendu par le courageux avocat Atticus Finch. Le film est interprété par Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson, Tim Black Nelson, Rafe Spall et Rob Morgan, entre autres.

Parfois, des cycles inattendus se produisent quotidiennement et il est arrivé qu’en quelques semaines, trois films sur le même thème soient présentés : des histoires vraies sur les abus et la violence de la police de certains États américains qui, une fois qu’une personne “faible” a été trouvée, la rendent coupable “par la force”, sans passer par le subtil, comme pour « Le Cas Richard Jewell », passé de héros à terroriste ; « Si Beale Street pouvait parler » , dans lequel un jeune homme noir est accusé de viol, sans preuve et malgré son amour fidèle pour un pair et son innocence proclamée… et puis ce film « La Voie de la justice » qui voit un homme noir pris pour cible par des policiers et des magistrats et est accusé, sans enquête, d’avoir tué une jeune fille blanche. La justice doit être démocratique, au-dessus de la race, de la couleur, de l’appartenance religieuse, … C’est ce qu’ils disent, mais la réalité est encore très différente et la vraie Justice, la “juste”, est souvent un mirage encore aujourd’hui, dans tous les pays car le racisme ne meurt pas.

Après les nominations aux Oscars, on a beaucoup parlé des nominations elles-mêmes et du fait que la plupart d’entre elles n’étaient reçues que par des blancs et que, par exemple, il y avait une absence totale de noirs, entendue comme le terme “parapluie” pour désigner tous ceux qui ne sont pas classés comme blancs. Le film a été nominé pour les NAACP Image Awards, une association qui se concentre sur les “gens de couleur” et qui s’intéresse depuis des années à ce type de professionnels de la musique, de la télévision et du cinéma. Puisque nous parlons toujours de ce sujet et de l’absence de ces personnes, puisque à mon avis la seule façon de changer les choses, de donner un coup de fouet est en fait de parler de ces projets si nous les aimons, et ensuite de leur donner une voix, une caisse de résonance. Le droit d’objection voit un casting principalement noir, et derrière la caméra se trouve un réalisateur hawaïen (c’est simplement un détail, pour ne pas dire que le film est bon ou mauvais, absolument pas). Le film traite d’un événement d’actualité d’il y a plusieurs années, mais il est extrêmement actuel, il fait des choix très intéressants en termes de représentation, parfois un peu moins.

Le cinéma parlait souvent de racisme, mais parfois – disons – comme il en parlait, ça ne se passait pas très bien, et il était souvent critiqué. La raison principale est que très souvent, au cinéma, le racisme qui est représenté est celui du petit vieux Lord ignorant qui rencontre ensuite un Afro-Américain et devient ami, etc. Mais malheureusement, le racisme, un peu comme tous les types de discrimination, est quelque chose d’assez transversal, et si, en bref, c’est le Seigneur qui fait attention, le voisin bourru est une chose, mais le problème est quand le racisme est dans le maillage de la justice et des institutions. On parle donc de racisme institutionnalisé. Si les personnes qui font le travail des policiers, des avocats, des juges sont racistes, quel effet cela a-t-il sur une justice égale ou juste ? Rappelons-nous qu’aux États-Unis, il y a bien sûr ces traumatismes, surtout dans les États du sud des États-Unis, qui ont une histoire différente, qui ont une histoire d’esclavage, il y a eu la guerre entre le nord et le sud des États-Unis, et jusqu’à une période très récente, il y a eu la ségrégation, une période sombre de l’histoire américaine dans laquelle, juste par la loi, les gens étaient différents, il y a seulement quelques décennies, tout cela s’est produit. De plus, dans une histoire très récente, il y a seulement quelques décennies, il y avait de gros problèmes. Il y a des projets de loi qui, en somme, touchent principalement les Noirs. En outre, il y a d’autres problèmes : pensez qu’aux États-Unis, par exemple, il y avait un jury et pendant longtemps, il n’était pas possible pour les Afro-Américains de faire partie du jury, ils n’étaient pas autorisés, mais en bref, ils étaient jugés par un jury composé uniquement de personnes blanches dans lequel vous n’alliez pas trop dans le détail si ces personnes étaient victimes de discrimination, de préjugés ou de quelque chose de similaire. Toutes ces choses, bien sûr, créent un système judiciaire qui a tant d’abîmes et tant de problèmes, car s’il y a des préjugés, il n’y aura probablement pas de justice équitable.

Le film, en plus de parler très bien à mon avis de cette chose, donc de parler du racisme institutionnalisé et de la façon dont il est transversal, à mon avis il fait un discours juste et réel, c’est-à-dire qu’il ne divise pas simplement le racisme en noir et blanc, mais il fait un discours plus complexe, plus difficile, c’est-à-dire qu’il parle du racisme et de la façon dont la discrimination a une division entre les gens qui très souvent n’est pas simplement la peau, mais c’est la classe sociale : les riches sont d’un côté, les pauvres sont de l’autre. La différence économique réside dans le fait que les noirs bénéficient de plus de privilèges et les blancs, mais pauvres, de moins de privilèges. Ce discours est rarement prononcé dans les films et parfois le racisme finit par être blanc= mauvais et noir= bon, et malheureusement c’est une rhétorique un peu stérile qui ne parle pas vraiment du discours et de sa complexité, de ses nombreuses facettes, mais c’est simplement un “bonjour et mauvais”, ce qui à mon avis n’aide pas particulièrement ; alors qu’ici au contraire un discours plus intéressant est prononcé.

Quant à la représentation du film, j’ai aimé certains choix du film. Le film commence avec Johnny D. qui revient du travail, nous le suivons pendant sa journée de travail et nous le voyons d’abord arrêté, puis arrêté, comme s’il était un dangereux criminel, et comme le protagoniste, nous ne savons rien, nous ne savons pas la raison, nous ne disons pas pourquoi, ce qui s’est passé… rien ! À mon avis, c’est une excellente stratégie car elle permet au public de s’identifier immédiatement au personnage qui sait les mêmes choses, ou plutôt qui “ne sait pas” les mêmes choses. Immédiatement après, nous découvrirons l’histoire de Johnny D., comment les événements judiciaires se sont déroulés et nous le découvrirons dans les journaux. On va voir les journaux qui sont racontés par des gens qui sont blancs, et attention : cela ne veut pas dire que c’est une mauvaise chose, mais on va très bien voir, c’est un des sujets du film, la narration qui se fait. Comme vous le savez, dans les affaires criminelles, il arrive que l’information ne donne pas vraiment de renseignements, mais nous disons avant même que le procès ne “peigne” un peu un coupable qui est parfois exonéré de la justice officielle, mais qui reste toujours aux yeux du public désormais définitivement coupable. Le film, en fait, est vraiment une fiction, sur l’influence de la presse, et nous le verrons de différentes manières, d’un côté comme de l’autre. Nous voyons aussi comment le système judiciaire est un peu étiré pour se faire plaisir par la bonne volonté des gens qui l’entourent, les gens puissants de cet endroit.

Le film divise clairement, en fait il y a cette représentation dans laquelle il y a les maisons mitoyennes, belles, grandes, luxueuses, etc. des blancs et ensuite le chemin de terre avec les quartiers pauvres qui sont habités principalement par des noirs, précisément à cause d’une société qui divise. En fait, le film montre que la majorité des Afro-Américains pauvres sont les plus touchés, et qu’ils sont donc touchés sur plusieurs fronts, tant par la discrimination de classe que par la discrimination raciale. Mais il est évident que cela crée une relation un peu plus complexe, et nous le voyons aussi à l’intérieur de la prison avec les condamnés. J’ai vraiment apprécié cette représentation parce qu’à mon avis, elle est complexe, la réalité est difficile, elle a de nombreuses facettes et de nombreuses raisons pour lesquelles on arrive à une situation, et je pense qu’il vaut mieux les donner. J’ai trouvé très intéressant la façon dont nous parlons aussi de la fiction, comment le public perçoit un condamné. On voit au début que tout est présenté par des présentateurs qui sont blancs, puis la chose, sans surprise, va changer lorsque l’histoire de Johnny D. sera racontée pendant 16 minutes, une émission qui voit au moins un présentateur afro-américain à ce moment-là. On parle beaucoup de fiction et en bref, pourrait-il s’agir d’un récit neutre, celui d’un présentateur afro-américain ? Nous ne savons pas. Le racisme n’est pas quelque chose qui dépend de la peau, c’est quelque chose qui dépend de la pensée qui est appliquée.

Le film parle aussi très bien de toutes les failles de la société américaine de l’époque. Il se concentre principalement sur le “non-accès” à la justice, par des personnes qui n’ont pas de problèmes économiques, il parle du fait que parfois les avocats qui ne sont pas surpayés, font les choses de manière correcte ou veulent juste de l’argent, il y a des procès sommaires, des avocats qui ne font pas bien leur travail, et tout cela ne se passe pas bien, disons, laisse place à des abus de pouvoir de la part de la police et de la justice qui laissent un peu les pauvres comme boucs émissaires pour donner à la société l’impression que tout va bien. Mais le film aborde également un autre sujet, celui de la peine capitale. Comme vous le savez, de nombreux États des États-Unis ont “dans leur culture” presque, ce genre de jugement et même le film montre très bien comment, même ceux qui demandent de changer la peine qui leur est infligée en prison à vie, sont considérés presque comme un traître à leur pays. Une partie très ironique, à mon avis, du film est la façon dont on souligne souvent que ce qui se passe est pratiquement à deux pas de l’endroit où a été écrit « Ne tirez pas sur l’oiseau moqueur » ,qui a pour sujet principal un Afro-Américain accusé par la justice sommaire, exactement la même histoire que celle que nous vivons dans ce film.

Le film traite vraiment des privilèges et de la façon dont vous pouvez avoir accès à de nouveaux privilèges. Le personnage principal est un jeune avocat, il a réussi à aller à Harvard, il est afro-américain, et bien qu’il ait certains privilèges, il n’en a malheureusement plus, car aux yeux de la communauté, il est afro-américain. Il est convaincu qu’il peut lutter contre cela grâce à ses compétences, sa préparation et son professionnalisme, mais cela ne suffit malheureusement pas pour lutter contre la discrimination, car c’est un peu comme jouer un système qui est en fait truqué. Le film, à mon avis, s’appuie sur de nombreux petits éléments qui sont souvent de petits systèmes de discrimination qui tendent à humilier le sujet, comme par exemple ne pas laisser entrer les noirs en premier, mais les forcer à passer en dernier, toutes ces petites choses d’humiliation qui vont miner la sécurité des gens et les faire vivre dans une sorte de petite violence constante ; nous, en voyant le film, nous vivons l’humiliation surtout en ce qui concerne le personnage principal joué par Michael B. Jordan, qui est même fouillé et déshabillé par le gardien de prison, alors qu’en théorie il ne devrait pas le faire, mais nous vivons dans un abus de pouvoir et nous vivons son humiliation, et nous vivons précisément cette intention de l’humilier en abusant de son pouvoir. Cette scène est très forte et elle était aussi très difficile à gérer dans la représentation, parce que M. B. Jordan est célèbre pour son physique, c’est un très bel acteur, il a un beau physique, et en bref, représenter une scène dans laquelle la nudité ne représente pas le bel être, mais se concentrer sur une humiliation qu’il vit, est une chose très difficile. Le réalisateur s’est surtout concentré sur son visage, et franchement, c’était une chose difficile à mettre en scène, mais il a vraiment réussi. Ce qui est frappant dans la scène, c’est l’humiliation et vous n’êtes pas distrait par la beauté et les prouesses physiques du protagoniste, parce que son corps n’est pas sexualisé.  C’est un aspect important qui n’arrive pas toujours aux personnages féminins, quand, par exemple, il y a des scènes de violence, parfois elles sont héroïsées et d’autres choses (c’est un peu complet).

Les interprètes ont été soigneusement choisis par le réalisateur Destin Daniel Cretton à la fois pour leur ressemblance avec les vrais personnages et pour leur talent. Applaudissons Michael B. Jordan, Brie Larson, Jamie Foxx, O’Shea Jackson Jr, Tim Blake Nelson et tous les autres, y compris les figurants.

M. B. Jordan – acteur déjà vu dans « Black Panther » et « Creed : L’Héritage de Rocky Balboa », mais ici il est un peu “comme ça” ; ici c’est Jamie Foxx qui est très bon ici littéralement, il change aussi de voix, très très très bon en effet. De l’autre côté, il y a MBJ qui ne supporte pas toujours la comparaison avec l’autre, surtout dans la finale, où il y a deux monologues dans lesquels on sent qu’il manque cette étape un peu plus pour devenir une icône, c’est un peu vert. Celui qui, à mon avis, a donné la meilleure performance, me laissant sans voix, est Tim Blake Nelson, il joue Meyers, et il est très bon. Il joue ce personnage plein de tics, de problèmes, de peurs… il vous laissera sans souffle ! J’ai aussi beaucoup aimé l’acteur qui joue le fils de Johnny D., même s’il a un petit rôle marginal dans l’histoire, mais il est vraiment très bon, surtout la scène au tribunal où il dit, en criant, qu’en condamnant son père au premier degré, il condamne toute sa famille, tout ce qu’il a et cela lui donne un sentiment de sécurité.

Quant à ce que je n’ai pas vraiment aimé, je dois parler de Brie Larson et de son personnage. Elle joue un vrai personnage qui est l’assistant de l’avocat, elle est aussi un avocat qui aide le personnage de MBJ, mais malheureusement son personnage est littéralement gâché. C’est une très bonne actrice oscarisée, et dans ce film elle est une sorte de figurant, si on peut appeler ça comme ça, et si d’un côté je comprends le désir de retenir son personnage pour qu’elle ne tombe pas dans la figure du “sauveur blanc”, donc de l’homme blanc qui sauve la situation, etc., D’un autre côté, son caractère est tellement aplati qu’on peut à peine dire si elle est avocate ou juste une nana qui reste là à jouer cartes sur table, parce qu’honnêtement, elle ne semble même pas comprendre ce que nous faisons alors qu’elle est vraiment avocate. Disons que toutes les figures féminines sont les meilleures des meilleures dans le film : il y a la femme de JD, il y a Brie Larson qui est caractérisée comme une mère- avocate, mais on ne comprend pas vraiment comment elle fait, disons que le début du film était prometteur, parce qu’il y avait son combat contre un type qui la critiquait pour être contre la peine de mort en général en tant que système punitif, donc il y a son combat. Mais malheureusement, disons que tout cela disparaît et devient, comme, une partie de l’arrière-plan. Son personnage ressemble littéralement à un brouillon, tout comme le personnage de la secrétaire par exemple, qui à un moment donné est un personnage clé et à d’autres moments il ne l’est pas, et c’est comme un sketch. La seule chose que nous savons, c’est qu’elle commente l’acteur principal qui dit “eh bien, c’est un beau mec” et c’est tout…

Un détail de la pièce que j’ai aimé est qu’au sein de la famille de Johnny D. qui ne sont jamais spécifiés plus que cela, il y a aussi un homme qui est en fauteuil roulant : on ne sait pas si c’est vraiment un personnage réel dans l’histoire, mais j’ai aimé cette représentation, parce qu’on ne voit jamais de figurants, par exemple, qui ont un handicap et si au niveau cinématographique, il aurait été plus facile de couper ou de changer ce truc, – aussi parce que c’est beaucoup moins cher, parce qu’il n’est pas nécessaire de louer un fauteuil roulant, de l’adapter, de choisir le lieu de tournage, etc. J’apprécie qu’il y en ait, et donc que les personnes handicapées ne soient pas constamment supprimées dans le cinéma. Son personnage ne parle même pas, c’est juste un figurant, mais je pense qu’il a une valeur, vous savez, pour inclure tout ça.

J’ai beaucoup aimé la scène de l’exécution, où un ami de Johnny D., Herbert, en souffre, et nous voyons tout le processus qui mène à une condamnation à mort, plutôt que l’action elle-même. C’est une scène d’un grand impact émotionnel et en plus, c’est une scène forte et poignante qui vous prend au sérieux. Alors que Herb est conduit à la chaise électrique, puis à la mort, nous commençons à entendre en arrière-plan, d’abord plus léger puis plus haut, les notes de « The Old Rugged Cross » d’Ella Fitzgerald. Ensuite, nous le voyons être emmené par les gardes dans la petite pièce exiguë où se trouve la chaise électrique, et là, on le fait s’asseoir d’une manière plus ou moins, plus ou moins “humaine”, on l’humidifie à certains endroits avec de l’eau, on l’attache avec les différentes sangles aux différents endroits et on lui met sur la tête cette sorte de “petit chapeau” qui lui servira à tenir sa tête immobile. Et voici une séquence de gros plans qui nous fait espérer qu’il y a un minimum d’humanité, puisqu’un garde et Herb échangent un regard : le garde au visage triste, froncés, Herb au contraire avec une expression joyeuse sur son visage. Entre-temps, ses accusations sont énumérées et on lui demande enfin s’il a des derniers mots à dire et il répond qu’il « n’a aucun ressentiment et aucune rancune contre quiconque ». Ici, le volume de la chanson augmente et le cadre change, avec des gros plans et des figures entières des autres prisonniers, qui entre-temps écoutent la même chanson, et de Johnny D. Il commence un geste de proximité physique pour son ami conduit à la mort, prenant une mini poêle à frire ; il commence à le frapper de haut en bas, de gauche à droite, de la fente nécessaire pour passer sa nourriture et sur les grilles de la cellule, et lentement il est suivi par tous les autres prisonniers sur la roue, jusqu’à ce qu’il commence à créer un certain son brut, métallique, dur, avec un fond toujours accompagné des phrases de proximité de ses amis et des autres prisonniers, dans lesquelles ils crient qu’ils sont tous avec lui, qu’ils l’aiment, qu’ils “marchent” avec lui, qu’ils lui disent de suivre son cœur et qu’il est fort. Ici, il y a un changement de cadre qui nous ramène à la salle d’exécution, et nous voyons comment les autres qui sont là pour assister à cet acte macabre et terrible ressentent aussi cette proximité. Nous comprenons cela parce que toutes les personnes présentes dans la salle, y compris l’avocat, se regardent sans comprendre ce qui se passe, et nous voyons qu’Herbert les ressent aussi, il ressent cette proximité, il ressent ce cri d’amour envers lui et commence à inspirer et à expirer lentement, en faisant allusion à un sourire, et continue son expiration et son inspiration entrecoupées de la fermeture des yeux. À un certain moment, la scène ralentit et la musique s’estompe, cadrant son visage pendant quelques secondes, puis déplaçant l’objectif vers le public, derrière la fenêtre, et après avoir entendu le son croissant que l’énergie produit, un seul choc électrique, court et intense, le tue. (Nous ne le voyons pas directement, mais d’après le reflet de l’homme aperçu sur le vitrail).

Voyons à quel point c’est inhumain de faire quelque chose comme ça, voyons, par exemple, les personnages qui doivent subir cela, c’est-à-dire qu’ils doivent subir une exécution, par exemple, ils se rasent les sourcils, ils se rasent les cheveux, ils leur demandent ce qu’ils veulent manger comme dernier repas, etc., il y a une déshumanisation ferme et nous voyons à quel point c’est hypocrite, parce que si vous condamnez une personne à tout cela et qu’ensuite vous la traitez très bien juste avant de la tuer, en bref, il y a une hypocrisie de base. L’acte lui-même n’est pas montré du tout, et j’apprécie cela, sans être rhétorique et sans se concentrer sur le drame à tout prix.

Le film se concentre principalement sur la fragilité du système judiciaire américain, comment les préjugés peuvent créer des situations d’abus de pouvoir et comment, en bref, la condamnation à mort est fallacieuse, car d’après les données, il semblerait que chaque 9 condamné 1, en réalité, est innocent. Affirmer son innocence semble presque simplement accessible à ceux qui ont le pouvoir économique d’acheter un bon avocat, et comme vous le comprendrez, ce n’est pas la justice, mais simplement le capitalisme.

J’ai aimé la façon dont le racisme est représenté dans le film, comme quelque chose de beaucoup plus complexe qu’une simple moitié ignorante ou en noir et blanc, mais placé dans le contexte social et la hiérarchie des classes.

Le film raconte l’histoire de Bryan Stevenson et il est lui-même parmi les producteurs. Le film, à mon avis, ouvre un discours important et extrêmement actuel, évidemment aux États-Unis, et on pourrait même dire intéressant à discuter.

Dans « La Voie de la justice », l’État d’Alabama devient une terre d’oppression, mais aussi de rédemption.Le titre original Just Mercy conservent tous deux l’essence du film de Destin Daniel Cretton. En fait, alors que le “devoir” indique une obligation morale, parfois une imposition, le droit est la liberté attribuée à un homme, la liberté de choisir. Le jeune avocat choisit de fournir une assistance juridique gratuite et adéquate aux prisonniers en Alabama en soulignant les erreurs, les préjugés d’un système judiciaire vicié par le racisme et en faisant triompher une justice plus vraie, plus empathique et plus humaine.   

L’Alabama, le cœur féroce de l’Amérique du Sud, la périphérie d’une humanité découragée par la discrimination séculaire, a été le théâtre de la dialectique historique entre oppresseurs et opprimés, mais aussi d’une rébellion héroïque et constructive contre cet état de fait, de la revendication des droits civils de l’homme.

Une terre où un fossé a persisté entre la loi qui a formellement réduit la question raciale et la mentalité ataviquement raciste, discriminatoire, presque nostalgique de ses habitants. Paradoxalement, le premier instrument de l’avocat Stevenson est précisément le droit, c’est la foi dans le pouvoir de la justice. En même temps, l’Alabama a été la terre de la rédemption, une terre qui a vu le petit geste grandiose de Rosa Parks, le refus de donner sa place à un homme blanc dans un bus (en 1955), a vu l’humanité marcher pour l’égalité inspirée par le rêve de Martin Luther King. C’était le pays de l’enfance de Harper Lee et Truman Capote, de la jeunesse de Forrest Gump, avec en toile de fond l’intégration raciale à l’université d’Alabama, et en même temps la sérieuse opposition à la déségrégation, le pays de l’histoire d’Idgie et Ruth, de leur courage, dans Fried Green Tomatoes.   

L’histoire macrocosmique se reflète toujours dans le microcosme d’individus comme Stevenson, destinés à changer ou du moins à réorienter le cours de la première. Son histoire faite d’une alternance continue de défaites et de petites conquêtes suit le même rythme que celle de l’Amérique : de Lincoln et de la proposition d’abolition de l’esclavage à sa mise à mort injuste, de la fin de la guerre civile à l’apartheid jusqu’à l’approbation du Civil Rights Act de 1964.

Une question qui se poursuit de manière spectaculaire et qui montre en même temps de manière exemplaire comment la recherche de la justice est de plus en plus tenace, peut-être pas rapide car elle ne procède pas par raccourcis mais plus vraie et ses fruits sont durables contrairement à ceux générés par la logique du » œil pour œil, dent pour dent ».

Le film enseigne la valeur d’une vie. La valeur de la liberté. La bande-annonce du film s’ouvre sur un fil très fin suspendu à un arbre, symbole de la précarité et de la fragilité de l’existence d’un homme. Une lueur de ciel au milieu des arbres. Ce sentiment d’impuissance, marqué par la façon dont la caméra, presque invisible, encadre la scène ; un sentiment d’impuissance, mais aussi le désir de pouvoir escalader quelque chose d’insurmontable pour obtenir un peu de pitié (ce qui n’est pas un hasard dans l’original Just Mercy).

L’œuvre, dès la première séquence, avec un style qui vibre grâce au travail effectué par la bande sonore, fait apparaître une dynamique qui n’est pas enracinée dans le désespoir, mais qui est liée à la persévérance d’un homme, l’avocat Bryan Stevenson, pour rechercher cette miséricorde et ce sens de la justice que tout le monde mérite et que peu de gens aux États-Unis parviennent à obtenir. Les plans et le son donnent l’idée d’un disque rayé, le système américain, qui bloque les personnages dans un cycle de défaites qui semblent ne trouver aucune lumière.

La grâce semble être refusée aux personnes que la société, en l’occurrence une petite ville d’Alabama, définit comme “marginalisées” pour des raisons de sexe, de religion, d’argent ou simplement de couleur de peau. Le disque rayé représente donc un système, dont les crédits finaux se distinguent malheureusement encore, qui, malgré les preuves, a du mal à changer. En cela, le film dans sa structure même, mais aussi à travers de petites scènes purement visuelles ou qui évoquent des images à travers les yeux des personnages, cherche une ouverture pour détruire une routine qui ne tient pas compte de l’humanité. Des tasses en fer-blanc jouent sur les barres. Un homme désespéré se souvient d’une odeur de brûlé : l’odeur d’un homme. Un homme qui, en soutenant le film par un jeu de regards et de mots, ne perd pas son statut même à la fin, mais qui trouve dans cette situation tragique, la force de nourrir l’espoir d’un changement futur.

« La Voie de la justice », en plus d’être tiré d’une histoire vraie et adapté du livre du même nom écrit par Bryan Stevenson lui-même, est un film classique, où le système cinématographique n’essaie pas de faire ouvrir la bouche du spectateur. Destin Daniel Cretton, en effet, déjà habitué à traiter des questions liées aux personnes en difficulté, qui semblent être abandonnées par un système qui ne fonctionne pas (ancien directeur de Short Term 12), décide de rechercher une simplicité qui, à travers le son, certaines images, les dialogues et la performance des acteurs, peut soulever une réalité piquante afin de faire bouger le désir de changement du public.

Ce n’est donc pas un film sensationnel, mais un film qui fonctionne et qui, à la fin, laisse le spectateur en silence sur son siège avec l’espoir et le désir que la situation puisse vraiment changer et que nous puissions avoir un peu de pitié et de justice. La miséricorde et la justice qui se détachent dans l’esprit du public comme ce premier éclaboussement de ciel au milieu des arbres, où la vie humaine est un tronc fort et robuste, capable de se dresser contre toutes les barrières d’un système plein de préjugés périmés et qui n’est plus un fil précaire et fragile.

La Voie de la justice fait partie de ces films qu’il est impossible de juger ou de revoir d’un point de vue purement cinématographique. Il y a des films que nous apprécions pour la réalisation, d’autres pour la photographie, d’autres encore pour l’intrigue ou pour leurs personnages inoubliables. Just Mercy – c’est le titre original du film – est un film qui raconte quelque chose de si humain, qu’il dépasse le concept même de cinématographie.

Car avec ce film dramatique basé sur une histoire vraie et triste, nous sommes confrontés au concept d’humanité, analysé dans sa brutalité galvanisée par un préjugé total.

La recherche de la vérité et la transparence de celle-ci sont les thèmes que le film entend analyser et transmettre. Il suffit de voir la scène finale, avant les légendes habituelles qui soulignent la réalité que nous avons en partie vue dans le film, où les deux protagonistes se serrent la main derrière un verre d’eau, symbole de transparence.

Le réalisateur Destin Daniel Cretton poursuit son association artistique avec Brie Larson, qui joue ici le rôle d’un avocat local, pour raconter une histoire d’injustice et de préjugés qui, comme beaucoup de films de cette époque, dépeint l’humiliation rituelle des Afro-Américains à partir du plus courant des abus policiers yankees : l’arrestation injustifiée, souvent accompagnée de fouilles mortifiantes.

Stevenson entre volontairement dans un abîme d’inconduite et de discrimination raciale parce qu’il sait ce que cela signifie de naître noir en Amérique et d’être étiqueté en fonction de la couleur de sa peau. « Il suffit de le regarder en face » est en fait la motivation donnée par les autorités de l’Alabama pour emprisonner un innocent, et l’accusation “lombrésienne” cache une peur profonde de la différence.

Cretton reconstitue l’histoire de Stevenson en épousant entièrement son point de vue, ce qui rend malheureusement l’histoire moins efficace. Mais cette (énième) histoire d’injustice à motivation raciale est le portrait d’une Amérique qui tolère encore des inégalités injustifiables. En fait, l’histoire racontée ne se déroule pas dans les années 1950 mais dans les années 1990, et pourtant elle rencontre la résistance et l’obstructionnisme de l’époque précédant les batailles pour les droits civils des Afro-Américains.



Costumes, maquillage et coiffure :

Les costumes du film ont été créés et dessinés par Francine Jamison-Tanchuck, déjà costumière dans d’autres films célèbres tels que « La Couleur pourpre » (1985), « Glory » (1989), « Sister Act, acte 2 » (1993), « Naissance d’une nation » (2016) et « L’Affaire Roman J. » (2017), entre autres. En plus de vingt ans de carrière, elle a collaboré avec de nombreux réalisateurs et dans de nombreux films, notamment des films historiques. Pour ce film, elle a été choisie pour recréer les costumes de l’époque où se déroule l’histoire.

Lorsque Francine Jamison-Tanchuck a signé comme costumière pour « La Voie de la justice », elle a été attirée par la perspective de représenter de vrais personnages à travers son travail. « Il est parfois plus difficile que tout de sortir de son imagination », explique Jamison-Tanchuck. Après avoir lu le scénario du film, la costumière chevronnée a été poussée par l’idée d’illustrer non seulement la période de 1987 à 1992 dans la petite ville d’Alabama où se déroule le film, mais aussi » une belle famille qui traversait cette période horrible de sa vie. »

Pour obtenir des ressources, Jamison-Tanchuck s’est tourné vers les photographies fournies par les familles McMillian et Stevenson. Les mémoires à succès de l’avocat (sur lesquelles le film est basé) ont également fourni une foule d’informations, tout comme leurs conversations et ses recherches approfondies en ligne et à la Western Costume Research Library de Los Angeles.

Avec l’aide de l’assistante costumière Joy Cretton (la soeur du réalisateur du film), Jamison-Tanchuck s’est engagée à recréer un look historiquement précis pour chaque personnage, avec un clin d’oeil à ses voyages personnels.

Il s’agissait notamment d’uniformes de prisonniers blancs (qui, en Alabama, avaient également des ceintures noires, à la grande surprise de Jamison-Tanchuck). Pour Foxx, il était essentiel que l’uniforme de son personnage apparaisse toujours parfaitement repassé et immaculé, car le vrai McMillian utilisait la petite allocation fournie par sa famille pour payer les blanchisseurs pour repasser ses chemises. Même dans le couloir de la mort, “il voulait que les gens voient qu’ils ne le distrayaient pas de l’être humain”, dit le concepteur. “Bryan Stevenson, qui lui rendait constamment visite, a dit oui, il ressemblait vraiment à ça –tout comme les autres personnes dans le couloir de la mort.

Le sens du respect de soi de McMillian se manifeste également dans la scène finale de la salle d’audience lorsque le verdict est rendu. Il porte ici son costume noir trois pièces, fourni par sa famille, sans cravate. « Sa femme, Minnie, voulait qu’il soit au mieux de sa forme », explique Jamison-Tanchuck. Le designer a reproduit le costume pour Foxx, en utilisant des photos de famille comme guide.

Le réalisateur et Jamison-Tanchuck ont convenu que chaque membre de la famille McMillian et de la communauté en général qui a été représenté à l’écran, qu’il ait parlé ou non, devrait avoir un regard individuel. « Destin voulait qu’ils soient très importants pour le soutien. Je voulais qu’ils aient leur propre personnalité », dit-il. « Je voulais vraiment que ça ressemble à quelque chose de vraiment réel. »

De même, la costumière a commencé à recréer la garde-robe de Stevenson, qui ne comprenait qu’une seule robe lorsqu’elle a rencontré McMillian pour la première fois (» Et ça aussi, ça commençait à s’user », dit-elle). « Bryan Stevenson voulait qu’on sache qu’il ne s’agissait pas de vêtements pour lui », explique le créateur. « Le garder dans la même robe et changer sa cravate et sa chemise était quelque chose que Destin, Michael B. et moi avons convenu de faire pour prouver que ce type ne se souciait pas de l’argent. Mais il se souciait de redresser un tort. »

Faire partie de ce film était un projet personnel passionné de la costumière Francine Jamison-Tanchuck, qui ne convient qu’à un film sur des personnes qui rendent la justice lorsque le système judiciaire a échoué. Le drame judiciaire montre le premier travail sur les droits civils qui allait mener à la fondation de l’Equal Justice Initiative avec Eva Ansley (Brie Larson) en 1989.

Les pièces d’époque peuvent souvent être difficiles, surtout lorsque le cadre temporel fait partie de la mémoire vivante du public. Cela est particulièrement vrai lorsque les personnages sont basés sur des personnes réelles. Bien sûr, avoir accès à la personne sur laquelle l’histoire est basée est inestimable. « Brian Stevenson lui-même était une source d’information incroyable et ses portes étaient toujours ouvertes. S’il ne vous répondait pas tout de suite, il vous dirait qu’il est peut-être en train de plaider une affaire devant la Cour suprême et s’excuserait humblement. Ce n’est qu’un super-héros dans la vraie vie. Nous avons également rencontré la vraie Eva Angsley, qui était tout simplement merveilleuse. »

Représenter les personnages, c’est aussi faire attention aux petits détails qui concernent tant les circonstances. Jamison-Tanchuck explique : « Pour le tribunal, Walter s’est assuré qu’il était très présentable, mais en regardant de près ses vêtements, j’ai remarqué dans certaines recherches qu’il y avait une certaine usure, une petite déchirure ou quelque chose sur un de ses vêtements. »

Jamison-Tanchuck s’est fixé un haut niveau d’authenticité. « Je ne voulais pas recréer les vêtements en créant beaucoup de choses », explique-t-il. Bien que dans d’autres projets, elle ait été connue pour construire tous les objets jusqu’aux chapeaux, elle a recherché des pièces imprégnées d’un sens de l’histoire existante. « J’ai décidé de chercher des trésors trouvés dans des vêtements anciens et de collection. Cela me semblait beaucoup plus réel. J’ai eu de merveilleux acheteurs qui venaient de parcourir Los Angeles, même ici en Géorgie et à New York ».

L’art et la vie se sont entremêlés tout au long du projet, notamment lorsque des membres de l’actuelle Equal Justice Initiative se sont rendus sur place pendant le tournage à Montgomery et ont servi de toile de fond pour le tournage sur les marches de la Cour suprême de l’État. « Cela fait vraiment quelque chose à votre sensibilité », dit-il. « Je pense que tout notre équipage a ressenti cela. Quel que soit son rôle ou notre travail sur ce film, nous avons tous senti que c’était un honneur ».



Les acteurs :

Michael B. Jordan dans le rôle de Bryan Stevenson, un jeune avocat idéaliste diplômé de Harvard qui veut faire la différence et aider ceux qui ne peuvent pas se payer un avocat, en particulier les Noirs, et toujours du côté de ces derniers ;

Jamie Foxx incarne Walter McMillian, alias « Johnny D. », un ouvrier afro-américain qui coupe du bois pour fabriquer du papier, qui est dans le couloir de la mort, accusé d’un crime qu’il n’a pas commis ;

Brie Larson dans le rôle d’Eva Ansley, une avocate qui vit à Monroeville et qui, dans un premier temps, aide et soutient Stevenson, puis travaille avec lui sur le terrain. Elle travaille également avec Stevenson pour réformer le système judiciaire en fondant l’initiative Equal Justice.

Rob Morgan dans le rôle d’Herbert Richardson, un autre prisonnier et voisin de cellule de Walter, qui a commis un meurtre parce qu’il a un état émotionnel altéré ;

Tim Blake Nelson dans le rôle de Ralph Myers, un détenu également dans le couloir de la mort pour certains crimes, qui fait un faux témoignage très contradictoire accusant Mcmillian, en échange d’une peine plus légère dans son procès actuel ;

Rafe Spall dans le rôle de Tommy Chapman, le procureur de l’Alabama qui se montre d’abord aimable et serviable, mais lorsque Stevenson demande de rouvrir l’affaire, de l’examiner et de lire ses notes, il le lynche sans ménagement, en essayant de se mettre sur son chemin ;

O’Shea Jackson Jr. dans le rôle d’Anthony Ray Hinton, un autre ami et voisin de cellule de Walter et Herbert, passe-lui aussi une trentaine d’années dans le couloir de la mort pour un crime qu’il n’a pas commis, et grâce à Stevenson, il est un homme libre ;

Darrell Britt-Gibson dans le rôle de Darnell Houston, un ami de la famille McMillian, mais aussi le premier à témoigner qu’il était avec un témoin qui a corroboré le témoignage de Myers le jour du meurtre, ce qui briserait le dossier de l’accusation ;

Lindsay Ayliffe dans le rôle du juge Foster.

C.J. LeBlanc dans le rôle de John McMillan, le fils de Walter qui se soucie de sa famille et qui essaie de faire tout ce qu’il peut pour aider son père à sortir de prison. C’est également lui qui dit à Stevenson qu’un de ses amis, Darnell, a des preuves qu’il recherche ;

Ron Clinton Smith dans le rôle de Woodrow Ikner,

Dominic Bogart dans le rôle de Doug Ansley,

Hayes Mercure dans le rôle de Jeremy,

Karan Kendrick dans le rôle de Minnie McMillian, la femme de Walter, qui le soutient depuis toutes les années qu’il est en prison. Malgré les abus de son mari, elle l’aime toujours et est de son côté ;

Kirk Bovill dans le rôle de David Walker,

Terence Rosemore dans le rôle de Jimmy.



Bande sonore :

La musique originale du film est composée par Joel P. West, un auteur-compositeur-interprète et compositeur de films basé à Los Angeles – ancien compositeur des partitions de Short Term 12 (2012), Grandma (2015), The Glass Castle (2017), Band of Robbers (2015) et bien d’autres. Au cours de sa longue carrière, sa musique a été décrite comme “une musique qui montre une grande nuance émotionnelle” et “avertit…, richement structurée et pastorale“. Ses œuvres sont fortement inspirées par la nature sauvage et les grands espaces de l’Amérique du Nord.

Dans la bande-son de ce film, outre les compositions, il y a plusieurs morceaux de répertoire enregistrés par divers artistes, comme Ode To Billie Joe de Martha Reeves & The Vandellas, Higher Ground de J. Alphonse Nicholson, Don’t Wanna Fight de Alabama Shakes et d’autres.

« Cette musique est le résultat d’un long processus de collaboration avec Destin Cretton, le monteur musical Del Spiva, le monteur d’images Nat Sanders et le reste de notre extraordinaire équipe de post-production. Tout a commencé par une plongée profonde dans le monde musical de Bryan Stevenson, qui est lui-même musicien et qui a toujours privilégié le jazz, le gospel et la soul music comme carburant pour son travail et son mouvement. Les vilaines vérités qu’il s’efforce de corriger sont accablantes et difficiles à digérer et, en fin de compte, nous essayions de mettre au point une musique qui pourrait apporter un peu de la même dignité, de l’espoir et de la beauté que Bryan apporte aux personnes coincées dans ces ombres. »

« J’ai écrit les parties rythmiques sous forme de brouillons, et nous avons trouvé un groupe de musiciens incroyable pour leur donner vie. Nous avions Karriem Riggins à la batterie, Thomas Drayton à la basse, Lynette Williams aux claviers et Justus West à la guitare, et même s’ils ne s’étaient jamais rencontrés ou n’avaient jamais joué ensemble auparavant, ils se sont rapidement combinés en un son très spécial et ont commencé à se nourrir les uns des autres. Nous avons passé trois jours aux Capitol Studios à tourner et à expérimenter des idées comme on le ferait pour un album de jazz, et j’ai découvert que plus je m’éloignais et que je les laissais mettre leur timbre collectif sur les mélodies, plus la musique s’améliorait. Je ne pourrais pas être plus heureux avec le produit fini. », dit-il.

« Après les sessions du groupe, nous avons passé une journée entière à enregistrer les cordes, et une chorale de gospel est venue après des heures et a mis la touche finale à la partition. La journée avait été longue et chargée et nous nous sentions tous assez épuisés, mais nous sommes sortis de la cabine pour entrer dans une salle pleine de joie et de rires et nous avons été immédiatement excités par le groupe. Les entendre chanter ensemble a été le plus beau cadeau à la fin d’un long voyage créatif, et tous les habitants du bâtiment ont cessé de faire ce qu’ils faisaient pour venir écouter et être nourris par leur talent et leur positivité. »

« Je suis incroyablement honoré d’avoir contribué à raconter l’histoire de Bryan, et je recommande vivement de visiter le site web de l’Initiative Equal Justice – ils permettent de trouver très facilement un moyen de contribuer à leur travail, et de s’informer davantage sur l’histoire de l’injustice raciale de notre pays qui a conduit au racisme institutionnalisé et à l’indifférence que nous tolérons tous en l’ignorant. Merci à toutes les personnes impliquées, et à Destin d’être un rocher d’humilité, de persévérance et de bienveillance tout au long du processus de réalisation de cette histoire. Je suis très fière d’avoir contribué et je suis toujours reconnaissante pour la croissance personnelle et la perspective que j’ai acquises en cours de route. »

« Après les sessions du groupe, nous avons passé une journée entière à enregistrer les cordes, et nous avons fait venir une chorale de gospel après l’heure de clôture pour mettre la touche finale à la partition. La journée avait été longue et chargée et nous nous sentions tous assez épuisés, mais nous sommes sortis de la cabine pour entrer dans une salle pleine de joie et de rires et nous avons été immédiatement excités par le groupe. Les entendre chanter ensemble a été le plus beau cadeau à la fin d’un long voyage créatif, et tout le monde dans le bâtiment a arrêté de faire ce qu’il faisait pour venir écouter et être nourri par leur talent et leur positivité », poursuit-il.

« Je suis incroyablement honoré d’avoir contribué à raconter l’histoire de Bryan, et je recommande vivement de visiter le site web de l’Initiative Equal Justice – ils permettent de trouver très facilement un moyen de contribuer à leur travail, et d’en apprendre davantage sur l’histoire de l’injustice raciale de notre pays qui a conduit au racisme institutionnalisé et à l’indifférence que nous tolérons tous en l’ignorant. Merci à toutes les personnes impliquées, et à Destin d’être un rocher d’humilité, de persévérance et de bienveillance tout au long du processus de réalisation de cette histoire. Je suis très fière d’avoir contribué et je suis toujours reconnaissante pour la croissance personnelle et la perspective que j’ai acquises en cours de route. »


Liste des chansons du répertoire pop :

Ode To Billie Joe • Martha Reeves & The Vandellas

Higher Ground • J. Alphonse Nicholson

Don’t Wanna Fight • Alabama Shakes

Dream Come True • Hilton Felton

Blessed Be The Name Of The Lord • Sister Emily Braum

Jesus Is With Me • The Mighty Indiana Travelers

Save Their Souls • Bohannon

Troubles of the World • Brother Samuel Cheatam

Masterpiece • Atlantic Starr

The Old Rugged Cross • Ella Fitzgerald

No More Auction Block for Me • Sweet Honey In the Rock

I’m Gonna Lay Down My Life for My Lord • Bessie Jones & Group

The Old Rugged Cross • Karriem Riggins, Lynette Williams, Thomas Drayton and Justus West


Liste des compositions originales composées pour le film :

1. Just Mercy (2:01)

2. Holman Prison (1:19)

3. Johnny D. (2:02)

4. Jackson Cleaners (2:16)

5. Walter’s Case (1:16)

6. Tell Me Everything (1:05)

7. Tapes (1:44)

8. We’re Done Here (0:50)

9. Everybody Out (1:04)

10. Petition (1:15)

11. Courthouse (1:28)

12. Nowhere Near True (2:05)

13. Hearing (1:40)

14. Church (0:55)

15. 60 Minutes (3:20)

16. Freedom (4:17)

17. Equal Justice (2:10)

18. The Old Rugged Cross (4:31)



LA FIN.


J’espère que cette nouvelle critique du film « La Voie de la Justice » si cela vous plaît, et si c’est le cas, laissez un commentaire et faites-moi savoir ce que vous en pensez, partagez avec qui vous voulez et abonnez-vous à mon blog. A bientôt dans le prochain article ! Au revoir.

Einfach Gnade – Film-Bescherung.

Für George Floyd, Breonna Taylor, Michael Lorenzo Dean und all die Leben schwarzer Männer und Frauen, die zu Unrecht durch die Hand weißer Polizisten starben (und mehr). „Gleiches Recht für alle! “, sagen sie, aber es ist leider nicht immer so. Manchmal kommt es jedoch vor, dass (wie in der Geschichte, über die wir heute sprechen werden) der Gerechtigkeit Genüge getan wird!

Sie werden nicht vergessen werden!

#BLACKLIVESMATTER.    


Hallo zusammen und willkommen zu einem neuen Artikel in meinem Blog. Heute werden wir – wie letzte Woche bei Todd Haynes’ 2019er Film „Vergiftete Wahrheit “ – über eine neue Filmkritik sprechen. Der Film, über den wir sprechen werden, ist – wie Sie dem Titel entnehmen können – Daniel Crettons 2019 entstandener Film „Einfach Gnade“. Wie der Film der letzten Woche ist auch dieser Titel einer wahren Geschichte entnommen, und seine wahre Geschichte spielt in Alabama, einem Land, das nicht nur die Heimat des berühmten amerikanischen Klassikers »Wer die Nachtigall stört« ist, sondern auch zuerst ein Land der Unterdrückung und dann ein Land der Erlösung wird; die Geschichte besteht aus weißer Schuld unschuldiger Menschen, extremem Rassismus, Hass, Blindheit gegenüber der Wahrheit, denn jemandem willkürlich die Schuld zu geben, auch wenn er unschuldig ist, ist immer besser und viel mehr. Finden Sie es durch Lesen heraus.

Ich wünsche Ihnen viel Spaß bei der Lektüre dieses Artikels.

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Handlung:

1989 reiste Bryan Stevenson, ein idealistischer junger Harvard-Absolvent der Rechtswissenschaften, nach Alabama in der Hoffnung, im Kampf für die Armen zu helfen, die sich keine angemessene rechtliche Vertretung leisten können. Er traf sich mit Eva Ansley und gründete die Equal Justice Initiative, dann ging er in ein Gefängnis, um seine Insassen in der Todeszelle zu treffen. Sie lernt Walter „Johnny D.“ kennen. McMillian, ein afroamerikanischer Mann, der 1986 für den Mord an Ronda Morrison, einer weißen Frau, verurteilt wurde. Bryan untersucht die Beweise in dem Fall und stellt fest, dass sie sich vollständig auf die Aussage des verurteilten Täters Ralph Myers stützen, der in seinem aktuellen Prozess höchst widersprüchliche Aussagen im Austausch gegen eine mildere Strafe gemacht hat.

Bryans erster Schritt ist es, Staatsanwalt Tommy Chapman um Hilfe zu bitten, aber Chapman feuert ihn, ohne sich seine Notizen überhaupt anzusehen. Bryan bittet daraufhin Darnell Houston, einen mit der Familie befreundeten Freund von McMillian, auszusagen, dass er am Tag des Mordes bei einem Zeugen war, der Myers’ Aussage am Tag des Mordes bestätigte, was den Fall der Staatsanwaltschaft zum Scheitern bringen würde. Als Bryan Darnell aussagt, verhaftet ihn die Polizei wegen Meineids. Während es Bryan gelingt, die Meineid-Anklage fallen zu lassen, wird Darnell eingeschüchtert und weigert sich, vor Gericht auszusagen.

Bryan wendet sich an Myers, der schließlich zugibt, dass er gezwungen wurde, auszusagen, nachdem die Polizei seine Angst vor der Verbrennung ausgenutzt und ihm mit der Hinrichtung auf dem elektrischen Stuhl gedroht hatte. Bryan appelliert an das örtliche Gericht, Walter einen neuen Prozess zu gewähren, und überzeugt Myers, seine Aussage im Zeugenstand zu widerrufen, aber der Richter weigert sich immer noch, einen neuen Prozess zu gewähren. Aufgebracht lässt Bryan seine Frustration an Eva aus. Er tritt in 60 Minuten auf, um öffentliche Unterstützung für Walter zu gewinnen, und legt dann beim Obersten Gerichtshof von Alabama Berufung ein. Der Oberste Gerichtshof hebt die Entscheidung des Bezirksgerichts auf und gewährt Walter einen neuen Prozess. Bryan fordert daraufhin die vollständige Abweisung der Anklage. Er konfrontiert Chapman in seinem Haus und versucht, ihn zu überzeugen, sich seinem Antrag anzuschließen; Chapman vertreibt ihn wütend von seinem Grundstück. Der Tag des Antrags kommt und Bryan appelliert an den Richter. Chapman erklärt sich bereit, sich dem Antrag anzuschließen, die Klage wird abgewiesen, und Walter ist endlich wieder mit seiner Familie vereint.

In einem Nachwort heißt es, dass Bryan und Eva bis heute für Gerechtigkeit kämpfen. Walter blieb bis zu seinem Tod im Jahr 2013 mit Bryan befreundet. Eine spätere Untersuchung von Morrisons Tod bestätigte Walters Unschuld und nahm an, dass wahrscheinlich ein weißer Mann verantwortlich war; der Fall wurde nie aufgeklärt. McMillans ehemaliger Zellengenosse, Anthony Ray Hinton, blieb 28 Jahre lang im Todestrakt, bis Stevenson alle Anklagepunkte fallen lassen konnte und Hinton schließlich 2015 freigelassen wurde.



Personal Meinung:

Just Mercy: A Story of Justice and Redemption: Amazon.it ...

Der Film „Einfach Gnade“ wurde 2019 von Destin Daniel Cretton gedreht und basiert auf dem 2014 erschienenen Buch „Ohne Gnade: Polizeigewalt und Justizwillkür in den USA“ des Sozialrechtsanwalts und Aktivisten Bryan Stevenson. Der Film, der auf der wahren Geschichte basiert, die der echte Stevenson in dem Buch „Ohne Gnade“ erzählt, ist ein Bericht über einen Kampf gegen Ungerechtigkeit und Rassismus in dem Staat, den Harper Lee mit seinem „Wer die Nachtigall stört “ berühmt gemacht hat: die Odyssee eines unschuldigen Mannes, der fälschlicherweise des Mordes angeklagt und von dem tapferen Anwalt Atticus Finch verteidigt wird. Der Film wird u.a. von Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson, Tim Black Nelson, Rafe Spall und Rob Morgan gespielt.

Manchmal ereignen sich täglich unerwartete Zyklen, und in nur wenigen Wochen sah man zufällig drei Filme mit demselben Thema: Wahre Geschichten über die Misshandlungen und die Gewalt der Polizei einiger amerikanischer Staaten, die, sobald sie eine “schwache” Person identifiziert haben, sie “mit Gewalt” schuldig machen, ohne das Subtile zu durchlaufen, wie bei „Richard Jewels“, vom Helden zum Terroristen wurden; „Beale Street“ in dem ein junger schwarzer Mann ohne Beweise und trotz seiner treuen Liebe zu einem Gleichaltrigen und seiner proklamierten Unschuld der Vergewaltigung beschuldigt wird … und dann dieser Film „Einfach Gnade“, in dem ein schwarzer Mann von Polizisten und Richtern ins Visier genommen und ohne Untersuchung beschuldigt wird, ein weißes Mädchen getötet zu haben. Gerechtigkeit sollte demokratisch sein, über Rasse, Hautfarbe, Religionszugehörigkeit, … Das sagen sie, aber die Realität ist immer noch ganz anders, und die wahre Gerechtigkeit, die “gerechte”, ist auch heute noch oft eine Fata Morgana, in allen Ländern, da der Rassismus nicht stirbt.

Nach den Oscar-Nominierungen wurde viel über die Nominierungen selbst geredet und darüber, dass die meisten davon nur von Weißen entgegengenommen wurden und dass es beispielsweise eine völlige Abwesenheit von Schwarzen gab, verstanden als der Begriff “Schirm”, um all jene zu berücksichtigen, die nicht als Weiße eingestuft werden. Der Film wurde für die NAACP Image Awards nominiert, eine Vereinigung, die sich auf die “Menschen der Farbe” konzentriert und sich seit Jahren auf diese Art von Fachleuten in Musik, Fernsehen und Film konzentriert. Da wir immer über dieses Thema und die Abwesenheit dieser Menschen sprechen, da meiner Meinung nach die einzige Möglichkeit, die Dinge zu ändern, besteht die einzige Möglichkeit, etwas zu verändern, darin, tatsächlich über diese Projekte zu sprechen, wenn sie uns gefallen, und ihnen dann eine Stimme, einen Resonanzboden zu geben. Das Recht auf Einspruch sieht einen überwiegend schwarzen Cast, und hinter der Kamera steht ein hawaiianischer Regisseur (dies ist einfach ein Detail, um nicht zu sagen, dass der Film gut oder schlecht ist, absolut nicht). Der Film handelt von einem Nachrichtenereignis vor einigen Jahren, aber er ist äußerst aktuell, er trifft sehr interessante Entscheidungen in Bezug auf die Darstellung, manchmal etwas weniger.

Das Kino sprach oft über Rassismus, aber manchmal – sagen wir mal so, wie es darüber sprach, lief es nicht so gut, und es wurde oft kritisiert. Der Hauptgrund dafür ist, dass der Rassismus, der im Kino dargestellt wird, sehr oft der des kleinen ignoranten alten Herrn ist, der dann eine afroamerikanische Person trifft und Freunde wird und so weiter. Doch leider ist Rassismus, ein bisschen wie alle Arten von Diskriminierung, etwas ganz Transversales, und wenn es kurz gesagt der Herr ist, der aufpasst, ist der schroffe Nachbar eine Sache, aber das Problem ist, wenn Rassismus im Geflecht der Justiz und der Institutionen liegt. Und so sprechen wir von institutionalisiertem Rassismus. Wenn Menschen, die die Arbeit von Polizisten, Anwälten und Richtern machen, rassistisch sind, welche Auswirkungen hat dies auf die gleiche oder gerechte Gerechtigkeit? Erinnern wir uns daran, dass es in den Vereinigten Staaten natürlich diese Traumata gibt, vor allem in den Südstaaten der Vereinigten Staaten, die eine andere Geschichte haben, die eine Geschichte der Sklaverei haben, es gab den Krieg zwischen dem Norden und dem Süden der Vereinigten Staaten, und bis vor kurzem gab es die Rassentrennung, eine dunkle Periode der amerikanischen Geschichte, in der die Menschen nur per Gesetz anders waren, noch vor wenigen Jahrzehnten geschah all dies. Außerdem gab es in einer sehr jungen Geschichte, vor nur wenigen Jahrzehnten, große Probleme. Es gibt Gesetzesentwürfe, die, kurz gesagt, hauptsächlich Schwarze betreffen. Darüber hinaus gibt es noch andere Probleme: Man stelle sich vor, dass es zum Beispiel in den USA eine Jury gab und es lange Zeit nicht möglich war, dass Afroamerikaner in der Jury sitzen, sie durften nicht mitmachen, aber kurz gesagt, sie wurden von einer Jury nur aus Weißen vor Gericht gestellt, in der man nicht allzu sehr ins Detail ging, wenn diese Menschen diskriminiert wurden, Vorurteile hatten oder etwas Ähnliches. All diese Dinge schaffen natürlich ein Justizsystem, das so viele Abgründe und so viele Probleme hat, denn wenn es Vorurteile gibt, wird es wahrscheinlich keine faire Gerechtigkeit geben.

Der Film spricht nicht nur meiner Meinung nach sehr gut über diese Sache, also über den institutionalisierten Rassismus und wie er transversal ist, sondern er hält meiner Meinung nach auch eine richtige und wirkliche Rede, d.h. er teilt den Rassismus nicht einfach in Schwarz und Weiß, sondern er hält eine komplexere, schwierigere Rede, d.h. er spricht über Rassismus und darüber, dass Diskriminierung eine Spaltung zwischen den Menschen hat, die sehr oft nicht nur die Haut, sondern die soziale Klasse betrifft: Die Reichen sind auf der einen Seite, die Armen auf der anderen Seite. Der wirtschaftliche Unterschied besteht in größeren Privilegien für Schwarze und in weniger Privilegien für Weiße, die aber arm sind. Diese Rede wird selten im Kino gehalten, und manchmal endet Rassismus damit, dass er weiß=böse und schwarz=gut ist, und leider ist es eine etwas sterile Rhetorik, die nicht wirklich über die Rede spricht und darüber, wie komplex sie ist, wie viele Facetten sie hat, sondern es ist einfach ein “Guten Morgen und schlecht”, was meiner Meinung nach nicht besonders hilfreich ist; während hier stattdessen eine interessantere Rede gehalten wird.

Was die Darstellung des Films betrifft, so gefielen mir einige der Auswahlmöglichkeiten im Film. Der Film beginnt mit Johnny D., der von der Arbeit zurückkommt, wir folgen ihm an seinem Arbeitstag und wir sehen, wie er zuerst angehalten und dann verhaftet wird, als wäre er ein gefährlicher Krimineller, und wir genau wie der Protagonist wissen nichts, wir kennen den Grund nicht, wir sagen nicht warum, was passiert ist… nichts! Meiner Meinung nach ist dies eine ausgezeichnete Strategie, weil sich das Publikum sofort mit der Figur identifiziert, die beide die gleichen Dinge wissen, oder besser gesagt, die gleichen Dinge “nicht wissen”. Unmittelbar danach erfahren wir die Geschichte von Johnny D., wie die gerichtlichen Ereignisse verliefen, und wir werden es aus den Zeitungen erfahren. Wir werden die Zeitungen sehen, die von Menschen erzählt werden, die weiß sind, und aufgepasst: Das bedeutet nicht, dass es etwas Schlechtes ist, aber wir werden sehr gut sehen, da dies eines der Themen des Films ist, die Erzählung, die weitergeht. Wie Sie wissen, geben die Informationen in Kriminalfällen manchmal nicht wirklich Aufschluss, aber wir sagen, schon vor dem Prozess “malt” ein wenig von einer schuldigen Person, die manchmal von der offiziellen Justiz entlastet wird, aber immer in den Augen der Öffentlichkeit inzwischen definitiv schuldig bleibt. In dem Film geht es in Wirklichkeit um Fiktion, um den Einfluss der Presse, und wir werden ihn in vielerlei Hinsicht sehen, sowohl auf der einen als auch auf der anderen Seite. Wir sehen auch, wie das Justizsystem durch das Wohlwollen der Menschen in seiner Umgebung, der Mächtigen dieses Ortes, ein wenig strapaziert wird, um sich selbst zu erfreuen.

Der Film trennt deutlich, in der Tat gibt es diese Darstellung, in der es die Reihenhäuser, schöne, große, luxuriöse, etc… von Weißen gibt und dann die unbefestigte Straße mit armen Vierteln, die hauptsächlich von Schwarzen bewohnt werden, gerade wegen einer Gesellschaft, die sich spaltet. Der Film spricht in der Tat darüber, wie sie als Mehrheit der armen afroamerikanischen Menschen am meisten betroffen sind, so dass sie an mehreren Fronten betroffen sind, sowohl durch Klassendiskriminierung als auch durch Rassendiskriminierung. Aber offensichtlich schafft sie eine etwas komplexere Beziehung, und wir sehen sie auch innerhalb des Gefängnisses bei den Verurteilten. Ich habe diese Darstellung wirklich geschätzt, denn meiner Meinung nach ist sie komplex, die Realität ist schwierig, sie hat viele Facetten und viele Gründe, warum man in eine Situation kommt, und ich denke, es ist besser, sie zu geben. Ich fand es sehr interessant, wie wir auch über Fiktion sprechen, wie ein Publikum einen Verurteilten wahrnimmt. Wir sehen es am Anfang, dass alles von Moderatoren präsentiert wird, die weiß sind, dann wird sich die Sache, nicht überraschend, ändern, wenn die Geschichte von Johnny D. 16 Minuten lang erzählt wird, eine Sendung, die zu diesem Zeitpunkt mindestens einen afroamerikanischen Moderator sieht. Es wird viel über Fiktion geredet, und, kurz gesagt, könnte es eine neutrale Erzählung sein, die eines afroamerikanischen Moderators? Das wissen wir nicht. Rassismus ist nicht etwas, das von der Haut abhängt, es ist etwas, das von dem Gedanken abhängt, der angewendet wird.

Der Film spricht auch sehr gut über all die Mängel der amerikanischen Gesellschaft zu dieser Zeit. Sie konzentriert sich hauptsächlich auf den “Nicht-Zugang” zur Justiz, durch Menschen, die keine wirtschaftlichen Probleme haben, sie spricht davon, dass es manchmal Anwälte gibt, die nicht überbezahlt sind, die Dinge gut machen oder einfach nur Geld wollen, es gibt Schnellverfahren, Anwälte, die ihre Arbeit nicht gut machen, und all das kommt nicht gut an, sagen wir mal, lässt Raum für Machtmissbrauch durch Polizei und Justiz, der arme Menschen ein bisschen zum Sündenbock macht, um der Gesellschaft den Eindruck zu vermitteln, dass alles in Ordnung ist. Der Film spricht aber auch über ein anderes Thema, nämlich die Todesstrafe. Wie Sie wissen, haben viele Bundesstaaten in den Vereinigten Staaten “als Teil ihrer Kultur” diese Art von Urteil und sogar der Film zeigt sehr gut, wie sogar diejenigen, die darum bitten, die ihnen verhängte Strafe in lebenslange Haft zu ändern, fast als Verräter an ihrem Land angesehen werden. Ein sehr ironischer Teil des Films besteht meiner Meinung nach darin, dass oft betont wird, dass das, was geschieht, praktisch nur einen Steinwurf von der Stelle entfernt ist, an der „Wer die Nachtigall stört“ geschrieben wurde, dessen Hauptfokus auf einem afroamerikanischen Mann liegt, der von der summarischen Justiz angeklagt wird, genau dieselbe Geschichte, die wir in diesem Film leben.

Im Film geht es wirklich um Privilegien und darum, wie Sie Zugang zu neuen Privilegien erhalten können. Die Hauptfigur ist ein junger Anwalt, er hat es geschafft, nach Harvard zu gehen, er ist Afroamerikaner, und obwohl er einige Privilegien hat, hat er leider keine mehr, denn in den Augen der Gemeinschaft ist er Afroamerikaner. Er ist überzeugt, dass er durch sein Können, seine Vorbereitung und Professionalität dagegen ankämpfen kann, aber leider reicht das nicht aus, um gegen Diskriminierung zu kämpfen, denn es ist ein bisschen so, als würde man ein System spielen, das tatsächlich manipuliert ist. Meiner Meinung nach stützt sich der Film auf viele kleine Elemente, die oft kleine Systeme der Diskriminierung sind, die dazu neigen, das Thema zu demütigen, wie zum Beispiel Schwarze nicht als erste reinzulassen, sondern sie als letzte zu zwingen, all diese kleinen Dinge der Demütigung, die dazu führen, dass die Sicherheit der Menschen untergraben wird und sie in einer Art ständiger kleiner Gewalt leben müssen; wir, die wir den Film sehen, erleben die Demütigung besonders im Hinblick auf die Hauptfigur, die von Michael B. gespielt wird. Jordan, der sogar vom Gefängniswärter durchsucht und entkleidet wird, obwohl er das theoretisch nicht tun sollte, aber wir leben in einem Machtmissbrauch und wir leben seine Erniedrigung, und wir leben genau diese Absicht, ihn durch Machtmissbrauch zu demütigen. Diese Szene ist sehr stark, und es war auch sehr schwierig, sie innerhalb der Darstellung zu bewältigen, denn M. B. Jordan ist berühmt für seinen Körperbau, er ist ein sehr schöner Schauspieler, er hat einen schönen Körperbau, und kurz gesagt, eine Szene darzustellen, in der die Nacktheit nicht das schöne Wesen darstellt, sondern sich auf eine Demütigung zu konzentrieren, die er lebt, ist eine sehr schwierige Sache. Der Regisseur konzentrierte sich vor allem auf sein Gesicht, und ehrlich gesagt war es schwierig zu inszenieren, aber es ist ihm wirklich gelungen. Das Auffällige an der Szene ist die Demütigung, und man wird nicht von der Schönheit und den körperlichen Fähigkeiten des Protagonisten abgelenkt, weil sein Körper nicht sexualisiert wird.  Das ist ein wichtiger Aspekt, der bei weiblichen Charakteren manchmal nicht vorkommt, wenn es z.B. Gewaltszenen gibt, manchmal werden sie heroisiert und andere Dinge (das ist ein bisschen komplett).

Die Darsteller wurden vom Regisseur Destin Daniel Cretton sorgfältig ausgewählt, sowohl wegen ihrer Ähnlichkeit mit den echten Charakteren als auch wegen ihres Könnens, also Applaus für Michael B. Jordan, Brie Larson, Jamie Foxx, O’Shea Jackson Jr., Tim Blake Nelson und all die anderen, einschließlich Statisten.

M. B. Jordan – Schauspieler, den man schon in „Black Panther“ und „Creed – Rocky’s Legacy“ („Rockys Vermächtnis“) gesehen hat, aber hier ist er ein bisschen “so”; hier ist Jamie Foxx, der hier buchstäblich sehr gut ist, er wechselt auch seine Stimme, wirklich sehr, sehr, sehr gut. Auf der anderen Seite gibt es den MBJ, der den Vergleich mit dem anderen nicht immer ertragen kann, vor allem im Finale, wo es zwei Monologe gibt, in denen man das Gefühl hat, dass ihm dieser Schritt fehlt – ein Pluspunkt, um ikonisch zu werden, es ist ein bisschen unreif. Derjenige, der meiner Meinung nach der besten Vorstellung gab und mich sprachlos machte, ist Tim Blake Nelson, er spielt Meyers, und er ist sehr gut. Er spielt diese Figur voller Ticks, Probleme, Ängste… er wird Sie atemlos zurücklassen! Mir gefiel auch der Schauspieler, der den Sohn von Johnny D. spielt, auch wenn er eine kleine und marginale Rolle in der Geschichte spielt, aber er ist wirklich sehr gut, vor allem die Szene vor Gericht, wo er schreiend sagt, dass er mit der Verurteilung seines Vaters seine ganze Familie verurteilt, alles, was er hat, und dass er sich dadurch sicher fühlt.

Was mir nicht wirklich gefallen hat, ist Brie Larson und ihr Charakter. Sie spielt eine echte Figur, die die Helferin des Anwalts ist, sie ist auch eine Anwältin, die dem Charakter des MBJ hilft, aber leider ist ihr Charakter buchstäblich verschwendet. Sie ist eine sehr gute Oscar-gekrönte Schauspielerin, und in diesem Film ist sie eine Art Statistin, wenn man das so nennen kann, und wenn ich einerseits den Wunsch verstehe, ihre Figur zurückzuhalten, damit sie nicht in die Figur der “weißen Retterin”, also des weißen Mannes, der die Situation rettet, usw. gerät, was sehr negativ ist und eine Spur rassistischer Darstellung hat, Andererseits ist ihr Charakter so abgeflacht, dass wir kaum wirklich sagen können, ob sie eine Anwältin ist oder nur eine Tussi, die nur dasteht und ihre Karten auf den Tisch legt, denn ehrlich gesagt scheint sie nicht einmal zu verstehen, was wir tun, wenn sie eigentlich Anwältin ist. Nehmen wir an, dass alle Frauenfiguren die besten der besten im Film sind: Da ist J.D.s Frau, da ist Brie Larson, die als Mutter-Anwältin charakterisiert wird, aber wir verstehen nicht wirklich, wie sie das macht, sagen wir, der Anfang des Films war vielversprechend, denn da war sie im Kampf gegen einen Typen, der sie kritisierte, weil sie generell gegen die Todesstrafe als Strafsystem ist, also ist da ihr Kampf. Aber leider, sagen wir, verschwindet alles und wird sozusagen Teil des Hintergrundes. Ihre Figur sieht buchstäblich wie ein Entwurf aus, so wie zum Beispiel die Figur des Sekretärs, der in einem Moment eine Schlüsselfigur ist und in einem anderen Moment nicht, und es ist wie eine Skizze. Das einzige, was wir wissen, ist, dass sie den Hauptdarsteller kommentiert, der sagt: „Nun, er ist ein gutaussehender Typ“, und das war’s…

Ein Detail an dem Stück, das mir gefallen hat, ist das innerhalb der Verwandtschaft von Johnny D. die nie weiter spezifiziert werden, gibt es auch einen Mann, der im Rollstuhl sitzt: wir wissen nicht, ob er tatsächlich eine reale Figur in der Geschichte ist, aber mir hat diese Darstellung gefallen, weil wir zum Beispiel nie Komparsen sehen, die Behinderungen haben, und wenn auf filmischer Ebene das Schneiden oder Ändern dieser Sache einfacher gewesen wäre, – auch weil es viel billiger ist, weil man keinen Rollstuhl mieten muss, man muss es nicht anpassen, wo man dreht usw., wäre es viel einfacher gewesen. Ich verstehe, dass es sie gibt, und deshalb werden Menschen mit Behinderungen im Kino nicht ständig gelöscht. Sein Charakter spricht nicht einmal, er ist nur ein Statist, aber ich denke, es hat einen Wert, wissen Sie, all das einzubeziehen.

Mir hat die Hinrichtungsszene sehr gefallen, wo ein Freund von Johnny D., Herbert, darunter leidet, und wir sehen den ganzen Prozess, der zu einem Todesurteil führt, und nicht die Handlung selbst. Es ist eine Szene von großer emotionaler Wirkung und nicht nur das, es ist eine starke, ergreifende Szene, die einen mitreißt. Während Herb auf den elektrischen Stuhl und dann in den Tod geführt wird, hören wir im Hintergrund, zuerst heller und dann höher, die Töne von Ella Fitzgeralds „The Old Rugged Cross“. Danach sehen wir, wie er von den Wachen in den kleinen und engen Raum gebracht wird, in dem sich der elektrische Stuhl befindet, und hier wird er mehr oder weniger “menschlich” hingesetzt und an einigen Stellen mit Wasser befeuchtet, mit den verschiedenen Riemen an den verschiedenen Stellen zusammengebunden und ihm eine Art “Hütchen” aufgesetzt, das dazu dient, den Kopf ruhig zu halten. Und hier gibt es eine Reihe von Nahaufnahmen, die uns hoffen lassen, dass es ein Minimum an Menschlichkeit gibt, da ein Wächter und Herb einen Blick austauschen: der Wächter mit einem traurigen, runzeltet Gesicht, Herb stattdessen mit einem glücklichen Gesichtsausdruck. In der Zwischenzeit werden seine Anschuldigungen aufgelistet, und schließlich wird er gefragt, ob er noch ein letztes Wort zu sagen habe, und er sagt, dass „er niemandem etwas nachträgt und keinen Groll gegen ihn hegt.“. Hier nimmt die Lautstärke des Liedes zu und der Rahmen ändert sich, mit Nahaufnahmen und ganzen Figuren der anderen Gefangenen, die in der Zwischenzeit dasselbe Lied hören, und von Johnny D. Er beginnt eine Geste der körperlichen Nähe für seinen zum Tode geführten Freund. Er nimmt eine Mini-Bratpfanne und beginnt, ihn links und rechts von dem Riss, der zum Durchreichen seines Essens nötig ist, und auf den Zellengittern auf und ab zu schlagen, und langsam folgen ihm alle anderen Gefangenen auf einem Rad, bis er beginnt, ein bestimmtes raues Geräusch zu erzeugen, metallisch, hart, mit dem Hintergrund immer begleitet von den Phrasen der Nähe seiner Freunde und anderer Gefangener, in denen sie schreien, dass ‚sie alle bei ihm sind, dass sie ihn lieben, dass sie mit ihm “gehen”, dass sie ihm sagen, er solle seinem Herzen folgen und dass er stark sei‘. Hier gibt es einen Rahmenwechsel, der uns zurück in den Hinrichtungsraum bringt, und wir sehen, wie auch die anderen, die dort Zeuge dieser makabren und schrecklichen Tat sind, diese Nähe empfinden. Wir verstehen dies, weil alle Personen im Raum, einschließlich des Anwalts, sich gegenseitig ansehen, ohne zu verstehen, was geschieht, und wir sehen, dass auch Herbert sie fühlt, er fühlt diese Nähe, er fühlt diesen Liebesschrei ihm gegenüber und beginnt langsam ein- und auszuatmen, wobei er ein Lächeln andeutet, und setzt sein Ausatmen und Einatmen fort, unterbrochen vom Schließen seiner Augen. An einem bestimmten Punkt verlangsamt sich die Szene und die Musik verklingt, wobei sie sein Gesicht für einige Sekunden einrahmt, dann die Linse in Richtung des Publikums hinter dem Fenster bewegt, und nachdem er das wachsende Geräusch, das die Energie erzeugt, gehört hat, tötet ihn ein einziger, kurzer, intensiver elektrischer Schlag. (Wir sehen es nicht direkt, sondern in der Spiegelung des Mannes, der auf das Buntglasfenster blickt).

Schauen wir uns an, wie unmenschlich es ist, so etwas zu tun, schauen wir uns zum Beispiel die Charaktere an, die sich dem unterziehen müssen, das heißt, sie müssen sich der Hinrichtung unterziehen, sie rasieren sich zum Beispiel die Augenbrauen, sie rasieren sich die Haare, sie fragen sie, was sie als Henkersmahlzeit essen wollen usw., es gibt eine feste Entmenschlichung, und wir sehen, wie heuchlerisch das ist, denn wenn man eine Person zu all dem verurteilt und sie dann sehr gut behandelt, kurz bevor man sie tötet, kurz gesagt, es gibt eine grundlegende Heuchelei. Die Handlung selbst wird überhaupt nicht gezeigt, und ich weiß das zu schätzen, ohne rhetorisch zu sein und ohne sich um jeden Preis auf das Drama zu konzentrieren.

Der Film konzentriert sich hauptsächlich auf die Zerbrechlichkeit des amerikanischen Justizsystems, wie Vorurteile Situationen des Machtmissbrauchs schaffen können und wie, kurz gesagt, das Todesurteil trügerisch ist, denn aus den Daten geht hervor, dass jeder 9 Verurteilte 1 in Wirklichkeit unschuldig ist. Die eigene Unschuld zu beteuern scheint fast einfach zugänglich für diejenigen zu sein, die die wirtschaftliche Macht haben, sich einen guten Anwalt zu kaufen, und wie Sie verstehen werden, ist dies keine Gerechtigkeit, sondern einfach Kapitalismus.

Mir gefiel die Art und Weise, wie der Rassismus im Film dargestellt wird, als etwas viel Komplexeres als nur eine ignorante oder schwarz-weiße Hälfte, sondern innerhalb des sozialen Kontexts und der Klassenhierarchie platziert.

Der Film handelt von der Geschichte von Bryan Stevenson und er selbst gehört zu den Produzenten. Der Film eröffnet meiner Meinung nach einem wichtigen und äußerst aktuellen Diskurs, offensichtlich in den USA, und man könnte sogar sagen, interessant zu diskutieren.

In „Einfach Gnade“ wird der Staat Alabama zu einem Land der Unterdrückung, aber auch der Erlösung. Sowohl der Originaltitel Gerechte Barmherzigkeit als auch der deutsches Titel, sich zu widersetzen, bewahren das Wesen des Films von Destin Daniel Cretton. In der Tat, während “Pflicht” eine moralische Verpflichtung, manchmal eine Zumutung bedeutet, ist das Recht die einem Mann zugeschriebene Freiheit, die Freiheit zu wählen. Der junge Anwalt beschließt, den Gefangenen in Alabama kostenlosen und angemessenen Rechtsbeistand zu gewähren, indem er die Fehler und Vorurteile eines von Rassismus geprägten Justizsystems aufzeigt und eine wahrhaftigere, einfühlsamere und menschlichere Gerechtigkeit triumphieren lässt.   

Alabama, das wilde Herz Südamerikas, die Peripherie einer durch säkulare Diskriminierung entmutigten Menschheit, war Schauplatz der historischen Dialektik zwischen Unterdrückern und Unterdrückten, aber auch einer heroischen und konstruktiven Rebellion gegen diesen Zustand, der Forderung nach bürgerlichen Menschenrechten.

Ein Land, in dem eine Kluft zwischen dem Gesetz, das die Rassenfrage formell reduzierte, und der atavistisch rassistischen, diskriminierenden, fast nostalgischen Mentalität seiner Bewohner fortbesteht. Paradoxerweise ist das erste Instrument von Rechtsanwalt Stevenson genau das Gesetz, es ist der Glaube an die Macht der Gerechtigkeit. Gleichzeitig war Alabama das Land der Erlösung, ein Land, das die kleine große Geste von Rosa Parks gesehen hat, die Weigerung, seinen Platz einem weißen Mann in einem Bus zu geben (1955), hat die Menschheit für Gleichheit marschieren sehen, inspiriert durch den Traum von Martin Luther King. Es war das Land der Kindheit von Harper Lee und Truman Capote, der Jugend von Forrest Gump, mit der Rassenintegration an der University von Alabama im Hintergrund, und gleichzeitig der ernsthafte Widerstand gegen die Aufhebung der Rassentrennung, das Land der Geschichte von Idgie und Ruth, ihres Mutes, in Fried Green Tomatoes.   

Makrokosmische Geschichte spiegelt sich immer im Mikrokosmos von Individuen wie Stevenson wider, die dazu bestimmt sind, den Lauf der ersteren zu verändern oder zumindest umzulenken. Seine Geschichte, die aus einem ständigen Wechsel von Niederlagen und kleinen Eroberungen besteht, folgt dem gleichen Rhythmus wie die Amerikas: von Lincoln und der vorgeschlagenen Abschaffung der Sklaverei bis zu ihrem ungerechten Töten, vom Ende des Bürgerkriegs über die Apartheid bis zur Verabschiedung des Bürgerrechtsgesetzes von 1964.

Ein Thema, das dramatisch weitergeht und gleichzeitig beispielhaft zeigt, wie die Suche nach Gerechtigkeit immer hartnäckiger wird, vielleicht nicht schnell, weil sie nicht über Abkürzungen verläuft, sondern wahrhaftiger und ihre Früchte sind dauerhaft, anders als die, die die Logik Auge um Auge Zahn um Zahn hervorbringt.

Der Film lehrt den Wert eines Lebens. Der Wert der Freiheit. Der Trailer des Films beginnt mit einem sehr feinen Faden, der an einem Baum hängt, einem Symbol dafür, wie prekär und zerbrechlich die Existenz eines Mannes ist. Ein Schimmer des Himmels in der Mitte der Bäume. Dieses Gefühl der Hilflosigkeit, das durch die Art und Weise geprägt ist, wie die Kamera fast unsichtbar die Szene einrahmt; ein Gefühl der Hilflosigkeit, aber auch der Wunsch, etwas Unüberwindbares erklimmen zu können, um etwas Gnade zu erlangen (nicht zufällig in der ursprünglichen “Just Mercy”).

Das Werk, schon von der ersten Sequenz an, mit einem Stil, der dank der vom Soundtrack geleisteten Arbeit vibriert, entsteht eine Dynamik, die nicht in der Verzweiflung wurzelt, sondern mit der Beharrlichkeit eines Mannes, des Anwalts Bryan Stevenson, verbunden ist, jene Gnade und jenen Sinn für Gerechtigkeit zu suchen, die jeder verdient und die nur wenigen in den Vereinigten Staaten gelingt. Die Schüsse und der Ton vermitteln die Vorstellung einer kaputten Schallplatte, des amerikanischen Systems, das die Figuren in einem Zyklus von Niederlagen blockiert, die kein Licht zu finden scheinen.

Gnade scheint den Menschen, die die Gesellschaft, in diesem Fall eine Kleinstadt in Alabama, aus Gründen des Geschlechts, der Religion, des Geldes oder der einfachen Hautfarbe als “marginalisiert” definiert, verweigert zu werden. Die kaputte Schallplatte stellt also ein System dar, das leider immer noch im Abspann hervorsticht, das sich trotz der Beweise nur schwer ändern lässt. Dabei sucht der Film in seiner Struktur selbst, aber auch durch kleine Szenen, die rein visuell sind oder Bilder durch die Augen der Figuren evozieren, eine Öffnung, um eine Routine zu zerstören, die keine Rücksicht auf die Menschlichkeit nimmt. Blechbecher spielen auf den Stangen. Ein verzweifelter Mann erinnert sich an einen brennenden Geruch: den Geruch eines Mannes. Ein Mann, der, indem er den Film durch ein Spiel mit Blicken und Worten unterstützt, auch am Ende seinen Status nicht verliert, der aber in dieser tragischen Situation die Kraft findet, die Hoffnung auf zukünftige Veränderungen zu nähren.

Einfach Gnade“ ist nicht nur aus einer wahren Geschichte entnommen und aus dem gleichnamigen Buch von Bryan Stevenson selbst adaptiert, sondern auch ein klassischer Film, bei dem das filmische System nicht versucht, dem Zuschauer den Mund zu öffnen. Destin Daniel Cretton, in der Tat bereits daran gewöhnt, sich mit Fragen im Zusammenhang mit Menschen in Schwierigkeiten auseinanderzusetzen, die von einem System, das nicht funktioniert, im Stich gelassen zu werden scheinen (ehemaliger Direktor von Short Term 12), beschließt, nach einer Einfachheit zu suchen, die durch Ton, einige Rahmen, Dialoge und die Leistung der Schauspieler eine scharfe Realität hervorrufen kann, um den Wunsch der Öffentlichkeit nach Veränderung zu bewegen.

Es handelt sich also nicht um einen sensationellen Film, sondern um einen Film, der funktioniert und der den Zuschauer am Ende schweigend auf seinem Platz sitzen lässt, mit der Hoffnung und dem Wunsch, dass sich die Situation wirklich ändern kann und wir etwas Gnade und Gerechtigkeit erfahren können. Barmherzigkeit und Gerechtigkeit, die im Gedächtnis des Publikums auffallen, wie das anfängliche Platschen des Himmels inmitten der Bäume, wo das menschliche Leben ein starker und robuster Stamm ist, der in der Lage ist, sich gegen jede Barriere eines Systems voller abgestandener Vorurteile zu behaupten und nicht länger ein prekärer und zerbrechlicher Faden ist.

Dieser Film gehört zu den Filmen, die sich unmöglich aus rein kinematografischer Sicht beurteilen oder rezensieren lassen. Es gibt Filme, die wir für die Regie schätzen, andere für die Fotografie, wieder andere für die Handlung oder für ihre unvergesslichen Charaktere. Einfach Gnade – so der Originaltitel des Films – ist ein Film, der etwas so Menschliches erzählt, dass er über den Begriff der Kinematographie hinausgeht.

Denn mit diesem dramatischen Film, der auf einer wahren und traurigen Geschichte basiert, werden wir mit dem Konzept der Menschlichkeit konfrontiert, das in seiner Brutalität analysiert wird und von totalen Vorurteilen beflügelt wird.

Die Suche nach Wahrheit und deren Transparenz sind die Themen, die der Film analysieren und vermitteln will. Es genügt, die Schlussszene zu sehen, vor den üblichen Bildunterschriften, die die Realität, die wir zum Teil im Film gesehen haben, hervorheben, in der die beiden Protagonisten sich hinter einem Glas Wasser, einem Symbol der Transparenz, die Hand schütteln.

Regisseur Destin Daniel Cretton setzt seine künstlerische Zusammenarbeit mit Brie Larson, der hier die Rolle eines lokalen Anwalts spielt, fort, um eine Geschichte von Ungerechtigkeit und Vorurteilen zu erzählen, die, wie viele Filme dieser Zeit, die rituelle Demütigung der Afroamerikaner darstellt, ausgehend von dem häufigsten Missbrauch der Yankee-Polizei: der ungerechtfertigten Verhaftung, die oft von kränkenden Durchsuchungen begleitet wird.

Stevenson begibt sich freiwillig in den Abgrund des Fehlverhaltens und der Rassendiskriminierung, weil er weiß, was es bedeutet, in Amerika schwarz geboren zu sein und aufgrund der Hautfarbe etikettiert zu werden. “Sehen Sie ihm einfach ins Gesicht” ist in der Tat die von den Behörden Alabamas gegebene Motivation, einen unschuldigen Mann einzusperren, und die “Lombrosianische” Anschuldigung verbirgt eine tiefe Angst vor dem Andersartigen. Cretton rekonstruiert Stevensons Geschichte, indem er seinen Standpunkt vollständig mit seinem Standpunkt verheiratet, und das macht die Geschichte leider weniger effektiv. Aber diese (x-te) Geschichte der rassistisch motivierten Ungerechtigkeit ist das Porträt eines Amerikas, das immer noch ungerechtfertigte Ungleichheiten toleriert. Tatsächlich spielt sich die Geschichte, die erzählt wird, nicht in den 1950er Jahren ab, sondern in den 1990er Jahren, und doch trifft sie auf den Widerstand und die Obstruktionspolitik der Zeit vor den Kämpfen um die Bürgerrechte der Afroamerikaner.



Kostüme, Make-up und Frisuren:

Die Kostüme des Films wurden von Francine Jamison-Tanchuck entworfen und entworfen, die bereits Kostümbildnerin in anderen berühmten Filmen wie „Die Farbe Lila“ (1985), „Glory“ (1989), „Sister Act 2 – In göttlicher Mission“ (1993), „The Birth of a Nation – Aufstand zur Freiheit“ (2016) und „Roman J. Israel, Esq. – Die Wahrheit und nichts als die Wahrheit“ (2017), unter anderen. In den mehr als zwanzig Jahren ihrer Karriere hat sie mit vielen Regisseuren und in vielen Filmen, insbesondere in historischen Filmen, zusammengearbeitet. Für diesen Film wurde sie ausgewählt, die Kostüme jener Epoche nachzubilden, in der Geschichte spielt.

Als Francine Jamison-Tanchuck als Kostümbildnerin für „Einfach Gnade“ unterschrieb, war sie von der Perspektive angezogen, reale Charaktere durch ihre Arbeit zu porträtieren. „Manchmal ist es eine größere Herausforderung als alles andere, aus der Phantasie herauszukommen“, sagt Jamison-Tanchuck. Nach der Lektüre des Drehbuchs zu diesem Film war die altgediente Kostümbildnerin von der Idee beseelt, nicht nur die Zeit von 1987 bis 1992 in der Kleinstadt Alabama, in der der Film spielt, zu illustrieren, sondern auch ‚eine schöne Familie, die diese schreckliche Zeit ihres Lebens durchlebte‘.

Um Ressourcen zu erhalten, griff Jamison-Tanchuck auf Fotos zurück, die von den Familien McMillian und Stevenson zur Verfügung gestellt wurden. Die meistverkauften Memoiren des Anwalts (auf denen der Film basiert) lieferten ebenso eine Fülle von Informationen wie ihre Gespräche und seine umfangreichen Recherchen im Internet und in der Western Costum Research Library in Los Angeles.

Mit Hilfe der stellvertretenden Kostümbildnerin Joy Cretton (der Schwester des Regisseurs) hat sich Jamison-Tanchuck verpflichtet, für jede Figur ein historisch korrektes Aussehen zu schaffen, mit einem Verweis auf ihre persönlichen Reisen.

Dazu gehörten weiße Häftlingsuniformen (die in Alabama auch schwarze Gürtel hatten, sehr zur Überraschung von Jamison-Tanchuck). Für Foxx war es wichtig, dass die Uniform seines Charakters immer perfekt gebügelt und makellos aussah, denn der echte McMillian nutzte die kleine Zuwendung seiner Familie, um die Leute von der Wäscherei für das Bügeln seiner Hemden zu bezahlen. Sogar im Todestrakt „wollte er, dass die Leute sehen, dass sie ihn nicht von dem menschlichen Wesen ablenken“, sagt der Designer. „Bryan Stevenson, der ihn ständig besuchte, sagte ja, er sah wirklich so aus – und die anderen Menschen in der Todeszelle auch.“

McMillians Sinn für Selbstachtung manifestiert sich auch in der Schlussszene des Gerichtssaals, wenn das Urteil gefällt wird. Hier trägt er seinen dreiteiligen schwarzen Anzug, der von seiner Familie zur Verfügung gestellt wurde, ohne Krawatte. „Seine Frau Minnie wollte, dass er so gut wie möglich aussieht“, erklärt Jamison-Tanchuck. Der Designer replizierte den Anzug für Foxx, wobei er sich an Familienfotos orientierte.

Der Regisseur und Jamison-Tanchuck waren sich einig, dass jedes Mitglied der McMillian-Familie und der weiteren Gemeinschaft, das auf der Leinwand porträtiert wurde, unabhängig davon, ob es gesprochen hat oder nicht, ein individuelles Aussehen haben sollte. „Destin wollte, dass sie sehr wichtig für die Unterstützung sind. Ich wollte, dass sie ihre eigene Persönlichkeit haben“, sagt er. „Ich wollte wirklich, dass es wie etwas wirklich Reales aussieht.“

Ebenso machte sich die Kostümbildnerin auch daran, Stevensons Garderobe nachzubilden, die nur ein Kleid enthielt, als sie McMillian zum ersten Mal traf („Und das wurde auch langsam abgenutzt“, sagt sie). „Bryan Stevenson wollte, dass bekannt wird, dass es für ihn nicht um Kleidung geht“, erklärt der Designer. „Ihn im gleichen Kleid zu halten und seine Krawatte und sein Hemd zu wechseln, war etwas, das Destin, Michael B. und ich vereinbart hatten, um zu beweisen, dass diesem Kerl Geld egal war. Aber ihm war es wichtig, ein Unrecht zu korrigieren“.

Teil von „Einfach Gnade“ zu sein, war ein persönliches Passionsprojekt der Kostümbildnerin Francine Jamison-Tanchuck, das sich nur für einen Film über Menschen eignet, die Gerechtigkeit bringen, wenn das Rechtssystem versagt hat. Das Gerichtsdrama zeigt die erste Bürgerrechtsarbeit, die 1989 zur Gründung der Equal Justice Initiative mit Eva Ansley (Brie Larson) führen sollte.

Zeitgenössische Stücke können oft schwierig sein, besonders wenn der Zeitrahmen Teil der lebendigen Erinnerung des Publikums ist. Dies gilt insbesondere dann, wenn die Figuren auf realen Personen basieren. Natürlich ist es von unschätzbarem Wert, Zugang zu der Person zu haben, auf der die Geschichte basiert. „Brian Stevenson selbst war eine unglaubliche Informationsquelle, und seine Türen standen immer offen. Wenn er Ihnen nicht sofort antworten würde, würde er Ihnen sagen, dass er vielleicht einen Fall vor dem Obersten Gerichtshof verhandelt und sich demütig entschuldigen. Im wirklichen Leben ist er nur ein Superheld. Wir trafen auch die echte Eva Angsley, die einfach wunderbar war.“

Die Charaktere zu porträtieren bedeutete auch, auf die kleinen Details zu achten, die so viel mit den Umständen zu tun hatten. Jamison-Tanchuck erklärt: „Für das Gericht sorgte Walter dafür, dass er sehr vorzeigbar war, aber als ich mir seine Kleidung genau ansah, bemerkte ich bei einigen Nachforschungen, dass an einer seiner Kleider eine gewisse Abnutzung, ein kleiner Riss oder so etwas zu sehen war.“

Jamison-Tanchuck hat sich einen hohen Grad an Authentizität gesetzt. „Ich wollte die Kleidung nicht durch viele Dinge neu kreieren“, erklärt er. Obwohl sie bei anderen Projekten dafür bekannt ist, dass sie jedes Objekt bis in die Hüte hinein baut, hat sie nach Stücken gesucht, die von einem Gefühl für die bestehende Geschichte durchdrungen sind. „Ich beschloss, nach Schätzen zu suchen, die in Vintage- und Antik-Kleidung gefunden wurden. Das erschien mir viel realer. Ich hatte einige wunderbare Käufer, die sich gerade in Los Angeles, sogar hier in Georgia und New York, umgesehen hatten.“

Kunst und Leben waren während des gesamten Projekts miteinander verflochten, insbesondere als Mitglieder der aktuellen Equal Justice Initiative während der Dreharbeiten in Montgomery zu Besuch waren und als Kulisse für die Dreharbeiten auf den Stufen des Obersten Staatsgerichtshofs dienten. „Es tut wirklich etwas mit Ihrer Sensibilität zu tun“, sagt er. „Ich glaube, unsere gesamte Besatzung hat sich so gefühlt. Welche Rolle er auch immer gespielt hat oder was auch immer unsere Arbeit an diesem Film war, wir alle empfanden es als eine Ehre.“



Die Schauspieler:

Michael B. Jordan als Bryan Stevenson, ein idealistischer junger Anwalt mit Harvard-Abschluss, der etwas bewegen und denen helfen will, die sich keinen Anwalt leisten können, insbesondere Schwarzen, und immer auf der Seite der letzteren steht;

Jamie Foxx als Walter McMillian, alias “Johnny D.”, ein afroamerikanischer Arbeiter, der Holz hackt, um Papier herzustellen, der im Todestrakt sitzt und eines Verbrechens beschuldigt wird, das er nicht begangen hat;

Brie Larson als Eva Ansley, eine in Monroeville lebende Anwältin, die Stevenson zunächst hilft und unterstützt und dann mit ihm bei der Arbeit zusammenarbeitet. Sie arbeitet auch mit Stevenson zusammen, um das Justizsystem durch die Gründung der Equal Justice Initiative zu reformieren;

Rob Morgan als Herbert Richardson, einem anderen Gefangenen und Walters Zellennachbarn, der einen Mord beging, weil er einen veränderten emotionalen Zustand hat;

Tim Blake Nelson als Ralph Myers, ein Häftling, der ebenfalls wegen bestimmter Verbrechen im Todestrakt sitzt und falsche und höchst widersprüchliche Aussagen macht und McMillian beschuldigt, im Austausch für eine mildere Strafe in seinem aktuellen Prozess;

Rafe Spall als Tommy Chapman, der Staatsanwalt von Alabama, der sich zunächst als freundlich und hilfsbereit erweist, aber als Stevenson darum bittet, den Fall wieder aufzunehmen, ihn zu prüfen und seine Notizen zu lesen, lyncht er ihn ohne Umschweife und versucht, ihm in die Quere zu kommen;

O’Shea Jackson Jr. als Anthony Ray Hinton, ein weiterer Freund und Zellennachbar von Walter und Herbert, verbringt ebenfalls etwa 30 Jahre im Todestrakt für ein Verbrechen, das er nicht begangen hat, und dank Stevenson ist er ein freier Mann;

Darrell Britt-Gibson als Darnell Houston, ein Freund der Familie McMillian, aber auch der erste, der aussagte, dass er am Tag des Mordes mit einem Zeugen zusammen war, der Myers’ Aussage am Tag des Mordes bestätigte, was den Fall der Staatsanwaltschaft zum Scheitern bringen würde;

Lindsay Ayliffe als Richterin Foster.

C.J. LeBlanc als John McMillan, Walters Sohn, der sich um seine Familie kümmert und versucht, alles zu tun, was er kann, um seinem Vater aus dem Gefängnis zu helfen, und er ist auch derjenige, der Stevenson erzählt, dass ein Freund von ihm, Darnell, Beweise hat, die er sucht;

Ron Clinton Smith als Woodrow Ikner,

Dominic Bogart als Doug Ansley,

Hayes Mercure als Jeremy,

Karan Kendrick als Minnie McMillian, Walters Ehefrau, die ihn in all den Jahren, die er im Gefängnis verbracht hat, unterstützt, und obwohl sie von ihrem Mann missbraucht wurde, liebt sie ihn immer noch und ist auf seiner Seite;

Kirk Bovill als David Walker,

Terence Rosemore als Jimmy.



Der Soundtrack:

Die Originalmusik im Film stammt von Joel P. West, einem in Los Angeles lebenden Singer-Songwriter und Filmkomponisten – ehemaliger Komponist der Partituren für „Short Term 12 – Stille Helden“ (2012), „Grandma“ (2015), „Schloss aus Glas“ (2017), „Band of Robbers“ (2015) und viele andere. In seiner jahrzehntelangen Karriere wurde seine Musik als „Musik, die eine große emotionale Nuance zeigt“ und „warnt…, reich strukturiert und pastoral“ beschrieben. Seine Werke sind stark von der Wildnis und den Weiten Nordamerikas inspiriert.

Im Soundtrack dieses Films finden sich neben Kompositionen mehrere Repertoire-Stücke, die von verschiedenen Künstlern aufgenommen wurden, wie z.B. ‚Ode To Billie Joe‘ von Martha Reeves & The Vandellas ‘, ‚Higher Ground‘ von J. Alphonse Nicholson, ‚Don’t Wanna Fight‘ von Alabama Shakes und andere.

Diese Musik ist das Ergebnis eines langen Prozesses der Zusammenarbeit mit Destin Cretton, dem Musikredakteur von Del Spiva, dem Bildredakteur Nat Sanders und dem Rest unseres erstaunlichen Postproduktionsteams. Alles begann mit einem tiefen Eintauchen in die musikalische Welt von Bryan Stevenson, der selbst Musiker ist und sich stets auf Jazz, Gospel und Soul-Musik als Treibstoff für seine Arbeit und Bewegung konzentriert hat. Die hässlichen Wahrheiten, an deren Korrektur er arbeitet, sind überwältigend und schwer zu verdauen, und schließlich haben wir versucht, eine Partitur zu entwickeln, die etwas von der gleichen Würde, Hoffnung und Schönheit vermitteln kann, die Bryan den Menschen bringt, die in diesen Schatten stecken.“

Ich schrieb die rhythmischen Teile als Entwürfe, und wir fanden eine unglaubliche Gruppe von Musikern, um sie zum Leben zu erwecken. Wir hatten Karriem Riggins am Schlagzeug, Thomas Drayton am Bass, Lynette Williams an den Keyboards und Justus West an der Gitarre, und obwohl sie sich noch nie zuvor getroffen oder zusammengespielt hatten, verbanden sie sich schnell zu einem ganz besonderen Sound und begannen, sich gegenseitig zu nähren. Wir verbrachten drei Tage in den Capitol Studios, wo wir drehten und experimentierten mit Ideen wie bei einem Jazz-Album, und ich stellte fest, dass die Musik umso besser wurde, je weiter ich mich entfernte und sie ihr kollektives Timbre auf die Melodien legen ließ. Ich könnte nicht glücklicher mit dem fertigen Produkt sein“, sagt sie.

Nach den Sessions der Band verbrachten wir einen ganzen Tag damit, die Streicher aufzunehmen, und wir ließen nach Ladenschluss einen Gospelchor kommen, der der Partitur den letzten Schliff gab. Es war ein langer und anstrengender Tag gewesen, und wir fühlten uns alle ziemlich ausgelaugt, aber wir gingen aus der Kabine in einen Raum voller Freude und Lachen und waren sofort von der Band begeistert. Sie zusammen singen zu hören, war das beste Geschenk am Ende einer langen kreativen Reise, und jeder im Gebäude hörte auf, das zu tun, was er gerade tat, um zu kommen und zuzuhören und sich von ihrem Talent und ihrer positiven Einstellung nähren zu lassen.“ , fährt sie fort.

Ich fühle mich unglaublich geehrt, dass ich dazu beigetragen habe, Bryans Geschichte zu erzählen, und ich empfehle wärmstens, die Website der Equal Justice Initiative zu besuchen – sie macht es wirklich einfach, einen Weg zu finden, einen Beitrag zu ihrer Arbeit zu leisten und sich weiter über die Geschichte der Rassenungerechtigkeit in unserem Land zu informieren, die zu institutionalisiertem Rassismus und der Gleichgültigkeit geführt hat, die wir alle tolerieren, indem wir sie ignorieren. Vielen Dank an alle Beteiligten und an Destin, dass sie ein Fels in der Brandung der Demut, Ausdauer und Fürsorge während des langen Prozesses, diese Geschichte zum Leben zu erwecken, war. Ich bin so stolz darauf, einen Beitrag geleistet zu haben, und ich bin immer dankbar für das persönliche Wachstum und die Perspektive, die ich auf diesem Weg gewonnen habe.“


Liste der Lieder aus dem Pop-Repertoire:

Ode To Billie Joe • Martha Reeves & The Vandellas

Higher Ground • J. Alphonse Nicholson

Don’t Wanna Fight • Alabama Shakes

Dream Come True • Hilton Felton

Blessed Be The Name Of The Lord • Sister Emily Braum

Jesus Is With Me • The Mighty Indiana Travelers

Save Their Souls • Bohannon

Troubles of the World • Brother Samuel Cheatam

Masterpiece • Atlantic Starr

The Old Rugged Cross • Ella Fitzgerald

No More Auction Block for Me • Sweet Honey In the Rock

I’m Gonna Lay Down My Life for My Lord • Bessie Jones & Group

The Old Rugged Cross • Karriem Riggins, Lynette Williams, Thomas Drayton and Justus West


Liste der für den Film komponierten Originalkompositionen:

1. Just Mercy (2:01)

2. Holman Prison (1:19)

3. Johnny D. (2:02)

4. Jackson Cleaners (2:16)

5. Walter’s Case (1:16)

6. Tell Me Everything (1:05)

7. Tapes (1:44)

8. We’re Done Here (0:50)

9. Everybody Out (1:04)

10. Petition (1:15)

11. Courthouse (1:28)

12. Nowhere Near True (2:05)

13. Hearing (1:40)

14. Church (0:55)

15. 60 Minutes (3:20)

16. Freedom (4:17)

17. Equal Justice (2:10)

18. The Old Rugged Cross (4:31)



DAS ENDE.


Ich hoffe, dass diese neue Rezension des Films „Einfach Gnade“ wenn es Ihnen gefallen hat, und wenn ja, hinterlassen Sie ein “like”, kommentieren Sie und lassen Sie mich wissen, was Sie denken, teilen Sie es mit, wem immer Sie wollen, und abonnieren Sie meinen Blog. Bis zum nächsten Artikel! Auf Wiedersehen.

Buscando Justicia – crítica de la película.

Por George Floyd, Breonna Taylor, Michael Lorenzo Dean y todas esas vidas de hombres y mujeres de color que murieron injustamente a manos de policías blancos (y más). “La ley se aplica a todos “, dicen, pero no siempre es así, por desgracia. A veces, sin embargo, sucede que (como en la historia de la que hablaremos hoy) se hace Justicia!

¡No serás olvidado!

#BLACKLIVESMATTER.

Hola a todos y bienvenidos a un nuevo artículo en mi blog. Hoy vamos a hablar – como lo hice algunas semanas pasada con la película de 2019 de Todd Haynes “Aguas Oscuras” – sobre una nueva crítica de la película. La película de la que hablaremos es – como lees en el título – la película de 2019 de Daniel Cretton “Buscando Justicia”. Al igual que la película de la semana pasada, este título está tomado de una historia real, y su historia real tiene lugar en Alabama, una tierra que además de ser el hogar del famoso clásico americano “Matar un ruiseñor”, se convierte primero en una tierra de opresión y luego en una tierra de redención; la historia está hecha de culpa blanca de gente inocente, racismo extremo, odio, ceguera a la verdad porque culpar a alguien al azar, aunque sea inocente, es siempre mejor y mucho más. Descúbrelo leyendo.

Espero que disfruten de este artículo y que disfruten de su lectura.

¡Vamos al artículo!



Argumento:

En 1989, Bryan Stevenson, un joven idealista graduado en derecho de Harvard, viajó a Alabama con la esperanza de ayudar a luchar por los pobres que no pueden permitirse una representación legal adecuada. Conoció a Eva Ansley y fundó la Iniciativa de Justicia Equitativa, y luego fue a una prisión para conocer a sus presos en el corredor de la muerte. Ella conoce a Walter “Johnny D.” McMillian, un afroamericano condenado en 1986 por el asesinato de Ronda Morrison, una mujer blanca. Bryan examina las pruebas del caso y descubre que se basan enteramente en el testimonio del delincuente condenado Ralph Myers, que prestó un testimonio muy contradictorio a cambio de una sentencia más leve en su actual juicio.

El primer movimiento de Bryan es pedirle ayuda al fiscal Tommy Chapman, pero Chapman lo despide sin siquiera mirar sus notas. Bryan entonces pide a Darnell Houston, un amigo de la familia de McMillian, que declare que estaba con un testigo que corroboró el testimonio de Myers el día del asesinato, lo que rompería el caso de la fiscalía. Cuando Bryan da el testimonio de Darnell, la policía lo arresta por perjurio. Mientras Bryan logra que se retiren los cargos por perjurio, Darnell es intimidado y se niega a testificar en la corte.

Bryan se acerca a Myers, quien finalmente admite que fue obligado a testificar después de que la policía jugara con su miedo a ser quemado y amenazara con ejecutarlo en la silla eléctrica. Bryan apela al tribunal local para conceder a Walter un nuevo juicio y convence a Myers de que se retracte de su testimonio en el estrado, pero el juez sigue negándose a conceder un nuevo juicio. Molesto, Bryan saca sus frustraciones con Eva. Aparece en 60 Minutos para conseguir el apoyo del público a Walter, luego apela a la Corte Suprema de Alabama. La Corte Suprema anula la decisión del tribunal de circuito y le concede a Walter un nuevo juicio. Bryan entonces pide que se retiren todos los cargos. Se enfrenta a Chapman en su casa y trata de convencerlo de que se una a su movimiento; Chapman lo expulsa furioso de su propiedad. Llega el día de la moción y Bryan apela al juez. Chapman acepta unirse a él en la moción, el caso es desestimado y Walter se reúne finalmente con su familia.

Un epílogo señala que Bryan y Eva siguen luchando por la justicia hasta el día de hoy. Walter siguió siendo amigo de Bryan hasta su muerte en 2013. Una investigación posterior sobre la muerte de Morrison confirmó la inocencia de Walter y asumió que un hombre blanco era probablemente responsable; el caso nunca se resolvió. El antiguo compañero de celda de McMillan, Anthony Ray Hinton, permaneció en el corredor de la muerte durante 28 años hasta que Stevenson consiguió que se retiraran todos los cargos y Hinton fue finalmente liberado en 2015.



Comentario personal sobre la película:

Just Mercy: A Story of Justice and Redemption: Amazon.it ...

Buscando Justicia” es una película de 2019 con guión y dirección de Destin Daniel Cretton y está basada en el libro de 2014 “Just Mercy: A Story of Justice and Redemption“, escrito por el abogado y activista de derechos sociales Bryan Stevenson. La película, basada en la historia real contada por el verdadero Stevenson en el libro “Just Mercy“, es un relato de la batalla contra la injusticia y el racismo en el Estado que Harper Lee hizo famosa con su “Matar un ruiseñor“: la odisea de un hombre inocente falsamente acusado de asesinato y defendido por el valiente abogado Atticus Finch. La película es interpretada por Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson, Tim Black Nelson, Rafe Spall y Rob Morgan, entre otros.

A veces ocurren ciclos inesperados a diario y en sólo unas semanas pasó a ver tres películas con el mismo hilo: historias reales sobre los abusos y la violencia de la policía de algunos Estados americanos que, una vez que se ha encontrado a una persona “débil”, la hacen culpable “por la fuerza”, sin pasar por lo sutil, como en el caso de “Richard Jewels“, pasó de héroe a terrorista; “El blues de Beale Street” (Si la colonia hablara)“, en la que un joven negro es acusado de violación, sin pruebas y a pesar de su amor leal con un compañero y su inocencia proclamada… y luego esta película “Buscando Justicia“, en la que se ve a un hombre negro atacado por policías y magistrados y se le acusa, sin investigación, de haber matado a una niña blanca. La justicia debe ser democrática, por encima de la raza, el color, la afiliación religiosa, … Eso dicen, pero la realidad sigue siendo muy diferente y la verdadera justicia, la “justa”, es a menudo un espejismo todavía hoy, en todos los países ya que el racismo no muere.

Después de las nominaciones a los Oscar, se habló mucho de las nominaciones en sí y de cómo la mayoría de ellas sólo las recibían los blancos y de que, por ejemplo, había una ausencia total de negros, entendida como el término “paraguas” para considerar a todos los que no están clasificados como blancos. La película fue nominada para los premios de imagen de la NAACP, que sería una asociación que se centra en la “gente de color” y ha estado centrada en este tipo de profesionales de la música, la televisión y el cine durante años. Ya que siempre hablamos de este tema y de la ausencia de estas personas, ya que en mi opinión la única manera de cambiar las cosas, de dar una sacudida es en realidad hablar de estos proyectos si nos gustan, y luego darles una voz, una caja de resonancia. El derecho a objetar ve un reparto principalmente negro, y detrás de la cámara hay un director hawaiano (esto es simplemente un detalle, por no decir que la película es buena o mala, absolutamente no). La película trata de un acontecimiento noticioso de hace varios años, pero es extremadamente actual, hace elecciones muy interesantes en términos de representación, a veces un poco menos.

El cine hablaba a menudo de racismo, pero a veces – digamos – como hablaba de ello, no iba muy bien, y a menudo era criticado. La razón principal es que muy a menudo en el cine el racismo que se representa es el del pequeño anciano ignorante que luego se encuentra con un afroamericano y se hacen amigos y así sucesivamente. Sin embargo, por desgracia, el racismo, un poco como todos los tipos de discriminación, es algo bastante transversal, y si, en definitiva, es el Señor quien presta atención, el vecino rudo es una cosa, pero el problema es cuando el racismo está dentro de la malla de la justicia y las instituciones. Y entonces hablamos de racismo institucionalizado. Si las personas que hacen el trabajo de policías, abogados, jueces son racistas, ¿qué efecto tiene esto en la justicia igualitaria o justa? Recordemos que en los Estados Unidos por supuesto que hay estos traumas, especialmente en los estados del sur de los Estados Unidos, que tienen una historia diferente, que tienen una historia de esclavitud, hubo la guerra entre el norte y el sur de los Estados Unidos, y hasta un período muy reciente hubo segregación, un período oscuro de la historia americana en el que sólo por ley las personas eran diferentes, hace sólo unas décadas todo esto sucedió. Además, en una historia muy reciente, hace sólo unas décadas, hubo grandes problemas. Hay billetes que, en resumen, afectan principalmente a los negros. Además hay otros problemas: piense que en los Estados Unidos, por ejemplo, había un jurado y durante mucho tiempo no era posible que los afroamericanos formaran parte del mismo, no se les permitía, pero en definitiva eran juzgados por un jurado formado sólo por personas blancas en el que no se entraba en demasiados detalles si esas personas eran discriminadas, tenían prejuicios o algo similar. Todas estas cosas, por supuesto, crean un sistema judicial que tiene tantos abismos y tantos problemas, porque si hay prejuicios probablemente no habrá una justicia justa.

La película, además de hablar muy bien, en mi opinión, sobre este tema, así que hablar del racismo institucionalizado y de cómo es transversal, en mi opinión hace un discurso correcto y real, es decir, no divide simplemente el racismo como blanco y negro, sino que hace un discurso más complejo, más difícil, es decir, habla del racismo y de cómo la discriminación tiene una división entre las personas que muy a menudo no es simplemente la piel, sino que es la clase social: los ricos están en un lado, los pobres en otro. La diferencia económica es de mayores privilegios para los negros y de menores privilegios para los blancos, pero pobres. Este discurso raramente se hace en las películas y a veces el racismo termina siendo blanco = malo y negro = bueno, y desafortunadamente es una retórica un poco estéril que no habla realmente del discurso y de lo complejo que es, de cuántas facetas tiene, sino que es simplemente un “buenos días y malos”, lo que en mi opinión no ayuda particularmente; mientras que aquí en cambio se hace un discurso más interesante.

En cuanto a la representación de la película, me gustaron algunas de las opciones de la película. La película comienza con Johnny D. que vuelve del trabajo, lo seguimos en su día de trabajo y lo vemos primero detenido y luego arrestado, como si fuera un criminal peligroso, y nosotros exactamente como el protagonista no sabemos nada, no sabemos la razón, no decimos por qué, qué pasó… ¡nada! Esto, en mi opinión, es una excelente estrategia porque hace que el público se identifique inmediatamente con el personaje que ambos saben las mismas cosas, o más bien “no saben” las mismas cosas. Inmediatamente después, descubriremos la historia de Johnny D., cómo fueron los acontecimientos judiciales y nos enteraremos por los periódicos. Veremos los periódicos que cuentan los blancos, y cuidado: esto no significa que sea algo malo, pero veremos muy bien, siendo éste uno de los temas de la película, la narración que sigue. Como saben, en los casos de delitos a veces la información no da realmente información, pero decimos que incluso antes del juicio “pinta” un poco a una persona culpable que a veces es exonerada de la justicia oficial, pero que siempre permanece a los ojos del público a estas alturas definitivamente culpable. La película, de hecho, es realmente sobre ficción, sobre la influencia de la prensa, y la veremos de varias maneras, tanto de un lado como del otro. También vemos cómo el sistema de justicia se está estirando un poco para complacerse a sí mismo por la buena voluntad de la gente que lo rodea, la gente poderosa de ese lugar.

La película divide claramente, de hecho hay esta representación en la que están las casas adosadas, hermosas, grandes, lujosas, etc. de los blancos y luego el camino de tierra con los barrios pobres que están habitados principalmente por gente negra, precisamente por una sociedad que divide. La película, de hecho, habla de cómo, al ser la mayoría de los afroamericanos pobres, son los más afectados, por lo que se ven afectados en varios frentes, tanto por la discriminación de clase como por la discriminación racial. Pero obviamente crea una relación un poco más compleja, y lo vemos también dentro de la prisión con los convictos. Aprecié mucho esta representación porque en mi opinión, es compleja, la realidad es difícil, tiene muchas facetas y muchas razones por las que se llega a una situación, y creo que es mejor darlas. Me pareció muy interesante cómo también hablamos de ficción, cómo el público percibe a un condenado. Vemos al principio que todo es presentado por presentadores que son blancos, luego la cosa, no es sorprendente, cambiará cuando la historia de Johnny D. será contada durante 16 minutos, un programa que ve al menos un presentador afroamericano en ese momento. Se habla mucho de ficción y en resumen, ¿podría ser una narrativa neutral, la de un presentador afroamericano? No lo sabemos. El racismo no es algo que dependa de la piel, es algo que depende del pensamiento que se aplique.

La película también habla muy bien de todos los defectos de la sociedad americana de la época. Se centra principalmente en el “no acceso” a la justicia, por parte de personas que no tienen problemas económicos, habla de cómo a veces los abogados que no están sobrepagados, hacen las cosas bien o sólo quieren dinero, hay juicios sumarios, abogados que no hacen bien su trabajo, y todo esto no cae bien, digamos, deja espacio para el abuso de poder por parte de la policía y el sistema de justicia que deja a los pobres un poco como chivos expiatorios para dar a la sociedad la impresión de que todo está bien. La película, sin embargo, también habla de otro tema, el de la pena capital. Como saben, muchos estados de los Estados Unidos tienen “como parte de su cultura” casi, este tipo de juicio e incluso la película muestra muy bien cómo, incluso aquellos que piden cambiar la sentencia que se les ha dado a cadena perpetua, son vistos casi como un traidor a su país. Una parte muy irónica, en mi opinión, de la película es cómo a menudo se destaca que lo que está sucediendo está prácticamente a un tiro de piedra de donde se escribió “Darkness Beyond the Hedge”, que tiene como enfoque principal a un hombre afroamericano acusado por la justicia sumaria, exactamente la misma historia que vivimos en esta película.

La película es realmente sobre los privilegios y cómo puedes tener acceso a nuevos privilegios. El personaje principal es un joven abogado, logró ir a Harvard, es afroamericano, y aunque tiene algunos privilegios, lamentablemente no tiene más, porque a los ojos de la comunidad es afroamericano. Está convencido de que puede luchar contra esto con su habilidad, su preparación y su profesionalidad, pero lamentablemente esto no es suficiente para luchar contra la discriminación, porque es un poco como jugar a un sistema que está realmente amañado. La película, en mi opinión, aprovecha muchos pequeños elementos que suelen ser pequeños sistemas de discriminación que tienden a humillar al sujeto, como, por ejemplo, no dejar entrar a los negros primero, sino obligarlos a entrar al final, todas esas pequeñas cosas de humillación que van a socavar la seguridad de las personas y las hacen vivir en una especie de pequeña violencia constante; nosotros, al ver la película, experimentamos la humillación especialmente con respecto al personaje principal interpretado por Michael B. Jordan, que incluso es registrado y despojado de sus ropas por el guardia de la prisión, aunque teóricamente no debería hacerlo, pero vivimos dentro de un abuso de poder y vivimos su humillación, y vivimos precisamente ese intento de humillarlo abusando de su poder. Esa escena es muy fuerte y también fue muy difícil de manejar dentro de la representación, porque M. B. Jordan es famoso por su físico, es un actor muy guapo, tiene un físico hermoso, y en definitiva representar una escena en la que el desnudo representa no el ser hermoso, sino concentrarse en una humillación que está viviendo, es algo muy difícil. El director se centró principalmente en su cara, y francamente hablando fue algo difícil de escenificar, pero realmente tuvo éxito. Lo que llama la atención de la escena es la humillación y no te distraes con la belleza y la destreza física del protagonista, porque su cuerpo no está sexualizado.  Este es un aspecto importante que a veces no sucede para los personajes femeninos, cuando, por ejemplo, hay escenas de violencia, a veces son heroicidades y otras cosas (esto es un poco completo).

Los intérpretes han sido cuidadosamente elegidos por el director Destin Daniel Cretton tanto por su parecido con los personajes reales como por su habilidad, así que un aplauso para Michael B. Jordan, Brie Larson, Jamie Foxx, O’Shea Jackson Jr., Tim Blake Nelson y todos los demás, incluidos los extras.

M. B. Jordan – actor ya visto en “Pantera Negra” y “Creed”, pero aquí está un poco “así”; aquí está Jamie Foxx que es muy bueno aquí literalmente, también cambia de voz, muy muy muy bueno de hecho. En el otro lado está MBJ que no siempre puede soportar la comparación con el otro, especialmente en el final, donde hay dos monólogos en los que sientes que le falta ese paso un plus para convertirse en un icono, es un poco inmaduro. El que, en mi opinión, hizo la mejor actuación, dejándome sin palabras, es Tim Blake Nelson, interpreta a Meyers, y es muy bueno. Él interpreta este personaje lleno de tics, problemas, miedos… ¡te dejará sin aliento! También me gustó mucho el actor que interpreta al hijo de Johnny D., aunque tiene un papel pequeño y marginal en la historia, pero es realmente muy bueno, sobre todo la escena en el tribunal donde dice, a gritos, que al condenar a su padre en primer grado, está condenando a toda su familia, todo lo que tiene y eso le hace sentirse seguro.

En cuanto a lo que no me gustó, tengo que hablar de Brie Larson y su personaje. Ella interpreta un personaje real que es el ayudante del abogado, también es una abogada que ayuda al personaje de MBJ, pero por desgracia su personaje está literalmente desperdiciado. Es una muy buena actriz ganadora del Oscar, y dentro de esta película es una especie de extra, si se puede llamar así, y si por un lado entiendo el deseo de retener a su personaje para que no caiga en la figura del ‘salvador blanco’, entonces el hombre blanco que salva la situación, etc., lo cual es muy negativo y tiene un rastro de representación racista, por otro lado su carácter es tan plano que apenas podemos decir si es una abogada o sólo una chica que está ahí de pie poniendo sus cartas sobre la mesa, porque honestamente no parece entender lo que estamos haciendo cuando en realidad es una abogada. Digamos que todas las figuras femeninas son lo mejor de lo mejor de la película: está la esposa de JD, está Brie Larson que se caracteriza por ser una madre-defensora, pero no entendemos realmente cómo lo hace, digamos que el comienzo de la película era prometedor, porque estaba ella luchando contra un tipo que la criticaba por estar en contra de la pena de muerte en general como sistema punitivo, así que ahí está su lucha. Pero desafortunadamente, digamos que todo desaparece y se convierte, como, en parte del fondo. Su personaje se parece literalmente a un borrador, al igual que el personaje del secretario por ejemplo, que en un momento es un personaje clave y en otros no lo es, y es como un boceto. Lo único que sabemos es que comenta al actor principal que dice, “bueno, es un tipo guapo” y eso es todo…

Un detalle de la obra que me gustó es que dentro de los parientes de Johnny D. que nunca se especifican más que eso, también hay un hombre que está en una silla de ruedas: no sabemos si es realmente un personaje real en la historia, pero me gustó esta representación, porque nunca vemos extras, por ejemplo, que tengan discapacidades y si a nivel cinematográfico cortar o cambiar esta cosa hubiera sido más fácil, – también porque es mucho más barato, porque no tienes que alquilar una silla de ruedas, no tienes que adaptarla, donde disparas, etc., hubiera sido mucho más fácil. Comprendo que sí, y por lo tanto que las personas con discapacidades no se borran constantemente en el cine. Su personaje ni siquiera habla, es sólo un extra, pero creo que tiene un valor, ya sabes, para incluir todo eso.

Me gustó mucho la escena de la ejecución, donde un amigo de Johnny D., Herbert, sufre esto, y vemos todo el proceso que lleva a una sentencia de muerte, en lugar de la acción en sí. Es una escena de gran impacto emocional y no sólo eso, es una escena fuerte y conmovedora que te atrapa. Mientras Herb es conducido a la silla eléctrica, y luego a la muerte, comenzamos a escuchar en el fondo, primero más ligero y luego más alto, las notas de “The Old Rugged Cross” de Ella Fitzgerald. Después, vemos que es llevado por los guardias a la pequeña y estrecha habitación donde se encuentra la silla eléctrica, y aquí se le hace sentarse de manera más o menos “humana” y se le humedece con agua en algunos puntos, se le ata con las diversas correas en los distintos puntos y se le pone en la cabeza esa especie de “sombrerito” que le servirá para mantener la cabeza quieta. Y aquí hay una secuencia de primeros planos que nos hace esperar que hay un mínimo de humanidad, ya que un guardia y Herb intercambian una mirada: el guardia con una cara ligeramente triste y fruncida, Herb en cambio con una expresión feliz en su rostro. Mientras tanto, se enumeran sus acusaciones y finalmente se le pregunta si tiene alguna última palabra que decir y dice que “no tiene resentimiento ni rencor hacia nadie”. Aquí, el volumen de la canción aumenta y el cuadro cambia, con primeros planos y figuras enteras de los otros prisioneros, que mientras tanto escuchan la misma canción, y por Johnny D. Comienza un gesto de cercanía física para su amigo llevado a la muerte, tomando una mini sartén comienza a golpearle arriba y abajo, a la izquierda y a la derecha, de la grieta que se necesita para pasar su comida y en las rejillas de la celda, y lentamente todos los demás prisioneros le siguen en una rueda, hasta que comienza a crear un cierto sonido crudo, metálico, duro, con el fondo siempre acompañado de las frases de cercanía de sus amigos y otros prisioneros, en las que gritan que ‘todos están con él, que lo aman, que ‘caminan’ con él, le dicen que siga su corazón y que es fuerte’. Aquí hay un cambio de cuadro que nos lleva de nuevo a la sala de ejecución, y vemos cómo los demás que están allí para presenciar ese macabro y terrible acto también sienten esta cercanía. Lo entendemos porque todas las personas de la sala, incluido el abogado, se miran sin entender lo que está pasando, y vemos que Herbert también los siente, siente esa cercanía, siente ese grito de amor hacia él y comienza a inhalar y exhalar lentamente, insinuando una sonrisa, y continúa su exhalación e inhalación intercalada con el cierre de los ojos. En cierto punto la escena se ralentiza y la música se desvanece, enmarcando su rostro durante unos segundos, luego moviendo la lente hacia el público, detrás de la ventana, y después de escuchar el creciente sonido que hace la energía, una sola, corta e intensa descarga eléctrica lo mata. (No lo vemos directamente, sino a partir del reflejo del hombre que se vislumbra en la vidriera).

Veamos lo inhumano que es hacer algo así, veamos, por ejemplo, los personajes que tienen que pasar por esto, es decir, tienen que pasar por la ejecución, por ejemplo, se afeitan las cejas, se afeitan el pelo, les preguntan qué quieren comer como última comida, etc., hay una firme deshumanización y vemos lo hipócrita que es, porque si se condena a una persona a todo esto y luego se la trata muy bien justo antes de matarla, en definitiva, hay una hipocresía básica. El acto en sí no se muestra en absoluto, y lo he apreciado, sin caer en la retórica y sin apostar por el drama a toda costa.

La película se centra principalmente en la fragilidad del sistema judicial americano, en cómo los prejuicios pueden crear situaciones de abuso de poder y en cómo, en definitiva, la sentencia de muerte es falsa, porque de los datos se desprende que uno de cada nueve condenados es, en realidad, inocente. Afirmar la propia inocencia parece casi simplemente accesible a aquellos que tienen el poder económico de comprar un buen abogado, y como comprenderán, esto no es justicia, sino simplemente capitalismo.

Me gustó la forma en que el racismo es retratado en la película, como algo mucho más complejo que una simple mitad ignorante o en blanco y negro, pero colocado dentro del contexto social y la jerarquía de clases.

La película trata de la historia de Bryan Stevenson y él mismo está entre los productores. La película, en mi opinión, abre un discurso importante y extremadamente actual, obviamente en los EE.UU., e incluso podríamos decir que es interesante de discutir.

En esta historia, el estado de Alabama se convierte en una tierra de opresión, pero también de redención. Tanto el título original, Just Mercy, como el título italiano, The Right to Oppose, guardan la esencia de la película de Destin Daniel Cretton. De hecho, mientras que “deber” indica una obligación moral, a veces una imposición, el derecho es la libertad que se atribuye a un hombre, la libertad de elegir. El joven abogado opta por prestar asistencia jurídica gratuita y adecuada a los presos de Alabama poniendo de relieve los errores, los preconceptos de un sistema judicial viciado por el racismo y haciendo triunfar una justicia más verdadera, más empática y más humana. Alabama, corazón feroz de América del Sur, periferia de una humanidad descorazonada por la discriminación secular, ha sido escenario de la dialéctica histórica entre opresores y oprimidos, pero también de una rebelión heroica y constructiva contra este estado de cosas, de la reivindicación de los derechos civiles humanos.

Una tierra en la que ha persistido una brecha entre la ley que redujo formalmente la cuestión racial y la mentalidad atávicamente racista, discriminatoria y casi nostálgica de sus habitantes. Paradójicamente, el primer instrumento del abogado Stevenson es precisamente la ley, es la fe en el poder de la justicia. Al mismo tiempo Alabama ha sido la tierra de la redención, una tierra que ha visto el pequeño gran gesto de Rosa Parks, la negativa a dar su lugar a un hombre blanco en un autobús (en 1955), ha visto a la humanidad marchar por la igualdad inspirada en el sueño de Martin Luther King. Fue la tierra de la infancia de Harper Lee y Truman Capote, de la juventud de Forrest Gump, con la integración racial en la Universidad de Alabama como telón de fondo, y al mismo tiempo la seria oposición a la desegregación, la tierra de la historia de Idgie y Ruth, de su coraje, en Fried Green Tomatoes.   

La historia macrocósmica siempre se refleja en el microcosmos de individuos como Stevenson, destinados a cambiar o al menos redirigir el curso de los primeros. Su historia hecha de una continua alternancia de derrotas y pequeñas conquistas sigue el mismo ritmo que la de América: desde Lincoln y la propuesta de abolición de la esclavitud hasta su injusta matanza, desde el fin de la guerra civil al apartheid hasta la aprobación de la Ley de Derechos Civiles de 1964.

Una cuestión que continúa de forma dramática y que al mismo tiempo muestra de forma ejemplar cómo la búsqueda de la justicia es cada vez más tenaz, quizás no rápida porque no procede por atajos sino más verdadera y sus frutos son duraderos a diferencia de los generados por la lógica de ojo por ojo diente por diente.

La película enseña el valor de una vida. El valor de la libertad. El tráiler de la película se abre con un hilo muy fino que cuelga de un árbol, símbolo de lo precaria y frágil que es la existencia de un hombre. Un rayo de cielo en medio de los árboles. Esa sensación de impotencia, marcada por la forma en que la cámara, casi invisible, encuadra la escena; una sensación de impotencia, pero también el deseo de poder escalar algo insuperable para obtener algo de misericordia (no por casualidad en el Just Mercy original).

La obra, ya desde la primera secuencia, con un estilo que vibra gracias al trabajo realizado por la banda sonora, emerge una dinámica que no tiene sus raíces en la desesperación, sino que está ligada a la perseverancia de un hombre, el abogado Bryan Stevenson, para buscar esa misericordia y ese sentido de la justicia que todos merecen y que pocos en los Estados Unidos logran obtener. Los disparos y el sonido dan la idea de un disco rayado, el sistema americano, que bloquea a los personajes en un ciclo de derrotas que parecen no encontrar luz.

La gracia parece negada a la gente que la sociedad, en este caso un pequeño pueblo de Alabama, define como “marginada” por razones de género, religión, dinero o simple color de piel. El disco rayado representa, por lo tanto, un sistema, del que desgraciadamente todavía se destacan los créditos finales, que, a pesar de las pruebas, tiene dificultades para cambiar. En esto, la película en su propia estructura, pero también a través de pequeñas escenas puramente visuales o que evocan imágenes a través de los ojos de los personajes, busca una apertura para destruir una rutina que no tiene en cuenta la humanidad. Las tazas de hojalata juegan en las barras. Un hombre desesperado recuerda un olor a quemado: el olor de un hombre. Un hombre que, apoyando la película a través de un juego de miradas y palabras, no pierde su estatus ni siquiera al final, pero que encuentra en esta trágica situación, la fuerza para alimentar la esperanza de un cambio futuro.

Buscando Justicia” además de ser tomada de una historia real y adaptada del libro del mismo nombre escrito por el propio Bryan Stevenson, es una película clásica, en la que el sistema fílmico no intenta hacer que el espectador abra la boca. Destin Daniel Cretton, de hecho, ya acostumbrado a tratar temas relacionados con personas en dificultad, que parecen abandonadas por un sistema que no funciona (antiguo director de Short Term 12), decide buscar una simplicidad que, a través del sonido, algunos cuadros, diálogos y la actuación de los actores, pueda plantear una realidad punzante para mover el deseo de cambio del público.

Por lo tanto, no es una película sensacional, sino una película que funciona y que al final deja al espectador en silencio en su asiento con la esperanza y el deseo de que la situación pueda cambiar realmente y podamos tener algo de misericordia y justicia. Misericordia y justicia que se destacan en la mente del público como ese salpicón inicial del cielo en medio de los árboles, donde la vida humana es un tronco fuerte y robusto, capaz de resaltar contra todas las barreras de un sistema lleno de rancios prejuicios y ya no un precario y frágil hilo.

Buscando Justicia” es una de esas películas que son imposibles de juzgar o revisar puramente desde un punto de vista cinematográfico. Hay películas que apreciamos por su dirección, otras por la fotografía, otras por la trama o por sus inolvidables personajes. Just Mercy – este es el título original de la película – es una película que cuenta algo tan humano, que va más allá del concepto mismo de la cinematografía. Porque con esta dramática película basada en una historia verdadera y triste, nos enfrentamos al concepto de humanidad, analizado en su brutalidad galvanizada por el prejuicio total.

La búsqueda de la verdad y la transparencia de esta última son los temas que la película pretende analizar y transmitir. Basta con ver la escena final, antes de los habituales subtítulos que resaltan la realidad que vimos en parte en la película, donde los dos protagonistas se dan la mano detrás de un vaso de agua, símbolo de transparencia.

El director Destin Daniel Cretton continúa su asociación artística con Brie Larson, que aquí desempeña el papel de un abogado local, para contar una historia de injusticia y prejuicios que, como muchas películas de este período, muestra la humillación ritual de los afroamericanos a partir del más común de los abusos policiales yanquis: el arresto injustificado, a menudo acompañado de registros mortificantes.

Stevenson entra voluntariamente en un abismo de mala conducta y discriminación racial porque sabe lo que significa nacer negro en América y ser etiquetado en base al color de la piel. “Sólo míralo a la cara” es de hecho la motivación dada por las autoridades de Alabama para encarcelar a un hombre inocente, y la acusación “lombrosiana” esconde un profundo temor a lo diferente.

Cretton reconstruye la historia de Stevenson uniendo su punto de vista por completo, y esto desafortunadamente hace que la historia sea menos efectiva. Pero esta (enésima) historia de injusticia por motivos raciales es el retrato de una América que todavía tolera desigualdades injustificables. De hecho, la historia que se cuenta no ocurre en los años 50 sino en los 90, y sin embargo se encuentra con la resistencia y el obstruccionismo de la época anterior a las batallas por los derechos civiles de los afroamericanos.



Vestuario, maquillaje y cabello:

Los trajes de la película fueron creados y diseñados por Francine Jamison-Tanchuck, ya diseñadora de vestuario en otras películas famosas como, “El color púrpura” (1985), “Tiempos de gloria” [or Gloria] (1989), “Sister Act 2: De vuelta al convento.” (1993), “The Birth of a Nation” (2016) y “Roman J. Israel, Esq.” (2017) entre otros. En más de veinte años de su carrera ha colaborado con muchos directores y en muchas películas, especialmente películas históricas, y para esta película fue elegida para recrear los trajes de esa época en la que se desarrolla la historia.

Cuando Francine Jamison-Tanchuck firmó como diseñadora de vestuario para esto film se sintió atraída por la perspectiva de retratar personajes reales a través de su trabajo. “A veces puede ser más difícil que cualquier otra cosa salir de tu imaginación”, dice Jamison-Tanchuck. Después de leer el guión del film, la veterana diseñador de vestuario se sintió impulsado por la idea de ilustrar no sólo el período de 1987 a 1992 en la pequeña ciudad de Alabama donde se desarrolla la película, sino también “una hermosa familia que estaba pasando por este horrible período de su vida“.

En busca de recursos, Jamison-Tanchuck recurrió a las fotografías proporcionadas por las familias McMillian y Stevenson. Las memorias del abogado (en las que se basa la película) también proporcionaron una gran cantidad de información, al igual que sus conversaciones y su extensa investigación en línea y en la Biblioteca de Investigación de Vestuario del Oeste en Los Ángeles.

Con la ayuda de la asistente de diseño de vestuario Joy Cretton (la hermana del director de la película), Jamison-Tanchuck se ha comprometido a recrear looks históricamente precisos para cada personaje, con un guiño a sus viajes personales.

Estos incluían uniformes blancos de prisioneros (que, en Alabama, también tenían cinturones negros, para sorpresa de Jamison-Tanchuck). Para Foxx, era esencial que el uniforme de su personaje siempre apareciera perfectamente planchado e inmaculado, ya que el verdadero McMillian usaba la pequeña asignación que le daba su familia para pagar a los lavanderos para que plancharan sus camisas. Incluso en el corredor de la muerte, “quería que la gente viera que no lo estaban distrayendo del ser humano“, dice la diseñador. “Bryan Stevenson, que lo visitaba constantemente, dijo que sí, que realmente se veía así – y también lo hacían las otras personas en el corredor de la muerte.”

El sentido de autoestima de McMillian también se manifiesta en la escena final de la sala del tribunal cuando se da el veredicto. Aquí lleva su traje negro de tres piezas, suministrado por su familia, sin corbata. “Su esposa, Minnie, quería que se viera lo mejor posible”, explica Jamison-Tanchuck. La diseñador replicó el traje para Foxx, usando fotografías familiares como guía.

El director y Jamison-Tanchuck estuvieron de acuerdo en que cada miembro de la familia McMillian y de la comunidad en general que se retrataba en la pantalla, tanto si hablaba como si no, debía tener una mirada individual. “El destino quería que fueran muy importantes para el apoyo. Quería que tuvieran sus propias personalidades”, dice. “Realmente quería que se viera como algo realmente real”.

Asimismo, la diseñadora de vestuario también comenzó a recrear el vestuario de Stevenson, que incluía sólo un vestido cuando conoció a McMillian (“Y eso también se estaba desgastando“, dice). “Bryan Stevenson quería que se supiera que no se trataba de ropa para él”, explica el diseñador. “Mantenerlo en el mismo vestido y cambiarle la corbata y la camisa era algo que Destin, Michael B. y yo acordamos hacer para probar que a este tipo no le importaba el dinero. Pero le importaba corregir un error”.

Formar parte de “Buscando Justicia” fue un proyecto de pasión personal para la diseñadora de vestuario Francine Jamison-Tanchuck, que sólo es adecuado para una película sobre personas que hacen justicia cuando el sistema legal ha fallado. El drama de la corte muestra el primer trabajo de derechos civiles que llevaría a la fundación de la Iniciativa de Justicia Equitativa con Eva Ansley (Brie Larson) en 1989.

Las piezas de época pueden ser a menudo difíciles, especialmente cuando el marco temporal es parte de la memoria viva de la audiencia. Esto es particularmente cierto cuando los personajes están basados en personas reales. Por supuesto, tener acceso a la persona en la que se basa la historia es inestimable. “El propio Brian Stevenson era una increíble fuente de información y sus puertas estaban siempre abiertas. Si no te responde enseguida, te diría que tal vez esté argumentando un caso ante el Tribunal Supremo y se disculparía humildemente. Es sólo un superhéroe en la vida real. También conocimos a la verdadera Eva Angsley, que era simplemente maravillosa.”

Retratar a los personajes también significaba prestar atención a los pequeños detalles que tanto se referían a las circunstancias. Jamison-Tanchuck explica: “Para la corte, Walter se aseguró de estar muy presentable, pero mirando de cerca su ropa, noté en algunas investigaciones que había algún desgaste, un pequeño desgarro o algo en una de sus ropas”.

Jamison-Tanchuck se ha fijado un alto nivel de autenticidad. “No quería recrear la ropa creando muchas cosas”, explica. Aunque en otros proyectos ha sido conocida por construir cada objeto hasta los sombreros, ha buscado piezas imbuidas de un sentido de la historia existente. “Decidí buscar los tesoros encontrados en ropa antigua y de época. A mí me pareció mucho más real. Tuve algunos compradores maravillosos que acababan de recorrer Los Ángeles, incluso aquí en Georgia y Nueva York“.

El arte y la vida se entrelazaron a lo largo del proyecto, en particular cuando miembros de la actual Iniciativa para la Igualdad de Justicia nos visitaron durante la filmación en Montgomery y sirvieron de telón de fondo para la filmación en los escalones del Tribunal Supremo del Estado. “Realmente le hace algo a tu sensibilidad”, dice. “Creo que toda nuestra tripulación se sintió así. Sea cual sea el papel que desempeñó o el trabajo que hicimos en esta película, todos sentimos que fue un honor”.



Actores:

Michael B. Jordan como Bryan Stevenson, joven abogado idealista que se graduó en Harvard y quiere marcar la diferencia y ayudar a los que no pueden permitirse un abogado, especialmente a los negros, y siempre del lado de los últimos;

Jamie Foxx como Walter McMillian, también conocido como “Johnny D.”, un trabajador afroamericano que corta madera para hacer papel, que está en el corredor de la muerte acusado de un crimen que no cometió;

Brie Larson como Eva Ansley, un abogado que vive en Monroeville, que primero ayuda y apoya a Stevenson, y luego trabaja con él en el trabajo. También trabaja con Stevenson para reformar el sistema judicial mediante la fundación de la Iniciativa de Justicia Equitativa.

Rob Morgan como Herbert Richardson, otro recluso y el vecino de celda de Walter que cometió un asesinato porque está en un estado emocional alterado;

Tim Blake Nelson como Ralph Myers, un recluso que también está en el corredor de la muerte por ciertos delitos, que da un testimonio falso y muy contradictorio culpando a Mcmillian, a cambio de una sentencia más leve en su actual juicio;

Rafe Spall como Tommy Chapman, el fiscal de Alabama, que primero se muestra amable y servicial, pero cuando Stevenson pide reabrir el caso, examinarlo y leer sus notas, lo lincha sin dudarlo, tratando de interponerse en su camino;

O’Shea Jackson Jr. como Anthony Ray Hinton, otro amigo y vecino en la celda de Walter y Herbert, él también pasa unos 30 años en el corredor de la muerte por un crimen que no cometió, y gracias a Stevenson es un hombre libre;

Darrell Britt-Gibson como Darnell Houston, un amigo de la familia McMillians, pero también el primero en declarar que estaba con un testigo que corroboró el testimonio de Myers el día del asesinato, lo que rompería el caso de la fiscalía;

Lindsay Ayliffe como Juez Foster,

C.J. LeBlanc como John McMillan, El hijo de Walter que se preocupa mucho por su familia y trata de hacer todo lo posible para ayudar a su padre a salir de la cárcel, y también es el que le dice a Stevenson que un amigo suyo, Darnell, tiene pruebas que está buscando;

Ron Clinton Smith como Woodrow Ikner,

Dominic Bogart como Doug Ansley,

Hayes Mercure como Jeremy,

Karan Kendrick como Minnie McMillian, la esposa de Walter, que lo apoya en todos los años que ha estado en prisión, y a pesar de los abusos de su marido, sigue amándolo y estando a su lado;

Kirk Bovill como David Walker.

Terence Rosemore como Jimmy.



Banda sonora:

La música original de la película está compuesta por Joel P. West, un cantautor y compositor cinematográfico radicado en Los Ángeles, antiguo compositor de las partituras de “Short Term 12” (2012), “Grandma” (2015), “The Glass Castle” (2017), “Band of Robbers” (2015) y muchos otros. En su carrera de décadas, su música ha sido descrita como “música que muestra un gran matiz emocional ” y “advierte…, ricamente estructurada y pastoral ”. Sus obras están fuertemente inspiradas en la naturaleza y los espacios abiertos de América del Norte.

En la banda sonora de esta película, además de las composiciones, hay varias piezas de repertorio grabadas por varios artistas, como Ode To Billie Joe de Martha Reeves & The Vandellas, Higher Ground de J. Alphonse Nicholson, Don’t Wanna Fight de Alabama Shakes y otras.

Esta música es el resultado de un largo proceso de colaboración con Destin Cretton, el editor musical de Del Spiva, el editor de imágenes Nat Sanders y el resto de nuestro increíble equipo de postproducción. Todo comenzó con una profunda inmersión en el mundo musical de Bryan Stevenson, que es músico y siempre se ha centrado en el jazz, el gospel y el soul como combustible para su trabajo y movimiento. Las feas verdades que está trabajando para corregir son abrumadoras y difíciles de digerir y, en última instancia, estábamos tratando de desarrollar una partitura musical que pudiera traer algo de la misma dignidad, esperanza y belleza que Bryan trae a la gente atrapada en esas sombras. Escribí las partes rítmicas como borradores, y encontramos un increíble grupo de músicos para darles vida. Teníamos a Karriem Riggins en la batería, Thomas Drayton en el bajo, Lynette Williams en los teclados y Justus West en la guitarra, y aunque nunca se habían conocido o tocado juntos antes, rápidamente se combinaron en un sonido muy especial y comenzaron a alimentarse mutuamente. Pasamos tres días en los estudios Capitol filmando y experimentando con ideas como las que se tienen para un álbum de jazz, y descubrí que cuanto más me alejaba y dejaba que pusieran su timbre colectivo en las melodías, mejor era la música. No podría estar más feliz con el producto terminado”, dice.

Después de las sesiones de la banda pasamos un día entero grabando las cuerdas, y tuvimos un coro de gospel que entró después de la hora de cierre y dio los últimos toques a la partitura. Había sido un día largo y ajetreado y todos nos sentíamos bastante agotados, pero salimos de la cabina hacia una habitación llena de alegría y risas y nos entusiasmamos inmediatamente con la banda. Escucharlos cantar juntos fue el mejor regalo al final de un largo viaje creativo, y todos en el edificio dejaron de hacer lo que estaban haciendo para venir a escuchar y ser nutridos por su talento y positividad. Me siento increíblemente honrado de haber ayudado a contar la historia de Bryan, y recomiendo encarecidamente que se visite el sitio web de la Iniciativa para la Igualdad de Justicia, ya que hacen que sea muy fácil encontrar una manera de contribuir a su trabajo, y de seguir educándose en la historia de la injusticia racial de nuestro país que ha llevado al racismo institucionalizado y a la indiferencia que todos toleramos al ignorarlo. Gracias a todos los involucrados, y a Destin por ser una roca de humildad, perseverancia y cuidado a través del largo proceso de dar vida a esta historia. Estoy muy orgulloso de haber contribuido y siempre estoy agradecido por el crecimiento personal y la perspectiva que he adquirido a lo largo del camino.


Lista de canciones del repertorio pop:

Ode To Billie Joe • Martha Reeves & The Vandellas

Higher Ground • J. Alphonse Nicholson

Don’t Wanna Fight • Alabama Shakes

Dream Come True • Hilton Felton

Blessed Be The Name Of The Lord • Sister Emily Braum

Jesus Is With Me • The Mighty Indiana Travelers

Save Their Souls • Bohannon

Troubles of the World • Brother Samuel Cheatam

Masterpiece • Atlantic Starr

The Old Rugged Cross • Ella Fitzgerald

No More Auction Block for Me • Sweet Honey In the Rock

I’m Gonna Lay Down My Life for My Lord • Bessie Jones & Group

The Old Rugged Cross • Karriem Riggins, Lynette Williams, Thomas Drayton and Justus West.


Lista de composiciones originales compuestas para la película:

1. Just Mercy (2:01)

2. Holman Prison (1:19)

3. Johnny D. (2:02)

4. Jackson Cleaners (2:16)

5. Walter’s Case (1:16)

6. Tell Me Everything (1:05)

7. Tapes (1:44)

8. We’re Done Here (0:50)

9. Everybody Out (1:04)

10. Petition (1:15)

11. Courthouse (1:28)

12. Nowhere Near True (2:05)

13. Hearing (1:40)

14. Church (0:55)

15. 60 Minutes (3:20)

16. Freedom (4:17)

17. Equal Justice (2:10)

18. The Old Rugged Cross (4:31)



FIN.


Espero que esta nueva crítica de la película “Buscando Justicia” si fue de tu agrado, y si es así, deja un parecido, comenta y hazme saber lo que piensas, comparte con quien quieras y suscríbete a mi blog. ¡Nos vemos en el próximo artículo! Adiós.

Just Mercy – movie review.

For George Floyd, Breonna Taylor, Michael Lorenzo Dean and all those lives of black men and women who died unjustly at the hands of white police officers (and more). “The law applies for everyone,” they say, but unfortunately it is not always so. Sometimes, however, it happens that (as in the story we are going to talk about today) Justice is done!

You will not be forgotten!

#BLACKLIVESMATTER.

Hi everyone and welcome back to this new article on my blog. Today we’re going to talk – as I did last week with Todd Haynes’ 2019 film “Dark Waters” – about a new movie review. The movie we’ll be talking about is – as you probably read from the title – Daniel Cretton’s 2019 film “Just Mercy”.

Like the movie we talked about some weeks ago, this movie is also taken from a true story, and its true story takes place in Alabama, a land that in addition to being home to the famous American classic “To kill a Mockingbird”, becomes first a land of oppression and then a land of redemption; the story is made of white guilt of innocent people, extreme racism, hatred, blindness to the truth because blaming someone at random, even if innocent, is always better and much more. Find out by reading.

I hope you enjoy this article and enjoy reading it.

Then, let’s go to the article!



Plot:

In 1989, idealistic young Harvard law graduate Bryan Stevenson travels to Alabama hoping to help fight for poor people who cannot afford proper legal representation. He meets with Eva Ansley and founds the Equal Justice Initiative, then travels to a prison to meet its death row inmates. He meets Walter “Johnny D.” McMillian, an African-American man who was convicted of the 1986 murder of Ronda Morrison, a white woman. Bryan looks over the evidence in the case and discovers it hinges entirely on the testimony of convicted felon Ralph Myers, who provided a highly self-contradictory testimony in exchange for a lighter sentence in his own pending trial.

Bryan’s first move is to ask prosecutor Tommy Chapman for aid, but Chapman dismisses him without even looking at his notes. Bryan next asks McMillian family friend Darnell Houston to testify that he was with a witness who corroborated Myers’ testimony the day of the murder, which would cause the prosecution’s case to fall apart. When Bryan submits Darnell’s testimony, police arrest him for perjury. While Bryan is able to get the perjury charges dismissed, Darnell is intimidated into refusing to testify in court.

Bryan then approaches Myers himself, who eventually admits that his testimony was coerced after police played to his fear of being burned and threatened to have him executed by electric chair. Bryan appeals to the local court to grant Walter a retrial. and successfully convinces Myers to recant his testimony on the stand, but the judge nevertheless refuses to grant a retrial. Distraught, Bryan vents his frustrations about the case to Eva. He appears on 60 Minutes to rally public support in favour of Walter, then appeals to the Supreme Court of Alabama. The Supreme Court overturns the circuit court’s decision, and grants Walter his retrial. Bryan then motions to have the charges dismissed entirely. He confronts Chapman at his home and tries to convince him to join him in his motion; Chapman angrily ejects him from his property. The day of the motion comes, and Bryan appeals to the judge. Chapman agrees to join him in his motion, the case is dismissed, and Walter is finally reunited with his family.

An epilogue notes that Bryan and Eva continue to fight for justice to the present day. Walter remained friends with Bryan until his death in 2013. A follow-up investigation into Morrison’s death confirmed Walter’s innocence and posited that a white man was likely responsible; the case has never been solved. McMillan’s former cellmate, Anthony Ray Hinton, remained on death row for 28 years until Stevenson was able to have all charges dropped and Hinton was eventually released in 2015.



Personal Comment:

Just Mercy: A Story of Justice and Redemption: Amazon.it ...

Just Mercy is a 2019 American legal drama movie adapted and directed by Destin Daniel Cretton, and it is based on the 2014 memoir “Just Mercy: A Story of Justice and Redemption. written by defence attorney and social rights activist Bryan Stevenson. The movie – that’s based on the true story told by the actual Stevenson in his book above mentioned – is an account of a battle against injustice and racism in the state made famous by Harper Lee with his book “To Kill a Mockingbird”: the odyssey of an innocent man falsely accused of murder and defended by the brave lawyer Atticus Finch. The movie starring Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson, Rob Morgan, Tim Blake Nelson and Rafe Spall, among the others.

Sometimes unexpected cycles happen on a daily basis and in just a few weeks it happened to see three films with the same thread: true stories about the abuses and violence of the police of some American States that, once identified a “weak” person, make him guilty “by force”, without going through the subtle, as for “Richard Jewels“, passed from hero to terrorist; “If the street could talk“, in which a young black man is accused of rape, without proof and despite his loyal love with a peer and his proclaimed innocence … and then this film “Just Mercy” which sees a black man targeted by policemen and magistrates and is accused, without investigation, of killing a white girl. Justice should be democratic, above race, colour, religious affiliation, … So, they say, but the reality is still very different and the true Justice, the “just” one is often a mirage still today, in all countries as racism does not die.

After the Oscar nominations, there was a lot of talk about the nominations themselves and how most of them were only received by white people and that, for example, there was a total absence of black people, understood as the term “umbrella” to consider all those who are not classified as white. The film was nominated for the NAACP Image Awards, which would be an association that focuses on the “people of colour” and has been focusing on these kinds of professionals in music, television and film for years. Since we always talk about this subject and the absence of these people, since in my opinion the only way to change things, to give a shake is actually to talk about these projects if we like them, and then give them a voice, a sounding board. The right to object sees a mainly black cast, and behind the camera is a Hawaiian director (this is simply a detail, not to say that the film is good or bad, absolutely not). The film is about a news event several years ago, but it’s extremely topical, it makes very interesting choices in terms of representation, sometimes a little less so.

Cinema often talked about racism, but sometimes – let’s say – as it talked about it, it wasn’t going too well, and it was often criticized. The main reason is that very often in cinema the racism that is represented is that of the little ignorant old Lord who then meets an African-American person and becomes friends and so on. Unfortunately, however, racism, a bit like all types of discrimination, is something quite transversal, and if, in short, it is the Lord who pays attention, the gruff neighbour is one thing, but the problem is when racism is within the mesh of justice and institutions. And so, we talk about institutionalized racism. If people who do the job of policemen, lawyers, judges are racist, what effect does this have on equal or just justice? Let’s remember that in the United States of course there are these traumas, especially in the southern states of the United States, which have a different history, which have a history of slavery, there was the war between the north and south of the United States, and until a very recent period there was segregation, a dark period of American history in which just by law people were different, only a few decades ago all this happened. Also, in a very recent history, only a few decades ago, there were big problems. There are bills that, in short, mainly affect black people. In addition there are other problems: think that in the U.S., for example, there was a jury and for a long time it was not possible for African Americans to be part of the jury, they were not allowed, but in short they were tried by a jury of only white people in which you did not go into too much detail if those people were discriminated against, prejudiced or something similar. All these things, of course, create a judicial system that has so many abysses and so many problems, because if there is prejudice there probably won’t be fair justice.

The film, besides talking very well in my opinion about this thing, so talking about institutionalized racism and how it is transversal, in my opinion it makes a right and real speech, that is it doesn’t simply divide racism as black and white, but it makes a more complex, more difficult speech, that is it talks about racism and how discrimination has a division between people that very often is not simply the skin, but it is the social class: the rich are on one side, the poor are on another side. The economic difference is from greater privileges to those who are black and from fewer privileges to those who are white, but poor. This speech is rarely made in the movies and sometimes racism ends up being white= bad and black=good, and unfortunately it’s a bit sterile rhetoric that doesn’t really talk about the speech and how complex it is, how many facets it has, but it’s simply a “good morning and bad”, which in my opinion doesn’t particularly help; whereas here instead a more interesting speech is made.

As for the representation of the film, I liked some of the choices in the film. The film starts with Johnny D. who is coming back from work, we follow him on his working day and we see him being first stopped and then arrested, as if he were a dangerous criminal, and we exactly like the protagonist don’t know anything, we don’t know the reason, we don’t say why, what happened…nothing! This, in my opinion, is an excellent strategy because it immediately makes the audience identify with the character who both know the same things, or rather ‘don’t know’ the same things. Immediately afterwards, we’ll find out the story of Johnny D., how the judicial events went and we’ll find out from the newspapers. We’ll see the newspapers that are told by people who are white, and beware: this doesn’t mean that it’s a bad thing, but we’ll see very well, this being one of the subjects of the film, the narrative that goes on. As you know, in crime cases sometimes the information doesn’t actually give information, but we say even before the trial “paints” a little bit of a guilty person who is sometimes exonerated from official justice, but always remains in the eyes of the public by now definitively guilty. The film, in fact, is really about fiction, about the influence of the press, and we will see it in various ways, both on one side as well as the other. We also see how the justice system is being stretched a little bit to please itself by the goodwill of the people around it, the powerful people of that place.

The film clearly divides, in fact there is this representation in which there are the terraced houses, beautiful, large, luxurious, etc., of white people and then the dirt road with poor neighbourhoods that are inhabited mainly by black people, precisely because of a society that divides. The film, in fact, talks about how, being the majority of poor African-American people, they are the most affected, so they are affected on several fronts, both by class discrimination as well as racial discrimination. But obviously it creates a slightly more complex relationship, and we see it also inside the prison with the convicts. I really appreciated this representation because in my opinion, it is complex, the reality is difficult, it has many facets and many reasons why you get to a situation, and I think it is better to give them. I found it very interesting how we also talk about fiction, how an audience perceives a condemned person. We see it at the beginning that everything is presented by anchor-men who are white, then the thing, not surprisingly, will change when the story of Johnny D. will be told for 16 minutes, a program that sees at least one African-American presenter at that time. There’s a lot of talk about fiction and in short, could it be a neutral narrative, that of an African-American presenter? We don’t know. Racism is not something that depends on the skin, it’s something that depends on the thought that is applied.

The film also speaks very well of all the flaws in American society at that time. It focuses mainly on the “non-access” to justice, by people who don’t have economic problems, it talks about how sometimes lawyers who are not overpaid, do things in a good way or just want money, there are summary trials, lawyers who don’t do their job well, and all of this doesn’t go down well, let’s say, leaves room for abuse of power by the police and the justice system that leaves poor people a little bit to be scapegoats to give society the impression that everything is okay. The film, however, also talks about another subject, that of capital punishment. As you know, many states in the United States have “as part of their culture” almost, this kind of judgment and even the film shows very well how, even those who ask to change that sentence given to them to life imprisonment, are seen almost as a traitor to their country. A very ironic part, in my opinion, of the film is how it is often emphasized that what is happening is practically a stone’s throw from where “To Kill a Mockingbird ” was written, which has as its main focus an African-American man accused by summary justice, exactly the same story that we live within this film.

The film is really about privileges and how you can have access to new privileges. The main character is a young lawyer, he managed to go to Harvard, he is African American, and although he has some privileges, unfortunately he doesn’t have any more, because in the eyes of the community he is African American. He is convinced that he can fight this through his skill, his preparation and professionalism, but unfortunately this is not enough to fight discrimination, because it’s a bit like playing a system that is actually rigged. The film, in my opinion, leverages on many small elements that are often small systems of discrimination that tend to humiliate the subject, such as, for example, not letting black people in first, but forcing them to come in last, all those little things of humiliation that go to undermine people’s security and make them live in a sort of constant little violence; we, seeing the film, experience the humiliation especially with regard to the main character played by Michael B. Jordan, who is even searched and stripped of his clothes by the prison guard, although theoretically he shouldn’t do it, but we live within an abuse of power and we live his humiliation, and we live precisely that intent to humiliate him by abusing his power. That scene is very strong and it was also very difficult to manage within the representation, because M. B. Jordan is famous for his physique, he is a very handsome actor, he has a beautiful physique, and in short to represent a scene in which the nudity represents not the beautiful being, but to concentrate on a humiliation that he is living, is a very difficult thing. The director focused mainly on his face, and frankly speaking it was a difficult thing to stage, but he really succeeded. What’s striking about the scene is the humiliation and you’re not distracted by the beauty and physical prowess of the protagonist, because his body is not sexualized.  This is an important aspect that sometimes does not happen for female characters, when, for example, there are scenes of violence, sometimes they are heroicized and other things (this is a bit complete).

The performers have been carefully chosen by director Destin Daniel Cretton both for their resemblance to the real characters and for their skill, so let’s hear it for Michael B. Jordan, Brie Larson, Jamie Foxx, O’Shea Jackson Jr., Tim Blake Nelson and all the others, including extras.

M. B. Jordan – actor already seen in “Black Panther” and “Creed”, but here he’s a bit “like that”; here’s Jamie Foxx who’s very good here literally, he also changes his voice, very very very good indeed. On the other side there’s MBJ who can’t always stand the comparison with the other, especially in the finale, where there are two monologues in which you feel that he’s missing that step a plus to become iconic, it’s a little bit unripe. The one that, in my opinion, gave the best performance, leaving me speechless, is Tim Blake Nelson, he plays Meyers, and he’s very good. He plays this character full of tics, problems, fears… he will leave you breathless! I also really liked the actor who plays Johnny D.’s son, even if he has a small and marginal part in the story, but he’s really very good, especially the scene in court where he says, screaming, that by condemning his father in the first degree, he’s condemning his whole family, everything he has and that makes him feel safe.

As for what I didn’t really like, I have to talk about Brie Larson and her character. She plays a real character who is the lawyer’s helper, she is also a lawyer who helps MBJ’s character, but unfortunately her character is literally wasted. She’s a very good Oscar-winning actress, and within this film she’s a sort of extra, if you can call it that, and if on the one hand I understand the desire to hold her character back so that she doesn’t fall into the figure of the ‘white saviour’, so the white man who saves the situation, etc., which is very negative and has a trail of racist representation, on the other hand her character is so flattened that we can barely really tell if she’s a lawyer or just some chick who’s just standing there putting her cards on the table, because honestly she doesn’t even seem to understand what we’re doing when she’s actually a lawyer. Let’s say that all the female figures are the best of the best in the film: there’s JD’s wife, there’s Brie Larson who’s characterized as a mother- advocate, but we don’t really understand how she does it, let’s say the beginning of the film was promising, because there was her fighting against a guy who was criticizing her for being against the death penalty in general as a punitive system, so there’s her fighting. But unfortunately, let’s say it all disappears and becomes, like, part of the background. Her character literally looks like a draft, just like the character of the secretary for example, who at one moment is a key character and at others he’s not, and it’s like a sketch. The only thing we know is that she comments on the leading actor who says, “well, he’s a good-looking guy” and that’s it…

One detail about the play that I liked is that inside of Johnny D’s relatives. which are never specified more than that, there is also a man who is in a wheelchair: we don’t know if he is actually a real character in the story, but I liked this representation, because we never see extras, for example, who have disabilities and if at the cinematic level cutting or changing this thing would have been easier, – also because it’s much cheaper, because you don’t have to rent a wheelchair, you don’t have to adapt it, where you shoot, etc., it would have been much easier. I appreciate that there is, and therefore that people with disabilities are not constantly deleted in the cinema. His character doesn’t even speak, he’s just an extra, but I think it has a value, you know, to include all that.

I really liked the execution scene, where a friend of Johnny D.’s, Herbert, suffers this, and we see the whole process that leads to a death sentence, rather than the action itself. It’s a scene of great emotional impact and not only that, it’s a strong, poignant scene that takes you in. As Herb is led to the electric chair, and then to death, we begin to hear in the background, first lighter and then higher, the notes of Ella Fitzgerald’s “The Old Rugged Cross”. Afterwards, we see him being taken by the guards to the small and cramped room where the electric chair is located, and here he is made to sit in a more or less, more or less “human” way and is moistened with water in some points, tied with the various straps in the various points and put on his head that sort of ‘little hat’ that will serve to hold his head still. And here there is a sequence of close-ups that makes us hope that there is a minimum of humanity, since a guard and Herb exchange a glance: the guard with a sad face, aggrottado, Herb instead with a happy expression on his face. In the meantime, his accusations are listed and finally he is asked if he has any last words to say and he says that ‘he has no resentment and no grudge against anyone. Here, the volume of the song increases and the frame changes, with close-ups and whole figures of the other prisoners, who in the meantime listen to the same song, and by Johnny D. He starts a gesture of physical closeness for his friend led to death, taking a mini frying pan he starts banging him up and down, left and right, of the crack that is needed to pass his food and on the cell grates, and slowly all the other prisoners follow him on a wheel, until he starts to create a certain raw sound, metallic, hard, with the background always accompanied by the phrases of closeness of his friends and other prisoners, in which they shout that ‘they are all with him, that they love him, that they ‘walk’ with him, they tell him to follow his heart and that he is strong’. Here there is a change of frame that brings us back to the execution room, and we see how the others who are there to witness that macabre and terrible act also feel this closeness. We understand this because all the people in the room, including the lawyer, look at each other not understanding what is happening, and we see that Herbert also feels them, he feels that closeness, he feels that cry of love towards him and begins to inhale and exhale slowly, hinting at a smile, and continues his exhalation and inhaling interspersed with closing his eyes. At a certain point the scene slows down and the music fades away, framing his face for a few seconds, then moving the lens towards the audience, behind the window, and after hearing the growing sound that the energy makes, a single, short, intense electric shock kills him. (We don’t see it directly, but from the reflection of the man glimpsed on the stained-glass window).

Let’s see how inhuman it is to do something like this, let’s see, for example, the characters who have to undergo this, that is, they have to undergo execution, for example, they shave their eyebrows, they shave their hair, they ask them what they want to eat as a last meal, etc., there is a firm dehumanisation and we see how hypocritical this is, because if you condemn a person to all this and then you treat them very well just before killing them, in short, there is some basic hypocrisy. The act itself is not shown at all, and I appreciate that, without being rhetorical and without focusing on drama at all costs.

The film focuses mainly on the fragility of the American judicial system, how prejudices can create situations of abuse of power and how, in short, the death sentence is fallacious, because from the data it would appear that every 9 condemned 1, in reality, is innocent. To assert one’s innocence seems almost simply accessible to those who have the economic power to buy a good lawyer, and as you will understand, this is not justice, but simply capitalism.

I liked the way racism is portrayed in the film, as something much more complex than just an ignorant or black and white half, but placed within the social context and class hierarchy.

The film is about the story of Bryan Stevenson and he himself is among the producers. The film, in my opinion, opens up an important and extremely topical discourse, obviously in the US, and we could even say interesting to discuss.

In “Just Mercy”, the state of Alabama becomes a land of oppression, but also of redemption. Both the original title Just Mercy and the Italian title The Right to Oppose guard the essence of Destin Daniel Cretton’s film. In fact, while “duty” indicates a moral obligation, sometimes an imposition, the right is the freedom attributed to a man, the freedom to choose. The young lawyer chooses to provide free and adequate legal assistance to prisoners in Alabama by highlighting the mistakes, the preconceptions of a judicial system vitiated by racism and making a truer, more empathic, more human justice triumph.   

Alabama, the ferocious heart of South America, the periphery of a humanity disheartened by secular discrimination, has been the scene of the historical dialectic between oppressors and oppressed, but also of a heroic and constructive rebellion against this state of affairs, of the demand for human civil rights.

A land where a gap has persisted between the law that formally reduced the racial question and the atavistically racist, discriminatory, almost nostalgic mentality of its inhabitants. Paradoxically, lawyer Stevenson’s first instrument is precisely the law, it is faith in the power of justice. At the same time Alabama has been the land of redemption, a land that has seen the small grand gesture of Rosa Parks, the refusal to give his place to a white man on a bus (in 1955), has seen humanity march for equality inspired by the dream of Martin Luther King. It was the land of Harper Lee and Truman Capote’s childhood, of Forrest Gump’s youth, with racial integration at the University of Alabama in the background, and at the same time the serious opposition to desegregation, the land of Idgie and Ruth’s story, of their courage, in Fried Green Tomatoes.   

Macrocosmic history is always reflected in the microcosm of individuals like Stevenson, destined to change or at least redirect the course of the former. His story made of a continuous alternation of defeats and small conquests follows the same rhythm as that of America: from Lincoln and the proposed abolition of slavery to its unjust killing, from the end of the civil war to apartheid until the approval of the Civil Rights Act of 1964.

An issue that continues dramatically and at the same time shows in an exemplary way how the search for justice is more and more tenacious, perhaps not rapid because it does not proceed by shortcuts but more true and its fruits are lasting unlike those generated by the logic of an eye for an eye tooth for a tooth.

The film teaches the value of a life. The value of freedom. The film’s trailer opens with a very fine thread hanging from a tree, a symbol of how precarious and fragile a man’s existence is. A glimmer of sky in the middle of the trees. That sense of helplessness, marked by the way the camera, almost invisibly, frames the scene; a sense of helplessness, but also the desire to be able to climb something insurmountable to get some mercy (not by chance in the original Just Mercy).

The work, already from the first sequence, with a style that vibrates thanks to the work carried out by the soundtrack, emerges a dynamic that is not rooted in desperation, but that is linked to the perseverance of a man, the lawyer Bryan Stevenson, to seek that mercy and that sense of justice that everyone deserves and that few in the United States manage to obtain. The shots and sound give the idea of a broken record, the American system, that blocks the characters in a cycle of defeats that seem to find no light.

Grace seems denied to people that society, in this case a small town in Alabama, defines as “marginalized” for reasons of gender, religion, money or simple skin colour. The broken record represents, therefore, a system, which the end credits unfortunately still stand out, which, despite the evidence, has difficulty changing. In this, the film in its very structure, but also through small scenes that are purely visual or evoke images through the eyes of the characters, seeks an opening to destroy a routine that takes no account of humanity. Tin cups play on the bars. A desperate man recalls a burning smell: the smell of a man. A man who, supporting the film through a play on looks and words, does not lose his status even at the end, but who finds in this tragic situation, the strength to nurture hope for future change.

“The Right to Oppose”, as well as being taken from a true story and adapted from the book of the same name written by Bryan Stevenson himself, is a classic film, where the filmic system doesn’t try to make the viewer’s mouth open. Destin Daniel Cretton, in fact, already used to dealing with issues related to people in difficulty, who seem to be abandoned by a system that does not work (former director of Short Term 12), decides to look for a simplicity that, through sound, some frames, dialogues and actors’ performance, can raise a pungent reality in order to move the public’s desire for change.

So, this is not a sensational film, but a film that works and that in the end leaves the spectator in silence in his seat with the hope and the desire that the situation can really change and we can have some mercy and justice. Mercy and justice that stand out in the audience’s mind like that initial splash of sky in the middle of the trees, where human life is a strong and robust trunk, capable of standing out against every barrier of a system full of stale prejudices and no longer a precarious and fragile thread.

Opporsi’s Right is one of those films that are impossible to judge or review purely from a cinematographic point of view. There are films that we appreciate for directing, others for photography, others for the plot or for their unforgettable characters. Just Mercy – this is the original title of the film – is a film that tells something so human, that it goes beyond the very concept of cinematography.

Because with this dramatic film based on a true and sad story, we are confronted with the concept of humanity, analysed in its brutality galvanised by total prejudice.

The search for truth and the transparency of the latter are the themes that the film intends to analyse and transmit. It is enough to see the final scene, before the usual captions that highlight the reality we saw in part in the film, where the two protagonists shake hands behind a glass of water, a symbol of transparency.

Director Destin Daniel Cretton continues his artistic association with Brie Larson, who here plays the role of a local lawyer, to tell a story of injustice and prejudice that, like many films of this period, depicts the ritual humiliation of African Americans starting from the most common of Yankee police abuses: the unjustified arrest, often accompanied by mortifying searches.

Stevenson voluntarily enters an abyss of misconduct and racial discrimination because he knows what it means to be born black in America and to be labelled on the basis of skin colour. “Just look him in the face” is in fact the motivation given by the Alabama authorities to imprison an innocent man, and the “Lombrosian” accusation hides a deep fear of the different.

Cretton reconstructs Stevenson’s story by marrying his point of view entirely, and this unfortunately makes the story less effective. But this (umpteenth) story of racially motivated injustice is the portrait of an America that still tolerates unjustifiable inequalities. In fact, the story told does not happen in the 1950s but in the 1990s, and yet it meets the resistance and obstructionism of the era before the battles for African Americans’ civil rights.



Movie costumes:

The costumes for this movie were created and designed by Francine Jamison-Tanchuck, already costume designer in other famous movies such as the 1985 “The color purple”, the 1989 “Glory”, the 1993 “Sister Act 2: Back in the Habit”, the 2016 “The Birth of a Nation” and the 2017 “Roman J. Israel, Esq.” among the others. During her more-than-twenty-years career she has collaborated with many movie directors and in many movies, especially historical movies, and for this movie she was chosen to recreate the costumes of that era in which story is set.

When Francine Jamison-Tanchuck signed on as the costume designer for “Just Mercy, she was drawn to the prospect of depicting real-life characters through her work.

It can sometimes be more challenging than anything coming out of your imagination,” says Jamison-Tanchuck. After reading the “Just Mercy” script, the veteran costume designer was driven by the idea of illustrating not only the time period of 1987 to 1992 in small-town Alabama, where the film takes place, but also “a beautiful family that was going through this horrendous time in their lives.”

For resources, Jamison-Tanchuck turned to photographs provided by both McMillian’s family and Stevenson. The attorney’s bestselling memoir (upon which the film is based) also served up a wealth of information, as did their conversations and her own extensive research online and at the Western Costume Research Library in Los Angeles.

With the help of assistant costume designer Joy Cretton (sister of the film’s director, Destin Daniel Cretton), Jamison-Tanchuck set about re-creating historically accurate looks for each character, with a nod to their personal journeys.

Most notably, that included the shockingly white prison uniforms (which, in Alabama, also featured black belts, much to Jamison-Tanchuck’s surprise). For Foxx, it was key that his character’s uniform always appeared perfectly pressed and pristine, since McMillian would use the small allowance provided by his family to pay people in the laundry room to iron his shirts. Even on death row, “he wanted people to see they weren’t breaking him from being a human being,” the designer says. “Bryan Stevenson, who visited him constantly, said that yes, he really looked like that — and so did the other people on death row as well.”

McMillian’s sense of self-respect is also on display in the final courtroom scene when the verdict is handed down. Here, he wears his own three-piece black suit, provided by his family, with no tie. “His wife, Minnie, wanted him to look his best,” Jamison-Tanchuck explains. The designer replicated the suit for Foxx, using family photographs as a guide.

The director and Jamison-Tanchuck agreed that each member of McMillian’s family and the community at large who was portrayed on screen, speaking part or not, should be individually fitted. “Destin wanted them to be so important for support. I wanted them to have their own characters,” she says. “I really wanted it to be something very real.”

Similarly, the costume designer also set about re-creating Stevenson’s wardrobe, which included just one suit when he first met McMillian (“And even that was getting threadbare,” she says). “Bryan Stevenson wanted it to be really known it wasn’t about clothing with him,” she explains. “Keeping him in the same suit and changing the tie and shirt was something Destin, Michael B. and I agreed to do to show this guy is not about the money. He’s about righting the wrong.”

Making “Just Mercy” was a personal passion project for Costume Designer Francine Jamison-Tanchuck, which is only fitting for a film about people bringing justice when the legal system has failed. The courtroom drama shows the early civil rights work that would lead to the founding of Equal Justice Initiative with Eva Ansley (Brie Larson) in 1989.

Period pieces can often be a difficult, especially when the time frame is part of the living memory of the audience. That is particularly true when the characters are based on real people. Of course, having access to the person upon whom the story is based is invaluable. “Brian Stevenson himself was an incredible source of information and his doors were always open. If he did not get back to you right away, he would mention that he was maybe arguing a case in front of the Supreme Court and humbly apologize. He’s just a real life super hero. We also met the real Eva Angsley, who was just wonderful.”

Portraying the characters also meant paying attention to the tiny details that spoke so much to the circumstances. Jamison-Tanchuck explains, “For court, Walter made sure that he was very presentable, but looking closely at his clothing, I noticed in some of the research you could see a little bit of wear, a little tear or something on one of his suits.

Jamison-Tanchuck set a high bar for herself in order to achieve a level of authenticity. “I did not want to recreate the clothing by building a lot of things,” she explains. Although on other projects she has been known to build every item down to the hats, she sought pieces imbued with an existing sense of history. “I decided to look for found treasures in vintage and antique clothing. It just seemed more real to me. I had wonderful buyers that just scoured Los Angeles also here in Georgia and New York.”

Art and life intersected throughout the project, notably when the members of the current Equal Justice Initiative visited while they were filming in Montgomery and became background for shots on the steps of the State Supreme Court. “It just does something to your sensibility,” she says. “I think our entire crew felt that way. Whatever part that played or whatever job we had on this film, we all felt that it was an honour.”



Cast:

Michael B. Jordan as Bryan Stevenson, young idealistic defence attorney who graduated from Harvard and wants to make a difference and help those who cannot afford a lawyer, especially black people, and always on the side of the last;


Jamie Foxx as Walter McMillian, also known as “Johnny D.”, an African-American laborer who chops wood for paper, who is on death row accused of a crime he did not commit;


Brie Larson as Eva Ansley, a lawyer who lives in Monroeville and who first gives help and support to Stevenson, and then also supports him at work. She also works with Stevenson to reform the justice system by founding the Equal Justice Initiative.


Rob Morgan as Herbert Richardson, another inmate and Walter’s cell neighbor who committed murder because he’s in an altered emotional state;

Tim Blake Nelson as Ralph Myers, a prisoner also on death row for certain crimes, who gives a false and highly contradictory testimony blaming Mcmillian, in exchange for a lighter sentence in his current trial;

Rafe Spall as Tommy Chapman, the Alabama prosecutor, who first shows himself to be polite and helpful, but when Stevenson asks to reopen the case, examine it and read his notes, he lynches him in no uncertain terms, trying to get in his way;

O’Shea Jackson Jr. as Anthony Ray Hinton, another friend and neighbour in Walter and Herbert’s cell, he too spends about 30 years on death row for a crime he didn’t commit, and thanks to Stevenson he’s a free man;

Darrell Britt-Gibson as Darnell Houston, a family friend of the McMillian family, but also the first one to testify that he was with a witness who corroborated Myers’ testimony the day of the murder, which would break the prosecution’s case;

C.J. LeBlanc as John McMillan, Walter’s son who cares a lot about his family and tries to do everything to help his father get out of jail, and he’s also the one who tells Stevenson that a friend of his, Darnell, has evidence he’s looking for;

Karan Kendrick as Minnie McMillian, Walter’s wife, who supports him in all the years he has been in prison, and although she has suffered violence from her husband, continues to love him and to be on his side;

Lindsay Ayliffe as Judge Foster.

Ron Clinton Smith as Woodrow Ikner

Dominic Bogart as Doug Ansley

Hayes Mercure as Jeremy

Kirk Bovill as David Walker

Terence Rosemore as Jimmy



Soundtrack:

The original score for this movie is composed by Joel P. West, a Los Angeles-based singer-songwriter and film composer – former composer of the scores for the 2012 “Short Term 12”, 2015 “Grandma”, 2017 “The Glass Castle”, 2015 “Band of Robbers” and many others. In his decades-long career, his music has been described as “music that shows a great emotional nuance” and “warns…, richly structured and pastoral”. His works are strongly inspired by the wilderness and wide-open spaces of North America.

In the soundtrack of this movie, in addition to compositions, there are several repertoire pieces recorded by various artists, such as Ode To Billie Joe by Martha Reeves & The Vandellas, Higher Ground by J. Alphonse Nicholson, Don’t Wanna Fight by Alabama Shakes and others.

This music is the result of a long collaborative process with Destin Cretton, music editor Del Spiva, picture editor Nat Sanders, and the rest of our amazing post-production crew. It started with a deep dive into the musical world of Bryan Stevenson, who is a musician himself and has always leaned on jazz, gospel, and soul music as fuel for his work and movement. The ugly truths he is working to correct are overwhelming and hard to stomach, and ultimately, we were trying to develop score music that might bring some of the same dignity, hope and beauty that Bryan brings to people stuck in those shadows.”, he says.

I wrote the rhythm parts as rough outlines, and we found an incredible group of musicians to bring them to life.

We had Karriem Riggins on drums, Thomas Drayton on bass,

Lynette Williams on keys, and Justus West on guitar,

and although they had never met or played together before, they quickly locked into a really special sound and started feeding off each other’s energy. We got to spend three days at Capitol Studios running takes and experimenting with ideas like you would for a jazz album, and I found that the more I stepped away and let them put their collective stamp on the tunes, the better the music got. I couldn’t be happier with the finished product.”

After the band sessions we spent a full day recording strings, and had arranged for a gospel choir to come in after hours and put the finishing touches on the score. It had been a long and demanding day and we were all feeling pretty drained, but we stepped out of the booth into a room full of joy and laughter and were immediately energized by the group. Hearing them sing together was the best treat at the end of a long creative journey, and everyone in the building stopped what they were doing to come listen and be fed by their talent and positivity.”, he continues.

I’m incredible honoured to have gotten to be a part of telling Bryan’s story, and I highly recommend visiting Equal Justice Initiative’s website — they make it really easy to find a way to contribute to their work, and to further educate yourself on our country’s history of racial injustice that has led to the institutionalized racism and indifference that we all tolerate by ignoring. Thanks to everyone who was involved, and to Destin for being a rock of humility, perseverance, and thoughtfulness through the long process of bringing this story to life. I am so proud to have contributed and am forever grateful for the personal growth and perspective that I gained along the way.


List of songs from the pop repertoire:

Ode To Billie Joe • Martha Reeves & The Vandellas

Higher Ground • J. Alphonse Nicholson

Don’t Wanna Fight • Alabama Shakes

Dream Come True • Hilton Felton

Blessed Be The Name Of The Lord • Sister Emily Braum

Jesus Is With Me • The Mighty Indiana Travelers

Save Their Souls • Bohannon

Troubles of the World • Brother Samuel Cheatam

Masterpiece • Atlantic Starr

The Old Rugged Cross • Ella Fitzgerald

No More Auction Block for Me • Sweet Honey In the Rock

I’m Gonna Lay Down My Life for My Lord • Bessie Jones & Group

The Old Rugged Cross • Karriem Riggins, Lynette Williams, Thomas Drayton and Justus West


List of original compositions composed for the movie:

1. Just Mercy (2:01)

2. Holman Prison (1:19)

3. Johnny D. (2:02)

4. Jackson Cleaners (2:16)

5. Walter’s Case (1:16)

6. Tell Me Everything (1:05)

7. Tapes (1:44)

8. We’re Done Here (0:50)

9. Everybody Out (1:04)

10. Petition (1:15)

11. Courthouse (1:28)

12. Nowhere Near True (2:05)

13. Hearing (1:40)

14. Church (0:55)

15. 60 Minutes (3:20)

16. Freedom (4:17)

17. Equal Justice (2:10)

18. The Old Rugged Cross (4:31)



THE END.


I hope this new review regarding the 2019 movie “Just Mercy” was to your liking, and if so, leave me a thumb up, comment letting me know what do you think about, share to whomever you want and subscribe to my blog. To the next article! Byeeeeeee.

Dark waters – critique de film.

Bonjour à tous et bienvenue à un nouvel article sur mon blog. Aujourd’hui, nous parlerons à nouveau, par rapport au dernier article publié il y a quelques semaines sur la sortie libre du moment et du mois de mai « Hunger Games : La ballade du serpent et de l’oiseau chanteur.», d’une critique de film, en particulier du film “Dark Waters” de 2019 réalisé par Todd Haynes, et de son histoire vraie absurde faite de pollution chimique, de dissimulations, de déversements de barils et de bien d’autres choses encore.

J’espère que vous apprécierez cette revue et que vous vous y plairez.

Allons à l’article !



Synopsis

Robert Bilott est un avocat d’entreprise de Cincinnati spécialisé dans la défense des entreprises chimiques. Le fermier Wilbur Tennant, une connaissance de la grand-mère de Robert, demande à Robert d’enquêter sur une épidémie anormale de cancer et de malformations chez ses vaches à Parkersburg, en Virginie occidentale. Tennant associe ce phénomène à la société chimique DuPont et offre à Robert un grand conteneur de cassettes vidéo.

Robert visite la ferme de Tennant et découvre que 190 bovins sont morts dans des conditions médicales inhabituelles, telles que des organes enflés, des dents noircies et des tumeurs. L’avocat de DuPont, Phil Donnelly, lui dit qu’il n’est pas au courant de l’affaire mais qu’il veut l’aider de toutes les manières possibles. Robert intente un petit procès afin d’obtenir des informations grâce à la découverte légale des produits chimiques déversés sur le site. Lorsqu’il ne trouve rien d’utile dans le rapport de l’EPA (United States Environmental Protection Agency), il se rend compte que les produits chimiques ne sont peut-être pas réglementés par l’EPA.

Robert confronte Phil lors d’une réunion de l’industrie et provoque une confrontation animée. DuPont envoie à Robert des centaines de boîtes, dans l’espoir d’enterrer les preuves. Robert trouve de nombreuses références au PFOA, un produit chimique qui n’est mentionné dans aucun texte médical. Au milieu de la nuit, Sarah, la femme enceinte de Robert, le trouve en train d’arracher le tapis du sol et de fouiller dans leurs bassins. Elle a découvert que le PFOA est de l’acide perfluorooctanoïque, utilisé pour produire du téflon et utilisé dans les foyers américains pour les ustensiles de cuisine antiadhésifs. DuPont teste l’effet de l’APFO depuis des décennies et a découvert qu’il provoque des cancers et des malformations congénitales, mais n’a jamais rendu les résultats publics. Ils ont déversé des centaines de barils de boue toxique en amont de la rivière depuis la ferme de Tennant. L’APFO et les composés similaires sont des substances chimiques qui ne quittent pas le système sanguin et s’accumulent lentement.

Tennant a été exclu de la communauté pour avoir poursuivi son plus gros employeur. Robert l’encourage à accepter l’accord avec DuPont, mais Tennant refuse et veut que justice soit faite et révèle que lui et sa femme ont tous deux un cancer. Robert envoie les preuves de DuPont à l’EPA et au ministère de la Justice, entre autres. L’APE impose une amende de 16,5 millions de dollars à DuPont.

Robert, cependant, n’est pas satisfait et se rend compte que les habitants de Parkersburg subiront les effets de l’APFO pour le reste de leur vie. Il cherche à obtenir un suivi médical pour tous les habitants de Parkersburg par le biais d’une importante action collective. Toutefois, DuPont envoie une lettre pour informer les résidents de la présence de l’APFO, ce qui déclenche la prescription et leur donne un mois pour prendre des mesures. Comme l’APFO n’est pas réglementé, l’équipe de Robert soutient que la société est responsable parce que la quantité dans l’eau était supérieure à la partie par milliard jugée sûre par les documents internes de DuPont. Au tribunal, DuPont soutient que, selon une étude ultérieure, le seuil de sécurité est de 150 parties par milliard. La population locale proteste et l’histoire devient une nouvelle nationale. DuPont accepte de se contenter de 70 millions de dollars. Comme DuPont n’est tenu d’effectuer un suivi médical que si les scientifiques prouvent que l’APFO est à l’origine des perturbations, une évaluation scientifique indépendante est établie. Afin d’obtenir les données nécessaires, Robert dit aux habitants qu’il peut obtenir l’argent de l’indemnisation après avoir donné du sang. Près de 70 000 personnes font des dons à l’étude.

Sept années se sont écoulées sans résultat depuis le réexamen. Tennant meurt et Robert s’appauvrit à la suite de plusieurs réductions de salaire, ce qui met son mariage à rude épreuve. Lorsque Tom lui annonce une nouvelle baisse de salaire, Robert s’effondre, tremblant. Les médecins disent à Sarah qu’il souffre d’une ischémie due au stress. Sarah dit à Tom d’arrêter de faire passer Robert pour un raté parce qu’il fait quelque chose pour les gens qui ont besoin d’aide. L’évaluation scientifique contacte Robert et lui dit que l’APFO provoque de multiples cancers et d’autres maladies. Lors d’un dîner avec sa famille, Robert est informé que DuPont revient sur l’ensemble de l’accord. Robert décide de porter les dossiers de chaque accusé devant DuPont, un par un. Il remporte les trois premiers règlements de plusieurs millions de dollars contre DuPont, ce qui règle le recours collectif pour 671 million de dollars.



Commentaire :

« Dark Waters » est un film de 2019 réalisé par Todd Haynes, scénarisé par Mario Correa et Matthew Michael Carnahan et mettant en scène Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, Victor Garber, Mare Winningham, William Jackson Harper et Bill Pullman. Le film est basé sur un article du New York Times Magazine de 2016 intitulé « L’avocat devenu le pire cauchemar de Dupont » écrit par Nathaniel Rich sur le scandale de la pollution de l’eau à Parkersburg. En outre, le vrai Robert Bilott a également écrit un mémoire, intitulé « Exposure », détaillant sa bataille juridique de 20 ans contre DuPont.

La métaphore du défi entre David et le géant Goliath a toujours été utilisée pour établir des parallèles avec les exploits personnels des personnages impliqués, souvent obligés d’affronter des ennemis ou des pièges bien plus grands qu’eux. Et dans ce cas, nous sommes confrontés à une bataille inégale qui, comme nous le découvrirons plus tard dans le postulat final choquant, nous touche tous de près.

Le titre anglais « Dark Waters ». Tel qu’il a été laissé en France, il signifie plusieurs choses : des eaux sombres, des eaux mystérieuses, des eaux qui cachent quelque chose, mais aussi très souvent il est utilisé pour dire “eau sale”, eau saumâtre, donc aussi quelque chose à propos des eaux usées, et à mon avis, il a un sens plus proche de celui du film. Le titre anglais exprime parfaitement la partie traumatisante et dramatique du film et de l’histoire elle-même. Et ici, les « Dark Waters » (les eaux usées) font référence aux eaux sales de l’industrie chimique américaine, dans laquelle Rob se trouve “contre tout et contre tous“.

Le réalisateur du film est Todd Haynes, – comme dans « Velvet Goldmine » (1998), « Carol » (2015), « I’m not There » (2007) [joué par six acteurs différents jouant différents moments de l’artiste lauréat du prix Nobel]. –, et je pense qu’on peut voir sa touche dans le film, parce que ses films ont l’air de sortir tout droit d’une peinture de Hopper, ils parlent beaucoup d'”américanisme”, si vous faites attention. Le réalisateur, très souvent, laisse beaucoup de place dans ses films à l’introspection des personnages, même s’il n’y a pas de dialogue spécifique, et très souvent on voit ces ambiances typiquement américaines, presque désertes, et en même temps un peu rétro.

Le film, bien sûr, a une histoire intéressante, mais à mon avis, l’une des plus intéressantes des coupures de film données au film est la “coupe”. Le film pourrait très bien avoir un montage dramatique, un peu historique, un peu stéréotypé, au lieu de cela, à mon avis, ce film a un montage très dérangeant. Le personnage principal du film, joué par Mark Ruffalo, qui est également le producteur du film, fait un voyage effrayant, car en acceptant ce cas, il se retourne contre toute la ville dont il est originaire, toute la ville qui, en somme, fonde son travail et sa subsistance sur cette société, DuPont, qui a créé des écoles, des bâtiments, des parcs, donne du travail à toute la ville. Robert risque tout : le travail, l’argent, la vie personnelle et familiale. Le travail lui prend beaucoup de temps, ce qu’il enlève malheureusement à sa famille. De plus, à mon avis, le film parvient à traiter un aspect très perturbant qui est rarement abordé dans ces histoires, à savoir la pression psychologique que subit le personnage. Nous le voyons très bien à travers le personnage de Robert, décider de poursuivre une si grande entreprise signifie potentiellement – en cas de perte – perdre tout ce que vous avez économiquement, devoir payer d’immenses dommages économiques et aussi payer pour une différence de pouvoir. Très souvent, les films comme celui-ci, nous disons qu’ils “minimisent” ces inquiétudes et représentent le personnage comme “un héros sans tache et sans peur”, prêt à tout, sûr, fort et bien plus encore ; alors qu’il est bien mieux de représenter un héros, disons, comme celui de Robert : un héros avec toutes ses peurs, ses fragilités ;

Le film donne la juste place à l’aspect émotionnel qu’un tel voyage a sur la psychologie d’une personne, sur son émotivité. Robert est littéralement submergé par le sentiment d’impuissance qu’il ressent envers les autres, de ne pas pouvoir leur sauver la vie, mais aussi dans un certain sens par le sentiment de trahison : il a vécu dans cette ville, il croyait que tout était calme et allait bien. Robert a consacré toute sa carrière, toute son activité professionnelle à la sauvegarde des intérêts de sociétés comme DuPont, alors que celle de Tim pourrait en fait mettre en danger la vie de nombreuses personnes, y compris la sienne. On voit surtout le stress qui, d’une certaine manière, conduit presque à la paranoïa ; il y a une scène, notamment celle du parking, où l’on voit en fait l’effondrement psychologique de Robert, ce qui est logique, car si une entreprise est prête à polluer les eaux, est-ce que tuer quelqu’un est vraiment trop éloigné de la norme ?

J’ai vraiment apprécié le montage dérangeant du film, car c’est exactement ce dont il s’agit. De plus, le film, à mon avis, a un arc très attrayant pour le public américain : il parle d’un retour aux origines pour le personnage de Robert, c’est-à-dire du retour à la ville où il est né et où il a grandi ; il remonte aussi aux origines, loin de ces immeubles d’avocats, de ces lobbies et de ces retours, pour ainsi dire “proches” des gens. Les États-Unis ont cette conception très particulière : d’une part, le rêve américain, et d’autre part celui de faire grandir dans son garage le nouveau lobby qui va conquérir le monde ; mais en même temps ils se rendent compte que c’est la voie opposée. Le film, à mon avis, parle de beaucoup d’autres choses, essaie de ne pas trop tomber dans les clichés, il parle de vrais problèmes aux États-Unis, comme la discrimination parce que vous venez d’un certain État, un peu comme pour nous, les Italiens, qui avons cette discrimination pour ceux qui viennent du Sud, pas tous bien sûr ; Robert est discriminé et accusé d’être un homme de la campagne parce qu’il vient d’un certain État et qu’il est issu d’une certaine classe économique. On voit aussi du “classisme” : on le voit quand Robert parle aux autres avocats sociaux pour accepter ou non la “section classe”. Mais l’une des discriminations les plus intéressantes, que je ne m’attendais pas à voir dans le film, était précisément la misogynie. Nous sommes dans une période qui varie de la fin des années 1990, donc 96-98, jusqu’en 2010. Et ce que nous voyons dans le film est précisément la discrimination des femmes qui travaillent ; il y a par exemple Sarah, la femme de Robert, qui est aussi avocate. Le film, comme je vous l’ai dit, se déroule dans une période très récente, la fin des années 1990 et les années 2000-2010, et il parle de la façon dont la carrière de la femme de Robert a été, en fait, bloquée par un choix, c’est-à-dire que le choix de devenir mère a rendu sa carrière professionnelle inconciliable.

Nous le voyons, en particulier, dans une scène : Sarah et Robert sont à un dîner, discutant avec un collègue âgé de Robert et sa femme entre dans le discours en disant que “elle aussi était avocate et travaillait dans le domaine, mais elle a dû tout travailler quand elle a fondé une famille”, et l’homme répond avec “c’est ce qui arrive aux avocats” – très souvent, quand nous parlons de travaux, principalement effectués par des professionnels masculins, nous parlons d'”obstacles”, ainsi que lorsque nous parlons de “l’écart entre les sexes”. (En ce qui concerne certaines professions) et ce n’est qu’un exemple parmi d’autres, le fait qu’il n’est pas interdit aux femmes d’exercer un certain emploi ou une certaine profession, mais que, en bref, leur vie personnelle – contrairement aux hommes – est “inconciliable” avec les emplois. Dans cette scène, il y a également une collègue de Robert qui cache à son patron qu’elle est enceinte de peur d’être “envoyée dehors”, et donc d’être licenciée. Et bien sûr, ce n’est plus un choix, c’est-à-dire le choix de quitter votre emploi et de vous consacrer à temps plein à votre famille, car s’il s’agit d’un choix obligatoire fait par d’autres, alors ce n’est pas du tout un choix, mais simplement une discrimination.

Honnêtement, pour cette même raison, j’aurais préféré que le personnage d’Anne Hathaway, qui joue Sarah, la femme de Rob, soit un peu différent (bien que je ne sois pas sûr de la façon dont les faits se sont réellement déroulés et que je ne puisse pas entrer dans les détails), mais j’aurais imaginé qu’elle donne plus de conseils à Robert, puisqu’ils sont tous deux avocats avec une spécialisation similaire ; Au lieu de cela, malheureusement, son personnage, parfois, tombe dans le personnage habituel de “la femme du héros” (la femme du héros, très souvent dans les films est celle qui, la femme du héros est très fatiguée pour ce qu’il fait, il change le monde, il fait quelque chose de grand, alors qu’il est sur le point de sauver des vies, sa femme l’amortit et le blâme pour ce fait même, parce que cela prend du temps à la famille, à elle et ainsi de suite. Nous voyons exactement une telle scène d’Anne Hathaway (la Sarah du film) : d’un côté, je comprends dans le climat familial un tel problème, c’est-à-dire la non-présence dans la vie familiale ; de l’autre, c’est un cliché cinématographique, dans lequel très souvent la femme du héros, disons qu’elle ressemble à une chienne pleurnicharde qui blâme un homme qui est en train de faire l’histoire, sauve des centaines de vies. La façon dont cela est présenté est un cliché. De plus, j’ai trouvé un peu étrange que dans le film, le fait que cinq minutes avant son personnage fasse cela et cinq minutes après il le défende et défende son jeu d’épée. C’est un changement d’humeur trop soudain, il manque une connexion, une évolution.

Mais pour aller plus loin, la vraie femme de Robert, la vraie Sarah (puisque ce n’est pas dit dans le film, donc je pense que vous ne le savez pas non plus, et que j’aurais préféré que cela soit dit), est retournée dans le monde du droit, en faisant du bénévolat dans une association et est maintenant avocate pour une association appelée “Pro Kids”, qui serait une association de défense des droits des enfants, principalement les droits des enfants victimes de harcèlement par les parents, les tuteurs. C’est un refuge pour les enfants qui sont victimes de harcèlement. Elle a commencé ce chemin juste après celui de son mari, inspiré par son désir de changer les choses, et je ne sais pas, mais je pense que raconter cette histoire pourrait ajouter quelque chose de plus intéressant au film, et je suis désolé qu’il n’y en ait pas.

Parmi les figurants du film, on peut aussi voir les vraies personnes qui ont participé, disons, à cette petite histoire qui a été écrite et on peut la voir à la fin du film (comme cela se passe aussi dans Le droit de s’opposer) ; le film, comme je vous l’ai déjà dit, est, à mon avis, très beau, tant au niveau de l’histoire que du troublant, très bon Mark Ruffalo cout.

Mais je voulais souligner quelque chose : Quand j’ai cherché du matériel pour cette critique, je me suis rendu compte que le film raconte une histoire très similaire à celle d’Erin Brockovich (dont un film est également tiré) et je n’ai trouvé personne qui parle de « Dark Waters » comme la version masculine d’Erin Brockovich et j’ai trouvé cela intéressant, parce qu’on voit souvent, par exemple, quand on parle de deux personnages complètement différents, même si ce sont des histoires vraies, de dire « la version féminine de… », et le fait de dire qu’il s’agit de « la version féminine de… » et jamais l’inverse, à mon avis cela a du sens, parce que dire « c’est la version féminine de… » n’est pas misogyne ou quelque chose comme ça, mais à mon avis cela vous fait comprendre comment on compare les choses, et si une certaine comparaison est toujours dans un sens et jamais dans l’autre, alors peut-être qu’il y a une hiérarchie, et s’il y a une hiérarchie il n’y a pas d’égalité. Au fond, à mon avis, dire « c’est la version féminine/masculine de… » n’est pas une pensée particulièrement profonde, mais cela peut être utile, peut-être, pour comprendre le montage d’un produit cinématographique de façon courte et immédiate.

Le film peut être considéré comme un thriller juridique, dont le fond écologique, d’abord apparent, se transforme en un véritable choc entre les gens ordinaires et un système malade, où l’argent et les bonnes connaissances permettent de s’en sortir dans la plupart des cas. Une sorte de version sobre et actualisée d’un grand classique comme « Les hommes du président » (1976) qui éveille en chacun de nous cette conscience civile trop souvent oubliée ou occultée par l’opinion publique. De plus, « Dark Waters » s’intéresse également à d’autres films similaires à celui mentionné ci-dessus, comme « The Rain Man » (1997) de Coppola, « Révélations » (1999) de Michael Mann, « Promised Land » (2013) de Gus Van Sant, mais se penche plus loin sur « Le Mystère Silkwood » (1983) de Mike Nichols et sur le « Class Action » (1991) oublié de Michael Apted, ou encore sur  « Spotlight » (2015) et « The Post » (2017), dans lesquels l’individu doit accepter que le système n’est – après tout – rien de plus que lui-même : imparfaite et opportuniste, mais aussi capable de tirer une ligne et de dire “assez”.

Et c’est précisément dans le cadre d’une action collective (en référence au film d’Apted) toujours en cours que l’enquête lancée en 1998 par Wilbur Tennant, un agriculteur de Parkersburg en Virginie occidentale décédé d’un cancer en 2002 (sa femme le suivra deux ans plus tard), qui a dû abattre 190 vaches, toutes gravement malades et qui, à leur insu, ont également bu de l’eau contaminée par le Pfoa, un produit chimique très nocif pour la santé, que DuPont a déversée dans la décharge située à côté de sa parcelle. Les enquêtes juridiques menées par Robert Bilott avec obstination et mépris du danger montreront que l’entreprise était pleinement consciente du niveau d’empoisonnement qu’elle infligeait à la population, dont les demandes d’indemnisation pour décès et maladie sont toujours en cours. Le film, comme nous l’avons déjà dit auparavant, s’étend sur une période de presque 20 ans, à partir de cette dénonciation, il commence par des dissimulations, des reports très longs et continus et des procédures judiciaires qui restent en suspens jusqu’à l’épilogue, où, en guise de remerciement final, une écriture informative fait la lumière sur ladite révélation, jusqu’à presque aujourd’hui.

« Dark Waters » était un projet fortement voulu et développé par la star militante Mark Ruffalo, et son dévouement interprétatif dans le rôle de Bilott est admirable ainsi que le choix d’utiliser, en courtes apparitions, quelques figures réellement impliquées, en tant que victimes, dans l’affaire. Malgré un déroulement linéaire avec seulement quelques séquences à fort suspense, il y a une tension de fond écrasante et angoissante dans les deux heures de visionnage qui sont magistralement jonglées par le réalisateur Todd Haynes. De plus, le film est animé d’un esprit consciencieusement pédagogique, mais qui risque toujours d’occulter la valeur de l’image, et trouve une synthèse entre ses âmes fausses grâce au réalisateur, qui accepte les contraintes du drame juridique et familial sans leur résister, et même en les assouvissant dans leur simplicité. Le cinéaste organise les temps et les manières avec un équilibre raffiné, en laissant coexister pleinement la verve mélodramatique pressante (accentuée surtout dans la dynamique familiale du protagoniste et dans la situation vécue par le premier agriculteur accusateur) avec la partie juridique et d’investigation, en maintenant toujours l’intérêt élevé et en poussant le public à s’indigner à plusieurs reprises des injustices perpétrées par les puissants.

De nombreux spectateurs se demanderont où se trouve le réalisateur de films capitaux et subversifs comme « Carol », « I’m not There » et « Safe ». La réponse est qu’on le trouve dans ce monde filtré de bleu corporatif et ordonné dans la grille sans fin des fenêtres des gratte-ciel de Cincinnati qui abritent les bureaux de Taft Law.

Comme dans l’ouverture suggestive du film, qui nous ramène aux années 1970 et à un groupe d’enfants prêts à se baigner à minuit dans un lac particulièrement sombre, il faut regarder sous la surface pour remarquer certains reflets de films d’horreur. Haynes part à la recherche du poison invisible au sein de la famille américaine, la seule institution plus puissante que le maléfique Dupont, qui a construit un empire sur l’utilisation du téflon en cachant ses dangers pour la santé. La poêle à frire antiadhésive est le symbole du capitalisme marié à l’idéal domestique des étoiles et des rayures, deux fiefs non moins inséparables que les atomes de carbone qui se lient ensemble pour créer des PFAS, inattaquables pour notre organisme.

Avec « Dark Waters », Todd Haynes signe un film d’investigation solide et documenté, sui generis juridique (il n’y a pas beaucoup, après tout, de scènes au tribunal) fortement souhaité par le protagoniste Mark Ruffalo, sans surprise également en tant que producteur : « Dark Waters » est un bon exemple de cinéma civil qui laisse de l’amertume dans la bouche et suscite légitimement le doute et la paranoïa chez le spectateur. L’acteur implique certains membres de l’équipe de « Spotlight » (2015), tels que le producteur exécutif Jonathan King et les scénaristes oscarisés Tom McCarthy et Josh Singer (ce dernier a également écrit « The Post » de Spielberg). Le projet est mis en place et le réalisateur Todd Haynes y participe. Il apporte avec lui non seulement “son” excellent directeur de la photographie, Edward Lachman, qui a également signé “Erin Brockovich” de Soderbergh, mais aussi une bonne compréhension du cinéma d’investigation américain. Le résultat est une œuvre qui intrigue beaucoup les amateurs du genre.

Dans le très long article qui semble déjà faire l’objet d’un film, une phrase revient répétée et attribuée à l’avocat Bilott : « Cela semblait être la bonne chose à faire ». En fait, avant d’accepter le procès qui l’amènerait à entrer en conflit avec DuPont, il était un avocat qui travaillait pour des entreprises et qui, dans certaines circonstances, s’est retrouvé à coopérer avec les avocats du groupe chimique. Le film ne manque pas d’une scène – un grand classique des drames juridiques – de l’arrivée d’une quantité incroyable d’affaires contenant des documents dans le bureau de l’avocat défiant le géant. Une scène que nous apprenons, toujours à partir de l’histoire du journaliste, s’est réellement produite.

En ce qui concerne le défi narratif, il n’est pas toujours durable. La principale difficulté est de rendre un récit convaincant sur une aussi longue période et en suivant toutes les principales vicissitudes de l’enquête : le pari n’est que partiellement gagné grâce à un scénario qui nous fait comprendre parfaitement et à chaque instant tout ce qui se passe, “technicalités” comprises, alors qu’il lutte un peu (peut-être même plus qu’un peu) pour adhérer à un personnage, celui que Bilott a joué par Ruffalo, qui n’a pas une grande signification humaine et qui est essentiellement fonction d’un geste héroïque, celui du porteur de justice, qui dévore le personnage en vertu du message. Par exemple, il est difficile de s’intéresser vraiment à ses liens familiaux, comme sa femme, par exemple, qui paresseusement s’intéresse au film plus pour le « devoir de mémoire » qu’autre chose, et son rôle est le plus classique des ajouts des scénaristes (Mario Correa et Matthew Michael Carnahan) pour inclure le moment familier d’un film, même si l’article du New York Times Magazine la mentionne déjà et se concentre sur elle. Tout comme la figure de Tom Terp (Tim Robbins), le chef du cabinet d’avocats dont Bilott est associé, n’est pas très centrale. Le film, réalisé avec les conseils du vrai Billot, souffre du fait qu’il doit probablement “rendre justice” à tous les personnages impliqués dans l’histoire, en leur rendant hommage dans une certaine mesure, mais en étant un peu écrasant et moins incisif qu’il n’aurait pu l’être.

En même temps, il y a des images et des moments qui valent plus que des mots, comme la voiture-caméra sur les citoyens de Parkersburg, de véritables échantillons de personnes/fantômes abandonnés à leur propre destin (et à la mort) au nom d’un intérêt sauvage pour le profit. L’un, en particulier, a la capacité de dire en quelques secondes le chantage auquel tant de gens sont soumis, c’est-à-dire le choix entre mourir des eaux usées toxiques et de la pollution ou rester au chômage, orphelin de l’industrie qui vous donne du pain (et ce n’est certainement pas un problème uniquement américain, il suffit de penser à Tarente) : Haynes réalise un petit montage dans lequel il montre comment tout, à Parkersburg, est de DuPont, employeur et prestataire de services. Le contrepoint est la scène dans laquelle l’éleveur Wilbur Tennant crie à un hélicoptère qui garde sa maison que celle-ci lui appartient : un cri de désespoir pour sceller un défi déjà gagné entre ceux qui détiennent réellement le pouvoir et la propriété privée (même publique) et le citoyen désespéré qui, tout en croyant en la valeur de la propriété, est en fait exproprié de ce qu’il présume être sien. Dans ces moments-là, le film devient très efficace et douloureux, faisant ressortir sa nature politique de façon convaincante : aucune administration (y compris Obama bien sûr) n’arrête le pouvoir de l’argent, aucune agence publique ne contrôle vraiment les grands groupes et tous les Américains ont le droit à la propriété privée mais certains Américains ont beaucoup plus de droits que d’autres. Si l’utilisation du tube de John Denver, « Take Me Home, Country Roads », placé dans une Virginie de l’Ouest meurtrie (au générique, on peut entendre « I Won’t Back » de Johnny Cash) est stridente, Haynes ne recule pas devant la greffe d’éléments presque horribles (le souvenir des dents noires d’une petite fille à vélo) pour faire sortir le spectateur du cinéma avec un fort sentiment de malaise. Aussi parce que le Pfoa – appelé « le produit chimique éternel » puisqu’il reste à jamais dans le corps humain – est utilisé depuis des décennies par l’industrie chimique dans le monde entier (et on en utilise encore de faibles quantités).



Les acteurs :

Mark Ruffalo dans le rôle de Robert Bilott, un avocat de Cincinnati spécialisé dans la défense des entreprises chimiques, mais qui ne tarde pas à engager une bataille juridique contre le géant DuPont lorsqu’il comprend et voit les preuves de ses propres yeux ;


Anne Hathaway dans le rôle de Sarah Bilott, l’épouse de Billot, une avocate qui a également “dû quitter son travail pour se consacrer à sa famille”, selon certains ;


Tim Robbins dans le rôle de Tom Terp, l’employeur de Robert, qui commence à le soutenir dans sa cause, mais le met en même temps à l’affût et un peu à l’écart, jusqu’à ce qu’il fasse une dépression nerveuse ;


Bill Camp dans le rôle de Wilbur Tennant, le fermier de Cincinnati ami de la grand-mère de Rob, qui demande à l’homme de l’aider dans son procès contre l’industrie en fournissant preuves sur preuves, car il est entravé par tout le monde, y compris DuPont, après la mort de tout le bétail.

Victor Garber dans le rôle de Phil Donnelly, un cadre de DuPont, tandis que Bilott conteste la société ;

Mare Winningham dans le rôle de Darlene Kiger, une résidente de Parkersburg dont le premier mari était un chimiste de DuPont et avait travaillé dans son laboratoire de PFOA.

Bill Pullman dans le rôle de Harry Dietzler, un avocat spécialisé dans les accidents qui a travaillé avec Bilott dans son action collective contre DuPont.

William Jackson Harper dans le rôle de James Ross, un autre avocat de Taft Law et partenaire de Rob, qui donnera bientôt du sien pour faire obstruction à Rob et à son procès.



Bande sonore :

Marcelo Zarvos, célèbre pianiste brésilien et compositeur de musique classique et de jazz, s’est vu confier la composition de la bande sonore du film. Au cours de sa longue et fructueuse carrière de vingt ans, en plus d’avoir sorti quatre albums de musique, il a également composé les bandes originales de certains films pour le grand écran, tels que « Lignes de vie » (2004), « Sin Nombre » (2009), « New York, I Love You » (2009), « Wonder » (2017) et « Act of Faith » (2019) – entre autres, mais aussi quelques acronymes de télévision et aussi de la musique de théâtre.

La bande sonore du film est, comme beaucoup d’autres, composée de compositions originales et de quelques chansons du répertoire pop des dernières décennies. Elle reprend des classiques de John Denver, tels que « Take me home, Country roads » et – il ne pouvait en être autrement puisque la Virginie occidentale de la chanson est le décor principal – et Johnny Cash, qui s’adapte avec un air mélancolique et poignant au cœur de l’histoire.

Pour ce film, Zarvos retrace musicalement le parcours émotionnel complexe de Robert, du choc à la peur, à la souffrance et enfin à l’espoir. Zarvos était à la recherche de cette tension de bas point d’ébullition, quelque chose qui chevauche l’émotion et le suspense, c’est un thriller, d’ailleurs un thriller de Todd Haynes, et il a donc décidé – en collaboration avec le réalisateur – d’aller directement à la limite du genre, de manière artistique. Étant donné que le film dans son ensemble est une histoire épique, le défi était de trouver l’équilibre entre ce qui se trouve à la surface et ce qui se trouve juste en dessous. Et son expérience professionnelle antérieure sur des films comme « Lignes de vie » et « Sin Nombre » l’a aidé à montrer comment faire ressortir ce qui n’est pas apparent à l’écran et au plus profond des émotions réelles. Peu importe à quel point une histoire est excitante et dangereuse, il y a toujours un élément émotionnel à faire ressortir. Dans ce film, il y a trois tournures émotionnelles qui transforment la partition : du premier acte, qui est très palpitant, au deuxième, qui est beaucoup plus sur les rythmes du défi juridique, à la troisième partie, qui se concentre sur le coût humain, pas seulement sur lui mais sur les habitants de la ville de Virginie occidentale. Son défi était de passer d’une ligne à l’autre, tout en faisant croire à un même score.

Au milieu du film, il y a une pièce de neuf minutes pour piano solo, que Todd tenait beaucoup à faire. Dans le film, Rob établit enfin un lien essentiel entre ce que DuPont a fait et la façon dont cela affecte les gens. Et comme il (Zarvos) est pianiste et compositeur, écrire une si longue partie instrumentale en solo était nouveau. Et il n’était pas très clair pour lui comment cela allait fonctionner. Todd l’a donc réalisé comme s’il était un acteur. Cela lui a rappelé un peu la composition de la bande sonore de La porte dans le plancher. Il se souvient avoir pensé « qu’il ne comprenait pas vraiment l’intention de Haynes, mais que cela lui donnerait ce qu’il voulait. »

Dans la première partie du film, la bande son crée ce sentiment inquiétant de pressentiment et de paranoïa, surtout dans la scène où Rob essaie de démarrer sa voiture dans un parking vide. Cette scène particulière dans le parking est peut-être le meilleur exemple de la façon dont nous avons pu faire passer le sentiment que vous ne savez pas si ce que vous voyez est réel ou non. Mais au lieu d’accentuer le danger de la scène, il a concentré la musique sur ce qui se passait dans l’esprit de Rob. Sa paranoïa est liée à ses émotions et à son sentiment d’être un homme de famille. Au fur et à mesure que la musique se développe, au lieu de devenir un simple thriller, elle devient de plus en plus émotionnelle. Au début, Todd a dit : « Chaque fois que la musique devient trop tendue, n’oublions pas l’élément humain. »

Mais comment Zardos a-t-il pu obtenir ce son profond et refoulé dans la partition ? Dès le début, Todd avait clairement indiqué qu’il souhaitait que le son soit fortement traité. À part ce long morceau de piano, toute la musique, toutes les cordes et tous les instruments sont lourdement traités. Il n’a jamais voulu que la musique soit complètement organique. Beaucoup de pièces ont beaucoup de pads et d’électronique qui ont doublé, mais pas dans le sens d’une augmentation du score. La base de la partition est électronique, et les cordes en direct sont doublées pour en faire une troisième chose qui n’est ni organique ni électronique. Une grande partie de l’œuvre pour piano comprend de nombreux échos, retards et sons saccadés, pour mettre en évidence cette idée d’être organique influencé par quelque chose de chimique. Cette sensation de quelque chose de chimique corrodant le son des instruments devient une analogie auditive avec ce qui se passe dans le film. De même, il y a beaucoup de boucles, car chaque fois qu’une note est répétée en boucle, elle devient un peu plus dégénérée. Vous avez toujours le son original, mais à chaque répétition, il devient plus granuleux et dégradé.

Bien qu’une grande partie de la bande son souligne que le film est un thriller, comment avez-vous utilisé la musique pour rappeler au public la catastrophe écologique qui est au cœur de l’histoire ?

Musicalement parlant, c’était le but de la dernière partie de la bande sonore. Le dernier tiers du film se concentre progressivement sur la mise en évidence du coût humain pour ces personnes. Ainsi, la musique du dernier tiers devient plus émotionnelle et je pense plus humaine. Nous avons permis à la musique de frapper une note de vraie tristesse. Ce ton était présent dans le film dès le début, mais dans la première partie, il était sous le couvert de l’obscurité du genre thriller.

À mesure que l’histoire devient plus centrée sur les gens et moins tendue, la musique devient plus fluctuante et moins tendue. Dans le premier acte, quand on essaie de comprendre ce qui se passe, le ton est très suspensif. Ensuite, la musique a une sorte d’atmosphère de chat et de souris dans les procédures judiciaires. En fin de compte, il s’agit moins de savoir qui l’a fait que de connaître le coût humain. La musique devient plus lente et plus triste. Les intrigues deviennent beaucoup moins dissonantes et beaucoup plus élégiaques à mesure que le film se termine.


Liste des chansons du répertoire pop :

Take Me Home, Country Roads • John Denver (trailer)

Stop the World (And Let Me Off) • Waylon Jennings

Who Can It Be • Thomas Paxton

Suddenly It’s Spring • Stan Getz

The Heart Is a Lonely Hunter • Reba McEntire

The Real Thing • Kenny Loggins

Here I Am, Lord • Daniel Schutte

A Kiss Goodnight • John Barrett

Deck the Halls With Boughs of Holly • Philadelphia Brass Ensemble

Strawberry Wine • Deana Carter

You Are Near • Daniel Schutte

With Arms Wide Open • Creed

I Won’t Back Down • Johnny Cash


Liste des compositions originales :

1. Drive to Parkersburg (1:31)

2. City Montage (1:40)

3. Filing the Suit (1:39)

4. Cow Attack (2:22)

5. Sea of Boxes (1:14)

6. TV Reports (2:04)

7. The Findings (2:40)

8. Helicopter at Wilbur’s (2:21)

9. Teflon Connection (9:29)

10. Memo / EPA Hearing (2:07)

11. Angry Joe (1:58)

12. Leave This Place / Blood Testing (3:20)

13. Funny Teeth (2:11)

14. Still Fighting (0:56)

15. Bucky (2:24)

16. Harry’s Call Center (1:05)

17. Opening Credits (1:50)

18. Meeting Wilbur / PFOA (1:28)

19. DuPont Deposition (3:50)

20. Garage Paranoia (2:26)

21. Rob Brings Report / Wilbur’s Videos (2:19)

22. Dark Waters (2:53)

23. End Credits (3:27)



LA FIN.


J’espère que cette nouvelle critique du film « Dark Waters » si cela vous plaît, et si c’est le cas, laissez un commentaire et faites-moi savoir ce que vous en pensez, partagez avec qui vous voulez et abonnez-vous à mon blog. A bientôt dans le prochain article ! Au revoir.

Vergiftete Wahrheit – film-Bescherung.

Hallo zusammen und willkommen zu einem neuen Artikel in meinem Blog. Im Vergleich zum letzten Artikel, der vor einigen Wochen über die bibliothekarische Veröffentlichung des Augenblicks und des Monats Mai “Die Tribute von Panem X: Das Lied von Vogel und Schlange.” veröffentlicht wurde, werden wir heute wieder über eine Filmkritik sprechen, insbesondere über den Film “Vergiftete Wahrheit” von 2019 unter der Regie von Todd Haynes und seine absurde wahre Geschichte aus chemischer Verschmutzung, Vertuschungen, Fassentleerung und vielem mehr.

Ich wünsche Ihnen viel Spaß bei der Lektüre dieses Artikels.

Gehen wir zu der Artikel!



Handlung:

Robert Bilott ist ein Unternehmensanwalt aus Cincinnati, der sich auf die Verteidigung von Chemieunternehmen spezialisiert hat. Der Landwirt Wilbur Tennant, ein Bekannter von Roberts Großmutter, bittet Robert, einen anomalen Ausbruch von Krebs und Missbildungen bei seinen Kühen in Parkersburg, West Virginia, zu untersuchen. Tennant bringt dieses Phänomen mit dem Chemieunternehmen DuPont in Verbindung und übergibt Robert einen großen Container mit Videobändern.

Robert besucht die Farm von Tennant und entdeckt, dass 190 Rinder an ungewöhnlichen Krankheiten wie geschwollenen Organen, geschwärzten Zähnen und Tumoren gestorben sind. Der Anwalt von DuPont, Phil Donnelly, sagt ihm, dass er sich des Falls nicht bewusst sei, aber auf jede erdenkliche Weise helfen wolle. Robert reicht eine kleine Klage ein, damit er durch die rechtliche Aufdeckung der auf dem Gelände abgeladenen Chemikalien Informationen erhält. Als er in dem Bericht der EPA (United States Environmental Protection Agency) nichts Nützliches findet, wird ihm klar, dass die Chemikalien möglicherweise nicht von der EPA reguliert werden.

Robert konfrontiert Phil bei einem Branchentreffen und provoziert eine lebhafte Konfrontation. DuPont schickt Robert Hunderte von Kisten, in der Hoffnung, die Beweise zu vergraben. Robert findet zahlreiche Hinweise auf PFOA, eine Chemikalie, die in keinem medizinischen Text erwähnt wird. Mitten in der Nacht findet Roberts schwangere Frau Sarah ihn, wie er den Teppich vom Boden reißt und ihre Bettpfannen durchwühlt. Sie entdeckte, dass PFOA Perfluoroctansäure ist, die zur Herstellung von Teflon verwendet und in amerikanischen Haushalten für antihaftbeschichtetes Kochgeschirr verwendet wird. DuPont hat die Wirkung von PFOA jahrzehntelang getestet und festgestellt, dass es Krebs und Geburtsfehler verursacht, aber die Ergebnisse nie veröffentlicht. Sie kippten Hunderte von Fässern mit giftigem Schlamm stromaufwärts des Flusses von Tennants Farm. PFOA und ähnliche Verbindungen sind Chemikalien, die den Blutkreislauf nicht verlassen und sich langsam anreichern.

Tennant wurde aus der Gemeinde ausgeschlossen, weil er seinen größten Arbeitgeber verklagt hat. Robert ermutigt ihn, den DuPont-Vergleich zu akzeptieren, aber Tennant weigert sich und will Gerechtigkeit und enthüllt, dass er und seine Frau beide Krebse haben. Robert schickt DuPont Beweise unter anderem an die EPA und das Justizministerium. Die EPA verhängt gegen DuPont eine Geldstrafe von 16,5 Millionen Dollar.

Robert ist jedoch nicht zufrieden und ist sich bewusst, dass die Menschen in Parkersburg für den Rest ihres Lebens unter den Auswirkungen der PFOA leiden werden. Er strebt eine medizinische Überwachung für alle Einwohner von Parkersburg durch eine große Sammelklage an. DuPont sendet jedoch ein Schreiben, um die Anwohner darüber zu informieren, dass die PFOA vorhanden ist, und leitet damit die Verschreibung ein und gibt ihnen nur einen Monat Zeit, um mit weiteren Maßnahmen zu beginnen. Da das PFOA nicht reguliert ist, argumentiert Roberts Team, dass das Unternehmen verantwortlich ist, weil die Menge im Wasser größer war als der einzelne Teil pro Milliarde, der nach den internen Dokumenten von DuPont als sicher gilt. Vor Gericht argumentiert DuPont, dass laut einer späteren Studie die Sicherheitsschwelle bei 150 Teilen pro Milliarde liegt. Die örtliche Bevölkerung protestiert und die Geschichte wird zu einer nationalen Nachricht. DuPont erklärt sich bereit, sich mit 70 Millionen Dollar zu begnügen. Da DuPont nur dann zur medizinischen Überwachung verpflichtet ist, wenn Wissenschaftler nachweisen, dass PFOA die Störungen verursacht, wird eine unabhängige wissenschaftliche Bewertung erstellt. Um die notwendigen Daten zu erhalten, teilt Robert den Einheimischen mit, dass er das Entschädigungsgeld nach einer Blutspende erhalten kann. Fast 70.000 Menschen spenden für die Studie.

Seit der Überprüfung sind sieben Jahre vergangen, ohne dass irgendwelche Ergebnisse erzielt wurden. Tennant stirbt und Robert verarmt infolge mehrerer Gehaltskürzungen, was seine Ehe belastet. Als Tom ihm eine weitere Gehaltskürzung mitteilt, bricht Robert zitternd zusammen. Die Ärzte sagen Sarah, dass er an einer durch Stress verursachten Ischämie litt. Sarah sagt Tom, er solle aufhören, Robert das Gefühl zu geben, ein Versager zu sein, weil er etwas für Menschen tut, die Hilfe brauchen. Die wissenschaftliche Beurteilung kontaktiert Robert und teilt ihm mit, dass PFOA mehrere Krebsarten und andere Krankheiten verursacht. Beim Abendessen mit seiner Familie wird Robert darüber informiert, dass DuPont die gesamte Vereinbarung nicht einhalten wird. Robert beschließt, den Fall eines jeden Angeklagten nacheinander bei DuPont vorzutragen. Er gewinnt den ersten drei Multimillionen-Dollar-Vergleich gegen DuPont, mit dem die Sammelklage über 671 Millionen Dollar beigelegt wird.



Persönliche Meinung:

Vergiftete Wahrheit ist ein Film aus dem Jahr 2019 von Todd Haynes, Drehbuchautor Mario Correa und Matthew Michael Carnahan, mit Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, Victor Garber, Mare Winningham, William Jackson Harper und Bill Pullman in den Hauptrollen. Der Film basiert auf einem Artikel des New York Times Magazine von 2016 mit dem Titel „The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare“ („Der Anwalt, der zu DuPont schlimmstem Alptraum wurde“), der von Nathaniel Rich über den Parkersburger Wasserverschmutzungsskandal geschrieben wurde. Darüber hinaus schrieb der echte Robert Bilott auch eine Memoiren mit dem Titel „Exposure“, in der er seinen 20-jährigen Rechtsstreit gegen DuPont detailliert beschreibt.

Die Metapher der Herausforderung zwischen David und dem Riesen Goliath wurde schon immer verwendet, um Parallelen zu den persönlichen Heldentaten der beteiligten Personen zu ziehen, die oft gezwungen sind, sich Feinden oder Fallen zu stellen, die viel größer sind als sie selbst. Und in diesem Fall stehen wir vor einem ungleichen Kampf, der, wie sich später im schockierenden Schlusspostulat herausstellen wird, uns alle eng betrifft.

So wie es in Italien mit der Bearbeitung des Titels des betreffenden Films geschah, machte die Bearbeitung auch in Deutschland den traumatischen und dramatischen Teil des Films und den Titel in der Originalsprache. Auch, weil sich der ursprüngliche Titel “Dark Waters”, oder “schlechte Gewässer” auf die schmutzigen Gewässer der amerikanischen Chemieindustrie bezieht, in denen Rob sich „gegen alles und jeden“ befindet. Im Englischen bedeutet „Dark Waters“ mehrere Dinge: dunkle Gewässer, geheimnisvolle Gewässer, Gewässer, die etwas verbergen, aber es wird auch sehr oft “schmutziges Wasser” gesagt, Brackwasser, also auch etwas über Abwasser. Persönlich sagt mir der deutsche Titel, den ich dem Film gegeben habe, nichts, er gibt mir nicht dieses Gefühl von Drama und Traumatisierung.

Der Regisseur des Films ist Todd Haynes, – dasselbe wie in “Velvet Goldmine” (1998), “Carol” (2015), “Ich bin nicht hier”… (2007) [gespielt von sechs verschiedenen Schauspielern, die verschiedene Momente des Nobelpreisträgers spielen]. -, und ich glaube, man kann seine Berührung im Film erkennen, denn seine Filme sehen aus, als kämen sie gerade aus einem Hopper-Gemälde, sie reden viel über “Amerikanismus”, wenn man genau hinschaut. Sehr oft lässt der Regisseur in seinen Filmen viel Raum für die Introspektion der Charaktere, auch wenn es keine spezifischen Dialoge gibt, und sehr oft sehen wir diese Atmosphären, die typisch amerikanisch, fast menschenleer und gleichzeitig ein wenig retro sind.

Der Film hat natürlich eine interessante Geschichte, aber meiner Meinung nach ist einer der interessantesten Filmschnitte, die dem Film gegeben wurden, der “Schnitt”. Der Film könnte sehr wohl einen dramatischen Schnitt haben, ein bisschen historisch, ein bisschen stereotyp, stattdessen hat dieser Film meiner Meinung nach einen sehr verstörenden Schnitt. Die Hauptfigur des Films, gespielt von Mark Raffalo, der auch der Produzent des Films ist, macht eine beängstigende Reise, denn indem er diesen Fall annimmt, fordert er die ganze Stadt heraus, aus der er kommt, die ganze Stadt, die kurz gesagt ihre Arbeit und ihren Lebensunterhalt auf eben dieser Firma DuPont gründet, die Schulen, Gebäude, Parks geschaffen hat und der ganzen Stadt Arbeit gibt. Robert riskiert alles: Arbeit, Geld, Persönliches und Familie. Die Arbeit nimmt ihm viel Zeit weg, die er leider auch seiner Familie nimmt. Darüber hinaus gelingt es dem Film meiner Meinung nach, einen sehr beunruhigenden Aspekt zu behandeln, der in diesen Geschichten selten thematisiert wird, nämlich den psychologischen Druck, den die Figur erfährt. Wir sehen es sehr gut an Roberts Charakter, dass die Entscheidung, ein so großes Unternehmen zu verklagen, bedeutet, dass man im Falle eines Verlustes wirtschaftlich alles verlieren kann, was man hat, dass man immensen wirtschaftlichen Schadenersatz zahlen muss und dass man auch für einen Machtunterschied aufkommen muss. Sehr oft sagen wir in Filmen wie diesem, dass sie diese Sorgen “minimieren” und die Figur als “ein Held ohne Flecken und ohne Angst” darstellen, bereit für alles, sicher, stark und vieles mehr; während es viel besser ist, einen Helden darzustellen, sagen wir, wie Robert: ein Held mit all seinen Ängsten, seinen Zerbrechlichkeiten;

Der Film gibt dem emotionalen Aspekt, den eine solche Reise auf die Psychologie eines Menschen, auf seine Emotionalität hat, den richtigen Raum. Robert ist buchstäblich überwältigt von einem Gefühl der Hilflosigkeit, das er anderen Menschen gegenüber empfindet, weil er ihr Leben nicht retten kann, aber auch in gewisser Weise von einem Gefühl des Verrats: Er lebte in dieser Stadt, er glaubte, dass alles ruhig war und es ihm gut ging. Robert widmete seine gesamte Karriere, seine gesamte berufliche Laufbahn der Wahrung der Interessen von Unternehmen wie DuPont, während Tim’s tatsächlich das Leben vieler Menschen, einschließlich seines eigenen, riskieren konnte.

Wir sehen vor allem den Stress, der in gewisser Weise fast zur Paranoia führt; es gibt eine Szene, vor allem auf dem Parkplatz, in der wir tatsächlich Roberts psychologischen Zusammenbruch sehen, was Sinn macht, denn wenn ein Unternehmen bereit ist, die Gewässer zu verschmutzen, tötet es dann wirklich jemanden, der einen Schritt zu weit von der Norm entfernt ist?

Ich habe den verstörenden Schnitt des Films sehr geschätzt, denn genau das ist das Thema. Darüber hinaus hat der Film meiner Meinung nach einen sehr ansprechenden Bogen für das amerikanische Publikum: Er spricht von einer Rückkehr zu den Ursprüngen für Roberts Figur, d.h. er spricht von der Rückkehr in die Stadt, in der er geboren und aufgewachsen ist; er geht auch zurück zu den Ursprüngen, weit weg von diesen Anwaltsgebäuden, Lobbys und kehrt sozusagen “nahe” zu den Menschen zurück. Die Vereinigten Staaten haben diese ganz besondere Vorstellung: Einerseits den amerikanischen Traum, und zwar sowohl den amerikanischen als auch den, die neue Lobby, die die Welt erobern wird, in ihrer Garage wachsen zu lassen; aber gleichzeitig erkennen sie an, dass dies der entgegengesetzte Weg ist. Der Film spricht meiner Meinung nach über viele andere Dinge, er versucht, nicht zu sehr in Klischees zu verfallen, er spricht über reale Themen in den Vereinigten Staaten, wie Diskriminierung, weil man aus einem bestimmten Staat kommt, ein bisschen wie bei uns Italienern, die diese Diskriminierung gegenüber denen haben, die aus dem Süden kommen, natürlich nicht alle; Robert wird diskriminiert und beschuldigt, ein Mann vom Lande zu sein, weil er aus einem bestimmten Staat kommt und einer bestimmten Wirtschaftsklasse angehört. Wir sehen auch “Klassizismus”: Wir sehen es, wenn Robert mit den anderen Sozialanwälten darüber spricht, ob sie die “Klassensektion” akzeptieren oder nicht. Aber eine der interessantesten Diskriminierungen, die ich in dem Film nicht erwartet hatte, war gerade die Frauenfeindlichkeit. Wir befinden uns in einem Zeitraum, der von den späten 1990er Jahren, also 96-98, bis 2010 reicht. Und was wir in dem Film sehen, ist genau die Diskriminierung von arbeitenden Frauen; da ist zum Beispiel Roberts Frau Sarah, die ebenfalls Anwältin ist. Der Film spielt, wie ich Ihnen sagte, in einer sehr jungen Periode, in den späten 1990er Jahren und in den Jahren 2000-2010, und er erzählt, wie die Karriere von Roberts Frau tatsächlich durch eine Entscheidung blockiert wurde, d.h. die Entscheidung, Mutter zu werden, hat ihre berufliche Karriere unversöhnlich gemacht. Wir sehen es vor allem innerhalb einer Szene: Sarah und Robert sind auf einer Dinnerparty und unterhalten sich mit einem älteren Kollegen über Robert und seine Frau, die in die Rede eintritt und sagt, dass “auch sie Anwältin war und auf dem Gebiet gearbeitet hat, aber sie musste alles arbeiten, als sie eine Familie gründete”, und der Mann antwortet mit “das ist es, was mit Anwälten passiert” – sehr oft, wenn wir über Arbeiten sprechen, die hauptsächlich von männlichen Fachleuten ausgeführt werden, sprechen wir von “Hindernissen”, ebenso wie wenn wir über “Geschlechterkluft” sprechen. (was einige Berufe betrifft), und dies ist nur ein Beispiel, die Tatsache, dass es für Frauen kein Verbot gibt, eine bestimmte Arbeit oder einen bestimmten Beruf auszuüben, sondern dass ihr Privatleben – im Gegensatz zu Männern – kurz gesagt “unvereinbar” mit der Arbeit ist. Auch in dieser Szene gibt es eine Kollegin von Robert, die vor ihrem Chef verbirgt, dass sie schwanger ist, aus Angst, “rausgeschickt” und deshalb gefeuert zu werden. Und natürlich ist dies nicht länger eine Wahl, d.h. die Wahl, den Arbeitsplatz aufzugeben und sich voll und ganz der Familie zu widmen, denn wenn es eine obligatorische Wahl ist, die von anderen getroffen wird, dann ist es überhaupt keine Wahl, sondern einfach eine Diskriminierung.

Ehrlich gesagt, genau aus diesem Grund hätte ich mir die Figur der Anne Hathaway, die Sarah, Robs Frau, spielt, etwas anders vorgestellt (obwohl ich nicht genau weiß, wie die Tatsachen wirklich gelaufen sind und ich nicht näher darauf eingehen könnte), aber ich hätte mir vorgestellt, dass sie Robert mehr Ratschläge gibt, da beide Anwälte mit einer ähnlichen Spezialisierung sind; Stattdessen fällt sein Charakter leider manchmal in die übliche Rolle der “Frau des Helden” (die Frau des Helden, sehr oft in den Filmen ist es diejenige, die, die Frau des Helden, sehr müde ist für das, was er tut, er verändert die Welt, er tut etwas Großartiges, während er dabei ist, Leben zu retten, amortisiert ihn seine Frau und gibt ihm genau dafür die Schuld, weil es Zeit braucht von der Familie, von ihr und so weiter. Wir sehen genau eine solche Szene aus Anne Hathaway (die Sarah im Film): Einerseits verstehe ich innerhalb des Familienklimas ein solches Problem, nämlich die Nicht-Präsenz im Familienleben; andererseits ist es ein filmisches Klischee, in dem sehr oft die Frau des Helden, sagen wir, sie sieht aus wie eine jammernde Schlampe, die einem Mann die Schuld gibt, der tatsächlich Geschichte schreibt, Hunderte von Leben rettet. Es ist ein Klischee, wie dies dargestellt wird. Außerdem fand ich es etwas merkwürdig, dass innerhalb des Films die Tatsache, dass sein Charakter fünf Minuten vorher und fünf Minuten später ihn verteidigt und seine Schwertkunst verteidigt. Es ist ein zu plötzlicher Stimmungsumschwung, es fehlt ein Zusammenhang, eine Entwicklung.

Aber zur Vertiefung: Roberts wirkliche Frau, die wirkliche Sarah (da es im Film nicht gesagt wird, wissen Sie es wohl auch nicht, und da es mir lieber gewesen wäre, sie hätten es gesagt), ist in die Welt des Rechts zurückgekehrt, arbeitet ehrenamtlich in einer Vereinigung und ist jetzt Anwältin einer Vereinigung mit dem Namen “Pro Kids”, die eine Vereinigung wäre, die die Rechte von Kindern verteidigt, vor allem die Rechte von Kindern, die Opfer von Schikanen durch Eltern, Vormünder sind. Es ist ein Zufluchtsort für Kinder, die Opfer von Belästigungen sind. Sie begann diesen Weg gleich nach dem Weg ihres Mannes, inspiriert von seinem Wunsch, Dinge zu verändern, und ich weiß nicht, aber ich denke, diese Geschichte zu erzählen, könnte dem Film etwas Interessanteres verleihen, und es tut mir leid, dass es das nicht gibt.

Unter den Statisten im Film kann man auch die wirklichen Personen sehen, die, sagen wir, in dieser kleinen Geschichte, die geschrieben wurde, mitgewirkt haben, und man kann sie am Ende des Films sehen (wie es auch in Das Recht auf Widerspruch geschieht); der Film ist, wie ich Ihnen bereits gesagt habe, meiner Meinung nach sehr schön, sowohl was die Geschichte als auch den verstörenden, sehr guten Mark Raffalo-Schnitt betrifft.

Eines wollte ich jedoch hervorheben: Als ich mich auf die Suche nach Material für diese Rezension begab, wurde mir klar, dass der Film eine Geschichte erzählt, die der von Erin Brockovich sehr ähnlich ist (auf der auch ein Film basiert), und ich fand niemanden, der über “Bad Water” wie die männliche Version von Erin Brockovich sprach, und ich fand es interessant, weil wir zum Beispiel oft sehen, wenn wir über zwei völlig unterschiedliche Charaktere sprechen, selbst wenn es sich um wahre Geschichten handelt, “die weibliche Version von…” zu sagen, und die Tatsache, dass damit “die weibliche Version von…” gemeint ist und niemals umgekehrt, macht meiner Meinung nach Sinn, denn zu sagen “es ist die weibliche Version von…” ist nicht frauenfeindlich oder so etwas, aber meiner Meinung nach kann man dadurch verstehen, wie wir die Dinge vergleichen, und wenn ein bestimmter Vergleich immer in eine Richtung geht und niemals in die andere, dann gibt es vielleicht eine Hierarchie, und wenn es eine Hierarchie gibt, dann gibt es keine Gleichheit. Im Grunde ist es meiner Meinung nach keinem besonders tiefen Gedanken, zu sagen “es ist die weiblich/männliche Version von…”, aber es kann vielleicht nützlich sein, den Schnitt eines Filmprodukts kurz und unmittelbar zu verstehen.

Der Film kann als Legal-Thriller betrachtet werden, dessen zunächst scheinbar ökologischer Hintergrund sich zu einem echten Konflikt zwischen normalen Menschen und einem kranken System entwickelt, in dem Geld und das richtige Wissen bei den meisten Gelegenheiten ausreichen. Eine Art nüchterne und aktualisierte Version eines großen Klassikers wie “All the President’s Men” (1976), die in uns allen jenes bürgerliche Gewissen weckt, das allzu oft von der öffentlichen Meinung vergessen oder verdunkelt wird. Darüber hinaus befasst sich “Bad Water” auch mit anderen Filmen, die dem oben erwähnten ähnlich sind, wie “The Rain Man” (1997) von Coppola, “Insider – Hinter der Wahrheit” (1999) von Michael Mann, “Promised Land” (2013) von Gus Van Sant, sondern blickt weiter zurück auf “Silkwood” (1983) von Mike Nichols und den vergessenen “Klassenkonflikt” (1991) von Michael Apted (Sammelklage), oder als “The Spotlight Case” (2015) und “The Post” (2017), in denen der Einzelne akzeptieren muss, dass das System – schließlich – nichts anderes ist als wir selbst: fehlerhaft und opportunistisch, aber auch in der Lage, eine Linie zu ziehen und “genug” zu sagen.

Und genau in einer noch laufenden Sammelklage (in Bezug auf Apted’s Film) begann 1998 die Untersuchung von Wilbur Tennant, einem Bauern aus Parkersburg in West Virginia, der 2002 an Krebs starb (seine Frau wird ihm zwei Jahre später folgen), der 190 Kühe töten musste, die alle schwer krank waren, und der unwissentlich auch Wasser trank, das mit Pfoa verseucht war, einer chemischen Substanz, die hochgradig gesundheitsschädlich ist, und das DuPont in die Deponie neben seinem Grundstück verschüttete. Die juristischen Untersuchungen, die Robert Bilott mit Hartnäckigkeit und Gefahrenverachtung durchgeführt hat, werden zeigen, dass sich das Unternehmen des Ausmaßes der Vergiftung der Bevölkerung, deren Ansprüche auf Entschädigung bei Tod und Krankheit noch anhängig sind, voll bewusst war. Der Film erstreckt sich, wie wir bereits gesagt haben, über einen Zeitraum von fast 20 Jahren, beginnend mit dieser Denunziation, dem Beginn von Vertuschungen, sehr langen und andauernden Verschiebungen und Gerichtsverfahren, die mit angehaltenem Atem bis zum Epilog dauern, wo im letzten Dank ein informatives Schreiben die erwähnte Enthüllung beleuchtet, bis fast bis zum heutigen Tag.

“Bad Water” war ein vom Aktivistenstar Mark Ruffalo stark gewolltes und entwickeltes Projekt, und seine interpretatorische Hingabe in Bilotts Rolle ist bewundernswert, ebenso wie die Wahl, in kurzen Auftritten einige wirklich involvierte Figuren als Opfer in den Fall einzubringen. Trotz einer linearen Entfaltung mit nur wenigen hochspannenden Sequenzen gibt es eine überwältigende und beunruhigende Spannung im Hintergrund in den zwei Stunden der Betrachtung, die von Regisseur Todd Haynes meisterhaft jongliert wird. Darüber hinaus ist der Film von einem pflichtbewussten erzieherischen Geist beseelt, der jedoch stets das Risiko eingeht, den Wert des Bildes zu überschatten, und der dank des Regisseurs, der die Zwänge des Rechts- und Familiendramas akzeptiert, ohne sich ihnen zu widersetzen, und ihnen in ihrer Einfachheit nachgibt, eine Synthese zwischen ihren Scheinseelen findet. Der Filmemacher organisiert Zeiten und Umgangsformen mit einer raffinierten Ausgewogenheit, indem er den drängenden melodramatischen Schwung (der vor allem in der Familiendynamik des Protagonisten und in der Situation des ersten Anklägers Landwirt betont wird) vollständig mit dem juristischen und investigativen Teil koexistieren lässt, wobei er das Interesse stets hoch hält und das Publikum bei mehreren Gelegenheiten dazu bringt, sich über die von den Mächtigen begangenen Ungerechtigkeiten zu entrüsten.

Viele Zuschauer werden sich fragen, wo der Regisseur von kapitalistischen und subversiven Filmen wie “Carol”, “Ich bin nicht hier” und “Safe” ist, und die Antwort ist, dass er in dieser gefilterten Welt der blauen Korporativität und Ordnung im endlosen Raster der Fenster der Wolkenkratzer von Cincinnati zu finden ist, die die Büros von Taft Law beherbergen.

Wie in der suggestiven Eröffnung des Films, die uns in die 1970er Jahre zurückversetzt, als eine Gruppe von Kindern um Mitternacht bereit war, in einem besonders trüben See zu schwimmen, müssen wir unter die Oberfläche schauen, um bestimmte Horrorfilmreflexionen zu bemerken. Haynes begibt sich auf die Suche nach dem unsichtbaren Gift im Herzen der amerikanischen Familie, der einzigen Institution, die mächtiger ist als der böse Dupont, der ein Imperium auf der Verwendung von Teflon aufgebaut hat, um seine gesundheitlichen Gefahren zu verbergen. Die antihaftbeschichtete Bratpfanne ist das Symbol des Kapitalismus in Verbindung mit dem häuslichen Ideal von Stars and Stripes, zwei nicht weniger untrennbaren Hochburgen als die Kohlenstoffatome, die sich zu PFAS verbinden und für unseren Organismus unangreifbar sind.

Mit “Bad Waters” unterschreibt Todd Haynes einen soliden und dokumentierten investigativen Film, legal sui generis (es gibt schließlich nicht viele Szenen vor Gericht), der vom Protagonisten Mark Ruffalo, nicht überraschend auch als Produzent, stark gewünscht wird: “Bad Waters” ist ein gutes Beispiel für ziviles Kino, das Bitterkeit im Mund hinterlässt und beim Zuschauer zu Recht Zweifel und Paranoia weckt. Der Schauspieler bezieht einige Mitglieder des Teams von “The Spotlight Case” (2015) mit ein, wie den ausführenden Produzenten Jonathan King und die Oscar-gekrönten Drehbuchautoren Tom McCarthy und Josh Singer (letzterer schrieb auch Spielbergs “The Post”). Das Projekt wird aufgesetzt, und dann ist der Regisseur Todd Haynes beteiligt, der nicht nur “seinen” exzellenten Kameramann Edward Lachman mitbringt, der auch Soderberghs “Erin Brockovich” signiert hat, sondern auch ein klares Verständnis des amerikanischen investigativen Kinos. Das Ergebnis ist ein Werk, das für Fans dieses Genres sehr faszinierend ist.

In dem sehr langen ausführlichen Artikel, der bereits Gegenstand eines Films zu sein scheint, wird ein Satz wiederholt und dem Rechtsanwalt Bilott zugeschrieben: “Es schien das Richtige zu sein”. Tatsächlich war er, bevor er die Klage akzeptierte, die ihn zu einem Zusammenstoß mit DuPont führen wird, ein Anwalt, der für Unternehmen arbeitete und unter bestimmten Umständen mit den Anwälten des Chemiekonzerns zusammenarbeitete. Dem Film fehlt nicht eine Szene – ein großer Klassiker in Rechtsdramen – von der Ankunft einer unglaublichen Menge von Fällen mit Dokumenten in der Kanzlei des Anwalts, die den Riesen herausfordern. Eine Szene, die wir, wiederum aus der Geschichte des Journalisten, erfahren, ist tatsächlich passiert.

Die narrative Herausforderung ist nicht immer nachhaltig. Die Hauptschwierigkeit besteht darin, eine überzeugende Erzählung über einen so langen Zeitraum und nach allen wichtigen Wechselfällen der Untersuchung zurückzugeben: Die Wette wird nur zum Teil dank eines Drehbuchs gewonnen, das uns in jedem Augenblick alles, auch die “Formalitäten”, perfekt verstehen lässt, während er ein bisschen (vielleicht sogar mehr als ein bisschen) darum kämpft, an einer Figur festzuhalten, an diesem Bilott, der von Ruffalo gespielt wird, der keine große menschliche Bedeutung hat und im Grunde eine Funktion einer heroischen Geste ist, nämlich die des Trägers der Gerechtigkeit, der die Figur kraft der Botschaft verschlingt. So ist es zum Beispiel schwer, sich wirklich für seine Familienbande zu interessieren, wie zum Beispiel seine Frau, die den Film eher aus “Pflichtgefühl” als alles andere liebt, und seine Rolle ist die klassischste der Ergänzungen der Drehbuchautoren (Mario Correa und Matthew Michael Carnahan), die den vertrauten Moment eines Films einbeziehen, obwohl sie bereits im Artikel des New York Times Magazine erwähnt wird und im Mittelpunkt steht. Genauso wie die Figur von Tom Terp (Tim Robbins), dem Leiter der Anwaltskanzlei, deren Partner Bilott ist, nicht sehr zentral ist. Der Film, der mit den Ratschlägen des echten Billot gemacht wurde, leidet darunter, dass er wahrscheinlich allen an der Geschichte beteiligten Figuren “gerecht werden” muss, indem er ihnen in gewisser Weise huldigt, aber ein wenig überwältigend und weniger scharf ist, als er hätte sein können.

Gleichzeitig gibt es Bilder und Momente, die mehr wert sind als Worte, wie das Kamerawagen über die Bürger von Parkersburg, reale Querschnitte von Menschen/Phantomen, die ihrem eigenen Schicksal (und ihrem Tod) im Namen eines wilden Interesses für Profit überlassen wurden. Vor allem einer ist in der Lage, in wenigen Sekunden die Erpressung zu erkennen, der so viele Menschen ausgesetzt sind, nämlich die Wahl zwischen dem Sterben an giftigen Abwässern und der Umweltverschmutzung oder arbeitslos zu bleiben, verwaist durch die Industrie, die einem Brot gibt (und das ist sicherlich nicht nur ein amerikanisches Problem, man denke nur an Tarent): Haynes macht eine kleine Montage, in der er zeigt, wie in Parkersburg alles von DuPont, Arbeitgeber und Dienstleister, ist. Der Kontrapunkt ist die Szene, in der der Züchter Wilbur Tennant einem Hubschrauber, der sein Haus bewacht, zuruft, dass dies sein Eigentum sei: ein Schrei der Verzweiflung, um eine bereits gewonnene Herausforderung zu besiegeln zwischen denen, die wirklich Macht und Privateigentum (sogar öffentliches Eigentum) besitzen, und dem verzweifelten Bürger, der zwar an den Wert von Eigentum glaubt, in Wirklichkeit aber enteignet wird, was ihm angeblich gehört. In diesen Momenten wird der Film sehr effektiv und schmerzhaft und bringt seinen überzeugend politischen Charakter zum Ausdruck: Keine Regierung (Obama natürlich eingeschlossen) stoppt die Macht des Geldes, keine öffentliche Behörde kontrolliert wirklich große Gruppen, und alle Amerikaner haben das Recht auf Privateigentum, aber einige Amerikaner haben viel mehr Rechte als andere. Wenn auch der Einsatz von John Denvers Hit Take Me Home, Country Roads, der in einem vernarbten West Virginia (im Abspann ist Johnny Cashs I Won’t Back zu hören) platziert ist, so gibt Haynes nicht nach, indem er fast Horror-Elemente (die Erinnerung an die schwarzen Zähne eines kleinen Mädchens auf einem Fahrrad) aufpfropft, um den Zuschauer mit einem starken Gefühl des Unbehagens das Kino verlassen zu lassen. Auch deshalb, weil Pfoa – “die ewige Chemikalie” genannt, da sie für immer im menschlichen Körper verbleibt – seit Jahrzehnten von der chemischen Industrie auf der ganzen Welt verwendet wird (und immer noch in geringen Mengen verwendet wird).



Die Schauspieler:

Mark Ruffalo als Robert Bilott, ein Unternehmensanwalt aus Cincinnati, der sich auf die Verteidigung von Chemieunternehmen spezialisiert hat, der aber bald einen Rechtsstreit gegen den Riesen DuPont beginnt, wenn er die Beweise versteht und mit eigenen Augen sieht;


Anne Hathaway als Sarah Bilott, Billots Frau, eine Anwältin, die ebenfalls “ihren Job kündigen musste, um sich ihrer Familie zu widmen”, sagte jemand;


Tim Robbins als Tom Terp, Roberts Arbeitgeber, der anfängt, ihn in seiner Sache zu unterstützen, ihn aber gleichzeitig auf die Lauer legt und ihn ein wenig behindert, bis zu dem Punkt, an dem er zusammenbricht;


Bill Camp als Wilbur Tennant, der mit Robs Großmutter befreundete Landwirt aus Cincinnati, der den Mann bittet, ihm in seinem Prozess gegen die Industrie zu helfen, indem er Beweise auf Beweisen vorlegt, da er nach dem Tod aller Tiere von allen, auch von DuPont, behindert wird.

Victor Garber als Phil Donnelly, ein leitender Angestellter von DuPont, während Bilott das Unternehmen herausforderte;

Winningham Sea als Darlene Kiger, ein Bewohner von Parkersbug, dessen erster Ehemann ein Chemiker aus DuPont war und in seinem PFOA-Labor arbeitete.

Bill Pullman als Harry Dietzler, ein Unfallanwalt, der mit Bilott bei seiner Sammelklage gegen DuPont zusammengearbeitet hat.

William Jackson Harper als James Ross, ein weiterer Anwalt von Taft Law und Robs Kollege, der bald seinen geben wird, um Rob und seine Klage zu behindern.



Der Soundtrack:

Marcelo Zarvos, renommierter brasilianischer Pianist und Komponist von klassischer und Jazzmusik, wurde mit der Komposition des Soundtracks des Films betraut. In seiner langen und erfolgreichen zwanzigjährigen Karriere hat er nicht nur vier Musikalben veröffentlicht, sondern auch die Soundtracks für einige Filme für die große Leinwand komponiert, wie z.B. „The Door in the Floor – Die Tür der Versuchung“ (2004), „Sin Nombre“ (2009), „New York I Love You“ (2009), „Wonder“ (2017) und „Act of Faith“ (2019) – unter anderem, aber auch einige TV-Akronyme und auch Theatermusik.

Der Soundtrack des Films besteht, wie viele andere Soundtracks, sowohl aus Originalkompositionen als auch aus einigen Songs aus dem Pop-Repertoire der vergangenen Jahrzehnte und enthält Klassiker von John Denver, wie z.B. Take me home, country roads und – es konnte nicht anders sein, da das West Virginia des Liedes die Schlüsselkulisse ist – und Johnny Cash, der sich mit einer melancholischen und ergreifenden Note auf den Kern der Geschichte einstellt.

Für diesen Film zeichnet Zarvos musikalisch Roberts komplexe emotionale Reise von Schock bis Angst, Leid und schließlich Hoffnung nach. Zarvos war auf der Suche nach dieser Spannung mit niedrigem Siedepunkt, nach etwas, das zwischen Emotionen und Spannung angesiedelt ist, da es sich um einen Thriller handelte, außerdem um einen Thriller von Todd Haynes, und so beschloss er – in Zusammenarbeit mit dem Regisseur – direkt an den Rand des Genres zu gehen, auf künstlerische Weise. Angesichts der Tatsache, dass der Film als Ganzes eine epische Geschichte ist, bestand die Herausforderung darin, das Gleichgewicht zwischen dem, was an der Oberfläche liegt, und dem, was direkt darunter liegt, zu finden. Und seine frühere Arbeitserfahrung mit Filmen wie „The Door in the Floor – Die Tür der Versuchung“ und „Sin Nombre“ half ihm zu zeigen, wie man das, was auf der Leinwand nicht sichtbar ist, und tief in die wirklichen Emotionen hineinbringt. Ganz gleich, wie aufregend und gefährlich eine Geschichte auch ist, es gibt immer ein emotionales Element, das es hervorzubringen gilt. In diesem Film gibt es drei emotionale Wendungen, die die Partitur verwandeln: vom ersten Akt, der sehr spannend ist; zum zweiten Akt, in dem es viel mehr um den Rhythmus der juristischen Anfechtung geht; zum dritten Teil, in dem es um die menschlichen Kosten geht, nicht nur um ihn, sondern um die Menschen in der Stadt West Virginia. Seine Herausforderung bestand darin, von einer Zeile zur anderen zu wechseln, wobei es nach der gleichen Partitur klingen sollte.

Die Hälfte des Films besteht aus einem neunminütigen Stück für Klavier solo, das Todd sehr gerne machen wollte. In dem Film stellt Rob schließlich eine wichtige Verbindung her zwischen dem, was DuPont getan hat, und den Auswirkungen auf die Menschen. Und da er (Zarvos) ein Pianist und Komponist ist, war es neu, eine so lange Instrumentalsolostimme zu schreiben. Und es war ihm nicht ganz klar, wie das funktionieren würde. Also führte Todd die Regie, als wäre er ein Schauspieler. Es erinnerte ihn ein wenig an die Komposition des Soundtracks zu „The Door in the Floor – Die Tür der Versuchung“. Er erinnerte sich daran, dass er dachte, ‚er habe Haynes’ Absicht nicht wirklich verstanden”, aber dass er dadurch das bekommen würde, was er wollte.‘

Im ersten Teil des Films erzeugt der Soundtrack dieses beunruhigende Gefühl der Vorahnung und Paranoia, insbesondere in der Szene, in der Rob versucht, sein Auto auf einem leeren Parkplatz zu starten. Diese spezielle Szene auf dem Parkplatz ist vielleicht das beste Beispiel dafür, wie es uns gelungen ist, das Gefühl zu vermitteln, dass man nicht weiß, ob das, was man sieht, real ist oder nicht. Aber anstatt der Gefahr der Szene zu betonen, konzentrierte er die Musik auf das, was Rob durch den Kopf ging. Seine Paranoia ist an seine Emotionen und sein Gefühl, ein Familienmensch zu sein, gebunden. Je mehr die Musik wächst, desto emotionaler wird sie, anstatt nur ein Thriller zu sein. Zuerst sagte Todd: „Jedes Mal, wenn die Musik zu angespannt wird, sollten wir das menschliche Element nicht vergessen.“

Aber wie hat Zardos diesen tiefen, unterdrückten Ton in die Partitur bekommen? Von Anfang an war Todd klar gewesen, dass der Ton stark bearbeitet werden sollte. Abgesehen von diesem langen Klavierstück sind die gesamte Musik, alle Streicher und Instrumente stark bearbeitet. Er wollte nie, dass sich die Musik völlig organisch anfühlt. Viele Stücke haben eine Menge Polster und Elektronik, die sich verdoppelt haben, aber nicht im Sinne einer Erhöhung der Partitur. Die Basis der Partitur ist elektronisch, und die Live-Streicher sind verdoppelt, um sie zu einer dritten Sache zu machen, die weder organisch noch elektronisch ist. Ein großer Teil des Klavierwerks enthält viele Echos, Verzögerungen und ruckartige Klänge, um diese Idee der organischen Beeinflussung durch etwas Chemisches hervorzuheben. Dieses Gefühl, dass etwas Chemisches den Klang der Instrumente korrodiert, wird zu einer auditiven Analogie zu dem, was im Film passiert. Ebenso gibt es eine Menge Schleifen, denn jedes Mal, wenn eine Note in einer Schleife wiederholt wird, wird sie nur ein wenig mehr degeneriert. Sie haben noch den Originalklang, aber mit jeder Wiederholung wird er körniger und schlechter.

Auch wenn ein Großteil des Soundtracks darauf hinweist, dass der Film ein Thriller ist, wie haben Sie die Musik genutzt, um das Publikum an die ökologische Katastrophe zu erinnern, die im Mittelpunkt der Geschichte steht? Musikalisch gesehen war das die Stoßrichtung des letzten Teils des Soundtracks. Das letzte Drittel des Films konzentriert sich immer mehr darauf, die menschlichen Kosten für diese Menschen hervorzuheben. Dadurch wird die Musik des letzten Drittels emotionaler und ich denke, menschlicher. Wir ließen zu, dass die Musik einen wirklich traurigen Ton anschlug. Dieser Ton war im Film von Anfang an dabei, aber im ersten Teil stand er unter dem Deckmantel der Dunkelheit des Thriller-Genres.

Je menschenzentrierter und weniger angespannt die Geschichte wird, desto fluktuierender und weniger angespannt wird die Musik. Im ersten Akt, wenn wir versuchen zu verstehen, was vor sich geht, ist der Ton sehr aufschiebend. Dann hat die Musik eine Art Katz-und-Maus-Atmosphäre im Gerichtsverfahren. Letztendlich geht es weniger darum, wer es getan hat, sondern mehr um die menschlichen Kosten. Die Musik wird langsamer und trauriger. Die Handlung wird viel weniger dissonant und viel elegischer, wenn der Film seinen Abschluss findet.


Liste der Lieder aus dem Pop-Repertoire:

Take Me Home, Country Roads • John Denver (trailer)

Stop the World (And Let Me Off) • Waylon Jennings

Who Can It Be • Thomas Paxton

Suddenly It’s Spring • Stan Getz

The Heart Is a Lonely Hunter • Reba McEntire

The Real Thing • Kenny Loggins

Here I Am, Lord • Daniel Schutte

A Kiss Goodnight • John Barrett

Deck the Halls With Boughs of Holly • Philadelphia Brass Ensemble

Strawberry Wine • Deana Carter

You Are Near • Daniel Schutte

With Arms Wide Open • Creed

I Won’t Back Down • Johnny Cash


Liste der Originalkompositionen:

1. Drive to Parkersburg (1:31)

2. City Montage (1:40)

3. Filing the Suit (1:39)

4. Cow Attack (2:22)

5. Sea of Boxes (1:14)

6. TV Reports (2:04)

7. The Findings (2:40)

8. Helicopter at Wilbur’s (2:21)

9. Teflon Connection (9:29)

10. Memo / EPA Hearing (2:07)

11. Angry Joe (1:58)

12. Leave This Place / Blood Testing (3:20)

13. Funny Teeth (2:11)

14. Still Fighting (0:56)

15. Bucky (2:24)

16. Harry’s Call Center (1:05)

17. Opening Credits (1:50)

18. Meeting Wilbur / PFOA (1:28)

19. DuPont Deposition (3:50)

20. Garage Paranoia (2:26)

21. Rob Brings Report / Wilbur’s Videos (2:19)

22. Dark Waters (2:53)

23. End Credits (3:27)



DAS ENDE.

Ich hoffe, dass diese neue Rezension des Films “Vergiftete Wahrheit ” wenn es Ihnen gefallen hat, und wenn ja, hinterlassen Sie ein “like”, kommentieren Sie und lassen Sie mich wissen, was Sie denken, teilen Sie es mit, wem immer Sie wollen, und abonnieren Sie meinen Blog. Bis zum nächsten Artikel! Auf Wiedersehen.

Aguas Oscuras – crítica de la película.

Hola a todos y bienvenidos a un nuevo artículo en mi blog. Hoy volveremos a hablar, en comparación con el último artículo publicado hace unas semanas sobre el estreno libre del momento y del mes de mayo “Los Juegos del Hambre. Balada de Pájaros Cantores y Serpientes “, sobre una reseña de la película, concretamente de la película “Aguas oscuras” de 2019 dirigida por Todd Haynes, y su absurda historia real hecha de contaminación química, encubrimientos, descarga de barriles y mucho más.

Espero que disfruten de este artículo y que disfruten de su lectura.

¡Vamos al artículo!



Argumento

Robert Bilott es un abogado defensor corporativo de Cincinnati, Ohio, que trabaja para la firma de abogados Taft Stettinius & Hollister. El granjero Wilbur Tennant, que conoce a la abuela de Robert, le pide que investigue varias muertes inexplicables en Parkersburg, Virginia Occidental. Tennant conecta las muertes con la empresa de fabricación de productos químicos DuPont, y le da a Robert una gran caja de vídeos como prueba.

Robert visita la granja de los Tennant, donde se entera de que 190 bovinos han muerto con condiciones médicas inusuales, como órganos hinchados, dientes ennegrecidos y tumores. El abogado de DuPont, Phil Donnelly, le dice que no está al tanto del caso, pero que ayudará de cualquier manera que pueda. Robert presenta una pequeña demanda para poder obtener información a través del descubrimiento legal de los productos químicos arrojados en el sitio. Cuando no encuentra nada útil en el informe de la Agencia de Protección Ambiental (EPA), se da cuenta de que los químicos pueden no estar regulados por la misma.

Robert se enfrenta a Phil en un evento de la empresa, lo que lleva a una pelea. DuPont envía a Robert cientos de cajas, con la esperanza de enterrar la evidencia. Robert encuentra numerosas referencias a PFOA, un químico sin referencias en ningún libro de texto médico. En medio de la noche, la esposa embarazada de Robert, Sarah, lo encuentra arrancando la alfombra del piso y revisando sus sartenes. Ha descubierto que el PFOA es ácido perfluorooctanoico (PFOA), que se usa para fabricar teflón y que se usa en hogares estadounidenses para sartenes antiadherentes. DuPont ha estado realizando pruebas del efecto del PFOA durante décadas, descubriendo que causa cáncer y defectos de nacimiento, pero no hizo públicos los hallazgos. Tiraron cientos de galones de lodo tóxico río arriba de la granja de los Tennant. El PFOA y compuestos similares son químicos para siempre, químicos que no abandonan el torrente sanguíneo y se acumulan lentamente.

Tennant ha sido rechazado por la comunidad por demandar a su mayor empleador, y él y su esposa tienen cáncer. Robert lo alienta a aceptar el acuerdo de DuPont, pero Tennant se niega, queriendo justicia. Él le dice a Robert que él y su esposa tienen cáncer. Robert envía la evidencia de DuPont a la EPA y al Departamento de Justicia, entre otros. La EPA multa a DuPont con $16,5 millones.

Robert, sin embargo, no está satisfecho; él se da cuenta de que los residentes de Parkersburg sufrirán los efectos del PFOA por el resto de sus vidas. Él busca monitoreo médico para todos los residentes de Parkersburg en una gran demanda colectiva. Sin embargo, DuPont envía una carta notificando a los residentes de la presencia de PFOA, comenzando así el estatuto de limitaciones y dando solo un mes para que realicen cualquier acción adicional.

Dado que el PFOA no está regulado, el equipo de Robert argumenta que la corporación es responsable, ya que la cantidad en el agua fue mayor que la parte por mil millones considerada segura por los documentos internos de DuPont. En la corte, DuPont afirma que su estudio posterior descubrió que 150 partes por mil millones son seguras. Los lugareños protestan y la historia se convierte en noticia nacional. DuPont propone un acuerdo por $70 millones. Como DuPont solo debe llevar a cabo un monitoreo médico si los científicos prueban que el PFOA causa las dolencias, se establece una revisión científica independiente. Para obtener datos, DuPont les dice a los lugareños que pueden obtener el dinero de su liquidación después de donar sangre. Casi 70 000 personas donan para el estudio.

Pasan siete años sin resultado del estudio. Tennant muere y Robert queda en la miseria después de varios recortes salariales, lo que tensa su matrimonio. Cuando Tom le dice que necesita hacer otro recorte salarial, Robert se derrumba, temblando. Los médicos le dicen a Sarah que sufrió una isquemia provocada por el estrés. Sarah le dice a Tom que deje de hacer que lo de Robert se sienta como un fracaso, ya que está haciendo algo por las personas que necesitan ayuda.

La revisión científica contacta a Robert y le dice que el PFOA causa múltiples cánceres y otras enfermedades. En la cena con su familia, Robert es informado de que DuPont está incumpliendo el acuerdo completo. Robert decide llevar el caso de cada acusado a DuPont, uno a la vez. Él gana los primeros tres acuerdos multimillonarios contra DuPont, y DuPont resuelve una demanda colectiva por $671 millones.



Comentario personal sobre la película:

“Dark Waters”, titulada como “Aguas oscuras” en España y “El precio de la verdad ” in Hispanoamérica, es una película de suspenso legal estadounidense de 2019 dirigida por Todd Haynes, escrita por Mario Correa y Matthew Michael Carnahan y está protagonizada por Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, Bill Camp, Victor Garber, Mare Winningham, William Jackson Harper y Bill Pullman.

La película está basada en el artículo del periódico The New York Times de 2016 “The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare” (“El abogado que se convirtió en la peor pesadilla de DuPont“) de Nathaniel Rich, en el escándalo de la contaminación del agua de la ciudad de Parkersburg. Además, el verdadero Robert Bilott también escribió una memoria, llamadas “Exposure“, que detalla su batalla legal de 20 años contra DuPont.

La metáfora del desafío entre David y el gigante Goliat siempre ha sido utilizada para trazar paralelos a las hazañas personales de los personajes involucrados, a menudo obligados a enfrentar enemigos o trampas mucho más grandes que ellos mismos. Y en esto caso nos enfrentamos a una batalla desigual que, como se descubrirá más adelante en el impactante postulado final, nos afecta a todos de cerca.

El título de la pelicula, Aguas Oscuras, se refiere al agua sucia de la industria química americana, donde Rob está “contra todo y todos“. El director de la película es Todd Haynes, – el mismo que “Velvet Goldmine” (1998), “Carol” (2015), “I’m not There” (2007) [interpretado por seis diferentes actores que representan diferentes momentos del artista ganador del Premio Nobel.] – , y en mi opinión su toque dentro de la película se puede ver, porque sus películas parecen haber salido de un cuadro de Hopper, hablan mucho de “americanismo”, si te fijas. El director, muy a menudo, deja mucho espacio en sus películas para la introspección de los personajes, aunque no haya un diálogo específico, y muy a menudo vemos estas atmósferas típicamente americanas, casi desiertas, y al mismo tiempo un poco retro. La película, por supuesto, tiene una historia interesante, pero en mi opinión uno de los cortes más interesantes que se le ha dado a la película es el “cortarías”. La película podría tener una cortarías dramático, un poco histórico, un poco estereotipado, en cambio en mi opinión esta película tiene un corte muy inquietante. El protagonista de la película, interpretado por Mark Ruffalo, que también es el productor de la película, hace un viaje aterrador, porque al aceptar este caso está desafiando a toda la ciudad de la que procede, toda la ciudad que en definitiva basa su trabajo y su sustento en esa misma empresa, DuPont, que ha creado escuelas, edificios, parques, da trabajo a toda la ciudad. Robert está arriesgando todo: el trabajo, el dinero, lo personal y la familia. El trabajo le quita mucho tiempo, lo que lamentablemente le quita a su familia. Además, en mi opinión, la película consigue tratar un aspecto muy inquietante que raramente se aborda en estas historias, que es la presión psicológica que experimenta el personaje. Lo vemos muy bien a través del carácter de Robert, decidir demandar a una empresa tan grande significa potencialmente – en caso de pérdida – perder todo lo que tienes económicamente, tener que pagar inmensos daños económicos y también pagar por una diferencia de poder. Muy a menudo las películas como esta, decimos que “minimizan” estas preocupaciones y representan al personaje como “un héroe sin mancha y sin miedo”, listo para cualquier cosa, seguro, fuerte y mucho más; mientras que es mucho mejor representar a un héroe, digamos, como el de Robert: un héroe con todos sus miedos, sus fragilidades; La película da el espacio adecuado al aspecto emocional que tal viaje tiene en la psicología de una persona, en su emocionalidad. Robert está literalmente abrumado por la sensación de impotencia que siente hacia otras personas, no pudiendo salvar sus vidas, pero también en cierto sentido la sensación de traición: vivía en esa ciudad, creía que todo estaba tranquilo y estaba bien. Robert dedicó toda su carrera, toda su carrera laboral a salvaguardar los intereses de empresas como DuPont, mientras que la de Tim podría en realidad arriesgar la vida de muchas personas, incluida la suya propia.

Vemos sobre todo el estrés que, en cierto modo, casi desembocar a la paranoia; hay una escena, sobre todo en el aparcamiento, en la que vemos realmente el colapso psicológico de Robert, lo que tiene sentido, porque si una empresa está dispuesta a contaminar las aguas, ¿realmente está matando a alguien un paso demasiado lejos de la norma?

Aprecié mucho el inquietante corte de la película, porque ese es exactamente el tema. Además, la película, en mi opinión, tiene un arco muy atractivo para el público americano: habla de un retorno a los orígenes para el personaje de Robert, es decir, habla del regreso al pueblo donde nació y creció; también vuelve a los orígenes, lejos de esos edificios de abogados, vestíbulos y regresa, por así decirlo, “cerca” de la gente. Los Estados Unidos tienen esta concepción muy particular: por un lado, el sueño americano, y por otro lado el de hacer crecer en su garaje el nuevo lobby que conquistará el mundo; pero al mismo tiempo aprecian que este es el camino opuesto. La película, en mi opinión, habla de muchas otras cosas, trata de no caer en clichés, habla de temas reales en los Estados Unidos, como la discriminación porque vienes de un cierto estado, un poco como para nosotros los italianos que tenemos esta discriminación para los que vienen del Sur, no todos por supuesto; Robert es discriminado y acusado de ser un hombre de campo porque viene de un cierto estado y viene de una cierta clase económica. También vemos “clasismo”: lo vemos cuando Robert habla con los otros abogados sociales para aceptar o no la “sección de clase”. Pero una de las discriminaciones más interesantes, que no esperaba ver en la película, era precisamente la misoginia. Estamos en un lapso de tiempo que varía desde finales de los 90, así que 96-98, hasta 2010. Y lo que vemos en la película es precisamente la discriminación de las mujeres trabajadoras; está por ejemplo la esposa de Robert, Sarah, que también es abogada. La película, como les dije, tiene lugar en un período muy reciente, a finales de los años 90 y entre los años 2000 y 2010, y habla de cómo la carrera de la esposa de Robert fue, de hecho, bloqueada por una elección, a saber, la elección de convertirse en madre hizo incompatible su carrera. Lo vemos, en particular, dentro de una escena: Sarah y Robert están en una cena, hablando con un colega de edad avanzada sobre Robert y su esposa entra en la conversación diciendo que ‘ella también era abogada y trabajaba en el campo, pero tenía que trabajar en todo cuando empezó una familia’, y el hombre responde con “esto es lo que les pasa a los abogadas” – muy a menudo cuando hablamos de trabajos, principalmente realizados por profesionales masculinos, hablamos de “obstáculos”, así como cuando hablamos de “brecha de género”. (en lo que respecta a determinadas profesiones) y éste es sólo un ejemplo, el hecho de que no hay ninguna prohibición para que las mujeres ejerzan un determinado trabajo o profesión, pero que, en definitiva, su vida personal – a diferencia de la de los hombres – es “irreconciliable” con los trabajos. También en esa escena hay una colega de Robert que le oculta a su jefe que está embarazada por temor a ser “enviada”, y por lo tanto a ser despedida. Y, por supuesto, esto ya no es una elección, es decir, la elección de dejar tu trabajo y dedicarte a tiempo completo a tu familia, porque si es una elección obligatoria hecha por otros, entonces no es una elección en absoluto, sino simplemente una Discriminación.

Sinceramente, hubiera preferido que el personaje de Anne Hathaway, que interpreta a Sarah, la esposa de Rob, fuera un poco diferente (aunque no sé con certeza cómo salieron los hechos y no podría entrar en más detalles), pero me hubiera imaginado que ella le diera más consejos a Robert, ya que ambos son abogados con una especialización similar; En cambio, por desgracia, su personaje, a veces, cae en el personaje habitual de “la esposa del héroe” (la esposa del héroe, muy a menudo en las películas es la que, la esposa del héroe está muy cansada por lo que está haciendo, está cambiando el mundo, está haciendo algo grande, mientras está a punto de salvar vidas, su esposa lo amortiza y lo culpa por este mismo hecho, porque le quita tiempo a la familia, a ella y así sucesivamente. Vemos exactamente una escena así de Anne Hathaway (la Sarah de la película): por un lado entiendo dentro del clima familiar tal problema, es decir, la no presencia en la vida familiar; por otro lado es un cliché cinematográfico, en el que muy a menudo la esposa del héroe, digamos que parece una perra quejosa que culpa a un hombre que está haciendo historia, está salvando cientos de vidas. Es un cliché la forma en que esto es retratado. Además, me pareció un poco extraño que dentro de la película, el hecho de que cinco minutos antes de su personaje haga esto y cinco minutos después lo defienda y defienda su juego de espadas. Es un cambio de humor demasiado repentino, le falta una conexión, una evolución.

Pero profundizando más, la verdadera esposa de Robert, la verdadera Sarah (ya que no se dice en la película, por lo que creo que tampoco lo sabe, y ya que hubiera preferido que se dijera), ha regresado al mundo del derecho, como voluntaria en una asociación y ahora es abogada de una asociación llamada “Pro Kids”, que sería una asociación que defiende los derechos de los niños, principalmente los derechos de los niños víctimas de acoso por parte de sus padres, tutores. Es un refugio para niños que son víctimas de acoso. Empezó este camino justo después del de su marido, inspirada por su deseo de cambiar las cosas, y no sé, pero creo que contar esta historia podría añadir algo más interesante a la película, y siento que no lo haya.

Entre los extras de la película, también se pueden ver las personas reales que participaron, digamos, en esta pequeña historia que se escribió y que se puede ver al final de la película (como también sucede en El derecho a oponerse) la película, como ya os he dicho, creo que es muy bonita, tanto en términos de la historia como del inquietante y muy bueno corte de Mark Ruffalo.

Sin embargo, quería subrayar una cosa: Cuando fui a buscar material para esta reseña, me di cuenta de que la película cuenta una historia muy parecida a la de Erin Brockovich (de la que también se basó una película) y no encontré a nadie que hablara de “Aguas Oscuras” como la versión masculina de Erin Brockovich y me pareció interesante, porque a menudo vemos, por ejemplo, cuando hablamos de dos personajes completamente diferentes, aunque sean historias reales, decir “la versión femenina de…”, y el hecho de decir que se refiere a “la versión femenina de…” y nunca al revés, en mi opinión tiene sentido, porque decir “es la versión femenina de…” no es misógino ni nada de eso, pero en mi opinión te hace entender cómo comparamos las cosas, y si una cierta comparación es siempre en una dirección y nunca en la otra, entonces quizás hay una jerarquía, y si hay jerarquía no hay igualdad. Básicamente, en mi opinión, decir “es la versión femenina/masculina de…” no es un pensamiento particularmente profundo, pero puede ser útil, quizás, para entender el corte de un producto cinematográfico de una manera corta e inmediata.

La película puede considerarse un thriller jurídico, cuyo trasfondo ecológico inicialmente aparente se convierte en un verdadero enfrentamiento entre la gente común y un sistema enfermo, donde el dinero y los conocimientos adecuados permiten salirse con la suya en la mayoría de las ocasiones. Una especie de versión sobria y actualizada de un gran clásico como “Todos los hombres del presidente” (1976) que despierta en todos nosotros esa conciencia civil que con demasiada frecuencia es olvidada u oscurecida por la opinión pública. Además, “Aguas Oscuras” también se ocupa de otras películas similares a la mencionada anteriormente, como “El hombre de la lluvia” [Rain Man] (1997) de Coppola, “El Informante” (1999) de Michael Mann, “Tierra prometida” (2013) de Gus Van Sant, pero mira más atrás a “Silkwood” (1983) de Mike Nichols y al olvidado “VER! Acción Judicial” (1991) de Michael Apted, o como “Spotlight” (2015) y “The Post”[Los archivos del Pentágono] (2017), en los que el individuo debe aceptar que el sistema no es – después de todo – nada más que nosotros mismos: defectuoso y oportunista, pero también capaz de tirar de una línea y decir “basta”.

Y es precisamente en una demanda colectiva (en referencia a la película de Apted) todavía en curso que la investigación comenzó en 1998 por Wilbur Tennant, un granjero de Parkersburg en Virginia Occidental que murió de cáncer en 2002 (su esposa lo seguirá dos años después), que tuvo que sacrificar 190 vacas, todas ellas gravemente enfermas y que, sin saberlo, también bebió agua contaminada por Pfoa, una sustancia química muy perjudicial para la salud, que DuPont derramó en el vertedero junto a su parcela. Las investigaciones judiciales realizadas por Robert Bilott con obstinación y desprecio por el peligro demostrarán que la empresa era plenamente consciente del nivel de intoxicación que estaba infligiendo a la población, cuyas demandas de indemnización por muerte y enfermedad siguen pendientes. La película, como ya hemos dicho antes, abarca un lapso de casi 20 años, a partir de esa denuncia, el inicio de encubrimientos, aplazamientos muy largos y continuos y procedimientos judiciales que se sostienen con la respiración contenida hasta el epílogo, donde en los agradecimientos finales un escrito informativo arroja luz sobre la mencionada revelación, hasta casi el día de hoy.

Aguas Oscuras” fue un proyecto muy deseado y desarrollado por la estrella activista Mark Ruffalo, y su dedicación interpretativa en el papel de Bilott es admirable, así como la elección de utilizar, en breves apariencias, algunas figuras realmente involucradas, como víctimas, en el caso. A pesar de un despliegue lineal con sólo un par de secuencias de gran suspense, hay una abrumadora y angustiosa tensión de fondo en las dos horas de visionado, que es magistralmente manejada por el director Todd Haynes. Por otra parte, la película está animada por un espíritu educativo obediente, pero que siempre corre el riesgo de eclipsar el valor de la imagen, y encuentra una síntesis entre sus almas espurias gracias al director, que acepta las limitaciones del drama legal y familiar sin resistirse a ellas, e incluso complaciéndolas en su simplicidad. El cineasta organiza los tiempos y los modos con un refinado equilibrio, dejando que el apremiante brío melodramático (acentuado sobre todo en la dinámica familiar del protagonista y en la situación vivida por el primer agricultor acusador) coexista plenamente con la parte jurídica y de investigación, manteniendo siempre alto el interés y empujando al público a indignarse en varias ocasiones por las injusticias perpetradas por los poderosos.

Muchos espectadores se preguntarán dónde está el director de películas capitales y subversivas como “Carol”, “No estoy aquí” y “Safe”, y la respuesta es que se le puede encontrar en este mundo filtrado de azul corporativo y ordenado en la interminable cuadrícula de las ventanas de los rascacielos de Cincinnati que albergan las oficinas de Taft Law.

Como en la sugerente apertura de la película, que nos remonta a la década de 1970 y un grupo de niños listos para un baño de medianoche en un lago particularmente turbio, tenemos que mirar debajo de la superficie para notar ciertos reflejos de película de terror. Haynes va a buscar el veneno invisible en el corazón de la familia americana, la única institución más poderosa que el malvado Dupont, que construyó un imperio sobre el uso del teflón ocultando sus peligros para la salud. La sartén antiadherente es el símbolo del capitalismo casado con el ideal doméstico de estrellas y rayas, dos bastiones no menos inseparables que los átomos de carbono que se unen para crear el PFAS, inexpugnable para nuestro organismo.

Con “Aguas Oscuras“, Todd Haynes firma una película de investigación sólida y documentada, sui generis legal (no hay muchas, después de todo, las escenas en el tribunal) fuertemente deseada por el protagonista Mark Ruffalo, no es de extrañar también como productor: “Aguas Oscuras” y es un buen ejemplo de cine civil que deja la amargura en la boca y legítimamente plantea dudas y paranoia en el espectador. En el actor participan algunos miembros del equipo de “The Spotlight Case” (2015), como el productor ejecutivo Jonathan King y los guionistas ganadores del Oscar Tom McCarthy y Josh Singer (este último también escribió “The Post ” de Spielberg). Se pone en marcha el proyecto y se involucra el director Todd Haynes, que trae consigo no sólo “su” excelente director de fotografía, Edward Lachman, que también firmó “Erin Brockovich” de Soderbergh, sino también una clara comprensión del cine de investigación americano. El resultado es una obra que es muy intrigante para los fanáticos del género.

En el larguísimo artículo de fondo que ya parece ser objeto de una película, vuelve una frase repetida y atribuida al abogado Bilott “Parecía lo correcto”. De hecho, antes de aceptar la demanda que lo llevará a enfrentarse con DuPont era un abogado que trabajaba para empresas y en algunas circunstancias se encontró cooperando con los abogados del grupo químico. A la película no le falta una escena -un gran clásico de los dramas legales- de la llegada de una increíble cantidad de casos que contienen documentos en la oficina del abogado desafiando al gigante. Una escena que aprendemos, de nuevo de la historia del periodista, sucedió realmente.

El desafío narrativo no siempre es sostenible. La principal dificultad es devolver un relato convincente durante un período tan largo y siguiendo todas las principales vicisitudes de la investigación: la apuesta sólo se gana parcialmente gracias a un guión que nos hace comprender perfectamente y en todo momento todo lo que sucede, “tecnicismos” incluidos, mientras que él se esfuerza un poco (tal vez más que un poco) por adherirse a un personaje, ese Bilott interpretado por Ruffalo, que no tiene un gran significado humano y es básicamente una función de un gesto heroico, el del portador de la justicia, que devora al personaje en virtud del mensaje. Por ejemplo, es difícil interesarse realmente por sus lazos familiares, como su esposa, por ejemplo, que se dedica más a la película por “deber de registro” que por otra cosa, y su papel es el más clásico de las adiciones de los guionistas (Mario Correa y Matthew Michael Carnahan) para incluir el momento familiar de una película, aunque el artículo del New York Times Magazine ya la menciona y se centra en ella. Así como la figura de Tom Terp (Tim Robbins), el jefe del bufete de abogados del que Bilott es socio, no es muy central. La película, realizada con el consejo del verdadero Billot, sufre del hecho de que probablemente tiene que “hacer justicia” a todos los personajes involucrados en la historia, rindiéndoles homenaje hasta cierto punto, pero siendo un poco abrumadora y menos incisiva de lo que podría haber sido.

Al mismo tiempo, hay imágenes y momentos que valen más que las palabras, como el coche-cámara sobre los ciudadanos de Parkersburg, verdaderas secciones transversales de personas/fantasmas abandonadas a su propio destino (y muerte) en nombre del interés salvaje por el beneficio. Uno, en particular, tiene la capacidad de contar en pocos segundos el chantaje al que se somete a tanta gente, o la elección entre morir de aguas residuales tóxicas y contaminación o quedarse sin empleo, huérfano de la industria que le da el pan (y ciertamente no hay un problema sólo americano, basta pensar en Taranto): Haynes hace un pequeño montaje en el que muestra cómo todo, en Parkersburg, es de DuPont, empleador y proveedor de servicios. El contrapunto es la escena en la que el criador Wilbur Tennant grita a un helicóptero que vigila su casa que esa es su propiedad: un grito de desesperación para sellar un desafío ya ganado entre los que realmente tienen el poder y la propiedad privada (incluso la propiedad pública) y el ciudadano desesperado que, aunque cree en el valor de la propiedad, de hecho es expropiado de lo que presume que es suyo. En estos momentos la película se vuelve muy efectiva y dolorosa, sacando a relucir su convincente naturaleza política: ninguna administración (incluido Obama, por supuesto) detiene el poder del dinero, ningún organismo público controla realmente a los grandes grupos y todos los estadounidenses tienen derecho a la propiedad privada, pero algunos estadounidenses tienen muchos más derechos que otros. Si el uso del éxito de John Denver Take Me Home, Country Roads, situado en una marcada Virginia Occidental (en los créditos se puede escuchar I Won’t Back de Johnny Cash) es estridente, Haynes no retrocede en el injerto de elementos casi de terror (el recuerdo de los dientes negros de una niña en una bicicleta) para hacer que el espectador salga del cine con una fuerte sensación de malestar. También porque el Pfoa -llamado “el químico eterno”, ya que permanece para siempre en los cuerpos humanos- ha sido utilizado durante décadas por la industria química en todo el mundo (y todavía se utiliza en bajo contenido).



Actores:

Mark Ruffalo es Robert Bilott, un abogado corporativo de Cincinnati que se especializa en la defensa de empresas químicas, pero que pronto comienza una batalla legal contra el gigante DuPont cuando entiende y ve las pruebas con sus propios ojos;


Anne Hathaway es Sarah Bilott, una abogada que también “tuvo que dejar su trabajo para dedicarse a su familia”, según alguien;


Tim Robbins es Tom Terp, El empleador de Robert, que comienza a apoyarlo en su causa, pero al mismo tiempo lo pone al acecho y un poco entorpecedor, hasta el punto de causarle un colapso;


Bill Camp es Wilbur Tennant, el granjero de Cincinnati amigo de la abuela de Rob, que le pide que le ayude en su demanda contra la industria aportando pruebas sobre las pruebas, ya que todo el mundo le pone trabas, incluido DuPont, después de la muerte de todo el ganado.

Victor Garber es Phil Donnelly, un ejecutivo de DuPont mientras Bilott desafiaba a la compañía;

Mare Winningham es Darlene Kiger, un residente de Parkersbug cuyo primer marido era un químico de DuPont y trabajaba en su laboratorio de PFOA.

Bill Pullman es Harry Deitzler, un abogado de accidentes que trabajó con Bilott en su demanda colectiva contra DuPont.

William Jackson Harper es James Ross, otro abogado de Taft Law y colega de Rob, que pronto dará el suyo para obstruir a Rob y su demanda.



Banda sonora:

Marcelo Zarvos, renombrado pianista brasileño y compositor de música clásica y de jazz, se encargó de la composición de la banda sonora de la película. En su larga y exitosa carrera de veinte años, además de haber publicado 4 álbumes musicales, también ha compuesto las bandas sonoras de algunas películas para la gran pantalla, como “La puerta en el suelo” (2004), “Sin nombre” (2009), “New York I Love You” (2009), “Wonder” (2017) y “Act of Faith” (2019) – entre otros, pero también algunas siglas de televisión y también música de teatro.

La banda sonora de la película es, como muchas otras bandas sonoras, tanto composiciones originales como algunas canciones del repertorio pop de décadas pasadas, y cuenta con clásicos de John Denver, como Take me home, country roads y – no podía ser de otra forma ya que la Virginia Occidental de la canción es el escenario principal – y Johnny Cash, que se adapta con un aire melancólico y conmovedor al corazón de la historia.

Para esta película, Zarvos traza musicalmente el complejo viaje emocional de Robert desde el shock al miedo, el sufrimiento y finalmente la esperanza. Zarvos buscaba esta tensión de bajo punto de ebullición, algo que se encuentra a caballo entre la emoción y el suspenso, siendo este un thriller, más aún un thriller de Todd Haynes, y por eso decidió – junto con el director – ir directamente al límite del género, de una manera artística. Dado que la película en su conjunto es una historia épica, el reto era encontrar el equilibrio entre lo que está en la superficie y lo que está justo debajo de ella. Y su experiencia previa en películas como La puerta en el suelo y Sin nombre le ayudó a mostrar cómo sacar lo que no es aparente en la pantalla y en lo profundo de las emociones reales. No importa cuán emocionante y peligrosa sea una historia, siempre hay un elemento emocional que sacar a relucir. En esta película, hay tres giros emocionales que transforman la partitura: del primer acto, que es muy emocionante, al segundo acto, que trata mucho más sobre los ritmos de la impugnación legal, a la tercera parte, que se centra en el coste humano, no sólo sobre él sino sobre la gente de la ciudad de West Virginia. Su desafío era ir de una línea a otra, haciendo que pareciera la misma puntuación.

A mitad de la película hay una pieza de nueve minutos para un solo de piano, que Todd estaba muy interesado en hacer. En la película, Rob finalmente hace un vínculo clave entre lo que DuPont hizo y cómo está afectando a la gente. Y como él (Zarvos) es pianista y compositor, escribir una parte instrumental tan larga en solitario era algo nuevo. Y no estaba muy claro para él cómo funcionaría. Así que Todd lo dirigió como si fuera un actor. Le recordó un poco la composición de la banda sonora de “La puerta en el suelo”. Recordó que pensó que no entendía la intención de Haynes, pero que le daría lo que quería.

En la primera parte de la película, la banda sonora crea esta inquietante sensación de presentimiento y paranoia, especialmente en la escena en la que Rob intenta arrancar su coche en un aparcamiento vacío. Esa escena en particular en el estacionamiento es quizás el mejor ejemplo de cómo fuimos capaces de empujar la sensación de que no sabes si lo que ves es real o no. Pero en lugar de acentuar el peligro de la escena, enfocó la música en lo que pasaba por la mente de Rob. Su paranoia está ligada a sus emociones y a su sentido de ser un hombre de familia. A medida que la música crece, en lugar de convertirse en un simple thriller, se vuelve más y más emocional. Al principio, Todd dijo: “Cada vez que la música se pone demasiado tensa, no olvidemos el elemento humano.”

¿Pero cómo consiguió Zardos ese sonido profundo y reprimido en la partitura? Desde el principio, Tood había sido claro en cuanto a querer que el sonido fuera procesado fuertemente. Aparte de esa larga pieza de piano, toda la música, todas las cuerdas e instrumentos están muy procesados. Nunca quiso que la música se sintiera completamente orgánica. Muchas piezas tienen muchas almohadillas y electrónica que se han duplicado, pero no en el sentido de aumentar la puntuación. La base de la partitura es electrónica, y las cuerdas en vivo se duplican para que sea una tercera cosa que no sea ni orgánica ni electrónica. Gran parte de la obra para piano incluye muchos ecos, retardos y sonidos espasmódicos, para resaltar esta idea de ser orgánico influenciado por algo químico. Esta sensación de que algo químico corroe el sonido de los instrumentos se convierte en una analogía auditiva con lo que sucede en la película. De la misma manera, hay muchos bucles, porque cada vez que una nota se repite en un bucle, se vuelve un poco más degenerada. Todavía tienes el sonido original, pero con cada repetición se vuelve más granulado y degradado.

Mientras que gran parte de la banda sonora señala que la película es un thriller, ¿cómo utilizaste la música para recordar al público el desastre ecológico que está en el centro de la historia?

Musicalmente hablando, esa fue la idea central de la parte final de la banda sonora. El último tercio de la película se centra progresivamente en destacar el coste humano para estas personas. Como tal, la música del último tercio se vuelve más emocional y creo que más humana. Permitimos que la música diera una nota de verdadera tristeza. Ese tono estaba en la película desde el principio, pero en la primera parte estaba bajo la cobertura de la oscuridad del género de los thrillers.

A medida que la historia se centra más en la gente y se vuelve menos tensa, la música se vuelve más fluctuante y menos tensa. En el primer acto, cuando tratamos de entender lo que está pasando, el tono es muy suspicaz. Entonces la música tiene una especie de atmósfera de gato y ratón en los procedimientos legales. Al final, no se trata tanto de quién lo hizo como del costo humano. La música se vuelve más lenta y triste. Las tramas se vuelven mucho menos disonantes y mucho más elegantes a medida que la película llega a su conclusión.


Lista de canciones del repertorio pop:

Take Me Home, Country Roads • John Denver (trailer)

Stop the World (And Let Me Off) • Waylon Jennings

Who Can It Be • Thomas Paxton

Suddenly It’s Spring • Stan Getz

The Heart Is a Lonely Hunter • Reba McEntire

The Real Thing • Kenny Loggins

Here I Am, Lord • Daniel Schutte

A Kiss Goodnight • John Barrett

Deck the Halls With Boughs of Holly • Philadelphia Brass Ensemble

Strawberry Wine • Deana Carter

You Are Near • Daniel Schutte

With Arms Wide Open • Creed

I Won’t Back Down • Johnny Cash


Lista de composiciones originales:

1. Drive to Parkersburg (1:31)

2. City Montage (1:40)

3. Filing the Suit (1:39)

4. Cow Attack (2:22)

5. Sea of Boxes (1:14)

6. TV Reports (2:04)

7. The Findings (2:40)

8. Helicopter at Wilbur’s (2:21)

9. Teflon Connection (9:29)

10. Memo / EPA Hearing (2:07)

11. Angry Joe (1:58)

12. Leave This Place / Blood Testing (3:20)

13. Funny Teeth (2:11)

14. Still Fighting (0:56)

15. Bucky (2:24)

16. Harry’s Call Center (1:05)

17. Opening Credits (1:50)

18. Meeting Wilbur / PFOA (1:28)

19. DuPont Deposition (3:50)

20. Garage Paranoia (2:26)

21. Rob Brings Report / Wilbur’s Videos (2:19)

22. Dark Waters (2:53)

23. End Credits (3:27)



FIN.


Espero que esta nueva crítica de la película “Aguas Oscuras” si fue de tu agrado, y si es así, deja un parecido, comenta y hazme saber lo que piensas, comparte con quien quieras y suscríbete a mi blog. ¡Nos vemos en el próximo artículo! Adióssss.

Dark Waters – movie review.

Hi everyone and welcome back to this new article on my blog. Today we are going to talk again, compared to the last article published a few weeks ago about the bookish release of the moment and of the month of May that’s “Ballad of the Nightingale and the Snake “, about a movie review, specifically the movie “Dark Waters” of 2019 directed by Todd Haynes, and its absurd true story made of chemical pollution, cover-ups, barrel discharge and much much more.

I hope you enjoy this article and enjoy reading it.

Then, let’s go to the article!



Plot:

Robert Bilott, a corporate lawyer from Cincinnati, Ohio working for law firm Taft Stettinius & Hollister, is visited by farmer Wilbur Tennant. Tennant asks that Robert link a number of unexplained deaths in Parkersburg, West Virginia to one of the world’s largest corporations, DuPont, and gives Robert a large case of videotapes which Robert puts aside.

While Robert is actually a corporate defence lawyer and he helps chemical companies pollute without breaking the law, he still visits the Tennants’ farm as a gesture of respect and kindness, especially since his grandmother still lives in Parkersburg. When he reaches the farm, Tennant reveals that over the past couple of years, he has lost over 190 cows to strange medical conditions such as bloated organs, black teeth, and huge tumours. At the farm, Robert witnesses the problem first hand when Tennant is forced to put down a tumour-covered cow.

Even though he is a defence lawyer who is on very good terms with executives at DuPont, he broaches the subject with DuPont attorney Phil Donnelly, who politely tells him he is not aware of the specifics but will help out in any way he can. Robert files a small suit so he can gain information through legal discovery of the chemicals that have been dumped on the site. He does not find anything useful, then realizes it is possible that whatever poisoned Tennant’s cattle could be something that is not even regulated by the EPA, and so is not listed by the EPA report that he has inquired into. With Tom Terp’s reluctant agreement, Robert forces DuPont to turn over all of its information, resulting in angry words between Phil and Robert. In an attempt to hide the truth, DuPont sends Robert hundreds of boxes, hoping to bury the evidence, but Robert goes through the evidence meticulously and finds numerous references to PFOA, a chemical with no references in any medical textbook.

Later, in the middle of the night, Robert’s pregnant wife Sarah (Anne Hathaway) finds him tearing the carpet off the floors and going through their pans. He tells her they are being poisoned, and she thinks he has gone mad, until he explains what he has found deep in the DuPont documents: perfluorooctanoic acid (PFOA-C8) used to manufacture Teflon. It was created for army tanks, but then used by companies in American homes for primarily non-stick pans. DuPont has been running tests of the effect of it for decades, including on animals and on their own employees. Their own studies show that it caused cancer in animals, people, and birth defects in babies of women working on their line – and they never said a thing. They then dumped hundreds of gallons of toxic sludge upriver from Tennant’s farm. Even worse, PFOA and similar compounds are forever chemicals, chemicals that do not leave the blood stream and slowly accumulate over time. Teflon is used in everything from non-stick pans to plastics, and it’s likely that every American on the planet has PFOA in his/her bloodstream.

Tennant, meanwhile, has been shunned by the entire local community for suing their biggest employer. His house is broken into, and he gets sicker. Robert goes to him with the evidence and tells Tennant to take the settlement DuPont is offering, but Tennant refuses, wanting justice and not wanting to stay silent. He tells Robert he and his wife both have cancer. Robert feels guilty, and so while he gets Wilbur Tennant the settlement, he also writes a brief with all the DuPont evidence and sends it to the EPA and Department of Justice, among others. The EPA fines DuPont $16.5 million.

Robert, however, is not satisfied; he realizes that the residents of Parkersburg will feel the effects of DuPont’s PFOA for the rest of their lives. He decides to seek medical monitoring for all residents of Parkersburg in one big class-action suit. However, a call from a local resident, the Kigers, reveals that DuPont sent a letter notifying residents of the presence of PFOA, thus starting the statute of limitations and giving any further action only a month to begin.

Since PFOA is not regulated, they argue that DuPont is liable because the amount in the water was higher than the one part per billion their internal documents argued to be safe. In court, DuPont claims they did a new study that says that 150 parts per billion is safe. Robert is aghast, and the locals begin protesting DuPont and the story becomes national news. DuPont agrees to settle for $70 million. Legally, they are only required to do medical monitoring if scientists prove that PFOA causes the ailments, so an independent scientific review is set up to study the effects of PFOA. If they find in favor, DuPont will have to pay up. In order to get data for it, the firm tells the locals they can get their settlement money after donating blood, and nearly 70,000 people donate to the study.

Over 7 years pass with no result from the study. Tennant passes away, the Kiger family are harassed locally, and Robert faces extreme financial strain, having worked the entire case on the promise of the settlement and continuing to work on it, having to pay scientific experts. He has taken pay cut upon pay cut at the firm, and things are tense with Sarah. When Tom tells him, he needs to take another pay cut, Robert collapses, shaking. At the hospitals, the doctors tell Sarah he had an ischemia, or minor stroke, and that he needs to get on new medication and stop dealing with so much stress. Sarah tells Tom to stop making Robert feel like a failure, since he is doing something for people who needed help.

Finally, the scientific review contacts Robert and tells him that PFOA causes multiple cancers and other diseases. At dinner with his family, Robert is informed that DuPont is reneging on the entire agreement. He is angry, saying Tennant told him that there would not be any justice and he did not believe him. So, Robert decides to take each defendant’s case to DuPont, one at a time. The post-credits information explains that Robert won his first three multi-million-dollar settlements against DuPont, and finally DuPont settles the class action for $671 million. PFOA is still in the blood of ninety-nine percent of life on Earth, and thousands of chemicals are still unregulated.



Comment:

Dark Waters” is a 2019 American legal thriller movie directed by Todd Haynes, written by Mario Correa and Matthew Michael Carnahan and starring Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, Victor Garber, Mare Winningham, William Jackson Harper and Bill Pullman. The movie is based on the 2016 article “The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare” by Nathaniel Rich, published in The New York Times Magazine, on the Parkersburg water pollution scandal. Moreover, the actual Robert Billot also wrote a memoir, called “Exposure,” detailing his 20-year legal battle against DuPont.

The metaphor of the challenge between David and the giant Goliath has always been used to draw parallels to the personal feats of the characters involved, often forced to face enemies or pitfalls much greater than themselves. And in this case, we are faced with an unequal battle that, as will be discovered later in the shocking final postulate, affects all of us closely.

The English title of this movie is apt precisely because is referred to the dramatic and traumatic aspects of this movie, cause the dark waters referenced in the title refers to dark waters, the dirty water of the American chemical industry, where Rob Billott finds himself “against everything and everyone“.

The director of the movie is Todd Haynes, – the same as “Velvet Goldmine” (1998), “Carol” (2015), “I’m not There” (2007) [played by six different actors playing different moments of the Nobel Prize winning artist.] –, and in my opinion his touch within the movie can be clearly seen, because his movies look like they’ve just come out of a Hopper painting, they talk a lot about “Americanism”, if we notice. The director, very often, in his movies leaves enough time for the introspection of the characters, even if there is no specific dialogue, and very often we see these atmospheres that are typically American, almost deserted, and at the same time a bit retro.

The movie, of course, has an interesting story, but in my opinion one of the most interesting movie cuts given to the movie is the “cut”. The movie could very well have a dramatic cut, a bit historical, a bit stereotypical, instead in my opinion this movie has a very disturbing cut. The main character of the movie, played by Mark Raffalo, who is also the producer of the movie, takes a frightening journey, because by accepting this case he’s challenging the whole town he comes from, the whole town that in short bases its work and its livelihood on that very company, DuPont, which has built schools, buildings, parks, provided employment to the whole town. Robert is risking everything he is and has: at working, economic, personal and familiar level. The work takes a lot of time away from him, which he unfortunately takes away from his family. Moreover, in my opinion, the movie manages to deal with a very disturbing aspect that is rarely dealt with in these stories, which is the psychological pressure the character experiences. We see it very clearly through Robert’s character, deciding to sue such a large company means potentially – in the case of loss – losing everything he has economically, having to pay immense economic damages and also paying for a difference in power. Very often movies like this, we say that they “minimize” these worries and represent the character as “a hero without stain and without fear“, ready for anything, confident, strong and much more; while it is much better to represent a hero, let’s say, like Robert’s: a hero with all his fears, his fragilities;

The movie gives the right space to the emotional aspect that such a journey has on a person’s psychology, on his/her emotionality. Robert is literally overwhelmed by a sense of helplessness that he feels towards other people, not being able to save their lives, but also in a certain sense the sense of betrayal: he lived in that city, he believed that everything was peaceful and was fine. Robert dedicated his entire career, his entire working career to safeguarding the interests of companies like DuPont, while Tim’s could actually risk the lives of many people, including his own.

We see – above-all – the stress that, in a way, almost leads to paranoia; there is a scene, especially the one in the parking lot, in which we actually see Robert’s psychological collapse, which makes sense, because if a company is ready to pollute the waters, is really killing someone a step too far from the norm?

I really appreciated the disturbing cut of the movie, because that’s exactly what the subject is. Moreover, the movie, in my opinion, has a very appealing arc for the American audience: it talks about a return to the origins for Robert’s character, that is, it talks about the return to the town where he was born and grew up; it also goes back to his origins, far from those lawyer’s buildings, lobbies and he returns, so to speak, “close” to people. The United States have this very particular conception: on the one hand, either the American dream or that dream of making the new lobby that will conquer the world grow in its garage; but at the same time, they appreciate that this is the opposite path. The movie, in my opinion, talks about many other things, it tries not to fall too much into clichés, it talks about real issues in the United States, such as the discrimination because someone comes from a certain state, that’s a bit like for us Italians who have this “discrimination” for those who come from the South, not all of course; Robert is discriminated against and accused of being a country man because he comes from a certain state and comes from a certain economic class. We can also see “classism”: we see it when Robert talks to the other social lawyers to accept or not the “class section”. But one of the most interesting discrimination, which I didn’t expect to see in this movie, was precisely misogyny. We are in a time span that varies from the late 1990s, so 96-98, until 2010. And what we see in the movie is precisely the discrimination of working women; there is, for instance, Robert’s wife, Sarah, who is also a lawyer. The movie, as I already told you, takes place in a very recent period, the late 1990s and the years 2000-2010, and it talks about how Robert’s wife’s career was, in fact, blocked by a choice, namely the choice to become a mother made her career incompatible.

We see it, in particular, within a scene: Sarah and Robert are at a dinner party, talking to an elderly colleague of Robert and his wife got into the conversation saying that ‘she too was a lawyer and worked in the field, but she had to work everything when she started a family’, and the man answers with “this is what happens female to lawyers” – very often when we talk about jobs, mainly done by male professionals, we talk about ‘obstacles’, as well as when we talk about ‘gender gap’. (as far as some professions are concerned) and this is just one example, the fact that there is no prohibition for women to practice a certain job or profession, but that, in short, their personal lives – unlike men – are “irreconcilable” with certain jobs. Also, in that scene there is a colleague of Robert’s who hides from her boss that she is pregnant for fear of being “sent out”, and therefore of being fired. And of course, this is no longer a choice, that is, the choice to leave your job and dedicate yourself full-time to your family, because if it is an obligatory choice made by others, then it is not a choice at all, but simply a Discrimination.

Honestly, for this very reason, I would have preferred the character of Anne Hathaway, who plays Sarah, Rob’s wife, a bit different (although I don’t know for sure how the facts really went and I couldn’t go into more detail), but I would have imagined her giving more advice to Robert, since they are both lawyers with a similar specialization; instead, unfortunately, her character, sometimes, falls into the usual character of “the hero’s wife” (the hero’s wife, very often in the movies is the one who, while the hero is very tired for what he’s doing, he’s changing the world, he’s doing something great, while he’s about to save lives, his wife amortizes him and blames him for this very fact, because he doesn’t have time to stay with his family, with her and so on. We exactly see such a scene from Anne Hathaway (the Sarah of the movie): on the one hand I understand within the family atmosphere such a problem, that is, the non-presence in family life; on the other hand, it’s a cinematic cliché, in which very often ‘the hero’s wife’, let’s say she looks like an annoying moaner who is blaming a man who is actually making history, is saving hundreds of lives. It’s a cliché how all of this is portrayed. Also, I found it a bit odd that within the movie, the fact that five minutes before her character does so and five minutes later, she defends him and takes up the cudgels for his work. It’s a too sudden change of mood, it lacks a connection, an evolution.

However, by going deeper, Robert’s actual wife, the actual Sarah (since it is not said in the movie, so I guess you don’t know either, and since I would have preferred that they had said it), has returned to the world of case law, volunteering in an association and now she is a lawyer of an association called “Pro kids”, which would be an association that defends the rights of children, mainly the rights of children victims of harassment by parents, by guardians. It’s a shelter for children who are victims of harassment. She started this path right after her husband’s path, inspired by her desire to change things, and I don’t know, but… I think telling this story could add something more interesting to the movie, and I’m sorry there isn’t.

Among the extras in the movie, you can also see the real people who took part, let’s say, in this little story that was written and you can see it at the end of the movie (as it also happens in Just Mercy); the movie, as I’ve already told you, I think it’s very beautiful, both in terms of the story and the disturbing cut.

However, I wanted to underline one thing: when I went looking for material for this review, I realized that the movie tells a story very similar to that of Erin Brockovich (from which a movie was also based) and I didn’t find anyone who talked about “Dark Waters” as the male version of Erin Brockovich and I found it interesting, because we often see, for instance, when we talk about two completely different characters, even if they are true stories, saying “the female version of...”, and the fact of saying that it refers to “the female version of…” and never the other way around, in my opinion, it makes sense, because saying “it’s the female version of…” is not misogynistic or anything like that, but in my opinion it makes you understand how we compare things, and if a certain comparison is always in one direction and never in the other, then maybe there is a hierarchy, and if there is hierarchy there is no equality. Basically, in my opinion, saying “it’s the feminine/masculine version of...” is not a particularly deep thought, but it can be useful, perhaps, to understand the cut of a cinematic product in a short and immediate way.

The movie can be considered a legal-thriller, whose initially apparent ecological background turns into a real clash between ordinary people and a sick system, where money and the right knowledge allow to get away on most occasions. A sort of sober and updated version of a great classic as the 1976 “All the President’s Men” movie that awakens in all of us that civil conscience that is too often forgotten or obscured by public opinion. Moreover, “Dark Waters” also looks at other movies similar to the one mentioned above, such as the 1997 “The Rainmaker” movie by Coppola, the 1999 “Insider” movie by Michael Mann, the 2013 “Promised Land ” movie by Gus Van Sant, but looks further back at 1983 “Silkwood ” by Mike Nichols and the forgotten 1991 “Class Action” by Michael Apted, or also looks at 2015 “Spotlight” and 2017 “The Post” movie, in which the individual must accept that the system is – after all – nothing more than ourselves: misleading and opportunistic, but also capable of pulling a line and saying “enough”.

And it is precisely in a class action (in reference to Apted’s movie), still in progress, that the investigation started in 1998 by Wilbur Tennant, a farmer from Parkersburg in West Virginia who died of cancer in 2002 (his wife will follow him two years later), who had to kill 190 cows, all seriously sick and who, unknowingly, also drank water contaminated by Pfoa, a chemical substance highly harmful to health, that DuPont spilled into the landfill next to his plot, end. The legal investigations carried out by Robert Bilott with obstinacy and heedlessness for danger will show that the company was fully aware of the level of poisoning it was inflicting on the population, whose compensation claims for dead and for illness are still pending. The movie, as we have already said before, runs over a span of almost 20 years, starting from that denunciation, the beginning of cover-ups, very long and continuous postponements and legal proceedings that hold with bated breath until the epilogue, where in the final thanks an informative writing sheds light on the aforementioned revelation, until almost to the present day.

Dark Waters” was a project strongly wanted and developed by activist star Mark Ruffalo, and his interpretative dedication in Bilott’s role is admirable as well as the choice to use, in short appearances, some actual figures really involved, as victims, in the case. Despite a linear unfolding with only a couple of highly suspenseful sequences, there is an overwhelming and distressing background tension in the two hours of watching that is masterfully juggled by director Todd Haynes. In addition, the movie is animated by a dutifully educational spirit, but one that always risks overshadowing the value of the image, and finds a synthesis between its spurious souls thanks to the director, who accepts the constraints of legal and family drama without resisting them, and indeed indulging them in their simplicity. The moviemaker organizes times and manners with refined balance, letting the pressing melodramatic verve (accentuated above all in the main character’s family dynamics and in the situation experienced by the first accuser farmer) coexist fully with the legal and investigative part, always keeping high the interest and pushing the audience to be indignant on several occasions for the injustices perpetrated by the powerful.

Many viewers will wonder where the director of capital and subversive films such as “Carol “, “I’m not There” and “Safe” is, and the answer is that he can be found in this filtered world of blue corporate and orderly in the endless grid of the windows of the Cincinnati skyscrapers that house the offices of Taft Law.

As in the suggestive movie opening, which takes us back to the 1970s and a group of teens ready for a midnight swim in a particularly murky lake, we have to look below the surface to notice certain horror movie effects. Haynes goes to look for the invisible poison in the heart of the American family, the only institution more powerful than the evil Dupont, who built an empire on the use of Teflon hiding its health dangers. The non-stick frying pan is the symbol of capitalism married to the ideal American domestic, two no fewer inseparable strongholds than the carbon atoms that bind together to create PFAS, unassailable for our organism.

With this movie “Dark Waters”, Todd Haynes signs a solid and documented investigative movie, legal sui generis (there are not many, after all, the scenes in courthouse) strongly desired by the protagonist Mark Ruffalo, not surprisingly also as a producer: “Dark Waters” and is a good example of civil cinema that leaves bitterness in the mouth and legitimately raises doubts and paranoia in the viewer. The actor involves some members of the team of “Spotlight” , such as executive producer Jonathan King and Oscar-winning screenwriters Tom McCarthy and Josh Singer (the latter also wrote Spielberg’s “The Post“). The project is set up and then director Todd Haynes is involved, who brings with him not only “his” excellent director of photography, Edward Lachman, who also signed Soderbergh’s “Erin Brockovich”, but also a clear understanding of American investigative cinema. The result is a work that is very intriguing to fans of the genre.

In the very long in-depth article that already seems to be the subject of a movie, a sentence returns repeated and attributed to the lawyer Bilott “It seemed the right thing to do“. In fact, before accepting the lawsuit that will lead him to clash with DuPont, he was a lawyer who worked for companies and in some circumstances, he found himself cooperating with the lawyers of the chemical group. The movie does not lack a scene – a great classic in legal dramas – of the arrival of an incredible amount of cases containing documents in the lawyer’s office challenging the giant. A scene that we learn, again from the journalist’s story, actually happened.

As far as the narrative challenge is concerned, it is not always sustainable. The main difficulty is to return a compelling narrative over such a long period of time and following all the main vicissitudes of the investigation: the bet is only partially won thanks to a screenplay that makes us understand perfectly and in every moment everything that happens, “technicalities” included, while it struggles a bit (maybe even more than a bit) to adhere to a character, that Bilott played by Ruffalo, who has no great human significance and is basically a function of a heroic gesture, that of the bearer of justice, which devours the character by virtue of the message. For instance, it’s hard to be really interested in his family ties, like his wife – for instance – , who lazily dotes the film more “for the record” than anything else, and her role is the most classic of the screenwriters’ additions (Mario Correa and Matthew Michael Carnahan) to include the familiar moment of a film, even though the New York Times Magazine article already mentions her and focuses on her. Just as the figure of Tom Terp (Tim Robbins), the head of the law firm of which Bilott is a partner, is not very central. The movie, made with the advice of the real Billot, suffers from the fact that it probably has to “do justice” to all the characters involved in the story, paying them homage to some extent, but being a little overwhelming and less incisive than it could have been.

At the same time, there are images and moments that are worth more than words, such as the camera car on the citizens of Parkersburg, real cross-sections of people/phantoms abandoned to their own destiny (and death) in the name of feral interest for profit. One, in particular, has the ability to tell in a few seconds the blackmail to which so many people are subjected, aka the choice between dying of toxic sewage and pollution or being unemployed, orphaned by the industry that gives you bread (and it is not only an American problem, just think of the Ilva in Taranto, Apulia, Italy): Haynes makes a small montage in which he shows how everything, in Parkersburg, is DuPont’s, employer and service provider. The counterpoint is the scene in which the breeder Wilbur Tennant shouts to a helicopter guarding his house that is his property: a cry of desperation to seal a challenge already won between those who really hold power and private property (even public property) and the desperate citizen who, while believing in the value of property, is in fact expropriated of what he presumes to be his. In these moments the movie becomes very effective and painful, bringing out its convincingly political nature: no administration (Obama included of course) stops the power of money, no public agency really controls big groups and all Americans have the right to private property but some Americans have much more rights than others. If the use of John Denver’s hit Take Me Home, Country Roads, placed in a scarred West Virginia (on the credits you can hear Johnny Cash’s I Won’t Back) is strident, Haynes doesn’t back down in grafting almost horror elements (the memory of a little girl’s black teeth on a bicycle) to make the viewer leave the cinema with a strong sense of unease. Also, because Pfoa – called “the eternal chemical” since it remains forever in human bodies – has been used for decades by the chemical industry around the world (and low content is still used).



Cast:

Mark Ruffalo as Robert Bilott, a corporate defense lawyer from Cincinnati who specializes in defending chemical companies, but soon engages in a legal battle against the giant chemical manufacturing corporation DuPont when he understands and sees the evidence with his own eyes;



Anne Hathaway as Sarah Bilott, Billot’s wife, who’s also a lawyer who ‘had to quit her job to devote herself to her family’, as someone said her;



Tim Robbins as Tom Terp, Robert’s employer, who starts to support him in his cause, but at the same time putting him on the lookout and a little bit of a hindrance, to the point of causing him a breakdown;


Bill Camp as Wilbur Tennant, a Cincinnati farmer friend of Rob’s grandmother, who asks the man to help him in his lawsuit against the industry by providing evidence on evidence, since he is hindered by everyone, including DuPont, after the death of all livestock.

Victor Garber as Phil Donnelly, an executive at DuPont as Bilott took on the company

Mare Winningham as Darlene Kiger, a Parkersburg resident whose first husband was a chemist for DuPont and worked in its PFOA (the toxic chemical found in the town’s water) lab. 

Bill Pullman as Harry Deitzler, personal injury lawyer who worked with Bilott in his class-action suit against DuPont.

William Jackson Harper as James Ross, another Taft Law lawyer and Rob’s colleague, who will soon give his to obstruct Rob and his lawsuit.



Soundtrack:

Marcelo Zarvos, a renowned Brazilian pianist and composer of classical and jazz music, was entrusted with the composition of the film’s soundtrack. In his long and successful twenty-year career, in addition to having released four music albums, he has also composed the soundtracks for some movies for the big screen, such as 2004 “The Door in the Floor“, 2009 “Sin Nombre“, 2009 “New York I Love You“, 2017 “Wonder” and 2019 “Act of Faith” – among others, but also some TV theme songs and also theatre music.

The movie’s soundtrack is, like many other soundtracks, made both by original compositions and some songs from the pop repertoire of past decades, and boasts classics by John Denver, such as Take me home, country roads and – it couldn’t be otherwise since the West Virginia of the song is the key setting – and Johnny Cash, which adapts with a melancholy and poignant air to the heart of the story.

For Dark Waters, Zarvos musically charts Bilott’s complex emotional journey as he moves from shock to fear to heartache and finally to hope. He was looking for this low-boil tension, something that straddled that line between emotion and suspense, and since this is a thriller, furthermore it’s a Todd Haynes thriller, so he decided – concomitantly with the movie director – to go right to the edge of genre, in an artistic way.

Given the fact that the movie as a whole is epic story, the challenge was to finding the balance between what’s on the surface and what’s just beneath it. And his previous experience working on movies like The Door in the Floor and Sin Nombre were instrumental in showing him how to bring out what is not apparent on the screen and ground that in real emotions. No matter how exciting and dangerous the story is, there is also an emotional element to bring out. In this movie, there are three emotional shifts that transform the score, from the first act, which is very much a thriller; to the second act, which is much more about the rhythms of the legal challenge; to the third part, which focuses on the human cost, not only on him but also on the population of the West Virginian town. The (his) challenge was how to go from one beat to the next while still making it feel like the same score.

In the middle of the film, there is a nine-minute solo piano piece, which Todd was very keen on doing. In the film, Rob finally makes a key connection between what DuPont did and how it is affecting people. And since Zarvos being a pianist and a composer, laying down such a long, solo instrumental part was something new. And I wasn’t really clear how it would work. So, Todd directed him like I was an actor. It reminded him of doing the score for The Door in the Floor. He remembers thinking ‘I don’t really understand this but I will give him what he wants.’

In the first part of the film, the score creates this eerie sense of foreboding and paranoia, especially in the scene where Rob tries to start his car in an empty parking lot. That particular scene in the parking lot is perhaps the best example of how we were able to push the feeling that you don’t know if what you are seeing is real or not. But rather than accenting the danger in the scene, he focused the music on what was going through Rob’s mind. His paranoia is tied to his emotions and his sense of being a family man. As the music grows, rather than becoming just a thriller ride, it becomes more and more emotional. Early on, Todd said, “Whenever the music gets too tense, let’s not forget the human element.”

How did Zarvos get the deep, repressed sound in the score? From the start, Todd was clear he wanted the sound to feel heavily processed. Other than that, long piano piece, all of the music, all the strings and instruments, are heavily processed. He wanted the music to never feel completely organic. A lot of tracks have a lot of pads and electronics that are doubled, but not in the sense of augmenting the score. The base of the score is electronic, and the live strings are doubled to make them into a third thing that is neither organic, nor electronic. Much of the piano work includes lots of echoes, delays, and glitchy sounds to highlight this idea of the organic being affected by something chemical. This feeling of something chemical corroding the sound of the instruments becomes an aural analogy to what is happening in the film. Likewise, there is a lot of looping, because every time a note gets looped, it gets degenerated just a little bit more. You still have the original sound but with each repetition, it becomes grainier and more degraded.

While much of the score emphasizes the film being a thriller, how did he use the music to remind audiences of the ecological disaster at the story’s heart?

Musically speaking, that was the thrust of the final part of the score. The last third of the film becomes progressively more about highlighting the human cost to these people. As such, the music in the last third music becomes more emotional and I think more human. We allowed for the music to strike a note of real sadness. That tone was in the film from the start, but in the first part it was under the thriller genre’s cover of darkness.

As the story becomes more about the people and less about the tensions of the case, the music becomes floatier and less tense. In the first act, when we are trying to figure out what is going on, the tone is very suspenseful. Then the music has a sort of cat-and-mouse feel in the legal proceedings. In the end, it is less about who did it and more about the human cost. The music becomes slower and sadder. The textures become a lot less dissonant and much more elegiac as the film reaches its conclusion.



THE END.


I hope this new review regarding the 2019 movie “Dark Waters” was to your liking, and if so, leave me a thumb up, comment letting me know what do you think about, share to whomever you want and subscribe to my blog. To the next article! Byeeeeeee.

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