
Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo nuovamente, rispetto all’ultimo articolo pubblicato qualche settimana fa riguardante l’uscita libresca del momento e del mese di maggio «Hunger Games – Ballata dell’Usignolo e del Serpente », di una recensione film, nello specifico del film “Cattive Acque” del 2019 diretto da Todd Haynes, e della sua assurda storia vera fatta di inquinamenti chimici, insabbiamenti, di scarica barile e molto altro ancora.
Spero che questo articolo vi piaccia e buona lettura.
All’articolo!
Trama:

Robert Bilott è un avvocato societario di Cincinnati specializzatosi nella difesa di aziende chimiche. Il contadino Wilbur Tennant, conoscente della nonna di Robert, chiede a Robert di indagare su una insorgenza anormale di tumori e malformazioni nelle sue mucche a Parkersburg, in Virginia Occidentale. Tennant collega questo fenomeno alla società chimica DuPont e dà a Robert un grosso contenitore di videocassette.
Robert visita la fattoria dei Tennant e scopre che 190 capi di bestiame sono morti con condizioni mediche insolite, come organi gonfi, denti anneriti e tumori. L’avvocato della DuPont, Phil Donnelly, gli comunica di non essere a conoscenza del caso ma di voler dare una mano in ogni modo possibile. Robert intenta una piccola causa in modo da poter ottenere informazioni tramite la scoperta legale delle sostanze chimiche scaricate sul sito. Quando non trova nulla di utile nel rapporto dell’EPA (United States Environmental Protection Agency – L’Agenzia per la protezione dell’ambiente) si rende conto che le sostanze chimiche potrebbero non essere regolamentate dall’EPA.

Robert si confronta con Phil in un meeting di settore provocando uno scontro animato. La DuPont invia a Robert centinaia di scatole, sperando di seppellire le prove. Robert trova numerosi riferimenti al PFOA, una sostanza chimica senza riferimenti in nessun testo medico. Nel cuore della notte la moglie incinta di Robert, Sarah, lo trova mentre strappa la moquette dal pavimento e rovista tra le loro padelle. Ha scoperto che il PFOA è l’acido perfluoroottanoico, usato per produrre il teflon e usato nelle case americane per le pentole antiaderenti. La DuPont ha eseguito test sull’effetto del PFOA per decenni, scoprendo che causa il cancro e difetti congeniti ma non ha mai reso pubblici i risultati. Hanno riversato centinaia di barili di fango tossico a monte del fiume dalla fattoria di Tennant. Il PFOA e composti simili sono sostanze chimiche che non lasciano il flusso sanguigno e si accumulano lentamente.
Tennant è stato escluso dalla comunità per aver fatto causa al loro più grande datore di lavoro. Robert lo incoraggia ad accettare l’accordo della DuPont, ma Tennant si rifiuta e vuole giustizia e rivela che lui e sua moglie hanno entrambi il cancro. Robert invia le prove della DuPont all’EPA e al Dipartimento di Giustizia, tra gli altri. L’EPA infligge alla DuPont una multa di 16,5 milioni di dollari.
Robert tuttavia non è soddisfatto e si rende conto che gli abitanti di Parkersburg subiranno gli effetti del PFOA per il resto della loro vita. Cerca di ottenere il monitoraggio medico per tutti i residenti di Parkersburg attraverso un’unica grande azione legale collettiva. Tuttavia la DuPont invia una lettera per notificare ai residenti la presenza del PFOA dando così il via alla prescrizione e concedendo loro solo un mese di tempo per iniziare ogni ulteriore azione. Poiché il PFOA non è regolamentato, il team di Robert sostiene che la società è responsabile in quanto la quantità in acqua era superiore alla singola parte per miliardo ritenuta sicura dai documenti interni della DuPont. In tribunale la DuPont sostiene che, secondo un loro successivo studio, la soglia di sicurezza è di 150 parti per miliardo. La popolazione locale protesta e la storia diventa una notizia nazionale. La DuPont accetta di patteggiare per 70 milioni di dollari. Poiché la DuPont è tenuta a effettuare un monitoraggio medico solo se gli scienziati dimostrano che il PFOA causa i disturbi, viene istituita una valutazione scientifica indipendente. Per ottenere i dati necessari Robert dice alla gente del posto che può ottenere il denaro del risarcimento dopo aver donato il sangue. Quasi 70.000 persone donano allo studio.
Passano sette anni senza alcun risultato dalla revisione. Tennant muore e Robert si impoverisce in seguito a diversi tagli di stipendio, mettendo a dura prova il suo matrimonio. Quando Tom gli comunica un ulteriore taglio di stipendio Robert crolla, tremando. I medici dicono a Sarah che ha sofferto di un’ischemia causata dallo stress. Sarah dice a Tom di smettere di far sentire Robert un fallimento perché sta facendo qualcosa per le persone che hanno bisogno di aiuto. La valutazione scientifica contatta Robert e gli dice che il PFOA causa tumori multipli e altre malattie. A cena con la sua famiglia Robert viene informato che la DuPont sta rinnegando l’intero accordo. Robert decide di portare il caso di ogni imputato alla DuPont, uno per volta. Vince i primi tre accordi multimilionari contro la DuPont che risolve la class action per 671 milioni di dollari.
Commento:

“Cattive acque” è un film del 2019 diretto da Todd Haynes, sceneggiato da Mario Correa e Matthew Michael Carnahan ed è interpretato da Mark Ruffalo, Anne Hathaway, Tim Robbins, Victor Garber, Mare Winningham, William Jackson Harper e Bill Pullman. Il film è basato sull’articolo del New York Times Magazine del 2016 intitolato “The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare” (“L’avvocato che divenne il peggior incubo della DuPont ”), scritto da Nathaniel Rich, sullo scandalo dell’inquinamento idrico di Parkersburg. Inoltre, il vero Robert Bilott ha anche scritto un libro di memorie, chiamato “Exposure”, che descrive nel dettaglio la sua ventennale battaglia legale contro la DuPont.
Da sempre viene utilizzata la metafora della sfida tra Davide e il gigante Golia per porre parallelismi relativi alla personale impresa dei personaggi coinvolti, spesso per l’appunto costretti ad affrontare nemici o insidie molto più grandi di loro. E in questo caso ci troviamo di fronte ad una battaglia impari che, come si scoprirà poi nella scioccante postilla finale riguarda da vicino tutti noi.
Il film in italiano è uscito con il titolo “Cattive acque”, e onestamente parlando non mi ha convinto troppo questa traduzione del titolo, perché “dark waters” vuol dire tante, troppe cose. Noi utilizziamo la frase “(trovarsi in) cattive acque” per indicare quando qualcuno si trova nei guai, o quando ci si trova con l’acqua alla gola, o ancora quando ci si trova in una brutta situazione; mentre invece “dark water” vuol dire diverse cose: acque oscure, acque misteriose, acque che nascondono qualcosa, ma anche molto spesso si usa per dire “acque sporche”, acque salmastre, quindi anche qualcosa che riguarda le acque reflue, e secondo me, ha un senso più vicino a quello che vuol dire il film.
La traduzione “Cattive acque” è un po’ bruttina, un po’ come lo sarebbe stata se avessero tradotto il titolo come “Acque sporche”, traducendo letteralmente. Secondo me, purtroppo, il titolo italiano lima la parte traumatica e drammatica del film. Però qui le Cattive Acque si riferiscono alle acque sporche dell’industria chimica americana, in cui Rob si trova “contro tutto e tutti ”. Il regista del film è Todd Haynes, – lo stesso di “Velvet Goldmine” (1998), “Carol ” (2015), “Io non sono qui” (2007) [interpretato da sei attori diversi che interpretano momenti diversi dell’artista premio Nobel.] –, e secondo me il suo tocco all’interno del film si vede, perché i suoi film hanno questo aspetto tale come se fossero appena usciti da un quadro di Hopper, parlano molto di “americanità”, se ci si fa caso. Il regista, molto spesso, nei suoi film lascia un grande spazio per l’introspezione dei personaggi, anche se non ci sono dei dialoghi specifici, e molto spesso noi vediamo queste atmosfere che sono tipicamente americane, quasi deserte, e allo stesso tempo un po’ retrò.
Il film, ovviamente ha una storia interessante, ma secondo me uno dei tagli cinematografici più interessanti dati al film è il “taglio”. Il film poteva benissimo avere un taglio drammatico, un po’ storico, un po’ stereotipato, invece secondo me questo film ha un taglio fortemente inquietante. Il personaggio principale del film, interpretato da Mark Ruffalo, il quale è anche produttore del film, fa un viaggio spaventoso, in quanto accettando questo caso si sta mettendo contro l’intera cittadina da cui proviene, l’intera cittadina che insomma basa il proprio lavoro e il proprio sostentamento proprio su quell’azienda, la DuPont, che ha creato scuole, edifici, parchi, dà lavoro all’intera cittadina. Robert sta rischiando tutto: a livello lavorativo, economico, personale e familiare. Il lavoro porta via lui molto tempo, che purtroppo sottrae alla propria famiglia. Inoltre il film, secondo me, riesce a trattare un aspetto molto inquietante che raramente all’interno di queste storie viene trattato, ovvero la pressione psicologica che vive il personaggio. Noi lo vediamo molto bene attraverso il personaggio di Robert, decidere di far causa ad una azienda così grande vuole dire potenzialmente – nel caso di perdita – perdere tutto quello che si ha economicamente, dover pagare dei danni economici immensi e pagare anche per un dislivello di potere. Molto spesso film del genere, diciamo che “minimizzano” queste preoccupazioni e rappresentano il personaggio come “un eroe senza macchia e senza paura“, pronto a tutto, sicuro, forte e molto altro; mentre è invece molto meglio rappresentare un eroe, diciamo, come quello di Robert: un eroe con tutte le sue paure, le sue fragilità;
Il film dà il giusto spazio a l’aspetto emotivo che ha un viaggio del genere ha sulla psicologia di una persona, sulla sua emotività. Robert è letteralmente sovrastato da un senso di impotenza che prova nei confronti delle altre persone, non potendo salvare loro la vita, ma anche in un certo senso il senso di tradimento: lui ha vissuto in quella città, credeva che tutto fosse tranquillo e andasse bene. Robert ha dedicato la sua intera carriera, la sua intera carriera lavorativa a salvaguardare gli interessi di aziende come quella della DuPont, mentre quella di Tim in realtà potevano anche rischiare la vita di tante persone, compresa la sua. Noi vediamo soprattutto lo stress che, in un certo senso, sfocia quasi nella paranoia; c’è una scena, soprattutto quella del parcheggio, in cui noi vediamo effettivamente il crollo psicologico di Robert, il che è sensato, perché se un’azienda è pronta ad inquinare le acque, davvero uccidere qualcuno è un passo troppo lontano, rispetto alla norma?
Io ho apprezzato moltissimo il taglio inquietante del film, perché l’argomento è esattamente così. Inoltre il film, secondo me, ha un arco molto appetibile per il pubblico statunitense: parla di un ritorno alle origini per il personaggio di Robert, ovvero parla del ritorno nella cittadina in cui è nato e cresciuto; ritorna anche alle origini, lontano da quei palazzoni degli avvocati, delle lobby e ritorna, per così dire, “vicino” alle persone. Gli stati uniti hanno questa concezione molto particolare: da una parte il sogno americano, e sia quello di fa crescere nel proprio garage la nuova lobby che conquisterà il mondo; ma allo stesso tempo apprezzano che questo percorso inverso. Il film, secondo me, parla di molte altre cose, tenta di non cadere troppo nei cliché, parla di argomenti reali negli Stati Uniti, come la discriminazione perché si proviene da determinato stati, un po’ come per noi italiani che abbiamo questa discriminazione per chi arriva dal sud, non tutti ovviamente; Robert viene discriminato e tacciato di essere campagnolo perché arriva da un determinato stato e arriva da una determinata classe economica. Vediamo anche il “classismo”: lo si vede quando Robert parla con gli altri socio-avvocati per accettare o meno la ‘class section’. Ma una delle discriminazioni più interessanti, che non mi aspettavo di vedere all’interno del film, è stata proprio la misoginia. Noi ci troviamo in un arco di tempo che varia dalla fine degli anni ‘90, quindi 96-98, fino al 2010. E quello che noi vediamo all’interno del film è proprio la discriminazione delle donne lavoratrici; c’è per esempio la moglie di Robert, Sarah, che anche lei è un’avvocata. Il film, come vi ho detto, si svolge in una epoca molto recente, fine anni ‘90 e anni 2000-2010, e parla proprio di come la carriera della moglie di Robert sia, in realtà, stata bloccata da una scelta, ovvero la scelta di diventare una madre ha reso inconciliabile per lei la carriera lavorativa.

Noi lo vediamo, in particolare, all’interno di una scena: Sarah e Robert sono ad una cena, parlano con un collega anziano di Robert e la moglie si immette nel discorso dicendo che ‘anche lei è stata una avvocata e ha lavorato nel campo, però ha dovuto lavorare tutto quando ha iniziato a mettere su famiglia’, e l’uomo risponde con “è questo che accade alle avvocate” – molto spesso quando si parla di lavori, principalmente svolti da professionisti uomini, si parla di “ostacoli”, come anche quando si parla di “gender gap” (per quanto riguarda alcune professioni) e questo ne è proprio un esempio, il fatto che non ci sia un divieto per le donne di praticare un certo lavoro o professione, ma che, insomma, sia “inconciliabile” la loro vita personale – al contrario degli uomini – rispetto a dei lavori. Sempre in quella scena c’è una collega di Robert che nasconde al proprio capo di essere incinta proprio per paura di essere “mandata fuori”, e quindi di essere licenziata. E ovviamente questa non è più una scelta, ovvero la scelta di lasciare il proprio lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia, perché se è una scelta obbligatoria fatta da altri, allora non è affatto una scelta, ma semplicemente una Discriminazione.
Sinceramente proprio per questo, avrei preferito il personaggio di Anne Hathaway, che interpreta Sarah, la moglie di Rob, un po’ diverso (anche se non so per certo come siano andati realmente i fatti e non sono riuscito ad approfondire maggiormente), però mi sarei immaginato che lei desse maggiori consigli a Robert, essendo entrambi due avvocati con una specializzazione simile; invece purtroppo il suo personaggio, a volte, ricade nel solito personaggio de “la moglie dell’eroe” (la moglie dell’eroe, molto spesso nei film è quella che, mente l’eroe è stanchissimo per quello che sta facendo, sta cambiando il mondo, sta facendo qualcosa di grandioso, mentre sta per salvare vite, la moglie lo ammorba e lo colpevolizza proprio per questo fatto, perché toglie tempo alla famiglia, a lei e così via. Noi vediamo esattamente una scena così da parte di Anne Hathaway (la Sarah del film): da una parte capisco all’interno del clima familiare un problema del genere, ovvero la non presenza nella vita familiare; dall’altra parte è un cliché cinematografico, in cui molto spesso la moglie dell’eroe, diciamo che sembra una piagnona rompiscatole che sta colpevolizzando un uomo che in realtà sta facendo la storia, sta salvando centinaia di vite. É un cliché come viene rappresentato tutto ciò. Inoltre l’ho trovato un po’ strano che all’interno del film, il fatto che cinque minuti prima il suo personaggio faccia così e cinque minuti dopo lo difenda e difende il suo lavoro a spada tratta. È un cambiamento di umore troppo repentino, manca una connessione, una evoluzione.
Però andando ad approfondire, la vera moglie di Robert, la vera Sarah (dato che non viene detto nel film, quindi credo non lo sappiate neppure voi, e dato che avrei preferito che l’avessero detto), è ritornata nel mondo dell’avvocatura, dandosi al volontariato in una associazione e adesso è avvocata di una associazione che si chiama “Pro kids”, che sarebbe una associazione che difende i diritti dei bambini, principalmente i diritti dei bambini vittime di molestie da parte dei genitori, tutori. É un rifugio per bambini vittime di molestie. Lei ha iniziato questo percorso proprio dopo il percorso del marito, ispirata proprio dalla sua voglia di cambiare le cose, e non saprei, ma credo che narrare questa cosa poteva aggiungere qualcosa di più interessante al film, e mi dispiace che non ci sia.
Tra le comparse del film, si possono vedere anche le vere persone che hanno preso parte, diciamo, a questa piccola storia che è stata scritta e lo si vede alla fine del film (così come accade anche in Il diritto di opporsi); il film, come vi ho già detto, secondo me, è molto bello, sia per quanto riguarda la storia, sia per il taglio inquietante, bravissimo Mark Ruffalo.
Volevo però sottolineare una cosa: quando sono andato a cercare materiale per questa recensione, mi sono reso conto che il film racconta una storia molto simile a quella di Erin Brockovich (dal quale anche è stato tratto un film) è non ho trovato nessuno che parlasse di “Cattive Acque” come la versione maschile di Erin Brockovich e l’ho trovato interessante, perché noi spessissimo vediamo, per esempio, quando si parla di due personaggi completamente diversi, anche se sono storie vere, dire “la versione femminile di…“, e il fatto di dire che si riferisca a “la versione femminile di…” e mai il contrario, secondo me ha un senso, perché dire “è la versione femminile di…” non è misogino o roba del genere, però secondo me fa capire come paragoniamo le cose, e se un certo paragone è sempre in una direzione e mai nell’altra, allora forse vi è una gerarchia, e se vi è gerarchia non vi è parità. Di base, secondo me, dire “è la versione femminile/maschile di…” non è un pensiero particolarmente profondo, però può essere utile, magari, per capire il taglio di un prodotto cinematografico in breve e in maniera immediata.
Il film può essere considerato un legal-thriller, il cui inizialmente apparente sfondo ecologista si trasforma in un vero e proprio scontro tra la gente comune ed un sistema malato, dove i soldi e le giuste conoscenze permettono di farla franca nella gran parte delle occasioni. Una sorta di versione sobria e aggiornata di un grande classico come “Tutti gli uomini del presidente” (1976) che risveglia in tutti noi quella coscienza civile che troppo spesso viene dimenticata od oscurata dall’opinione pubblica. Inoltre, “Cattive acque” guarda anche ad altri film simili a quello sopra citato, come “L’uomo della pioggia” (1997) di Coppola, “Insider – Dietro la verità” (1999) di Michael Mann, “Promised Land” (2013) di Gus Van Sant, ma rivolge lo sguardo più indietro ricordando “Silkwood” (1983) di Mike Nichols e il dimenticato “Conflitto di classe” (1991) di Michael Apted (Class Action), o ancora come “Il caso Spotlight“ (2015) e “The Post” (2017), in cui l’individuo deve accettare che il sistema è – in fondo – nulla più che noi stessi: fallaci e opportunistici, ma anche capaci di tirare una riga e dire “basta”.
Ed è proprio in una class action (in riferimento al film di Apted) ancora in corso che culminano le indagini partite dalla denuncia del 1998 di Wilbur Tennant, un allevatore di Parkersburg nel West Virginia morto di tumore nel 2002 (sua moglie lo seguirà due anni dopo), che aveva dovuto abbattere 190 mucche, tutte gravemente ammalate e che, inconsapevolmente, beveva anche lui acqua contaminata da Pfoa, sostanza chimica altamente nociva per la salute che la DuPont sversava nella discarica limitrofa al suo appezzamento. Le inchieste giudiziarie portate avanti con ostinazione e a sprezzo del pericolo da Robert Bilott dimostreranno che l’azienda era perfettamente consapevole del livello di avvelenamento cui stava sottoponendo la popolazione, le cui cause di risarcimento per morti e malattie sono ancora aperte. Il film, come abbiamo già detto in precedenza, si snoda in un arco di quasi 20 anni, partendo da quella denuncia, si dà il via ad insabbiamenti, lunghissimi e continui rinvii e procedimenti giudiziari che tengono con il fiato sospeso fino all’epilogo, dove nei ringraziamenti finali una scritta informativa fa luce sulla succitata rivelazione, fino ad arrivare quasi ai giorni nostri.
“Cattive acque” è stato un progetto fortemente voluto e sviluppato dalla star attivista Mark Ruffalo, e la sua dedizione interpretativa nei panni di Bilott è ammirevole così come la scelta di usare, in brevi comparsate, alcune figure realmente coinvolte, come vittime, nel caso. Pur a dispetto di uno svolgimento lineare e con solo un paio di sequenze ad alto tasso di suspense, nelle due ore di visione regna una tensione di sottofondo opprimente e angosciante magistralmente giostrata dal regista Todd Haynes. Inoltre il film è animato da uno spirito educativo doveroso, ma che rischia sempre di far passare in secondo piano il valore dell’immagine, e trova una sintesi tra le sue anime spurie grazie al regista, che accetta le costrizioni del dramma legale e familiare senza opporre loro resistenza, e anzi assecondandole nella loro semplicità. Il cineasta organizza tempi e modi con raffinato equilibrio, lasciando che la pressante verve melodrammatica (accentuata soprattutto nelle dinamiche familiari del protagonista e nella situazione vissuta dall’agricoltore primo accusatore) conviva appieno con la parte legale e d’inchiesta, mantenendo sempre alto l’interesse e spingendo il pubblico ad indignarsi in più occasioni per le ingiustizie perpetrate dai potenti.
Molti spettatori si chiederanno dove sia il regista di film maiuscoli e sovversivi come “Carol ”, “Io non sono qui ” e “Safe”, e la risposta è che lo si può trovare in questo mondo filtrato di un blue corporate e ordinato nella griglia interminabile delle finestre dei grattacieli di Cincinnati che ospitano gli uffici della Taft Law.
Come nel suggestivo incipit del film, che riporta agli anni Settanta e a un gruppo di ragazzi pronti a un bagno di mezzanotte in un lago particolarmente torbido, occorre guardare sotto la superficie per notare certi riflessi da film horror. Haynes va a cercare il veleno invisibile nel cuore della famiglia americana, l’unica istituzione più potente della malefica Dupont, che ha costruito un impero sull’utilizzo del Teflon celandone i pericoli per la salute. La padella anti-aderente è il simbolo del capitalismo sposato all’ideale domestico a stelle e strisce, due capisaldi non meno inscindibili degli atomi di carbonio che si legano per creare i PFAS, inattaccabili per il nostro organismo.
Con cattive acque, Todd Haynes firma un solido e documentato film d’inchiesta, legal sui generis (non sono molte, in fin dei conti, le scene in tribunale) fortemente voluto dal protagonista Mark Ruffalo, non a caso in veste anche di produttore: “Cattive acque” è un buon esempio di cinema civile che lascia l’amaro in bocca e legittimamente solleva dubbi e paranoie nello spettatore. L’attore coinvolge alcuni componenti del team de “Il caso Spotlight” (2015), come il produttore esecutivo Jonathan King e gli sceneggiatori premi Oscar Tom McCarthy e Josh Singer (quest’ultimo sceneggiatore anche di “The Post” di Spielberg). Il progetto viene messo in piedi e successivamente viene coinvolto il regista Todd Haynes che porta in dote non solo il “suo” eccellente direttore della fotografia, Edward Lachman che ha firmato anche “Erin Brockovich” di Soderbergh, ma un’evidente cognizione di causa sul cinema d’inchiesta americano. Il risultato è un lavoro che intrigare molto gli appassionati del genere.
Nel lunghissimo articolo di approfondimento che sembra già il soggetto di un film, una frase ritorna ripetuta e attribuita all’avvocato Bilott “Sembrava la cosa giusta da fare“. Infatti prima di accettare la causa che lo porterà a scontrarsi con la DuPont lui era un avvocato che lavorava per le aziende e in alcune circostanze si era trovato a cooperare con i legali del gruppo chimico. Nel film non manca una scena – grande classico nei legal drama – dell’arrivo di un’incredibile quantità di casse contenenti documenti nello studio legale dell’avvocato che sfida il colosso. Una scena che apprendiamo, sempre dal racconto del giornalista, è realmente avvenuta.
Per quanto riguarda la sfida narrativa non sempre è sostenibile. La difficoltà principale è di restituire un racconto avvincente in un arco di tempo così ampio e seguendo tutte le vicissitudini principali dell’indagine: la scommessa è solo parzialmente vinta grazie a una sceneggiatura che fa comprendere perfettamente e in ogni istante tutto ciò che accade, “tecnicismi” inclusi, mentre si arranca un po’ (forse anche più di un po’) nell’aderire a un personaggio, quel Bilott interpretato da Ruffalo, che non ha grande pregnanza umana e che fondamentalmente è funzione di un gesto eroico, quello del portatore di giustizia, che divora il personaggio in virtù del messaggio. Si fatica per esempio a essere davvero interessati ai suoi legami famigliari, come la moglie, ad esempio, che punteggiano pigramente il film più per “dovere di cronaca” che altro, e il suo ruolo sta a rappresentare la più classica delle aggiunte da parte degli sceneggiatori (Mario Correa e Matthew Michael Carnahan) per inserire il momento familiare di un film, anche se già nell’articolo del New York Times Magazine si parla di lei e ci si sofferma su di lei. Così come non è centratissima la figura di Tom Terp (Tim Robbins), il capo dello studio legale di cui Bilott è socio. Il film, realizzato con la consulenza del vero Billot, risente del fatto di dover probabilmente “rendere giustizia” a tutti i personaggi coinvolti nella vicenda, omaggiandoli in qualche misura, ma risultando così un po’ sovrabbondante e meno incisivo di quanto potesse essere.
Allo stesso tempo ci sono immagini e momenti che valgono più di tante parole, come le camera car sui cittadini di Parkersburg, veri e propri spaccati di persone/fantasmi abbandonate al proprio destino (e alla morte) in nome dell’interesse ferale per il profitto. Uno, in particolare, ha la capacità di raccontare in pochi secondi il ricatto cui tante persone sono sottoposte, ovvero la scelta tra morire di liquami tossici e inquinamento o restare disoccupate, orfane dall’industria che ti dà il pane (e non è certo un problema solo americano, basti pensare a Taranto): Haynes realizza un piccolo montaggio in cui mostra come tutto, a Parkersburg, sia della DuPont, datore di lavoro ed erogatore di servizi. A fare da controcanto c’è la scena in cui l’allevatore Wilbur Tennant urla a un elicottero che sorveglia la sua casa che quella è la sua proprietà: un grido di disperazione per suggellare una sfida già vinta tra chi detiene davvero il potere e la proprietà privata (anche della cosa pubblica) e il disperato cittadino che, pur credendo nel valore della proprietà, è di fatto espropriato di ciò che lui presume essere suo. In questi momenti il film diventa molto efficace e doloroso facendo emergere la sua natura convintamente politica: nessuna Amministrazione (Obama incluso ovviamente) ferma il potere del denaro, nessuna agenzia pubblica controlla davvero i grandi gruppi e tutti gli americani hanno diritto alla proprietà privata ma alcuni americani ne hanno assai più diritto degli altri. Se è stridente l’uso della hit Take Me Home, Country Roads di John Denver, collocata in un West Virginia sfregiato (sui titoli di coda si sente I Won’t Back di Johnny Cash), Haynes non indietreggia nell’innestare elementi quasi horror (il ricordo dei denti neri di una bambina in bicicletta) per fare uscire dal cinema lo spettatore con un forte senso di disagio. Anche perché il Pfoa – chiamato “la sostanza chimica eterna” visto che resta per sempre nei corpi degli esseri umani – è stata utilizzata per decenni dall’industria chimica in tutto il mondo (e a basso contenuto è ancora utilizzata).
Attori:

Mark Ruffalo nei panni di Robert Bilott, un avvocatosocietario di Cincinnati specializzatosi nella difesa di aziende chimiche, ma che ben presto intraprende una battaglia legale contro il colosso DuPont quando capisce e vede con i suoi occhi le prove;

Anne Hathaway nei panni di Sarah Bilott, la moglie di Billot, una avvocata anch’essa che ‘ha dovuto lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia’, a detta di qualcuno;

Tim Robbins nei panni di Tom Terp, il datore di lavoro di Robert, che inizia a supportarlo in questa sua causa, ma al contempo mettendolo però in guarda e un minimo ostacolandolo, fino a procurargli un esaurimento;
Bill Camp nei panni di Wilbur Tennant, il contadino di Cincinnati amico della nonna di Rob, che chiede all’uomo di aiutarlo nella sua causa di denuncia contro l’industria fornendo prove su prove, dato che viene ostacolato da tutti, DuPont compresa, dopo la morte di tutti i capi di bestiame.
Victor Garber nei panni di Phil Donnelly, un dirigente della DuPont, mentre Bilott sfidava l’azienda;
Mare Winningham nei panni di Darlene Kiger, una residente di Parkersbug il cui pirmo marito era un chimico della DuPont e aveva lavorato nel suo laboratorio di PFOA.
Bill Pullman nei panni di Harry Dietzler, un avvocato infortunista specializzato che ha lavorato con Bilott nella sua causa collettiva contro DuPont.
William Jackson Harper nei panni di James Ross, un altro avvocato della Taft Law e collega di Rob, che ben presto darà del suo per ostacolare Rob e la sua causa.
Colonna Sonora:

A Marcelo Zarvos, rinomato pianista e compositore brasiliano di musica classica e jazz, è stata affidata la composizione della colonna sonora del film. Nella sua lunga e fortunata carriera ventennale, oltre ad aver pubblicato quattro album musicali, ha composto le colonne sonore di alcuni film per il grande schermo, come “The Door in the Floor” (2004), “Sin Nombre” (2009), “New York I Love You” (2009), “Wonder” (2017) e “Atto di fede” (2019) – tra gli altri, ma anche alcune sigle televisive ed anche musiche da teatro.
La colonna sonora del film è, come tante altre colonne sonore, sia composta da componimenti originali che da alcuni brani del repertorio pop dei decenni passati, e vanta classici di John Denver, come Take me home country roads e – non poteva essere altrimenti visto che la West Virginia della canzone è l’ambientazione chiave – e Johnny Cash, che si adatta con aria malinconica e struggente al cuore del racconto.
Per questo film, Zarvos traccia musicalmente il complesso percorso emotivo di Robert mentre passa dallo shock alla paura, alla sofferenza e infine alla speranza. Zarvos cercava questa tensione a basso punto di ebollizione, ovvero qualcosa che fosse a cavallo tra l’emozione e la suspense, essendo questo un thriller, per di più un thriller di Todd Haynes, e allora ha deciso – in concomitanza con il regista – di andare dritto al limite del genere, in modo artistico. Dato il fatto che il film nella sua interezza è una storia epica, la sfida era trovare l’equilibrio tra ciò che si trova in superficie e ciò che si trova appena sotto di essa. E la sua precedente esperienza lavorativa su film come “The Door in the Floor“ e “Sin Nombre“, lo hanno aiutato a mostrare come far emergere ciò che non è apparente sullo schermo e nel profondo delle emozioni reali. Non importa quanto sia eccitante e pericolosa una storia, c’è sempre un elemento emotivo da far emergere. In questo film, ci sono tre turni emotivi che trasformano la partitura: dal primo atto, che è molto thriller; al secondo atto, che è molto più sui ritmi della sfida legale; alla terza parte, che si concentra sul costo umano, non solo su di lui ma anche sulla popolazione della città della Virginia occidentale. La sua sfida era quella di passare da una battuta all’altra, pur facendo sembrare la stessa partitura.
A metà del film c’è un pezzo di nove minuti per pianoforte solista, che Todd era molto desideroso di fare. Nel film, Rob fa finalmente un collegamento chiave tra ciò che DuPont ha fatto e come sta influenzando le persone. Ed essendo lui (Zarvos) un pianista e un compositore, la stesura di una parte strumentale solista così lunga è stata una novità. E non gli era molto chiaro come avrebbe funzionato. Così Todd l’ha diretto come se fosse un attore. Gli ha ricordato un po’ la composizione della colonna sonora di The Door in the Floor. Ricordava di aver pensato ‘che non capiva bene l’intento di Haynes, ma che gli avrebbe dato ciò che voleva’.
Nella prima parte del film, la colonna sonora crea questo inquietante senso di presagio e paranoia, soprattutto nella scena in cui Rob cerca di avviare la sua auto in un parcheggio vuoto. Quella particolare scena nel parcheggio è forse l’esempio migliore di come siamo riusciti a spingere la sensazione che non si sa se quello che si vede è reale o meno. Ma invece di accentuare il pericolo della scena, ha focalizzato la musica su ciò che passava per la mente di Rob. La sua paranoia è legata alle sue emozioni e al suo senso di essere un uomo di famiglia. Man mano che la musica cresce, invece di diventare solo un thriller, diventa sempre più emotiva. All’inizio, Todd disse: “Ogni volta che la musica diventa troppo tesa, non dimentichiamo l’elemento umano”.
Ma come ha fatto Zardos ad ottenere quel suono profondo e represso nella partitura? Fin dall’inizio, Tood era stato chiaro sulla questione di volere che il suono fosse pesantemente elaborato. A parte quel lungo pezzo per pianoforte, tutta la musica, tutti gli archi e gli strumenti sono pesantemente elaborati. Voleva che la musica non si sentisse mai completamente organica. Molti brani hanno un sacco di pad e di elettronica che sono raddoppiati, ma non nel senso di aumentare la partitura. La base della partitura è elettronica, e le corde dal vivo sono raddoppiate per farne una terza cosa che non è né organica, né elettronica. Gran parte del lavoro pianistico include molti echi, ritardi e suoni a scatti, per evidenziare questa idea dell’essere organico influenzato da qualcosa di chimico. Questa sensazione di qualcosa di chimico che corrode il suono degli strumenti diventa un’analogia uditiva con ciò che accade nel film. Allo stesso modo, c’è molto looping, perché ogni volta che una nota viene ripetuta in loop, diventa degenerata solo un po’ di più. Si ha ancora il suono originale, ma ad ogni ripetizione questo diventa più sgranato e degradato.
Mentre gran parte della colonna sonora sottolinea che il film è un thriller, come ha usato la musica per ricordare al pubblico il disastro ecologico al centro della storia?
Musicalmente parlando, questa è stata la spinta della parte finale della colonna sonora. L’ultimo terzo del film diventa progressivamente più incentrato sull’evidenziare il costo umano per queste persone. Come tale, la musica dell’ultimo terzo musicale diventa più emotiva e penso più umana. Abbiamo permesso che la musica colpisse una nota di vera tristezza. Quel tono era nel film fin dall’inizio, ma nella prima parte era sotto la copertura dell’oscurità del genere thriller.
Man mano che la storia diventa più incentrata sulle persone e meno sulle tensioni del caso, la musica diventa più fluttuante e meno tesa. Nel primo atto, quando cerchiamo di capire cosa sta succedendo, il tono è molto sospensivo. Poi la musica ha una sorta di atmosfera da gatto e topo nel procedimento legale. Alla fine, si tratta meno di chi l’ha fatto e più del costo umano. La musica diventa più lenta e triste. Le trame diventano molto meno dissonanti e molto più elegiache man mano che il film arriva alla sua conclusione.
Lista dei brani del repertorio pop:
Take Me Home, Country Roads • John Denver (trailer)
Stop the World (And Let Me Off) • Waylon Jennings
Who Can It Be • Thomas Paxton
Suddenly It’s Spring • Stan Getz
The Heart Is a Lonely Hunter • Reba McEntire
The Real Thing • Kenny Loggins
Here I Am, Lord • Daniel Schutte
A Kiss Goodnight • John Barrett
Deck the Halls With Boughs of Holly • Philadelphia Brass Ensemble
Strawberry Wine • Deana Carter
You Are Near • Daniel Schutte
With Arms Wide Open • Creed
I Won’t Back Down • Johnny Cash
Lista dei componimenti originali:
1. Drive to Parkersburg (1:31)
2. City Montage (1:40)
3. Filing the Suit (1:39)
4. Cow Attack (2:22)
5. Sea of Boxes (1:14)
6. TV Reports (2:04)
7. The Findings (2:40)
8. Helicopter at Wilbur’s (2:21)
9. Teflon Connection (9:29)
10. Memo / EPA Hearing (2:07)
11. Angry Joe (1:58)
12. Leave This Place / Blood Testing (3:20)
13. Funny Teeth (2:11)
14. Still Fighting (0:56)
15. Bucky (2:24)
16. Harry’s Call Center (1:05)
17. Opening Credits (1:50)
18. Meeting Wilbur / PFOA (1:28)
19. DuPont Deposition (3:50)
20. Garage Paranoia (2:26)
21. Rob Brings Report / Wilbur’s Videos (2:19)
22. Dark Waters (2:53)
23. End Credits (3:27)
FINE.
Spero che questa nuova recensione sul film “Cattive Acque” , sia stata di vostro gradimento, e se così fosse, lasciate un like, commentate facendomi sapere che ne pensate, condividete a chi volete e iscrivetemi al mio blog. Al prossimo articolo! Ciaooooo.


























































































