La Dea Fortuna – recensione film.

(ENG) (SPA) (FRA) (DE)

Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo di un film italiano uscito lo scorso anno, verso metà dicembre 2019, che ero molto curioso di vedere, ovvero “La Dea Fortuna” di Ferzan Özpetek, che già dal primo trailer diffuso, mi sono detto “questo film lo deve assolutamente vedere! ”. Oggi sono qui per condividere con voi il mio pensiero in toto sul film. Spero che questa recensione vi piaccia e buona lettura.

All’articolo!



“La Dea Fortuna è un segreto, un trucco magico. Come fai a tenere per sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui/lei ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà per sempre con te.”



Trama:

Arturo e Alessandro, rispettivamente un traduttore e un idraulico, sono una coppia da oltre quindici anni: vivono a Roma circondati da molti amici. La loro relazione è tuttavia in crisi da lungo tempo: passione e complicità si sono spente, e Arturo sopporta consapevolmente le numerose infedeltà di Alessandro, che si è fatto sempre più riservato e taciturno nei suoi confronti. Un giorno Annamaria, migliore amica di Alessandro, affida ai due uomini i due figli Martina e Sandro, di 12 e 9 anni, perché badino a loro mentre lei è in ospedale per alcuni controlli. La sua degenza, programmata inizialmente per pochi giorni, si prolunga a causa della scoperta di una malattia congenita, cosa che necessiterà dapprima una biopsia e successivamente un’operazione chirurgica.

La convivenza con i bambini sconvolge il già precario equilibrio dei due uomini, i quali prendono a litigare spesso causando tensione anche tra i fratellini; Martina inoltre instilla in Arturo il dubbio che Sandro possa essere in realtà figlio di Alessandro, del quale in effetti porta il nome. Successivamente Alessandro scopre che Arturo aveva a sua volta una relazione clandestina con un artista, che va avanti a sua insaputa da oltre due anni: questa è la causa di una forte crisi in seguito alla quale la coppia decide di separarsi. Intanto Annamaria, comprendendo quanto gravi siano le sue condizioni, scrive il proprio testamento in cui nomina Alessandro tutore legale dei suoi figli, ma quando vede i due uomini sconvolti per la loro rottura non ha il cuore di parlargliene.

Con la separazione imminente, Alessandro e Arturo non possono più occuparsi dei bambini, così chiedono ad Annamaria di affidarli a sua madre Elena, una baronessa decaduta che vive in Sicilia; la ragazza la odia e ha chiuso i rapporti con lei in seguito alla morte per overdose del fratello Lorenzo, ma data l’urgenza si lascia convincere. Durante il viaggio in traghetto da Napoli verso Palermo i due uomini hanno un drammatico confronto nel quale si rinfacciano le reciproche mancanze; saranno i bambini a consolarli durante quella che sembra la chiusura definitiva della loro storia. Giunti nella villa settecentesca dove vive Elena, a Bagheria, i due si rendono subito conto che la donna è eccessivamente severa nei confronti dei bambini, ma ritenendo che la loro permanenza sia solo temporanea li lasciano lì. Una volta tornati a Roma, i due assistono alla morte improvvisa di Annamaria.

Tornati in Sicilia per il funerale dell’amica, Alessandro e Arturo si vedono impedire da Elena di vedere i bambini: la donna dimostra di aver sempre saputo tutto della vita di sua figlia, compresa la loro omosessualità, pertanto ritiene che essi non sarebbero in grado di allevarli correttamente. Lea, la governante di Elena, in gran segreto spiega loro che la donna era estremamente cattiva con Annamaria e Lorenzo, al punto di diventare violenta; i due uomini decidono allora di riprendersi con la forza i bambini, chiudendo Elena nello stesso armadio dove per punizione ella chiudeva i suoi figli e, adesso, i nipoti. La donna, pur sopraffatta, minaccia di denunciarli per sottrazione di minorenne.

Sulla via del ritorno, Alessandro e Arturo si fermano lungo la costa, sicuri che tornando a Roma le cose potrebbero precipitare: durante la notte i due si scambiano per la prima volta dopo tanto tempo un gesto di intimità, cosa che prelude a una possibile riconciliazione. Arriva l’alba e tutti e quattro fanno un bagno nel mare: ciascuno esegue un rituale della Dea Fortuna, insegnato loro da Annamaria, che serve a tenere con sé la persona più cara al mondo: guardare fisso il volto della persona desiderata, per poi chiudere gli occhi e subito dopo riaprirli, affinché l’immagine, come fotografata, scenda fino al cuore. Sandro e Martina lo eseguono rivolgendosi a Alessandro e Arturo, che a loro volta si rivolgono l’un l’altro.



Commento:

Il film, vederlo o meno? ASSOLUTAMENTE SIIIIII!!!

Sin dalle prime immagini e dal primo breve trailer ufficiale diffuso, ho avuto grandi ed alte aspettative riguardo questo film, e posso dire con immensa felicità che sono state ampiamente soddisfatte, se non addirittura anche di più. È un film che mi è piaciuto alla follia, nonostante la “complessa semplicità” dell’opera. Ferzan Özpetek non sbaglia mai un film.

Era da un bel po’ che non andavo al cinema a vedere un bel film d’autore. Solo guardando questo film mi sono ritrovato a guardare un tipo di cinema che mi piace da impazzire, ovvero quello d’autore, quello un po’ più di nicchia. Guardando questo film è come respirare una boccata di aria fresca, e per chi come me  ama il cinema di Özpetek – che in molti trovano “simili” su alcuni tratti – , anche se è un cinema molto drammatico, triste, pesante, lui lo fa senza esasperare o esaltare la disperazione, il pianto; ma lo fa sempre lasciandoti una sorta di “presa a bene” finale, diciamo, una sorta di “speranza”, come quella che trova Pandora alla fine del vaso: una Speranza (Elpis). La vita è terribile, agghiacciante, spaventosa, però vale ancora la pena di essere vissuta. Diciamo subito che questo film non ha un caso cosiddetto ‘giallo’ vero e proprio, perché è un film drammatico, però sicuramente ci sono degli altri elementi che se li scoprite guardando pian piano il film, ovviamente ve lo godrete, ne fruirete, in maniera diversa.

“La Dea Fortuna” è una storia corale, com’è nello stile migliore del regista turco, che ricorda, sì, altre sue opere di successo – da Le fate ignoranti Saturno contro Mine vaganti –, ma senza prenderle come obbligatorio punto di riferimento, senza fossilizzarsi su di esse. La coralità della storia è rappresentata da un cast importante e affiatato, rappresentato – oltre ai due attori principali – da vecchie e nuove conoscenze di Özpetek: Serra Yilmaz, Filippo Nigro, Yasmine Trinca, Barbara Alberti e i due bravissimi ragazzini Sara Ciocca ed Edoardo Brandi, ed è una storia intessuta di differenze di genere, di orientamento sessuale, culturale, di condizione sociale o, più semplicemente, di vita, è un elemento gioioso sempre caro ad Özpetek, che qui trascolora nella quotidianità più rassicurante. La felicità – come esprime in maniera evidente la scena del ballo improvvisato sotto la pioggia – consiste nel vivere insieme e condividere determinati, piccoli ma preziosi istanti e null’altro conta, null’altro è visibile al di fuori di questa riconciliazione degli opposti.

L’amore e l’amicizia, i sentimenti parentali, non conoscono quelle categorizzazioni puramente esteriori in cui l’essere umano ama rinchiudersi, e la “dea fortuna” del titolo (elemento allegorico ma anche tangibile a legare gli snodi della narrazione, riferimento a un luogo specifico – il Tempio della Fortuna Primigenia di Palestrina, poco fuori Roma – che fa da sfondo a un frammento non peregrino della vicenda) non basa il suo operato su questo tipo di distinzioni. Semmai, la dea fortuna mette alla prova: non solo la coppia protagonista, ma anche la loro cerchia d’amicizie, gli affetti consolidati: tra questi, Annamaria che all’improvviso riemerge dal passato con due figli al seguito, Martina e Alessandro, e molte incertezze sul futuro.

Ne nasce una sorprendente odissea, un viaggio sia geografico che interiore, che conduce Arturo e Alessandro all’interno, sino al “cuore sacro”, al nucleo ardente e nevralgico della loro relazione in crisi… ma anche all’esterno, attraverso le strade e le piazze di una Roma che si svela: dal quartiere Nomentano a Villa Pamphili, dal Tevere a Palestrina, e oltre, verso Bagheria e una Sicilia dal mare trasparente. Dove, non a caso, il film si apre e si conclude, nel passaggio dalle porte chiuse a chiave di un’antica dimora culla di segreti dolori, orrido regno di una mamma/nonna –“strega” (a questo proposito, mi riferisco il piano-sequenza iniziale, profondamente permeato da quel senso del favolistico, del misterico e, a tratti, del gotico che è una delle marche stilistiche primarie del regista) al sentimento di riconquistata libertà regalato dalla contemplazione della linea di un orizzonte marino, nel finale.

Se “Chiamami con il tuo nome” (2017) era il racconto del primo amore, che è uguale e valido per tutti, ma per come è strutturata la nostra società è ovvio che salti all’occhio il fatto che sia un film a tema LGBTQI+; qui, al contrario, si narra della fine, forse, di un amore adulto, maturo, un tipo di storia che va al disopra del genere e che è un po’ comune e uguale per tutti, che ha sicuramente dei punti in comune analoghi un po’ per tutte quante le coppie, così come lo era “Chiamami con il tuo nome”, però sul primo amore o amori di gioventù; in questo caso è però un film che fa parte delle categoria LGBTQI+ (che ben presto spero venga tolta questa “etichetta” e ci saranno film con persone che si amano o che si odiano, a prescindere dal genere), perché ancora categorizziamo il genere.

Di attori nostrani molto conosciuti ce ne sono parecchi, come Stefano Accorsi (che ha una carriera molto lunga, a partire dallo spot MAXIBON agli inizi degli anni ’90), ma vi è pure Jasmine Trinca, bella, brava, talentuosa, versatile, e anche Edoardo Leo, che praticamente è in qualsiasi film italiano: commedie, drammi…lui c’è! Edoardo Leo è una certezza per il cinema moderno; qualsiasi film, pure film d’animazione, come nel remake del 2019 del 32° classico Disney “Il Re Leone”. È ovunque! È l’unica certezza del cinema italiano degli ultimi anni e anche Ferzan Özpetek l’ha voluto per il suo film. Özpetek lavora – secondo me – in maniera magistrale con i suoi attori, è proprio un artista che io trovo di grande ispirazione per qualsiasi cosa, per il modo di scrivere, di narrare, di lavorare con gli attori. Diciamocelo: lui sa far recitare anche i sassi, perché è vero che la bravura di un attore è molto importante per la sua carriera, ovviamente, ma è anche vero che la direzione del regista è fondamentale per la buona riuscita della recitazione dell’attore nel contesto del film, in accordo con gli altri personaggi che si hanno vicino, e per questo serve la guida, l’occhio esterno e le indicazioni di un regista che ha la visione d’insieme di quello che poi sarà il film. Ferzan è così bravo nel suo lavoro – un po’ come Pupi Avati – che ha fatto recitare chiunque, anche persone fuori dal loro contesto, ha fatto recitare Francesco Arca. La cosa furba, intelligente, che ho notato che fa, è prendere degli attori che siano simili nelle proprie corde (di recitazione) ai personaggi delle sue storie, quindi se ha un personaggio con un determinato carattere, cerca di trovare e associare un attore che sa che si trova a suo agio in quelle corde, e questo è già un aiuto molto grande che lui dà a sé stesso, ma anche all’attore che va a scegliere, ma non solo. Non gli basta mettere un attore semplicemente in una “comfort zone”, quindi non facendo partire da una situazione di “difficoltà”, ma partendo poi da una comfort zone riesce a lavorare bene creando e costruendo un personaggio che non risulti un “macchietta” del personaggio scritto da Özpetek o dello stesso attore, bensì che risulti un personaggio fatto e finito a 360°. In questo film lo si può notare con Jasmine Trinca? No, perché lei è una brava attrice e anche molto versatile, e quindi risulta molto brava, come sempre; come non lo si nota con Stefano Accorsi, anche lui un bravo attore che ha dimostrato negli ultimi anni di essere particolarmente versatile, anche se c’è stato un periodo in cui si è ritrovato incastrato sempre negli stessi ruoli, ma anche con “Veloce come il vento” ha dimostrato di sapere, di poter fare molto altro, ma lo si nota – e l’esempio è calzate – con Edoardo Leo. Lui è un attore che di solito ricopre ruoli più comici, ha un suo stile di fare comicità, di far divertire il pubblico, e ha tante appoggiature: si appoggia su un personaggio ben stereotipato, quindi il personaggio un po’ “grezzo”, ma simpatico, romantico, che funziona una volta, due volte (anche visto nella serie di “Smetto quando voglio”), alla decima volta sembra faccia sempre la stessa cosa, sembra che non possa fare altro, e soprattutto si ha voglia di vederlo in qualcosa di diverso. Tra l’altro, questo modo che ha di caratterizzare questi suoi personaggi comici, che è un po’ un “guitto”, ovvero un attore che si diverte a fare il ruolo che sta facendo, però con l’atteggiamento di “so che sto facendo ridere gli altri.” Si nota che non è a 360° dentro il suo personaggio, perché si vede che sta recitando, perché sa che risulta simpatico e che farà divertire gli altri; quindi risulta un po’ finto. Ecco, qui Özpetek ha preso le caratteristiche migliori di queste corde, ironiche e comiche che ha E. Leo, per metterle in un personaggio che è il suo personaggio nel film, ovvero quello di una persona “grezza”, che si contrappone al personaggio di Accorsi che fa il classico ruolo di una persona intellettuale, mentre Leo è quello un po’ più alla mano, semplice, che ha la romanità nell’accento. Quindi sfrutta tutte queste sue caratteristiche che lui ha e che funzionano e gli dà qualcosa in più, gli dà lo spessore, la struttura del personaggio, dell’attore. Si vede che qui non ce un “guitto”, ma ce la costruzione della personalità di un personaggio che ha anche quelle caratteristiche. Per la prima volta si vede Edoardo Leo che recita, e l’ho apprezzato davvero moltissimo. Tutti gli attori sono molto bravi, alcuni sorprendono più di altri per quello che visto prima dei suoi lavori, diciamo. E su questo si può anche vedere che ci sta anche tanto lavoro dell’attore, ma c’è anche un enorme lavoro della direzione registica, e quando un regista ha questa cura nel dare questa attenzione alla recitazione degli attori è meraviglioso, e si vede tanto! Ma anche la cura nel casting, non solo a trovare attori che si trovino in una “comfort zone” rispetto ai personaggi della sceneggiatura, ma anche proprio, per esempio con il casting dei bambini, cioè la bambina, interpretata da Sara Ciocca, che è un piccolo talento in miniatura, è bravissima! E sinceramente, diciamocelo, quanto è raro vedere nel cinema italiano “castati” dei bambini che hanno talento per la recitazione? davvero poco! Ad esempio, si può vedere come i ragazzini del film dei supereroi “Il Ragazzo invisibile” di G. Salvadores siano terribili! Hanno tutta la vita davanti per studiare recitazione, ma “avoja a magnà pagnotta”; questa bambina è davvero incredibile, proprio brava.

Sicuramente ho amato il tipo di narrazione di questo film, che è la narrazione di Özpetek, quindi da “amatore” del genere, l’ho amato di più. Mi piace questa chicca di inserire un “segreto” nelle sue storie, e anche in questo film vi è un segreto, che si vede sin dall’inizio in una scena che è l’antefatto, in qualche modo, e poi per tutto il film ci si chiede come i personaggi con cui abbiamo a che fare si ricollegheranno a quell’antefatto; molto spesso questo segreto è legato a qualcosa di molto drammatico, ad un trauma, che molto spesso va ricostruito. Un’altra cosa che mi è piaciuta tantissimo del film e che fa parte del suo cinema, è la caratteristica di mettere molto spesso dei brani musicali integrali o quasi, che praticamente danno voce ai pensieri degli attori; quindi si ha una sequenza in cui gli attori non parlano, ma compiono delle azioni, oppure nemmeno compiono delle azioni, ma sono lì che pensano e intanto si può ascoltare un brano e quel brano ti sta raccontando esattamente quello che pensa il personaggio in quel momento, quella che è la situazione tutta intorno.

Un’altra cosa che si può trovare all’interno di questo film è un ritmo moderato, un ritmo più lento, non estremamente lento, anzi potremmo definirlo addirittura “il ritmo giusto, perfetto”; e la pecca è il fatto che siamo abituati ad un ritmo molto più forsennato che viene dal cinema internazionale, però qui ce un ritmo giusto, e soprattutto troverete quelle magnifiche sospensioni del tempo che sono le pause di silenzio tra gli attori, e sono delle pause cariche di “non-detto”, di tensione, di forza, di energia, ed è difficilissimo creare una cosa del genere. Sembra facile, ma non lo è affatto, perché una pausa può risultare vuota in maniera estremamente facile in un film; mentre riuscire a dare tutta quella densità di significato ad una pausa alla fine di una scena, che si prende un respiro tra un taglio e l’altro, riempie tantissimo il film, è magnifico, e soprattutto deve avere una storia densa e deve avere degli attori che reggano quelle pause. Non tutti gli attori reggono quelle pause o reggono i piani d’ascolto. Sono davvero moltissimi gli aspetti interessanti del modo di raccontare questa storia: innanzitutto la “DESTRUTTURAZIONE” e la “RISTRUTTURAZIONE” del dramma.

All’inizio del film noi veniamo a sapere che Annamaria (J. Trinca) potrebbe essere malata, deve fare degli accertamenti e andiamo a pensare che si tratti di un tumore, anche perché la narrazione cinematografica negli ultimi anni ci ha abituato che un brutto male è al 99% un tumore, o ci ha abituato comunque a molti personaggi che muoiono di questo male. È un po’ il male della nostra epoca, la piaga di questa epoca, no, e quindi diciamo sembra che sia così. Lei viene ricoverata, vengono fatti degli accertamenti e ti viene detto che in realtà non è così, che lei non ha quel male, ma una malformazione congenita alla testa, che è operabile, e che lei si salverà. E questa è la seconda fase. Nella terza fase, invece, il personaggio che la Trinca interpreta, muore a causa di questa malformazione. Queste tre fasi destrutturano il dramma e poi lo ristrutturano:

Nella prima fase, già partiamo sapendo che il personaggio è ammalato, quindi si è preparati, lo si è visto in altri film, si pensa che il male sia questo, quello “famoso”, “celebre”, quindi ci si abitua all’idea che questo personaggio probabilmente morirà o insomma non farà una bella fine.

Nella seconda fase, invece, ci viene detto: ‘No, non è quel male e non è così! Il personaggio sopravvivrà.’, e quindi si pensa in qualche modo “Ah okay, vedi, qualcosa di diverso, non si parla del solito male e soprattutto, vedi, ci hanno messo il dramma all’inizio, però poi era una di quelle cose che poi alla fine non succede” (quello che sembrava l’allarme iniziale). Dopo che ci si “tranquillizza”, e quindi il dramma iniziale che ci stava facendo angosciare finisce, arriva la mazzata! La botta tra capo e collo. Dopo la calma, ributta il dramma, perché all’improvviso lei muore, proprio improvvisamente e proprio lì davanti a i loro occhi (di Alessandro e Arturo), senza che ci sia una operazione di mezzo o altro, e ci si rimane male, perché quando meno lo si aspetta ricompare il dramma, e secondo me questa cosa è molto potente perché non ti da un dramma di default, ma lo “destruttura” e poi te lo “RIPROPONE”, ed è lì che ti prende di sorpresa.

Nel film ci sono due monologhi che vengono dati ai due protagonisti principali, che sono molto belli, profondi, che rappresentano molto i loro personaggi, ma rappresentano anche molto i pensieri, le opinioni, le emozioni, i sentimenti, che sono comuni a tanti di noi, cose che abbiamo pensato, che ci sono accadute, e sono due monologhi interpretati magistralmente, e nello specifico Accorsi è da commuoversi proprio. La cosa bella è sempre questo contrasto con il dramma, e quindi il fatto che E. Leo fa tutto il suo monologo sulle scale dell’ospedale e parlando dell’inutilità che prova, all’impotenza di quanto si sente inutile e poi il personaggio di Accorsi smorzerà con una battuta sul suo (in realtà) effettivo talento di allacciare i caschi e di non essere, quindi, totalmente inutile. Stessa cosa succederà sul monologo di Accori che avviene sul traghetto per raggiungere la Sicilia: terribile, struggente, ma poetico, su come “invecchia” una relazione, su come ti passa tutta la vita davanti, su quello che poi rimane delle relazioni tra persone che si amano, e quello che rimane dei sentimenti e che fine ha fatto la sua vita, e il monologo si conclude con la frase “…pensavo saremmo invecchiati insieme.“, un grande classico, smorzato dalla bravissima bambina. Infatti, essendo lei una bambina, loro sono già vecchi ai suoi occhi e quindi lei gli dice “Voi siete già vecchi.” Quindi questo contrasto, che è la vita stessa, che un giorno è una tragedia e il giorno dopo è una commedia; c’è sempre questo spirito che per quanto le cose vadano male, in qualche modo ce la si può fare, in qualche modo ce la si può cavare. Altro punto del film che mi è piaciuto moltissimo è stata la lite tra Alessandro (Leo) e Arturo (Accorsi), quella che avviene quando sono a pranzo sul traghetto, e mentre i bambini si alzano per andare a mangiare il gelato, rimangono loro due soli al tavolo ed è bello come si scambiano i ruoli, l’uno per ferire l’altro. In quel momento Alessandro (Leo) – che viene presentato, rappresentato e additato come un “bambinone” cresciuto, diciamo, dà al personaggio di Accorsi (Arturo) – che invece è quello sofisticato, raffinato, intellettuale, il traduttore; mentre l’altro fa l’idraulico –, in quel momento il personaggio di E. Leo parla al personaggio di Accorsi per ferirlo, nel suo linguaggio, e quindi usa un modo di comunicare più adulto rispetto ai suoi standard, concludendo la sua riflessione ‘dandogli del fallito’ nella sua vita, diciamo, però usando un modo di comunicare e un linguaggio con parole forti, infatti parla appunto come un adulto, e questo è il linguaggio dell’altro personaggio, quello di parlare appunto da adulto tra adulti, e lo ferisce profondamente, davvero tanto. La reazione di Accorsi, che invece è il personaggio più intellettuale, è quello di usare un altro codice di linguaggio che è quello che ferisce l’altro, ovvero un linguaggio più infantile, più da bambino (peraltro non verbale) perché la sua reazione a quel lungo monologo su quanto l’altro sia inadeguato, è quella proprio di alzarsi e andarsene, come un bambino, appunto, in maniera infantile. E una volta che se n’è andato, torna indietro, prende il ketchup e ne spreme tantissimo nel piatto di patatine di E. Leo, che precedentemente glielo aveva chiesto, e il personaggio di E. Leo si commuove, proprio come un bimbo al quale è stato fatto un dispetto da una persona che ama. Siamo a livelli altissimi di scrittura, perché i due personaggi che per ferirsi a vicenda invertono il loro modo di dialogare. Qui si può fare caso al tipo di scrittura che vi è dietro, ovvero un tipo di scrittura che ha dietro uno studio nella creazione e nella costruzione dei personaggi. Da qui mi collego ad un’altra cosa che mi è piaciuta molto e che sta nella cura dei dettagli, vedere come Özpetek utilizza il cibo sul set, come abbiamo appena visto nella scena di cui vi ho parlato poco fa, quella del ketchup, che usa questo ketchup come se fosse una pugnalata di sangue che dà all’altro; oppure è molto interessante l’uso del cibo proprio perché sono degli strumenti che si danno agli attori mentre loro recitano, sono strumenti per aiutarsi, per appoggiarsi, per costruire un personaggio, sono strumenti per renderlo vivido, vero, che attraversa lo schermo e, soprattutto, per dare dei messaggi, dei dettagli subliminali, come la scena della lite a casa loro, tra i due protagonisti, quando Alessandro ha appena scoperto che Arturo lo tradisce da due anni con la stessa persona; mentre hanno questa lite, Alessandro sbuccia e mangia questa arancia e l’arancia – essendo un agrume, è un frutto che per quanto dolce possa essere, è apprezzabile proprio per la sua asprezza, per il fatto che sia un po’ acido –, e in quel momento di grande difficoltà per la scoperta del tradimento del suo compagno, lui sta proprio mangiando questo agrume, questo boccone “non amaro”, ma “boccone aspro”. Una immagine molto bella ed evocativa. In questo film ci sono così tante cose belle, dettagli, che queste sopra citate sono solo alcune. Un’altra cosa che si può notare, e che accompagna la questione dei silenzi densi e pregni di significato, è il fatto di vedere i due protagonisti, tra i quali c’è stato un grande sentimento, che praticamente non si toccano mai, eppure nonostante ciò, riesce a creare una tensione fortissima tra i due, davvero densa che si potrebbe prendere a blocchi e spostare da una parte all’altra, e anche questa è una cosa incredibilmente difficile da creare tra due attori e tra due personaggi, e ovviamente dietro ci sarà un lavoro meraviglioso ed incredibile. La potenza di questo sentimento, la densità di questo sentimento, nonostante il fatto che gli attori non si tocchino praticamente mai, eppure c’è questa costante latente, questa esplosiva tensione tra i due, che sia essa una tensione di rabbia, tensione erotica e molto altro ancora. È davvero ben, ben, ben fatto!

Un’altra scena che ho amato tantissimo è una scena che avviene all’improvviso ed è la scena della danza sotto la pioggia. Alla fine di una cena i nostri personaggi sono a rilassarsi e si godono quei doni che la serata dà nella veranda del loro appartamento, e d’improvviso mentre il cielo notturno minaccia tempesta e pioggia torrenziale, un personaggio (Mina) si alza per ballare e prende per mano la piccola Martina per farla unire a lei nella danza, e qui iniziano a sentirsi le prime note, emesse da un piccolo stereo, di un brano turco dal ritmo vivace e allegro che ti resta dentro, e lì mentre le due stanno ballando, e pian piano anche gli altri personaggi si alzano per unirsi a loro due e danzare, dal cielo notturno inizia a scendere giù, su di loro come una sorta di benedizione, come un dono, tantissima pioggia torrenziale. La musica continua – coinvolgendo sempre di più i personaggi stessi e anche gli spettatori nella scena in questione – mentre i nostri personaggi continuano a ballare sotto la pioggia, continuando a gioire di quel dono, di quella pioggia, di quella benedizione. La felicità espressa in questa scena consiste nel vivere insieme e condividere determinati, piccoli ma preziosi istanti e null’altro conta, null’altro è visibile al di fuori di questa riconciliazione degli opposti.

A questa scena potremmo dire sia collegata un’altra scena che mi è piaciuta moltissimo, e cronologicamente si trova subito dopo l’inizio del film, ed è la scena in cui il ricevimento di un matrimonio di una coppia arcobaleno si sta svolgendo in una casa, e non come è diffuso, in un ristorante o un luogo adibito ai ricevimenti, e tutta la festa si sta riprendendo in maniera amatoriale con un cellulare, e si capisce per la qualità della fotografia, dal fatto che la mano non è ferma, ma ballerina, un po’ tremante, e questo è il bello della scena stessa, e al contempo ci sono questi piani sequenza che si intersecano ai titoli iniziali, in cui si vede come un ricevimento, che sia un matrimonio o una festa, siano le più belle se passate e festeggiate con le persone con cui si sta bene e a cui si vuole bene. Il ricevimento di questo matrimonio ripreso con un cellulare – che appunto segue al piano sequenza dei titoli iniziali, quello in cui si allude al trauma infantile che troverà decodifica e replica nell’epilogo, – diventa la rapida presentazione dei personaggi principali del racconto e del contesto sociale che li accoglie. Qui siamo nell’Özpetek più riconoscibile, nella proposta di una personale mitologia, quella di una comunità solidale che intercetta culture e etnie diverse, una bolla ideale nella quale qualsiasi scelta sessuale trova espressione e nessun giudizio. Nell’ambito così delineato si inscrive la storia di Arturo e Alessandro, compagni di vita in crisi da tempo, oramai avviatisi sulla via dell’inevitabile imborghesirsi: una coppia aperta più per evitare o rinviare la rottura che per reale convinzione, due caratteri diversi segnati da una differente estrazione sociale e la cui distanza, anche culturale, si è fatta nel tempo brutalmente economica. Il rapporto di coppia è quindi sfaccettato e sfumato a dovere: le sue problematiche, il suo quotidiano, il modo in cui si espongono le radici dei contrasti, il riottoso chiudersi alle ragioni dell’altro dicono verosimiglianza. L’arrivo di Annamaria e dei suoi bambini, la sua malattia e l’ombra di una morte che sappiamo non potrà non arrivare, mettono in moto l’intreccio virandolo sul tema dell’adozione omogenitoriale.

L’ultima parte, la parte di Romoli, che si allontana dal suo cinema più classico e si avvicina a quello più azzardato e sperimentale, dal fantasy/fantasmatico “Magnifica presenza al mistery “Napoli velata, assumendo vaghe tinte horror e chiaroscuri psicoanalitici, ma senza radicarli troppo nel racconto, quasi accostandoli.

Se il mondo di Özpetek è il condominio e la sua vita, Serra Yilmaz che si affaccia ed è sempre pronta a venire a pranzare o cenare da te e a parlare con te, gli amici. Ma non solo questo, anche il trascorrere del tempo, perché qui non troviamo più il Ferzan de “Le Fate Ignoranti”; il mondo di Romoli è quello scuro, gotico, crudo, inquietante. Il film è magnifico proprio perché noi spettatori dimentichiamo, in un certo senso, il mondo di Romoli con tutta la sua oscurità, – anche perché dura molto poco l’introduzione, per poi riprenderlo verso la fine della seconda metà del film – per poi entrare dentro il mondo di Özpetek. Inoltre, la meraviglia del film è che c’è una doppia lettura, molto bella. Il primo livello di lettura è questa storia d’amore stupenda, che riguarda anche l’amicizia, la coppia, il tempo che passa e la paternità. Il secondo livello di lettura è che un film che mette in conflitto i mondi di Gianni Romoli e di Ferzan Ozpetek. Romoli è la parte “dark”, horror, la parte “Dario Argento”, lui è quello per la morte dell’amore, è il più tenebroso tra i due.

Figure con teste di teschi, ci troviamo intrappolati in stanze inquietanti, ci troviamo intrappolati in case enormi con corridori solitari in cui essere soli con le nostre paure, in stanze nelle quali ci chiudiamo o veniamo chiusi, e la richiesta d’aiuto tarda a giungere a destinazione, non c’è nessuno, tranne una camera che penetra in questa casa degli orrori, in questa casa dei nostri traumi infantili… sembra stia iniziando “Profondo Rosso” di Dario Argento da un momento all’altro, nel bel mezzo di un altro film.

E questo film è pazzesco proprio perché vi è l’interazione di questi mondi, già presenti, ad esempio, all’interno di “Cuore Sacro” del 2005 dello stesso Ozpetek. Come in quel film, così come in questo, c’era una camera che filmava le pareti di una casa che contenevano il dolore e l’orrore. In questo film vi è lo stesso incipit. Dopo questo inizio misterioso con persone intrappolate che chiedono aiuto, all’improvviso, ci si ritrova a Roma e veniamo in contatto con i due protagonisti e la loro storia. Nei primi dieci minuti passiamo dal mondo di Romoli al mondo della festa e della condivisone di Ozpetek. Il buffo sodalizio tra questi due, tra il “depresso ironico argento” e questo meraviglioso turco italiano, bello, morbido. Questo film è uno di quelli in cui questi due mondi entrano in conflitto. Quel mondo della paura, che poi scopriremo essere Sicilia, bella, di una nobiltà decaduta, della perversione, degli interni soffocanti, dei nostri traumi infantili, queste figure femminili che dire “streghe” è poco; poi entra in contatto con questa vita borghese, sotto il sole di Roma, ed entriamo nella storia di Arturo e Alessandro che sono una coppia traumatica, problematica.

Uno dei temi del film è sicuramente quello che sta affrontando ultimamente – in generale – il cinema contemporaneo, ovvero quello della genitorialità, ma una genitorialità ovviamente che fa capo a delle famiglie che non sono quelle “tradizionali”, in questo caso ad una famiglia arcobaleno composta da due uomini, che si trovano a dover gestire due bambini e quanto la famiglia natale (in questo caso si parla di una nonna con un carattere terribile, che ha causato dei traumi non indifferenti ai propri figli e che stava per farlo anche ai nipoti); comunque, come non è detto che la tua famiglia originaria sia la famiglia giusta, o comunque la famiglia impostata in maniera tradizionale, non è detto che sia l’unica possibile e sana, ma in questo caso, i bambini stanno meglio con i genitori acquisiti, nonostante non siano una famiglia tradizionale, ma siano in questo caso due uomini.

Come ho detto prima, all’inizio di questa sezione, Ferzan Özpetek non sbaglia mai un film. Per questo film ha preso spunto da una vicenda personale accadutagli. Un paio di anni fa riceve una telefonata da sua cognata, che gli comunica che il fratello ha un brutto male, e gli chiede l’impegno di badare ai suoi figli, nel caso dovesse capitare qualcosa di brutto anche a lei. Ovviamente le ha risposto subito di sì, di getto. Ma poi la cosa lo ha fatto riflettere. Con il suo compagno non aveva mai preso in considerazione l’idea di assumersi la responsabilità di avere dei minori a cui badare, come genitori adottivi. Questa vicenda personale accadutagli lo ha portato ad interessarsi, nel suo lavoro, nel voler trattare di un amore di coppia nella fase in cui, dopo una lunga convivenza, viene meno la passione, e si trasforma in qualcosa d’altro. A questo ha intricato, connesso all’amore, l’antico concetto di “Fortuna”, che non coincide esattamente con la buona sorte. Bella e significativa, al proposito, è la frase ripetuta sia da uno dei piccolissimi protagonisti, che, poi, più avanti da Jasmine Trinca che è: “La Dea Fortuna e un segreto, un trucco magico. Come fai a tenere sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà sempre con te.”.Con “La Dea Fortuna”, Özpetek, torna alle atmosfere che sono di più nelle corde del cineasta italo-turco, quelle delle storie d’amore incastonate in una storia collettiva. Questo film è un film di raffinata bellezza e di intense emozioni, un classico “Ozpetek touch”, con attori sublimi, che, al solito con Özpetek, danno il meglio di sé, ed il meglio di sempre. Tutti perfettamente in parte.

Mentre cercavo notizie per scrivere questa recensione, mi ha colpito e incuriosito la lunga ed articolata “domanda” di una giornalista al regista turco sul questo suo nuovo film, al quale chiede: «Ferzan il tuo cinema tocca le corde dell’anima dello spettatore, come pochi. Le musiche giocano un ruolo importante. Come hai lavorato con Pasquale Catalano, con il quale hai collaborato più volte in passato, con risultati eccellenti in “Napoli Velata”? Con questo film mi pare vi siate spinti ancora oltre… E poi ho un paio di curiosità di scenografia: hai chiesto tu di avere a casa dell’artista, l’amante di Arturo, lenzuola di colore “Rosso Istanbul”? E come è stato scelto come luogo delle riprese il celebre ‘Palazzo del Sole’ di via della Lega Lombarda, di fronte al cinema Jolly, realizzato negli anni ’30 dall’Arch. Innocenzo Sabbatini, riportato in tutti i libri di architettura per la caratteristica struttura a terrazze degradanti, perfetta per la vita corale di comunità che rappresenti nel tuo film?». E la risposta di Ferzan Özpetek è stata: «Grazie a Giulia Busnengo, grazie ad una scenografa al suo debutto. Era una assistente sul set de “Le Fate Ignoranti”. Prima è diventata una grande arredatrice. L’ho conosciuta. È stata molto meticolosa. Le ho detto che volevo un’ambientazione come il quartiere de “Le Fate Ignoranti”, dove vivo da anni, ma che non ha più il carattere che aveva una volta. Poi ho cambiato idea. Volevo un quartiere con quelle caratteristiche simili. Lei ha trovato e scelto quell’edificio. Appena siamo entrati in casa ho detto subito che andava bene, senza nemmeno vedere le altre proposte. Era stupendo, l’ideale… Io stesso vorrei una casa cosi nella mia vita. Quando mi ha chiesto se la casa andasse bene, le ho subito detto che era perfetta… […] Ho mandato le foto, la musica – anche se ogni tanto do retta alle persone che mi dicono: “usi troppa musica.” In qualche film ho cercato di trattenermi sulla musica. In questo ho detto: “non mi trattengo”. Ci deve essere un’atmosfera. Sono stato molto libero. La canzone di Mina: una certezza! Il brano di Diodato… quando l’ho ascoltato, qualcosa mi ha emozionato, mi ha fatto fremere…. non avevo la canzone per i titoli di coda. Lui (Pasquale Catalano) viene a casa, e mi dice: “Ti faccio sentire qualcosa di Diodato”. Dopo 20 secondi ho stoppato ed ho detto: “Questa!”. Quando senti qualcosa che ti fa avere un sussulto, è quella. È un po’ come quando si incontrano le persone. Ho l’idea in genere, che ci sono delle persone che incontri, e dici: “non mi convince.”. Magari, poi ci fai anche amicizia. Ma poi torna quella prima sensazione. Io sono così, un animale con il sesto senso sulle cose.»

Anche in ambito di ambientazioni e luoghi scelti, questo film è spettacolare. La storia si svolge attraverso le strade e le piazze di una Roma che si svela: dal quartiere Nomentano a Villa Pamphili, dal Tevere a Palestrina, e oltre, verso Bagheria e in una Sicilia dal mare trasparente – dove, non a caso, il film si apre e si conclude, nel passaggio dalle porte chiuse a chiave di un’antica dimora culla di segreti dolori e al sentimento di riconquistata libertà regalato dalla contemplazione della linea di un orizzonte marino, nel finale. Qui non troviamo una Roma riconoscibile, una Roma “centrale”, in cui figura San Pietro e la sua piazza che dà l’illusione di abbracciare il popolo, o Piazza del Popolo e Via del Corso, o ancora il Colosseo, i Fori Imperiali e la sua via, o ancora l’Altare della Patria, ma figurano più luoghi meno visitati,

meno centrali, come il quartiere Ostiense, la Nomentana, e in alcuni casi, anche luoghi fuori dal centro, come Palestrina e il suo Tempio della Fortuna Primigenia. Uscendo dal Lazio, anche qui ci si svela una Sicilia sconosciuta, nonostante sia raffigurata Villa Valguarnera nella zona Vergine Maria di Palermo, a Bagheria.

Sul Tempio della Fortuna Primigenia il regista sottolinea che si tratta di «un complesso sacro dedicato alla Dea Fortuna. Ma non è, come molti pensano, riferita solo alla “buona sorte”; è fondamentale il modo in cui ognuno di noi reagisce al Caso e alla Fortuna. Siamo noi che determiniamo se quello che ci succede è positivo o negativo. C’è chi lo chiama libero arbitrio. A parte l’affetto che ho per quel luogo, mi sembrava perfetto come riflessione di partenza per raccontare una storia d’amore che ancora non avevo mai raccontato».

Infine, Villa Valguarnera di Bagheria nei ricordi di Özpetek «sembrava la casa di Hansel e Gretel, era quello che volevo. Anche con i suoi macabri affreschi, fatti realizzare dal bisnonno della proprietaria, una amica di Giuseppe Tornatore, come a invitare tutti a godere del buon cibo e della vita perché la morte prima o poi arriva per tutti». Un po’ almodovariano per forma e contenuti, saturo di colori (dei cibi, delle ambientazioni), di sentimenti e sentimentalismi, di sguardi (intensissimi quelli che si scambiano Alessandro e Arturo, fra di loro e con i due bambini che gli vengono affidati), discussioni e riflessioni.

“La Dea Fortuna” è diverso da ciò che appare in prima istanza. A dispetto dell’involucro che lo avvolge, non è basato sull’eccesso: è malinconico e gioioso nel dipingere i paradossi del vivere, l’ansia del tempo che scorre, la lenta consunzione della passione che, diventa, però, un sentimento nuovo. A questi temi Özpetek affianca, con estrema naturalezza, il delicato ma fondante discorso sulla bellezza e la legittimità dell’idea di famiglia, anche quando quest’ultima non si declina nella maniera più tradizionale (e, del resto, la storia familiare di Annamaria si rivela, in questo senso, emblematica). La dea fortuna può non essere il miglior film del regista turco, ma è senza dubbio uno fra i più sinceri, anche nel condividere con lo spettatore la consapevolezza della caducità di ogni cosa: finire, come nella canzone di De André, ma con un ridere rauco/E ricordi tanti/E nemmeno un rimpianto.

Per concludere, dico che il punto forte di questa pellicola è quello sorpassare senza troppi riguardi le tendenze del momento. Oggi, per produrre “cultura per bene” significa sponsorizzare l’omosessualità in tutte le sue forme, nelle modalità più disparate, passando dalla commedia al dramma, nel tentativo apparente di distruggere ogni cliché e spazio d’ignoranza. Chiunque può riconoscersi in questo e può commuoversi, dal momento che il film tratta anche di perdita, abbandono e in un certo senso anche di adozione, nel dramma e nella potenza di potersi affidare di nuovo a qualcuno. È l’universalità disarmante di questi temi, che riguardano genericamente l’elemento umano, a rendere “La dea Fortuna” un film degno di una nota positiva: lo distanzia da chi ha analizzato le diversità attraverso le diversità, pensando di produrre qualcosa di nuovo senza aggiungere, in verità, niente di originale.



Costumi, trucco e parrucco:

I costumi per il film “La Dea Fortuna” sono stati affidati ai costumisti Alessandro Lai e Monica Gaetani.

Nella sua carriera ventennale, Alessandro Lai ha collaborato con molti registi e in molti film per il cinema, come in “Rosa e Cornelia” (2000) di Giorgio Treves, “Bellas Mariposas” (2012) di Salvatore Mereu e “Lezioni di volo” (2007) di Francesca Archibugi – tra gli altri – e per la televisione, come in “Romeo e giulietta” (2014) di Riccardo Donna, per “I Medici” (2016-2018) o ancora per “Diavoli” (2020), ma ha collaborato maggiormente con Özpetek in molti dei suoi film, tra cui “Saturno Contro” (2007), “Mine vaganti” (2010) e “Magnifica Presenza” (2012) e con la Archibugi, ai quali da molti anni è legato professionalmente e collabora con loro per la creazione di molte delle loro opere cinematografiche. Lai ha pure vinto molti premi, tra cui molti David di Donatello e vari Nastro d’argento.

Così come Alessandro Lai, anche Monica Gaetani nella sua carriera più che decennale ha collaborato con molti registi per svariati film per il cinema, tra cui “Croce e Delizia” (2019) di Simone Giordano, “Metti la nonna in freezer” (2018) di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, e film per la televisione (Un Passo dal Cielo – 2011).

I due costumisti sono stati molto bravi nello scegliere i costumi per questo film, perché così come può esserlo una battuta o una parola, o addirittura una movenza o una espressione, hanno fatto in modo che i costumi di molti dei personaggi riflettessero il personaggio stesso, oltre al fatto di inserire dei riferimenti ad altri film di Özpetek. Ad esempio, Arturo, il personaggio di Accorsi è caratterizzato da un look casual-chic, con camice colorate a tinta unita e pantaloni abbinati, e a volte anche giacca abbinata ai pantaloni, in colori chiari come il bianco, l’azzurro, beige, per scarpe mocassini, francesine; viso sbarbato, se non per un baffo molto folto sul prolabio e capelli sempre a posto; tutt’altro look ha Alessandro, il personaggio di Leo, che ha un look più sbarazzino, più semplice, più funzionale – dato il suo lavoro –, un look composto da magliette multi-color nelle nuances del nero e del grigio a manica corta, jeans, scarponi o scarpe sportive, raramente indossa camicie e giacche; il suo viso barbuto, duro, capelli mossi, scompigliati; invece il look di Annamaria (Trinca) è casual-chic/elegante, con svariati outfit tra pantaloni e gonne, maglie a manica corta colorate o a fantasia e camicie, sulle stesse nuances di colore di Arturo, capelli sempre a posto, viso molto naturale e semplice. Sierra, il personaggio di Sierra Yilmaz, ha il suo solito stile: camicioni larghi e lunghi con pantaloni abbinati in vari colori e pattern floreali o maglie larghe e lunghe in pendant, scarpe basse, solito riconoscibile taglio corto biondo platino, con in viso uno smokey eye nero, gote e rossetto rosa chiaro. Mentre Michele il pittore, l’amante di Arturo, ha un look molto sbarazzino, un look da “bello e dannato”, con camicia larga e comoda aperta sul davanti, pantaloni comodi, un po’ larghi e lunghi, piedi scalzi, capelli ricci e scomposti che ricadono sulla fronte e nella parte posteriore fin sopra le orecchie, con qualche macchia di colore addosso e pennello alla mano.



Attori:

Edoardo Leo nei panni di Alessandro Marchetti, un idraulico romano sposato con Arturo.


Stefano Accorsi nei panni di Arturo, un traduttore freelance, con il sogno infranto di diventare uno scrittore, sposato con Alessandro.


Jasmine Trinca nei panni di Annamaria Muscarà, amica di vecchia data di Alessandro, ma anche amica della coppia, che porterà un po’ di scompiglio, ma anche tante cose positive.


Sara Ciocca nei panni di Martina Muscarà, figlia di Annamaria, dallo spirito ribelle e libero come la madre, sorella di Alessandro.


Edoardo Brandi nei panni di Alessandro Muscarà, secondo figlio di Annamaria, timido e impulsivo, fratello di Martina.


Serra Yilmaz nei panni di Esra, una wedding planner romana che lavora insieme alla propria figliatransessualeMina’, nonché amica e vicina di casa della coppia.

Cristina Bugatty nei panni di Mina, figlia transessuale di Esra, wedding planner insieme alla madre, nonché amica e vicina della coppia.

Matteo Martari nei panni di Michele, il pittore-amante fisso, da due anni, di Arturo.

Barbara Alberti nei panni di Elena Muscarà, la madre (di Annamaria) e nonna molto severa e rigida.

Dora Romano nei panni di Lea, governante della Villa di Elena, ma anche sua stretta confidente, la quale è stata più “madre” per Annamaria di quanto non lo sia stata Elena, comprensiva e buona.

Filippo Nigro nei panni di Filippo, un nuovo che soffre di Alzheimer precoce e che continua ad innamorarsi della donna che ha sposato, Ginevra, che dà una mano al lavoro della moglie,nonché amico della coppia.

Pia Lanciotti nei panni di Ginevra, sposata con Filippo, e gestiscono insieme un’attività.

Carmine Recano nei panni del dottore che opera nel settore in cui Annamaria è ricoverata.



Colonna Sonora:

A Pasquale Catalano, abile musicista e compositore napoletano, è stata affidata la composizione e l’assemblamento della colonna sonora originale del film. Catalano ha già lavorato diverse volte con Özpetek per comporre le colonne sonore di altri suoi film, come nel film “Mine vaganti” del 2010 – per il quale ottiene una candidatura ai David di Donatello 2010 –, in “Allacciate le cinture” del 2014, in “Napoli Velata” del 2017, e in tanti altri film. Questa colonna sonora è un mix di brani e componimenti originali, e la melodia ha un sapore “italo-turco”.

Come sappiamo, canzoni e colonna sonora sono elementi centrali per la buona riuscita di un film. E Ferzan Özpetek ne è ben consapevole, ponendo una grande attenzione nei riguardi del comparto musicale dei suoi lavori, finendo con l’elevare la colonna sonora non solo ad un elemento portante della sua filmografia, ma anche, se vogliamo, ad un suo tratto peculiare, cercando di nutrire il suo cinema di una costante compenetrazione fra suoni e immagini. Molto spesso perfetta. Grazie a brani entrati subito nell’immaginario collettivo.

Significativa fin da Le Fate Ignoranti, la collaborazione tra il regista di origini turche e i vari artisti della scena nostrana è stata sempre salda, felice e puntualmente rinnovata. Come ha dichiarato di recente per Ferzan il lavoro sulle canzoni è qualcosa di prioritario: «Spesso scrivo le scene dei miei film ascoltando le canzoni, non sono io a cercare i brani giusti per i miei film, sono loro che trovano me».

Nei tre trailer che hanno anticipato l’uscita del film, sono state utilizzate tre differenti canzoni: nel primo trailer reso disponibile troviamo il brano “Aldatildik della cantante turca Sezen Aksu. La particolarità di questa bellissima ballata sta nel forte contrasto tra il suo ritmo, così vivace e allegro, e le parole del suo testo, che ci raccontano di una visione drammatica dell’amore, un sentimento costellato da bugie e che riesce solo ad infliggere del dolore.

La scelta di Özpetek di collocarlo nel momento catartico del ballo collettivo sotto la pioggia dei personaggi può essere forse spiegata dalle circostanze in cui questo rito di gruppo avviene: i protagonisti si trovano a celebrare un momento di sincera felicità vissuto insieme, ma all’interno di una esplosione emotiva molto potente, che lascia scorie complesse e pesanti dentro di loro.

Nel secondo trailer si può ascoltare per la prima volta e in anteprima il brano “Luna Diamante” di Mina e Ivano Fossati – di fatto anticipando l’album Mina Fossati –. Intanto questo brano (Luna Diamante) lega La Dea Fortuna alla voce più famosa della canzone italiana, Mina, inseguita da anni e ora una delle incursioni canore più riuscite del suo cinema. Il brano Luna Diamante, scelto da Özpetek per il suo film, è scritto da Ivano Fossati e cantato a due voci con Mina. La canzone fa da cornice ai sentimenti contrastanti che animano l’ormai difficile rapporto tra i due protagonisti Arturo e Alessandro, fatto di tante incomprensioni, mancanze e rimorsi, ma al centro del quale rimane un forte e ingombrante sentimento di amore. Il brano racconta anche il valore dell’attesa, quello del perdono e del ritrovarsi. E la voce di Mina è appassionata, sorretta solo dal pianoforte e dall’orchestra d’archi. Il videoclip ufficiale, firmato dal regista, mostra un originale montaggio di alcune scene del film, rielaborate ad hoc con l’inserimento delle grafiche del disco.

Nel terzo trailer si può ascoltare il brano “Che Vita Meravigliosa” di Diodato. (anche questo anticipando l’album di Diodato – Che vita Meravigliosa). Questo brano suggella lo spirito del film di Özpetek e del lavoro che c’è dietro. La sua scelta come parte della colonna sonora è puro istinto, all’interno di una lavorazione durante la quale il regista di origini turche ha deciso di buttare a mare tutti i termometri per riuscire a raccontare una storia che parlasse di lui, della sua visione della vita e dei sentimenti. E di questo parla Diodato nel suo brano: delle difficoltà, delle emozioni, dei tanti ostacoli che sono all’interno di una vita paragonata ad un mare in tempesta, in cui è pericoloso nuotare, ma a cui è anche impossibile resistere.

Le tre canzoni sono anche presenti nella tracklist della colonna sonora, nella quale spicca una seconda canzone di Mina intitolata “Chihuahua. È, inoltre, presente il brano “Veinte Años” di Isaac & Nora, due bambini di 11 e 8 anni che cono stati introdotti alla musica dal padre Nicolas, mentre la madre Catherine è la loro cameraman.

Per quanto concerne invece i componimenti musicali, sono tutti molto belli e orecchiabili, e mi sono piaciuti tutti e nove i componimenti, alcuni più, alcuni meno. Ma il terzo, il quinto e il sesto sono i miei preferiti.

  • Il primo componimento “Armarium Sicilis”, inizia con questo ritmo incalzante composto da archi, ai quali – dopo un po’ – si aggiungono altri archi, per “aggravare” il tono, e ottenere un gioco di alti e bassi con toni gravi. In seguito si aggiungono altri strumenti, come gli archi, arricchendo e facendo diventare più incalzante il ritmo. In seguito, d’improvviso, ritorna ad essere solo con i toni gravi dell’inizio, per poi evolvere ancora, ripetendosi per circa 2:22.
  • Il secondo componimento “Discessus Sicilis”, è un componimento che sembra un po’ un lamento, dato dal fatto che una specifica nota sul piano viene ripetuta all’infinito, fino a che non si aggiungono altri strumenti che rafforzano questo sentimento di sofferenza.
  • Il terzo componimento “Fortuna Sortes”, inizia con un leggero accenno di piano e chitarra che danno un senso di tranquillità, pace, calma ed hanno una dolce melodia. In seguito si aggiungono gli strumenti e il tutto ha un sapore simil jazz, forse un po’ più incalzante, ma non troppo. C’è un leggero stacco di batteria, e poi subito solo “archi”, con un accenno di batteria. Poi c’è uno stacco e tutto ritorna come l’inizio, con l’aggiunta di altri strumenti e così in loop per 3:20.
  • Il quarto componimento “Incipit Fabulae”, inizia con un tono grave e “leggero”, come stare a significare che la fabula sarà più che movimentata. Ha questo ritmo un po’ “inquietante” che ci fa subito capire come è stata la vita di Annamaria da bambina e da adolescente, prima di fuggire di casa e dalla madre (come si può anche ben vendere dall’incipit del film). Man mano che procede, il ritmo cambia e la musica si “rallegra”, così come si “rallegra” Annamaria, con alti e bassi, fino a stabilizzarsi sulla frequenza calma, allegra.
  • Il quinto componimento “La dea fortuna “, inizia con questo “spirito” dal sapore arabeggiante, con il ritmo scandito da tamburelli, da strimpelli alle corde della chitarra e da fiati, pur sempre rimanendo sulla stessa melodia. Verso la fine, dopo alti e bassi melodici, diventa più allegra e ritmata, scandita da quello che sembra sia un violino, o comunque un arco.
  • Il sesto componimento “Sortes “, inizia con lo strimpello della chitarra, poi si ferma… poi riparte… ed è anche questo calmo e rilassante. D’improvviso parte un po’ più ritmata e piena di energia di allergia, poi si ferma… e in seguito riparte come era iniziata.
  • Il settimo componimento “Arena”, inizia con suono lieve che ben presto si aggrava e diventa più alto di alcuni toni per poi fermarsi. Questo suono poi si ripete con le stesse modalità. E verso la fine, prima si aggiungono alcune note dolci e delicate di un arco, poi si aggiungono note più vivaci e allegre.
  • l’ottavo componimento “Domus Mater”, ha una melodia triste, intristita e “aggravata” da altri strumenti dal tono grave.
  • Il nono componimento “Bonus Numerus”, è un continuo del precedente componimento, e continua questo “lamento”, come un lamento generale: per Alessandro e Arturo, per la morte prematura di Annamaria, per i bambini divenuti da poco orfani, che staranno dalla nonna e dovranno stare con due piedi in una scarpa. Ad un tratto mi è sembrato di ascoltare “Bella’s Lullaby” dalla colonna sonora di Twilight, per poi ritornare ad essere triste come all’inizio.

Le tracce in tutti sono quattordici, tra brani e componimenti, per la durata totale di 38 minuti e 31 secondi.


Arturo: Abbiamo già i nostri guai!
Alessandro: Mettiamoci ancora di più nei guai!


FINE.


Spero che anche questa nuova recensione riguardante il film “La Dea Fortuna”, nonostante il ritardo immenso nel pubblicarla, vi sia piaciuta e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile – movie review.

(ITA)

Hi everyone and welcome back to this new movie review on my blog. Today I am going to talk about a very talked-about movie released last year to the cinemas, “Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile”, of which I mentioned about it in another articled I published on my blog last year, around the 20th June 2019. I know that I should have posted this article/movie review a very long ago, shortly after that the movie had been released to the (Italian) cinemas, and also because in the poll I made on my IG stories  in which I asked you which movie review you wanted between “Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile” and “The Nutcracker and the Four Realms”, you chose the first one, that is the movie review you are reading; but for many different reasons I postponed the uploading of the article until I forgot about it. But Hey, today here I am to share with you my personal thought on its entirety on this movie.

I hope you like this movie review.

Onto the review!


 “We serial killers are your sons, we are your husbands, we are everywhere. And there will be more of your children dead tomorrow.”

― Ted Bundy


Plot:

In 1969 Seattle, Ted Bundy meets Liz Kendall, a college student and single mother. The two begin dating and Ted helps Liz raise her young daughter, Molly.

By 1974, news reports announce the murders of multiple young women, including two who disappeared in broad daylight at Lake Sammamish. A man resembling Ted was seen by several people asking women to help him load a sailboat onto a Volkswagen Bug. A composite sketch of the attacker is released and, following hundreds of phone calls, Ted is arrested in 1975.

Carol DaRonch picks Ted out of a police line-up, claiming he had kidnapped her and threatened to kill her before she managed to escape. Ted is released on bail, returning home to Liz who is upset after reading an article about him in the newspaper. Ted explains that Carol was shown his picture before the line-up took place, which is why he looked familiar to her, and believes he is being set up. After a four-day bench trial, Ted is found guilty of aggravated kidnapping and is sentenced to serve a minimum of one to a maximum of 15 years in the Utah State Prison.

A few weeks later, Colorado authorities charge Ted with the murder of Caryn Campbell and he is transferred to Aspen, Colorado in 1977. Liz refuses to believe Ted is guilty but the events start to take a toll on her, and she begins drinking alcohol regularly. While at Pitkin County Courthouse, Ted elects to serve as his own attorney and, as such, is excused from wearing handcuffs or leg shackles. During a recess, Ted escapes from the courthouse by jumping out of a second story window and running to the mountains, but is recaptured after six days.

Liz visits Ted and ends their relationship. Ted later escapes again after sawing a square in his cell’s ceiling. Two women at a sorority house are murdered in Florida, followed by vicious attacks on two more. After Ted is arrested, he tries to contact Liz but she hangs up on him.

He starts to receive a following of women who are fascinated by him, some even claiming they love him. Ted is visited by an old friend, Carole Ann Boone, who believes he is innocent and moves to Florida to be closer to him.

A pre-trial plea bargain is negotiated in which Bundy would plead guilty to killing the two sorority girls, Lisa Levy and Margaret Bowman, and twelve-year-old Kimberly Leach, in exchange for a 75-year prison sentence instead of the death penalty. Ted refuses the bargain. Ted and Carole Ann grow closer as she visits him regularly; the two begin a relationship but Ted continues to reach out to Liz, who is following his trials via television. She carries the guilt of being the person who gave Ted’s name to the Seattle authorities in 1975. Ted later proposes to Carole Ann and they marry.

Trial judge Edward Cowart.

Incriminating physical evidence is provided in court, including a match of a plaster cast of Ted’s teeth to the impressions of bite wounds on Levy’s buttocks. In under seven hours, the jury convicts Ted of the murders of Levy and Bowman, three counts of attempted first-degree murder, and two counts of burglary. Trial judge Edward Cowart imposes death sentences for the murder convictions to be carried out with an execution by electrocution.

Ten years later, Liz receives a letter from Ted and visits him, taking a photograph given to her by a detective. Liz demands the truth, but Ted continues to deny having anything to do with the murders. She then shows Ted the photograph — a crime scene image of one of his decapitated victims — and Ted admits that he sawed her head off. Liz leaves the prison in shock but is met outside by her teenage daughter and her husband, and she proclaims that she is okay.

As the film ends, archival footage and on-screen text say that Ted was executed in January 1989, aged 42 years old. Ted had confessed to over 30 murders days before and his ashes were scattered in the Cascade Mountains where he had deposited the remains of numerous victims.



Comment:

Is this movie worth watching or not? Yes, but do not expect really much.

Personally talking, this movie hasn’t been one of those that excited, shocked or one of those that I loved the most, but it has been a simply good movie, nothing more, nothing less. The story itself it’s not one of those earth-shattering stories, on the contrary is a kind of story that we have already watched, told by many different movie directors with many other stories, places, facts, actors and some more; to be honest, the first time I watched the teaser trailer, I was already not that enthusiasts; but at the same time I was a bit curious about the story and how it would have been developed, because I already did know about this case, the serial killer himself and the murder of these women. But here, the sole difference, compared to other similar already-told stories is the fact that this movie is about the life of Ted Bundy.

Have you ever wondered who is Ted Bundy? Theodore Robert Cowell, aka Ted Bundy, was a famous American serial killer from the ’70s and ’80s, called “the gentleman killer”, who spread terror all over the United States, from Utah to Florida, in just four years. Although in Court he confessed to 28 murders, in fact, according to investigators at the time, Ted collected a larger number (between 36 and 52 people). Journalists at the time even went so far as to attribute him 100 murders. How many were actually his victims, is still unknown today. But, numbers aside, one thing is certain: Ted Bundy – an educated, refined man, with a fresh and natural face and with gentle manners – remains one of the most fascinating criminal personalities of the last decades, to the point that his deeds have been collected in numerous books, TV movies (e.g. “The Deliberate Stranger“, 1986, and “The Stranger Beside Me“, 2003), and movies (e.g. “Ted Bundy” by Matthew Bright, 2002, and “Bundy: An American Icon” by Michael Feifer, 2008).

But now, let’s look in more detail at the analysis of the film I did.

The story is based on a book called “The Phantom Prince: My Life with Ted Bundy” written roughly around the ‘80s by Liz Kendall, Ted’s long-time girlfriend. In Ted’s life, three are the main relationships considered: the one with Liz, the one with Carole Anne and the following marriage and then the marriage proposal to another girl, but Liz and Carole Anne are his two main relationships he had. The relationship he had with Liz was considered his most “normal” period and she – Liz – is nearly considered the true love of his life.

In fact, the movie is mainly Liz’s point of view, not Ted Bundy’s story; it can be considered the story of Ted as Liz knew him, through the eyes of Liz. In the movie we go all the way together with her: what seems to be an unexpected prince charming, actually turns out to be the United States’ nightmare.

As I wrote above, we go all the way together with Liz and the way we follow is exactly Liz’s one, and this way, this path, might seem a bit confusing if we don’t really know much about the story and the case of Ted Bundy, because every single information is extremely focused, just like those information Liz had at the time. Also, the movie, more than anything, is the journey of Liz to find out the truth, just like her emotional freedom and her relationship with Ted. The movie focuses only laterally on Ted’s crimes, in fact we never see any crime committed, or almost never completely shown, and they were very few, and the most of screen-time inside the movie doesn’t regard his crimes and how they were committed, but it mainly focused on the charm he had, that in this movie isn’t randomly interpreted by Zac Efron, a sex symbol. We can mainly see his manipulative side, rather than the violent crimes he committed. Much has been said about this serial killer and exactly of his charm, that is to say his ability to be friendly towards the others, his ability to inspire trust and faith, but also to fascinate people. Most of his crimes have been possible precisely because he seemed to be a good man, he seemed trustworthy, confident, he had charisma and even charm at the time, and that’s exactly why he succeeded to get away several times. Many of the stories concerning Ted Bundy refer to these aspects above mentioned, but here – in this movie – we can see him “for the first time in forever”, that is to say that we can effectively see his ability in manipulating both Liz and Carole Anne. So, the movie mainly focuses on this serial killer’s daily aspect, that many times is forgotten or “painted” to the good to quickly dismiss him. Personally, this is an interesting and fundamental aspect, above-all if approached to Ted Bundy. For instance, he became famous for that interview in which he said that “We serial killers are your sons, we are your husbands, we are everywhere…” so, not someone different that you can clearly understand or frame, but just someone you don’t expect. They are people that we don’t know, and they hide a side that we don’t risk catching, that we don’t see.

Technical details of the movie:

The movie uses a bunch of 70’s style camera techniques, proper of the years when the movie is set, and this fact is a very interesting thing. One of the many things I do appreciated is that there are a lot of “real” images, regarding Tv services, stories, newspapers. I greatly appreciated that some scenes were filmed exactly as the several existing real videos concerning him and his interviews recorded when he was in prison, and that can be seen at the end of the movie.

Since the beginning, the movie underlines a certain thing: the charisma this person had and his relevance within the media. In fact, it will be said that the trial of Ted Bundy is, actually, the first broadcast live on TV trial, and this aspect is very interesting and fundamentally to underline, above-all regarding a character like Ted Bundy, that is portrayed – thanks to the media – almost like a celebrity, he even signed and gave autographs – upon the “wanted” flyer he was on –  in the courthouse. As we can understand, it’s a great danger regarding the media, leaving a whole “stage”, a live TV show in the hands of a charismatic character, capable of being manipulative and with a big ego; in fact, broadcasting live on TV the trial means giving him the possibility of both having and staging his own show, the possibility of having a ‘fandom’, of having a great power, particularly dangerous when talking about such a violent and charismatic character.

In addition, the direction of the movie hugely emphasizes on Zac Efron’s blue eyes, in order to highlights some facial features considered handsome – almost universally – for a man (Also, this detail is a thing Zac Efron actually shared with the actual Ted Bundy). According to me, the movie uses the music at the right spots. I really liked the opening scene, the one in which at the present time mixes the past, after a phrase is said, and that specific phrase brings back in time.

The movie features extraordinary actorial performances, mainly regarding two main characters: Zac Efron and Kaya Scodelario, who are more than excellent!

  • Zac Efron, despite of the movie costumes he wears are exactly identical to those Ted wore, he had the same hairstyle as Ted had – that changed several times during the course of the movie, he had his eyebrows increased in order to look like more like Ted, in postproduction his nose is digitally edited, he wears dental prosthesis to look more like Ted. He really did an accurate job impersonating Ted in every possible way, even mimicking Ted’s gestures. In fact, there are some scenes in which his gestures are based on actual scenes that took place during the trial in the courthouse and that were broadcasted live on TV, and he does the exact same things. Also, in other fields, he uses the same exact way of gesticulating that can be seen in Ted Bundy’s actual photos that we can see, and it’s really strange to see him in the same exact poses in which Ted had been. His whole performance is astonishing. He really did an insane work on himself and on the character he was going to perform.
  • Another one of the best performances inside this movie is that of Kaya Scodelario, who is fantastic. She’s really good, here! She succeeds to play the role of Carole Anne exactly like in the actual footages: the way she talks, moves, gestures… it’s terribly identical! Even on an aesthetic level, she looks a lot like her.

At a certain time in the story – even if for a very little – the story, as well as the life of Ted himself, unfolds as if Ted is the main character of a certain book Ted begins to be obsessed with, Papillon, that tell the story of an innocent convict who excogitates one more than the devil to escape the various penitentiaries, despite being caught over and over again and beaten and punished, but who eventually turns out to be innocent.

This book called “Papillon” do actually exists and it’s an autobiographical novel written by Henri Charrière and published in France on April 30th 1969.

In the movie, Ted is shown to us – almost to the end – as a victim and not as the butcher he really is, even though he himself will then confess to the matter of the severed head of the girl in the photo (which, for the record, is the first and last time when Ted is seen killing/hurting – also because, as we’ve already said, they’re very few – ), first to Liz, and then to the competent authorities, only to be executed by electrocution.

Moreover, as regards his death by means of the electric chair, indeed, here too we are not shown the moment when he is led and made to sit in the electric chair, or in any case even the mere fact of framing the electric chair itself with a voiceover that tells what is going to happen or something else; instead reproduced frames (by the real) footage for the movie are inserted in its place, interspersed with the real footage of Ted and his life.

WHAT’s TRUE and what’s FALSE:

The movie’s original title is “Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile“, a part of the verdict of Ted Bundy’s death penalty trial, and it depicts a man who looks totally different from the man the community knew, so someone extremely bad, evil, precisely to highlight the discrepancy between Liz’s point of view and Ted’s real nature. The film hides a detail from the viewer almost to the end, to create a little bit of a “plot twist” effect, but in fact we know that Liz was the one who named Ted after the disappearance of the two girls at the lake, and from there the police started to keep an eye on him a little bit. This part is not said at first, but it will be said at the end for one reason: either to create a twist, or to make it all more problematic.

TRUE FACTS: it’s true that Liz and Ted met in a bar for female student (as will often be said in the movie, most of her victims were female students, and he probably went there to lure possible new victims or “date” of a certain type – Liz herself looks a lot like the type of “victim” Ted Bundy lured, who were brown-haired girls with hair parted down in the middle).

In fact, the movie itself is – indeed – Liz’s journey in trying to accept the fact that the “Ted” she knew was in fact, also, a serial killer. In real life it was quite complicated, even a bit melodramatic, the phrase he said “accept my word”, like the one we see in the movie. Liz did indeed mention Ted’s name, but throughout the entire trial she wasn’t sure if he was guilty and she felt very guilty inside because she was afraid, she was complicit in putting an innocent man in jail, in this case her boyfriend. So, for a very long time she had mixed feelings, she had made that complaint, but at the same time she believed he could be innocent, especially in the first trials about the violence; and all this acceptance process, of questioning the figure she had of Ted, it can be seen in the movie.

FALSE FACT: The movie begins with a final debate between Liz and Ted, when Ted is there to be killed by capital punishment. That’s not true, as isn’t true the final confession. These are all non-real facts. Actually, the last debate between Ted and Liz had been on the phone several years before, before he was killed by electric chair; they hadn’t spoken each other for years, but that part was put in to make the audience understand a bit that Liz actually needed to get away from him in order to go further in life. In fact, to actually see him as guilty, as the one capable of terrible deeds, so that she could move on.

That point is interesting though, because right within that final debate Liz asks Ted a question: “Have you ever thought about killing me, have you ever thought about doing something bad to me like you did to those other girls?” –  this is a very interesting cut, and even if it’s not really true within that context, it’s partly true, because obviously Liz, having so much in common with the girls killed or abused by Ted, had asked herself this question – which wasn’t just a question – because Ted Bundy actually tried to kill Liz once: once she came home, she was heavily drunk and went to sleep. Ted had lit the fireplace, blocked the chimney exhaust pipe so the house itself would be filled with smoke, and even put a cloth under the front door so the smoke wouldn’t come out and stay inside as long as possible. And then he left. Luckily she woke up, coughing, feeling terrible, but she saved herself, opening all the windows and so on, but actually there was an attempt – from Ted – to kill her, but despite everything she kept going out with him, meeting him, even after the trial has ended, because as can be heard and seen inside the movie, even in reality Liz had a kind of addiction to Ted: she felt lost without his love, she felt lost without finding his approval, she really felt the need for the “effect” that Ted gave her.

The fact of Liz as a possible victim, that can also be seen in the movie translated into a scene in particular, when they seem to be about to have sex and he stands still for a moment, standing up, looking at her, while she is lying down, he stops to stare at her and soon begins to form the shape of a sort of photograph with his hands, as if to decide what to do, whether to actually have sex or trying to kill her.

All this passage in trying to understand whether to accept the figure of Ted Bundy, the figure of that boyfriend who looked like the prince arrived at the right time; in the movie, we can also see him as the serial killer he is, in Liz’s long journey. It’s done with a little bit cheesy phrases every now and then, but it was actually a very painful journey for her. As regards the movie, we can clearly see the duplicity of this character almost from the beginning, in fact there’s that very well-constructed scene, when they go home to sleep the first night they meet, and he’s a bit of a gentleman because they only sleep and don’t do anything else. When she wakes up in the morning, she sees that he’s not there with her, her daughter’s not there in her cradle and then she immediately thinks that her daughter’s been kidnapped. She goes to the kitchen and sees him with a knife in his hand, but he is preparing breakfast. The film uses many symbolic elements, just to make the viewer understand this path: like the final debate, the book “Papillon” (that actually doesn’t become an obsession for Ted and, also, that he never gave Liz).

Another non-real element that does have a function, though, is “Liz’s non-boyfriend”. Here can be seen Joel Osmet, as Jerry, Liz’s new boyfriend, who doesn’t exist in real life, or maybe he will have existed later; but he has a purpose: We see him as an affable man, a good man, but he’s played by an actor who has a bit of a “creepy” face, not exactly what we expect from “Prince Charming”; while on the other hand we have a serial killer played by a sexy, good-looking, affable, charismatic, handsome man, just to make us understand how danger could be in disguise.

The movie, also, adds another scene, that of the kennel, where the dog starts barking as soon as it sees him. But this scene is completely instrumental: that is to say, it is used to insert the character of Carole Ann, but also to make viewers understand another thing: the whole manipulative part of Ted. He always tells the same “fairy tale” to the various women: that of  “we buy a house on the shore of a lake, we buy a car, we buy a dog“…He tells this story both to Liz and Carole Ann, and it shows how he recycles always the same story, always the same words, always the same feelings to all women, simply to obtain a goal: maybe he wanted Liz’s devotion, for the fact that she was so dependent on him, or he wanted Carole Ann, to use her as a mean to act as a bridge with the media, but also as a steady partner inside the prison.

Quite often, when we talk about Serial Killers – and I think it has been said about Ted Bundy too – quite often sociopaths and antisocial cannot always feel a whole range of feelings, and quite often they imitate, they do know how to imitate very well the feelings seen and felt by others. In fact, the little story he tells to his women, the one about the dog, the house, etc., is a symbol of how Ted Bundy has hurt women, not only physically, but also by manipulating them, manipulating their feelings, making them believe they are loved, telling a fake and packaged story to use them as he needed (them).

Carole Ann, in the movie, is clearly a “replacement”; since Liz left him, he was very frightened that he couldn’t see Liz once he was arrested, but immediately afterwards he finds someone to act as a “stopgap”. The whole relationship with Carole Ann was very much an instrument to paint his image, in fact not by chance, he asks Carole Ann to marry him in the courthouse, the same day that the sentence had to be given because he hoped that they would never condemn him to death, the same day of his marriage, but unfortunately for him it was not so. Both two relationships are painted as an instrument to achieve a specific goal, and it can be seen very well. The movieitself focuses more on the manipulative side of the character than on his murders. The movie director himself plays a small cameo in the movie, he who interviews Ted Bundy – which is interesting because long ago the director himself directed a TV series for Netflix about a confession, an interview with Ted Bundy. The movie makes a lot of room for Zac Efron, who is actually very good, and he does this final monologue that works really well and we can see that he did a crazy job to play this character. The aim of the movie is to put the viewer in the victims’ shoes, rather than empathize with the serial killer, in fact the focus is very much on the ending, on remembering his victims and then there are some original footages. One thing that didn’t make me so crazy was the fact that, while listing the girls who had disappeared, killed and/or abused by Ted, we could see the three main characters (Ted, Liz and Liz’s daughter), and in the background a voiceover talking about these girls who had suffered violence. Also, the movie wants to tell us that although Liz is alive, she is also one of Ted Bundy’s victims.

The parts set in the courthouse are the most important and beautiful. Also, beautiful is the scene where the death sentence is given: there is the courthouse and one by one the lights are turned off in the courtroom and there, there is only Carole Ann, alone, and the fact of the lights turning off means how the show ended! Ted’s manipulative art is over!


Screenplay and photography.

Screenplay:

The screenplay is entrusted to Michael Werwie – who has already worked as a screenwriter for another 2014 movie called “A Rose Reborn” – writes a series of pictures with uneven time ellipses that focus in particular on the trials that may be interesting as such, but edited too dryly with each other. Moreover, the script is very mechanical and not very fluid! At the beginning of the first half of the movie, the movie goes on a bit slowly, but this initial slowness serves to introduce us to the story itself, the characters, and then suddenly it starts to get a bit livelier, so suddenly. Already from the second half of the first part of the movie and the whole second part of the film, we start to get into the heart of the story, into the heart of the character, into the life of Ted, this sadistic man who kills, bullies and rapes women. He is a particular character, a bipolar person, a man who enters and leaves penitentiaries. But it all happens too fast, too suddenly. So, it didn’t drive me crazy at all – and in my opinion – moreover, it doesn’t have a positive impact on the viewer, on the contrary, it has made me very nervous, because the various changes of scene and not only that, they were very sudden, and as a viewer I couldn’t concentrate because, I know it’s true that Ted Bundy was coming out of one penitentiary and entering the other, but this thing happened too often and too quickly.

But, personally talking, the weakest point is precisely the inability of Joe Berlinger – the movie director – to have the courage to carry through his choice of marrying Kendall’s point of view, which is soon replaced by Bundy’s, and not only that. It almost seems that at some point he couldn’t sacrifice the face of Bundy-Zac Efron. And, it’s also this betrayal that makes the movie uncertain. Moreover, starting from Kendall and arriving at Bundy, the dynamics of the murders are not fully explained, nor the cruelty of the same, citing the minimum necessary, creating the portrait of a serial killer of great charm, almost a hero in front of the wheels of justice made a mere media spectacle, forgetting (except in the credits, where the thirty officially ascertained victims are listed, as mentioned earlier) that Bundy was a ferocious murderer, rapist, necrophiliac who collected the heads of his victims. Also missing, however, is the perverse manipulative ability that Bundy used against young women, highlighting only the element of fascination exercised. And this happened because from the beginning he wanted to tell the inner drama of Liz and focusing on it and then, instead, abandoning it. Unfortunately, the lack of control of the matter, also reverberates on the form. On Bundy, Berlinger, directed and produced a four-part documentary miniseries by Netflix, before shooting “Extremely WickedShockingly Evil and Vile“, but unfortunately the movie itself seems too much indebted to a TV documentary aesthetic that compromises the cinematographic staging. Moreover, this film adds nothing more to the figure of this serial killer, failing in the attempt to tell such a complex and articulated story from a different point of view. It’s a great pity to say so, because Berlinger has thirty years of experience as a documentary filmmaker, particularly for television – he also won two Emmy – and is interested in news stories. (we remember “Paradis Lost 3: The Purgatory“, based on a murderer of three children and the conviction and then the acquittal of three teenagers after twenty years in prison, by proof of the DNA test; this work was nominated for an Oscar). I do say it’s a pity because he has done a mimetic work, that is not at all simple: in the end credits there are original television sequences of the trials and it can be seen the “replicant” work done by Zac Efron to play Bundy, going so far as imitating him not only physically, but above all in his gestures, expressions, movements, as well as the various trials with related inserts of the real dialogues repeated within the narration (as we have already said above).


Photography:

Brandon Trost – who has already worked on 2017 “The Disaster Artist” – has been called to direct photography. As for photography and scenography, honestly, I really liked both of them, because they are clean, distinct. I liked the fact that night and day are well distinguished, there aren’t many elements, all is very simple, limpid. In this regard, in the movie, the various murders, rapes, violence and abuses that Ted commits, aren’t shown until before the end of the film (one is shown specifically), and the whole thing is narrated under a video by a voice-over, a video of Liz, Ted and Molly, as well as the names of the girls who have suffered violence from Ted. So, for these two categories, it was decided to keep things a bit “cleaner”, compared to similar movies.

I also really liked the characterization of the various places, because if I’m not mistaken, in various footages comparing reality and the story told in the movie, the real places, buildings, the various courtrooms and much more were used. [Irrelevant detail: I liked the fact of representing the various penitentiaries, because from one state to another, from California to Utah to Colorado, they change].

I really liked the fact that some scenes were shot as they were in reality: same shots of people and places, same movements, same questions, sentences, words, gestures, clothes… everything. (e.g. the scenes when he is “interviewed”, even if he’s in prison, he starts becoming a sort of idol, because people are attracted by his appearance and his oratory; or the scene when the state’s attorney talks about him and of the punishment that will be given to him and he, in front of his audience made of girls crazy about him, journalists and many others, makes a sketch, and this scene is identical to reality. – We know about this “reshooting the scenes as they were”, because at the end of the movie, during credits, the real images of those moments pass by). I really liked, therefore, this fact of including footages of that time to modern ones, in an alternation of old and new. Moreover, the movie makes us understand – and then we are also told – that this court case was the first case when cameras were put in the courtroom to record the whole thing and broadcasting it by cable, like a sort of reality show, a sort of panem et circense. (bread and circus)



Costumes, hair and make – up:

the costume designer and stylist Megan Stark Evans – already seen as costume designer for the movie “Tron:Legacy” – was in charge of creating/providing the costumes for this movie. To be honest, I do really haven’t found much on the net about the costumes and the creative process behind them in this movie. Even in her personal blog, called “MSE – Megan Stark Evans”, there isn’t really much, except that there are movie posters she worked on as costume designer and once you click on them, only a series of pictures and shot taken on set can be found.

For this section, indeed, which is one of my favourites, and also, it’s quite often one of those sections that I spend most of my time on, because I do always find a plenty of material; but this time – as I said before – I didn’t have found much, although not much can be said, because the costumes were based on reality, were based on the ‘70s and ‘80s style, and even in some scenes – if not all –  the costumes were an exact replicas of the clothes people wore in real life, above-all those wore by Ted and some other characters.



Cast:

Zac Efron as Ted Bundy, a former law student accused of several violent crimes against women.

Lily Collins as Liz Kendall, a college student and single mother who enters a relationship with Ted and professes his innocence through his trials.

Kaya Scodelario as Carole Ann Boone, an old friend of Ted’s who moves closer to him for support. They later marry in court.

Jeffrey Donovan as John O’Connell, Ted’s attorney in Utah who defends his kidnapping case.

Angela Sarafyan as Joanna, Liz’s close friend who believes Ted is guilty.

Dylan Baker as David Yocom, the prosecuting attorney in Utah.

Brian Geraghty as Dan Dowd, Ted’s public defender in Florida when he is re-captured after escaping in Colorado.

Terry Kinney as Mike Fisher, a homicide detective who ties Ted to a murder in Colorado.

Haley Joel Osment as Jerry Thompson, Liz’s co-worker at the University Medical Division who she begins dating after Ted.

James Hetfield as Bob Hayward, a police officer in Utah who first arrests Bundy.

Grace Victoria Cox as Carol DaRonch, a woman Ted kidnapped in Utah leading to his first conviction.

Jim Parsons as Larry Simpson, the prosecuting attorney in Florida.

John Malkovich as Edward Cowart, the presiding judge at Ted’s final murder trial.

Justin McCombs as Jim Dumas, Ted’s attorney in Colorado who defends his first murder case.

Forba Shepherd as Louise Bundy, Ted’s mother.

Molly Kendall, Liz’s daughter, is portrayed at different ages by Macie Carmosino, Ava Inman, Morgan Pyle, and Grace Balbo.

Director Joe Berlinger and cinematographer Brandon Trost make cameo appearances as the presenter and cameraman who interview Ted in Colorado.



Soundtrack:

The soundtrack for this movie has been completely entrusted to Marco Beltrami – among other thingscomposerof the soundtrack of the 2018 movie “A Quite Place” – and to Dennis Smith. As some others soundtracks of some other movies, consists of both famous pop songs released in that period and of compositions. Among famous pop songs we can find “Do you believe in Magic?” by The Loving Spoonful, “Crimson and Clover” by Tommy James & The Shondells, “Thousand-Watt Work-Out” by John Moran, “Lucky Man” by Emerson, Lake & Palmer and some others, such as the Metallica, Thelma Houston, Dave Teves and the Elder. Instead, as regards musical interludes/compositions, we can find many, and all of them a bit catchy, some quite creepy that are being used as accompaniment to some key-moment scenes; some others with melodies already heard and used before in other movies, such as at the beginning of the “Opening scene” composition, that starts with a loud tone, that in some parts drives you completely mad and it annoys you, but the tone gradually starts dropping and it becomes more and more dark and gloomy – becoming a bit creepy – and it serves as an introduction to the movie; some others are compositions that are a mix of new compositions and classical arias, such as “The Truth (Queen of The Night)”, where one of the most famous arias ever “The Queen of the Night” is sung with a mix of delicacy and grief, sufferance and lightness, with a piano backing track, but barely different, because some instruments are added – such as the acoustic guitar – in order to give it a different weight from the original and giving it a “Gregorian” touch, and this change strikes immediately to an opera-expert ear, especially when the well-known vocals of the aria are heard. At the end of the day, the soundtrack is really catchy and good, but definitely not one of my favourites.


THE END


I hope you like this movie review about “Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile” on my blog – even if I uploaded later in time-, and if so, leave a big thumbs up, leave a comment and share it. See you in the next one! Byeeeeeee.

Ted Bundy – Fascino Criminale – recensione film.

(ENG)

Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo di un film molto chiacchierato uscito lo scorso anno, Ted Bundy – Fascino Criminale, di cui avevo accennato il 20/06/19 in un altro articolo sul blog. So che avrei dovuto pubblicare questo articolo tempo fa, poco dopo che il film era stato distribuito nelle sale e perché nel sondaggio fatto nelle mie stories tra “Ted Bundy – Fascino criminale” e “Lo schiaccianoci e i Quattro Reami”, avevate scelto il primo, ma per vari motivi ho rimandato fino a dimenticarmene. Però oggi eccomi qui, a condividere con voi il mio pensiero in toto sul film.

Spero che questa recensione vi piaccia.

All’articolo!


 “Noi serial killer siamo i vostri figli, noi siamo i vostri mariti, noi siamo ovunque. E domani ci saranno molti più morti, morti tra i vostri bambini.”

― Ted Bundy



Trama:

Nel 1969 a Seattle, Ted Bundy incontra Liz Kendall, studentessa universitaria e madre single. I due iniziano a frequentarsi e Ted aiuta Liz a crescere la sua giovane figlia, Molly.

Nel 1974, i notiziari annunciano la scomparsa di molte giovani donne in tutto Washington e in Oregon, tra cui due rapimenti che hanno avuto luogo in pieno giorno al Lake Sammamish, State Park. Un uomo che assomigliava a Ted è stato visto da diverse persone che chiedevano alle donne di aiutarlo a caricare una barca a vela su una Volkswagen Maggiolino. Viene rilasciato uno schizzo dell’aggressore e, dopo centinaia di telefonate, Ted viene arrestato nel 1975.

Carol DaRonch riconosce Ted da una fila di sospettati, affermando che lui l’abbia rapita e minacciata di ucciderla prima che riuscisse a fuggire. Ted è rilasciato su cauzione, tornando a casa da Liz che è sconvolta dopo aver letto un articolo su di lui sul giornale. Ted spiega che a Carol è stata mostrata la sua foto prima del riconoscimento, ed è per questo che le è sembrato familiare e crede di essere stato incastrato. Dopo un processo di prova di quattro giorni, Ted viene dichiarato colpevole di rapimento aggravato e viene condannato a scontare da uno a un massimo di 15 anni nella prigione dello stato dello Utah.

Poche settimane dopo, le autorità del Colorado accusano Ted dell’omicidio di Caryn Campbell e viene trasferito ad Aspen, Colorado, nel 1977. Liz rifiuta di credere che Ted sia colpevole, ma gli eventi iniziano a farle perdere la testa, e lei inizia a bere alcolici regolarmente. Mentre si trova al Pitkin County Courthouse, Ted sceglie di essere il proprio avvocato e, come tale, è dispensato dall’uso di manette o catene. Durante una pausa, Ted fugge dal tribunale saltando da una finestra del secondo piano e correndo verso le montagne, ma viene ricatturato dopo sei giorni.

Liz visita Ted e termina la loro relazione. Ted più tardi fugge di nuovo dopo aver visto un quadrato nel soffitto della sua cella. Due donne in una casa di sorellanza vengono uccise in Florida, seguite da attacchi violenti contro altre due. Dopo che Ted viene arrestato, cerca di contattare Liz ma lei lo abbandona.

Carole Ann e Ted in carcere, in una scena del film.

Inizia a ricevere un seguito di donne che sono affascinate da lui, alcune affermano persino di amarlo. Ted è visitato da una vecchia amica, Carole Ann Boone, che crede nella sua innocenza e si trasferisce in Florida per essere più vicino a lui.

Viene negoziato un patteggiamento prima del processo in cui Bundy si dichiarerà colpevole di aver ucciso le due sorellastre, Lisa Levy e Margaret Bowman, e la dodicenne Kimberly Leach, in cambio di una condanna a 75 anni invece della pena di morte. Ted rifiuta l’affare. Ted e Carole Ann si avvicinano mentre lei lo visita regolarmente; i due iniziano una relazione ma Ted continua a cercare di raggiungere Liz, che sta seguendo il suo processo via televisione, sentendosi in colpa per essere la persona che ha dato il nome di Ted alle autorità di Seattle nel 1975. Ted più tardi si propone a Carole Ann e si sposano.

Giudice di Prova Edward Cowart.

In tribunale vengono fornite prove fisiche incriminanti, inclusa una corrispondenza di un calco in gesso dei denti di Ted con le impressioni delle ferite da morso sui glutei di Levy. In meno di sette ore, la giuria ha condannato Ted degli omicidi di Levy e Bowman, tre conteggi di tentato omicidio di primo grado e due accuse di furto con scasso. Il giudice di prova Edward Cowart impone la pena di morte per omicidio da eseguire con un’esecuzione per sedia elettrica.

Dieci anni dopo, Liz riceve una lettera da Ted e lo visita, scattando una fotografia. Liz chiede la verità, ma Ted continua a negare di avere qualcosa a che fare con gli omicidi. Mostra a Ted la fotografia – l’immagine di una scena del crimine di una delle sue vittime decapitate – e Ted ammette di averla scattata.

Liz lascia la prigione in stato di shock, ma viene incontrata al di fuori da sua figlia adolescente e dal suo nuovo fidanzato, e afferma che ora sta bene. Alla fine del film, il filmato d’archivio e il testo sullo schermo dicono che Ted è stato giustiziato nel gennaio 1989, all’età di 42 anni. Ted aveva confessato più di 30 omicidi qualche giorno prima e le sue ceneri erano sparpagliate sulla Catena delle Cascate dove aveva depositato i resti di numerose vittime.



Commento:

Il film, vederlo o meno? Si, ma non aspettatevi chissà che.

Il film, a mio parere e gusto personale, non è stato un film di quelli che mi hanno entusiasmato, sconvolto o mi sia piaciuto alla follia, ma è stato un film semplicemente carino, niente di più, niente di meno. La storia non è che sia sconvolgente o cosa, anzi è un tipo di storia che abbiamo già visto narrata da altri registi con altre storie, altri attori, altri luoghi, fatti e altro; già dal teaser trailer del film diffuso, non è che ne fossi tanto entusiasta, sinceramente, ero solo un po’ interessato alla storia, perché conoscevo già la vicenda, il personaggio, l’uccisone di queste donne. Ma qui l’unica differenza, rispetto ad altre storie già narrate, è che si tratta della vita di Ted Bundy.

Ma chi era Ted Bundy? Theodore Robert Cowell, alias Ted Bundy, è stato un famoso serial killer americano degli anni ‘70/’80, chiamato “il killer gentiluomo”, che in solo quattro anni seminò il terrore lungo tutti gli Stati Uniti, dallo Utah alla Florida. Anche se in tribunale confessò 28 omicidi, in realtà, secondo gli inquirenti di allora, Ted ne collezionò un numero maggiore (tra le 36 e le 52 persone). I giornalisti dell’epoca arrivarono addirittura ad attribuirgli ben 100 assassinii. Quante siano state veramente le sue vittime non è ancora oggi noto. Ma, numeri a parte, una cosa è certa: Ted Bundy, uomo colto, raffinato, dal viso pulito e i modi gentili, rimane una delle personalità criminali più affascinanti degli ultimi decenni, al punto tale che le sue gesta sono state raccolte in numerosi libri (su tutti “Ted Bundy: Conversazioni con un Assassino” di Ann Rule), TV movie (“The Deliberate Stranger”, 1986 e “The Stranger Beside Me”, 2003), e film (“Ted Bundy” di Matthew Bright, 2002, e “Bundy: An American Icon” di Michael Feifer, 2008).

Ma adesso andiamo più nel dettaglio dell’analisi del film.

il libro ed. inglese da cui è tratto questo film.

La storia è tratta da un libro scritto dalla Liz reale circa negli anni ‘80 e chiamato “Il Principe Fantasma – la mia vita con Ted Bundy” scritto da Liz Kendall, la fidanzata storica di Ted. Della vita di Ted Bundy si considerano principali soprattutto tre relazioni: quella con Liz, quella con Carole Anne e il conseguente matrimonio e poi la richiesta di matrimonio ad un’altra ragazza, ma Carole Anne ed Liz sono le due relazioni principali all’interno della sua vita. La relazione con Liz viene considerato il momento “più normale”, all’interno della vita di Ted Bundy e lei viene quasi considerata il vero amore della sua vita.

Il film infatti è principalmente la sua parte narrativa, non è la storia di Ted Bundy, ma la storia di Ted come lo conosceva Liz tramite i suoi occhi. Nel film facciamo tutto il percorso insieme a lei: quello che sembrava un principe inaspettato, in realtà si rivelerà l’incubo degli Stati Uniti.

Infatti il percorso che noi seguiamo è proprio quello di Liz. Questo percorso potrebbe sembrare un po’ confusionario, se non si conoscono bene gli eventi della vita di Ted Bundy, perché tutto è concentrato e le informazioni sono limitate, proprio come quelle che aveva Liz in quell’epoca. Il film più che altro è il percorso di Liz alla scoperta della verità, così come della libertà emotiva, e del suo rapporto con Ted. Il film si concentra solo a livello laterale per quanto riguarda i crimini di Ted, infatti noi non li vedremo mai, o quasi mai del tutto, erano davvero molto centellinati, e la maggior parte dello spazio all’interno del film non riguarda tanto i suoi crimini e di come venivano compiuti, ma lascia principalmente spazio al fascino dell’uomo, che qui non a caso è interpretato da Zac Efron, un sex symbol. Principalmente vediamo il lato manipolatorio di Ted Bundy, più che i crimini violenti di per sé. S’è parlato parecchio per quanto riguarda questo serial killer e proprio del suo fascino, ovvero la capacità di essere affabile verso gli altri, di suscitare fiducia, ma anche di affascinare le persone. La maggior parte dei suoi crimini sono stati possibili proprio perché dava l’impressione di una persona come si deve, dava fiducia, affidabilità, aveva carisma ed aveva anche fascino per l’epoca, ed è proprio per questo che riuscì a farla franca diverse volte. Molte storie di Ted Bundy parlano per quanto riguarda questo aspetto di lui, ma qui “lo vediamo per la prima volta”, ovvero vediamo effettivamente la capacità di Ted Bundy di manipolare sia Liz, sia Carole Anne. Quindi il film si concentra principalmente sull’aspetto quotidiano di questo serial killer, che molto spesso viene dimenticato oppure “dipinto” alla buona per poterlo liquidare velocemente. È un aspetto, secondo me, interessante e fondamentale soprattutto se avvicinato a Ted Bundy. Ad esempio, lui è proprio famoso per quell’intervista in cui disse che “I serial killer sono i padri, gli amici, i figli…” non qualcuno di diverso che si riesce subito a capire, ad inquadrare, ma appunto un qualcuno cui non ti aspetti. Sono persone che non conosciamo, ma che nascondono un lato che non rischiamo a cogliere, che noi non vediamo.


Dettagli tecnici del film:

Il film usa delle tecniche di ripresa un po’ stile anni ‘70, esattamente quando è ambientato il film, e questa cosa è molto interessante. Ci sono molte “immagini” reali – cosa che ho molto apprezzato – per quanto riguarda i servizi tv, le storie, i giornali. Ho molto apprezzato il fatto che alcune scene siano state girate esattamente come i vari video reali esistenti riguardanti lui e le sue interviste quando di trovava in carcere, che si possono trovare alla fine del film.

Sin dall’inizio il film sottolinea una cosa: il carisma di questo personaggio ed il suo rapporto all’interno dei media. Infatti si dirà che il processo di Ted Bundy è in realtà il primo processo tramesso in diretta tv, e questo aspetto è molto interessante e fondamentale da sottolineare, soprattutto per quanto riguarda un personaggio come Ted Bundy, che viene dipinto, proprio grazie a i media, quasi come una celebrità, addirittura firmerà e lascerà autografi in tribunale, sulle locandine in cui era ricercato. Come si capisce, è un grandissimo pericolo per quanto riguarda i media, lasciare un “palcoscenico” intero, una diretta tv in mano ad un personaggio carismatico, capace di essere manipolatorio e con un grande ego, infatti fare il processo in diretta tv vuol dire dargli la possibilità di avere e mettere in scena un proprio show, di avere un ‘fandom’, avere un potere grandissimo, soprattutto pericoloso quando si parla di un personaggio così violento e carismatico.

La regia inoltre accentua tantissimo gli occhi azzurri di Zac Efron, proprio per sottolineare dei tratti considerati belli, quasi a livello universale (-dettaglio che condivideva con il vero Ted Bundy). Il film, secondo me, usa bene la musica. Mi è piaciuta anche la scena iniziale, quella in cui al presente si mescola il passato dopo che viene detta una frase, e quella frase riporta indietro nel tempo.

Il film ha delle interpretazioni straordinarie per quanto riguarda principalmente due personaggi, Zac Efron e Kaya Scodelario, che sono più che bravissimi!

  • Zac Efron, nonostante i costumi che indossa sono identici a quelli di Ted, stessi tagli di capelli (che cambiano più volte nel corso del film), ha aumentato le folte sopracciglia proprio per assomigliargli di più, in post-produzione il suo naso viene “modificato”, indossa le protesi ai denti per somigliare maggiormente a Ted, ha fatto un lavoro davvero meticoloso in tutto e per tutto, perfino per i movimenti; Infatti ci sono delle scene in cui i suoi movimenti si rifanno a delle scene reali che si sono svolte durate il processo in aula e che sono andate in diretta tv. Lui si muove alla stessa maniera, fa esattamente le stesse cose; ma anche in altri ambiti, utilizza lo stesso modo di gesticolare che si vede in delle foto reali che noi vediamo di Ted Bundy, ed è davvero strano vedere lui nelle stesse identiche pose in cui abbiamo visti Ted Bundy in altri contesti. La sua performance in toto è strabiliante. Ha fatto un lavoro assurdo su di sé e sul personaggio che sarebbe andato ad interpretare.
Kaya Scodelario nei panni di Carole Anne durante una intervista.
  • Un’altra delle interpretazioni migliori all’interno di questo film è quella di Kaya Scodelario, che è fantastica. Qui è davvero bravissima! Riesce ad interpretare Carole Anne esattamente come nei filmati: lo stesso modo di parlare, di muoversi, di gesticolare… è identica! Anche a livello estetico riesce ad assomigliarle tantissimo.

Ad un certo punto – anche se per poco – la storia, così come la vita di Ted stesso, si svolge come se fosse il protagonista di un libro di cui Ted diviene ossessionato, Papillon, che narra la storia di un galeotto innocente che ne escogita una più del diavolo per poter sfuggire ai vari penitenziari, nonostante venga preso più e più volte e picchiato e punito, ma che alla fine si rivelerà innocente.

copertina ed. inglese del libro “Papillon

Il libro “Papillon” esiste realmente ed è un romanzo autobiografico scritto da Henri Charrière e pubblicato in Francia il 30 aprile 1969.

Nel film, Ted ci viene mostrato – quasi fino alla fine – come una vittima e non come il carnefice quale realmente è, anche se poi sarà lui stesso a confessare la faccenda della testa mozzata della ragazza in foto (la quale, per la cronaca, è la prima e ultima volta in cui si vede Ted uccidere/ferire – anche perché come abbiamo già detto sono molto ‘centellinati’ –), prima a Liz e poi alle autorità competenti, per poi essere giustiziato sulla sedia elettrica. Inoltre, per quanto riguarda la sua morte avventa tramite sedia elettrica, appunto, anche qui non ci viene mostrato il momento in cui viene condotto e fatto sedere sulla sedia elettrica, o comunque anche il solo fatto di inquadrare la sedia elettrica stessa con voce fuoricampo che narra quello che succederà o altro ancora, invece al suo posto vengono inseriti dei frame riprodotti (dai veri) footage per il film, intervallati dai veri footage di Ted e della sua vita.


COSA c’è di VERO e cosa di FALSO:

Il film ha come titolo originale “Extremely Wicked, Schockingly Evil and Vile”, una parte della sentenza del processo di condanna alla pena di morte di Ted Bundy, e dipinge un uomo che sembra totalmente diverso rispetto a quello che conosceva la comunità, quindi qualcuno di estremamente cattivo, malvagio, proprio per sottolineare la discrepanza tra la visione che ne aveva Liz e la natura reale di Ted. Il film nasconde allo spettatore quasi fino alla fine un dettaglio, per creare un pochino l’effetto colpo di scena, ma in realtà noi sappiamo che Liz fu colei che fece il nome di Ted dopo la scomparsa delle due ragazze al lago, e da lì la polizia ha iniziato un pochino a tenerlo d’occhio. Questa parte inizialmente non viene detta, ma verrà detta alla fine proprio per un senso: sia creare un colpo di scena, sia per renderne il tutto più problematico.

Efron e la Collins in una scena del film.

COSE VERE: vero è che Liz e Ted si siano incontrati all’interno di un bar per studentesse (come si dirà spesso nel film, la maggior parte delle sue vittime erano delle studentesse, e probabilmente andava lì per adescare delle possibili nuove vittime o “uscite” di un certo tipo – Liz stessa assomiglia molto al tipo di “vittima” di Ted Bundy, che erano ragazze dai capelli bruni con la riga in mezzo).

Infatti il film stesso è proprio il viaggio di Liz nel tentare di accettare il fatto che il “Ted” che conoscesse lei, fosse in realtà anche un serial killer. Nella vita reale è stato abbastanza complicato, pure un po’ melodrammatico, quali “accettate le mia parola”, come quello che vediamo nel film. Liz effettivamente aveva fatto il nome di Ted, però per tutta la durata del processo non era sicura fosse colpevole e si è sentita molto in colpa perché temeva di essersi resa complice nel mettere in galera un innocente, in questo caso il suo ragazzo. Quindi per molto tempo lei viveva dei sentimenti contrastanti, aveva sì fatto quella denuncia, però al tempo stesso credeva potesse essere innocente, soprattutto per quanto riguarda i primi processi sulle violenze; e tutto questo percorso di accettazione, di mettere in discussione la figura che aveva lei di Ted, lo vediamo proprio all’interno del film.

COSA FALSA: Il film inizia con un confronto finale tra Liz e Ted, quando Ted è lì lì per essere ucciso dalla pena capitale. Quello non è vero, come anche la confessione finale. Sono tutti fatti non reali. In realtà, l’ultimo confronto tra lui e Liz, c’era stato per telefono diversi anni prima, prima di venire ucciso con la sedia elettrica; non si sentivano più da anni, ma quella parte è stata messa un po’ per far capire allo spettatore che Liz aveva effettivamente bisogno di staccarsi da lui per poter andare oltre. Infatti, vederlo effettivamente come colpevole, come colui capace di azioni terribili, così da poter voltare pagina.

Quel punto è però interessante, perché proprio all’interno di quel confronto finale Liz fa una domanda a Ted, ovvero:” Hai mai pensato di uccidermi, hai mai pensato di farmi qualcosa come hai fatto a quelle altre ragazze?” – questo è un taglio molto interessante, e anche se non è effettivamente vero all’interno di quel contesto, è in parte vero, perché ovviamente Liz, avendo così tanti punti in comune con le ragazze uccise/abusate da Ted, si era fatta questa domanda che non era solo una domanda, perché Ted Bundy ha effettivamente tentato di uccidere Liz una volta: una volta lei era ritornata a casa, era fortemente ubriaca e si era messa a dormire. Ted aveva acceso il camino, aveva otturato la canna fumaria del camino così da far riempire la casa stessa di fumo e aveva anche messo un panno sotto la porta di casa così da non far uscire il fumo e farlo rimanere il più possibile dentro casa. E poi lui se ne è andato. Fortunatamente lei si è svegliata, tossiva, si sentiva malissimo, ma si è salvata, aprendo tutte le finestre ecc., però effettivamente c’è stato un tentativo di ucciderla da parte sua (Ted), ma nonostante tutto lei ha continuato ad uscirci, a vederlo, anche dopo il processo e tutto, perché come si sente e si vede all’interno del film, anche nella verità Liz aveva una sorta di dipendenza nei confronti di Ted: si sentiva persa senza il suo amore, persa senza trovare la sua approvazione, sentiva proprio il bisogno dell’effetto che le dava Ted.

Il fatto di Liz come possibile vittima, lo vediamo anche all’interno del film “tradotto” in una scena in particolare, in cui loro sembrano sul punto di fare sesso e lui sta fermo un momento, alzato, a guardarla, mentre lei è sdraiata, si ferma a fissarla e inizia presto a formare la forma di una sorta di fotografia con le mani, come per decidere che cosa fare, se fare effettivamente sesso oppure tentare di ucciderla.

Tutto questo passaggio nel tentare di capire se accettare la figura di Ted Bundy, di quel fidanzato che sembrava il principe arrivato al momento giusto; come serial killer lo vediamo anche all’interno del film, nel lungo percorso di Liz. Viene fatto con delle frasi un pochino sdolcinate ogni tanto, ma effettivamente è stato un percorso molto doloroso per lei. La duplicità di questo personaggio la vediamo quasi sin dall’inizio, per quanto riguarda il film, c’è quella scena costruita molto bene, quando loro vanno a casa a dormire la prima sera che si incontrano, lui è un po’ un gentiluomo, dormono solamente e non fanno nient’altro. Quando al mattino lei si sveglia, vede che lui non c’è, non c’è sua figlia e allora pensa immediatamente che le sia stata rapita. Si reca in cucina e lo vede con un coltello in mano, ma sta preparando la colazione. Il film usa molti elementi simbolici, proprio per far capire questo percorso allo spettatore: come la confessione finale, il libro Papillon (che in realtà non diventa una fissa per Ted e che non ha mai regalato a Liz.)

Joel Osmet

Un altro elemento non reale che ha, però, proprio una funzione è il “non fidanzato di Liz”. Vediamo Joel Osmet, nei panni di Jerry, il nuovo compagno di Liz, che nella vita reale non esiste, o magari sarà esistito dopo; però ha una funzione: noi vediamo lui essere un uomo affabile, un brav’uomo, però è interpretato da un attore che ha un volto un po’ “inquietante”, non è proprio ciò che si aspetta dal “principe azzurro”; mentre dall’altra abbiamo un serial killer interpretato da un uomo sexy, di bell’aspetto, affabile, carismatico, bello, proprio per farci capire come il pericolo potrebbe essere sotto mentite spoglie.

Il film aggiunge anche un’altra scena, ovvero quella del canile, dove il cane che appena lo vede abbaia. Però questa scena è del tutto strumentale: ovvero serve per inserire il personaggio di Carole Ann, ma anche per far capire poi un’altra cosa: ovvero tutta la parte manipolatoria di Ted. Lui alle varie donne racconta sempre la stessa “fiaba”: quella di “ci compriamo una casa sulla riva di un lago, ci compriamo una macchina, ci compriamo un cane”…lui lo dice sia a Liz che a Carole Ann, e fa vedere come ricicli sempre la stessa storia, sempre le stesse parole, sempre gli stessi sentimenti a tutte le donne, semplicemente per arrivare ad un fine: voleva forse la devozione di Liz, per il fatto che fosse così dipendente da lui oppure ancora voleva Carole Ann, usarla come strumento per poi fare da tramite con i media, ma anche come partner fissa all’interno della prigione.

Molto spesso, quando si parla di Serial Killer – e penso sia stato detto a proposito di Ted Bundy – , molto spesso i sociopatici e gli antisociali non sempre riescono a provare tutto un range di sentimenti, e molto spesso imitano, sanno imitare molto bene i sentimenti visti e sentiti dagli altri. Infatti la storiella che racconta alle sue donne, quella del cane, della casa ecc; è proprio un simbolo di come Ted Bundy abbia fatto del male alle donne, non solo fisicamente, ma anche manipolandole, manipolando i loro sentimenti, facendole credere amate, raccontare una storia finta ed impacchettata per usarle come gli servivano.

Carole Ann nel film è palesemente un “rimpiazzo”; dato che Liz l’ha lasciato, lui era molto spaventato dal fatto che non potesse vedere Liz una volta arrestato, però subito dopo insomma, trova un “tappa buchi”. Tutta la relazione con Carole Ann era molto uno strumento per dipingere la sua immagine, infatti non a caso, lui chiede a Carole Ann di sposarlo in tribunale, lo stesso giorno in cui doveva essere data la sentenza della condanna perché sperava che non l’avrebbero mai condannato a morte, lo stesso giorno del suo matrimonio, ma purtroppo per lui non è andata così. Tutte e due le relazioni vengono dipinte come uno strumento per poi arrivare ad uno scopo, e questo di vede molto bene. Il film in sé si concentra maggiormente sulla parte manipolatoria del personaggio, anziché sui suoi omicidi. Il regista stesso all’interno del film ne interpreta un piccolo cameo, colui che intervista Ted Bundy, una cosa interessante perché tempo fa lo stesso regista aveva diretto una serie tv per Netflix su una confessione, un’intervista di Ted Bundy. Il film da molto spazio a Zac Efron, che è effettivamente molto bravo, fa questo monologo finale che funziona davvero molto bene e si vede che lui per interpretare questo personaggio ha fatto davvero un lavoro pazzesco. Il film ha l’intento di far mettere lo spettatore nei panni delle vittime, più che empatizzare con il serial killer, infatti si punta molto soprattutto sul finale, sul ricordare le sue vittime e poi ci sono dei filmati originali. Una cosa che non mi ha fatto tanto impazzire è stato il fatto che mentre si elencavano le ragazze che erano sparite/ uccise/ abusate da Ted, si vedessero i tre protagonisti principali (Ted, Liz e la bambina), e di sottofondo una voce che parlava di queste ragazze che avevano subito violenze. Inoltre, il film ci vuole dire che nonostante Liz sia viva, sia anch’essa una delle vittime di Ted Bundy.

Le parti del tribunale: le più importanti e belle. Bella è pure la scena in cui viene data la condanna a morte: c’è il tribunale, una ad una si spengono le luci in aula e lì c’è solo Carole Ann, sola, e il fatto delle luci sta a significare come lo show sia finito! È finita l’arte manipolatoria di Ted!


Sceneggiatura e fotografia.

Sceneggiatura:

Michael Werwie

La sceneggiatura viene affidata Michael Werwie – che ha già lavorato come sceneggiatore per un altro film “A Rose Reborn” del 2014 – scrive una serie di quadri con ellissi temporali disomogenee che si focalizzano in particolare sui processi che possono essere interessanti in quanto tali, ma montati troppo seccamente uno con l’altro. Inoltre, la sceneggiatura è molto meccanica e poco fluida! All’inizio della prima metà parte, il film si svolge con un po’ di lentezza, però questa lentezza iniziale ci serve per introdurci la storia in sé, i personaggi, e poi d’un tratto inizia ad essere un po’ più movimentata, così, all’improvviso. Già dalla seconda metà della prima parte e tutta la seconda parte del film si inizia ad entrare nel vivo della vicenda, nel vivo del personaggio, nella vita di Ted, questo uomo sadico che uccide, sevizia, violenta le donne. È un personaggio particolare, una persona bipolare, un uomo che entra e che esce dai penitenziari. Ma il tutto avviene troppo velocemente, troppo repentinamente. Quindi, non mi ha fatto impazzire affatto, e secondo me, inoltre, non ha un impatto positivo sullo spettatore, anzi mi ha innervosito parecchio, perché i vari cambi di scena e non solo, erano molto repentini, e da spettatore non riuscivo a concentrarmi perché, vero è Ted Bundy da un penitenziario usciva e dall’altro entrava, però questa cosa succedeva troppo spesso e troppo velocemente.

Joe Berlinger e Zac Efron dietro le quinte.

Ma, secondo me, il punto più debole è proprio l’incapacità di Joe Berlinger – il regista – di avere il coraggio di portare fino in fondo la sua scelta di sposare il punto di vista della Kendall, che ben presto viene sostituita da quello di Bundy, e non solo. Sembra quasi che a un certo punto non si potesse sacrificare il volto di Bundy-Zac Efron. E proprio anche questo tradimento che rende il film incerto. Oltretutto, partendo dalla Kendall e arrivando a Bundy, non si spiegano fino in fondo le dinamiche degli omicidi, né l’efferatezza degli stessi, citando il minimo indispensabile, creando un ritratto di un serial killer di grande fascino, quasi un eroe di fronte alla macchina della giustizia reso spettacolo mediatico, dimenticandosi (se non nei titoli di coda dove sono elencate le trenta vittime accertate ufficialmente, come già accennato prima) che Bundy era un feroce assassino, stupratore, necrofilo che collezionava le teste delle sue vittime. Manca, però, anche la perversa capacità manipolatoria che Bundy utilizzava nei confronti delle giovani donne, evidenziando solo l’elemento del fascino esercitato. E questo perché fin dall’inizio si voleva raccontare il dramma interiore della Kendall e focalizzarsi su di esso per poi, invece, abbandonarlo. E purtroppo la mancanza di controllo della materia, si riverbera anche sulla forma. Su Bundy, Berlinger, ha diretto e prodotto una miniserie documentaria di quattro puntate targata Netflix, prima di girare “Ted Bundy – Fascino criminale”, ma purtroppo il film stesso appare troppo debitore a un estetismo da documentario televisivo che compromette la messa in scena cinematografica. Inoltre, questa pellicola non aggiunge altro sulla figura di questo serial killer, fallendo nel tentativo di raccontare una vicenda così complessa e articolata da un punto di vista diverso. Ed è un gran peccato dire così, perché Berlinger ha una esperienza trentennale come documentarista alle spalle, in particolare per la televisione – vincitore pure di due Emmy – e interessato a storie di cronaca. (ricordiamo “Paradis Lost 3: The Purgatory”, basato su un assassino di tre bambini e la condanna e poi l’assoluzione di tre adolescenti dopo vent’anni di prigione scagionati dalla prova del Dna, che è stato candidato all’Oscar). Dico che è un peccato perché ha compiuto un lavoro mimetico per niente semplice: nei titoli di coda appaiono sequenze televisive originali dei processi e si nota il lavoro da “replicante” effettuato da Zac Efron per interpretare Bundy, arrivando a imitarlo non solo fisicamente, ma soprattutto nei gesti, nelle espressioni, nei movimenti, così come i vari processi con relativi inserti dei veri dialoghi ripetuti all’interno della narrazione. (come avevamo già detto sopra)


Fotografia:

Brandon Trost

Brandon Trost – che ha già lavorato su “The Disaster Artist” del 2017 – è stato chiamato per la direzione della fotografia. Per quanto riguarda la fotografia e scenografia, sinceramente, mi sono molto piaciute entrambe, mi sono piaciute perché sono pulite, nette, distinte, mi è piaciuto il fatto che la notte come il giorno sono distinti per bene, non ci sono molti elementi, il tutto molto semplice, limpido. A questo proposito, nel film, non vengono fatti vedere i vari omicidi, stupri, violenze e abusi che Ted compie, non si vedono se non prima della fine del film (ne viene fatta vedere una nello specifico), e il tutto viene narrato sotto un video da una voce fuoricampo sotto un video di Liz, Ted e Molly, così come i nomi delle ragazze cha da Ted hanno subito violenza. Quindi, per queste due categorie si è optato per tenere il tutto un po’ più “pulito”, rispetto a film analoghi.

Anche la caratterizzazione dei vari luoghi mi è davvero piaciuta, anche perché se non erro, in vari video di confronto tra la realtà e la storia narrata nel film, son stati usati i veri luoghi, edifici, le varie aule e molto altro ancora. [Dettaglio irrilevante: mi è piaciuto il fatto di rappresentare i vari penitenziari, perché da uno stato all’altro, da quello della California a quello dello Utah a quello del Colorado, cambia.]

Mi è tanto piaciuto il fatto che alcune scene sono state girate tali e quali alla realtà: stesse inquadrature delle persone e dei luoghi, stesse movenze, stesse domande, frasi, parole, stesi gesti, abiti… tutto. (es. le scene in cui viene “intervistato”, anche se in carcere, inizia a diventare una sorta di idolo, perché le persone sono attratte dal suo aspetto e dalla sua oratoria; oppure la scena in cui il procuratore di uno stato parla di lui e della pena che gli verrà affibbiata e lui, davanti al suo pubblico fatto di ragazzine pazze di lui, giornalisti e tanti altri ancora, fa una scenetta, e questa scena è uguale identica alla realtà. – sappiamo di questo “rigirare le scene tali e quali”, perché alla fine del film, durante i titoli di coda, passano le immagini reali di quei momenti). Mi è davvero piaciuto, quindi, questo fatto di includere alle riprese moderne, quelle dell’epoca, in un’alternanza di vecchio e nuovo. Inoltre il film ci fa capire – e poi ci viene pure detto – che questo caso giudiziario è stato il primo caso in cui in aula vennero messe delle telecamere per registrare il tutto e mandarlo in onda via cavo, come una sorta di reality show, una sorta di panem et circense.



Costumi, trucco e parrucco:

La costumista e stilista Megan Stark Evans – già curatrice dei costumi del film “Tron:Legacy” – si è occupata dei costumi di questo film. Non ho trovato chissà che su internet sui costumi e sul processo creativo dietro questi, persino sul suo blog personale (MSE – Megan Stark Evans) non vi è molto, se non che si possono trovare le locandine dei film per cui ha lavorato e cliccandoci sopra ne viene fuori solo una serie di immagini e scatti prese dal film.

Per questa sezione appunto, che è una delle mie preferite e che molto spesso è una di quelle che mi occupa più tempo perché trovo quasi sempre tantissimo materiale, questa volta purtroppo non è che abbia trovato granché, anche se non è che – al dire il vero – ci sia molto di cui parlare, perché i costumi si rifacevano alla realtà, agli anni ’70 e ’80, se non addirittura in alcune scene, ad una copia identica degli abiti, soprattutto quelli di Ted Bundy e di pochi altri personaggi.



Attori:

Zac Efron nei panni di Theodore “Ted” Bundy, un ex studente di legge accusato di diversi crimini violenti contro le donne.


Lily Collins nei panni di Elizabeth “Liz” Kendall, una studentessa del college e madre single che intraprendere una relazione con Ted e professa l’innocenza di Ted durante i suoi processi.


Kaya Scodelario nei panni di Carole Ann Boone, vecchia amica di infanzia di Ted, la quale si trasferisce nello stesso stato in cui si trova Ted per sostenerlo. In seguito si sposeranno in tribunale.


Jeffrey Donovan nei panni di John O’Connell, il primo avvocato difensore di Ted nello stato dello Utah che lo difende dal caso di rapimento.

Angela Sarafyan nei panni di Joanna, la migliore amica di Liz la quale crede che Ted sia colpevole.

Dylan Baker nei panni di David Yocom, l’avvocato d’accusa nello Utah.

Brian Geraghty nei panni di Dan Dowd, l’avvocato d’ufficio di Ted in Florida quando viene ricatturato dopo esser scappato in Colorado.


Terry Kinney nei panni del Detective Mike Fisher,detective della omicidi che collega Ted con l’omicidio avvenuto in Colorado.

Haley Joel Osment nei panni di Jerry Thompson, college di Liz alla Divisione Medica Universitaria che inizia a frequentare dopo Ted.


James Hetfield nei panni di Bob Hayward, un agente di polizianello Utah che per primo arresta Bundy.

Grace Victoria Cox nei panni di Carol Daronch, una donna che Ted ha rapito nello Utah e che ha portato alla sua prima condanna.

Jim Parsons nei panni di Larry Simpson, procuratore della California.

John Malkovich nei panni del Giudice Edward Cowart, il Giudice che presiede all’ultimo processo per omicidio di Ted.

Justin McCombs nei panni di Jim Dumas, l’avvocato di Ted in Colorado che difende il suo primo caso di omicidio.

Forba Shepherd nei panni di Louise Bundy, la madre di Ted.

Molly Kendall, la figlia di Liz che viene rappresentata ad età diverse da Macie Carmosino, Ava Inman, Morgan Pyle, and Grace Balbo.

Il direttore Joe Berlinger ed il cineoperatore Brandon Trost fanno un cameo nei panni di presentatore e del cameramen che intervistano Ted in Colorado.



Colonna Sonora:

Marco Beltrami.

La colonna Sonora di questo film è stata affidata a Marco Beltrami – tra l’altro compositore anche della colonna sonora di “A Quite Place” (“Un Posto Tranquillo”) del 2018 – e Dennis Smith. Come le colonne sonore di tanti altri film, è composta sia da brani famosi usciti in quegli anni, sia da componimenti. Tra i brani famosi troviamo “Do you believe in Magic?” di The Loving Spoonful, “Crimson and Clover” di Tommy James & The Shondells, “Thousand-Watt Work-Out” di John Moran, “Lucky Man” di Emerson, Lake & Palmer e tanti altri, come i Metallica, Thelma Houston, Dave Teves e the Elder. Per quanto riguarda i componimenti/interludi musicali, ne troviamo disparati e tutti molto orecchiabili, alcuni abbastanza inquietanti che servono da accompagnamento ad alcune scene clue, alcuni con melodie già sentite e usate prima in altri film – già dall’inizio per il componimento “Opening scene”, che inizia con un tono alto, che mina un po’ i nervi e dà fastidio, ma che man mano cala di tono e diventa sempre più scura e tenebrosa, un po’ inquietante, che ci introduce all’inizio del film; alcuni altri sono componimenti che sono un mix di componimenti e arie classiche, come “The Truth (Queen of The Night)”, in cui The Queen of the Night – una delle arie più famose al mondo – viene cantata con un misto di delicatezza e dolore, sofferenza e leggerezza, con una base leggermente differente, sempre al piano, ma in aggiunta altri strumenti, come la chitarra, per darle un peso diverso dall’originale e darle un tocco “gregoriano”, e da ciò che salta subito all’orecchio sono i vocalizzi del ritornello. Alla fine dei conti, la colonna sonora è molto orecchiabile, carina, ma non la mia preferita.


FINE.


Spero che anche questa nuova recensione riguardante il film “Ted Bundy – Fascino Criminale” – che molti di voi mi avevano chiesto -anche se pubblicata in ritardo, vi sia piaciuta e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

Hunger Games prequel.

  • Recensione libro e film di Hunger Games (ITA)
Suzanne Collins

Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo, come due o tre giorni fa, di Hunger Games, ma non della trilogia libresca che già ampiamente conosciamo e della quale ho parlato del primo romanzo (e del primo film), o ancora della tetralogia di film che ha incassato milioni di dollari, ma parleremo del Prequel di Hunger Games e delle poche notizie che sono trapelate fino ad ora.

Spero che l’articolo vi piaccia.

All’articolo!


Sappiamo già alcune cose sul romanzo che arriverà nel 2020 e ci riporterà a Panem. Sappiamo che il prequel si ambienterà durante la decima edizione dei giochi, mentre il ciclo originale si svolgeva a partire dalla settantaquattresima edizione. L’ambientazione, dunque, è la stessa ma, trattandosi di un prequel ci troveremo a Panem, una Panem che sta cercando ancora di riprendersi dalla guerra, molti anni prima della nascita di Katniss Everdeen, la coraggiosa protagonista della serie di libri Hunger Games, interpretata nei film da Jennifer Lawrence. In quell’epoca a Panem era da poco terminata una rivolta fallita. 

Il periodo di ricostruzione, a 10 anni dalla fine della guerra, è un periodo oscuro e terribile, in cui i personaggi hanno ampio modo di riflettere e affrontare domande esistenziali. Non sappiamo ancora nulla su chi saranno i personaggi e quali difficoltà si troveranno a dover affrontare. Ma siamo sicuri che maggiori informazioni saranno disponibili molto presto. Sebbene non esista ancora alcun titolo ufficiale per il romanzo, sappiamo però che l’appuntamento per la pubblicazione è fissato in una data ben precisa. Quindi, quando esce il prequel di Hunger Games?Per quanto riguarda il romanzo la data di pubblicazione è prevista per il 19 maggio 2020.

Ecco come Suzanne Collins descrive il suo lavoro sul nuovo romanzo: ” Con questo libro voglio esplorare le condizioni della natura, chi siamo e cosa per noi è necessario per garantire la nostra sopravvivenza. Il periodo della ricostruzione, dieci anni dopo la guerra, viene di solito definito quello dei “Giorni Oscuri”, è il momento in cui il paese di Panem cerca di rialzarsi. Fornisce un terreno fertile per i personaggi, che affrontano queste domande e perciò definiscono il proprio modo di concepire l’umanità.”

Per quanto riguarda la domanda che ci poniamo tutti riguardo il Prequel di Hunger Games: “Ci sarà anche il film? “. Domanda più che lecita, dato che i 4 film tratti dalla serie principale composta da tre romanzi di Suzanne Collins, (saga che aveva incassato nel mondo un totale di 2,970 miliardi di dollari) sono stati portati sul grande schermo dalla Lionsgate. In più, sembra che la casa di produzione sia già in contatto con l’autrice per discutere dell’adattamento cinematografico del romanzo prequel.


A questo proposito, pochi giorni fa, girando su internet e cercando più notizie sul futuro “prequel ” di Hunger Games, mi sono imbattuto in un titolo che porta questo titolo:Hunger Games: la Lionsgate conferma il prequel ambientato oltre 60 anni prima degli “originali” .”

Screen della notizia lanciata dalla Scholastic su twitter.

Come già sappiamo, il nuovo libro verrà pubblicato a maggio del 2020, ma proprio la Lionsgate, per bocca del presidente Joe Drake, ha confermato che la traduzione cinematografica del romanzo è già in lavorazione.’

Non è una sorpresa, dato che i precedenti film del ciclo, oltre a consacrare star di Hollywood Jennifer Lawrence, hanno registrato nel mondo incassi da cine-comic:

694 milioni di dollari per Hunger Games (2012), 865 mln per Hunger Games – La ragazza di fuoco (2013), 755 mln per Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1(2014) e 653 per Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 2 (2015).


Fine


Spero che anche questo nuovo articolo riguardante un futuro prequel di Hunger Games vi sia piaciuto, e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

The Hunger Games – book and movie review.

(ITA)

Hi everyone and welcome back to this new book review on my blog. Unfortunately, today I am not going to publish a movie review well-known to you, on “Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile”, but I promise it will come soon in few days, so stay tuned! Today, as you can read by the title, we are going to talk about “Hunger Games”, both of the book and movie, including the differences between the book and the movie, the main themes of the work and my personal impressions. I decide to talk about this topic, this book, firstly, because recently I re-read the book for an exam I had to do for a class, literary adaptation, I attended at university; and then also because few days ago, the writer Suzanne Collins, through Scholastic publishing house’s twitter, dropped the bomb! Collins will take us back again to state of Panem with a new prequel book that will be set during the 64 years before the 13 districts’ rebellion, before the well – known “Dark Days”.

I hope you like this new bookish review mixed with its movie adaptation.

Onto the review!


Plot

This story is set in a post – apocalyptic American scenario. America as we knew doesn’t exist anymore, but in its place exists the fictional nation of Panem, that consists of capital, Capitol City, ruled by President Snow, where there is a despotic and highly dictatorial power, and 12 Districts (once 13) controlled by it.

These 12 Districts provide Capitol City everything it needs, for instance, District 2 manufactures weaponry and supplies training for Peacekeepers, District 3 primary industry is general electronics, such as electronics, televisions, cars and also bombs, District 5 is in charge electrical power, District 6 is in charge of transports, District 8 is in charge of the production of textiles, District 12 in charge of coal mining. But, how are you supposed to keep this kind of power?

It all began 74 years before the story told, when the 13 colonies around Capitol City, weary of the continuous vexations by the capital, began to wage a war to death against Capitol City, so they could take their freedom. Unfortunately, Capitol City wins, there are millions of deaths, the colonies are virtually enslaved and a terrible punishment to pay is being imposed to the Districts: by aiming to the youth. Every year, as punishment for having sparked a rebellion years before against the capital, every District is forced to offer to Capitol City through a ceremony called “Reaping”, where the tributes’ names are extracted, a boy and a girl between the ages of 11-18 years old, to be part and to compete as well in the Hunger Games, some broadcast live games to the death where, in an secret arena controlled by technologies and strategists, the tributes closed in will have to compete each other in a battle to the death to survive. Besides, the citizens can interact with these tributes, in other words, they can send their favourite tributes basic necessities items, such as a water disinfectant, a knife, a rope, an ointment and some more. And of 24 of them, there will be only one. The one who will survive, will represent hope and will live in prosperity and eternal peace.

There is a peculiarity in these games, because all 24 tributes are represented as “symbols of strength”, as if they are some kind of stars; in fact, there is a pre – Hunger Games, where they are prepared and dressed up, have their appearance cured, they participate to television broadcasting to be introduced to the entire nation, they’re given a mentor, they are made desirable, so that the cheering crowd can choose its “favourites” while watching the HG, and they can cheer for the person of their own district or for the one they love.

The book begins on District 12, where Katniss Everdeen life is completely wretched, if it weren’t that she’s a hunter and she manage to go on with wild game. She has a mother that fell into depression after her father’s death, and a little sister she takes care, Primrose.

Peeta Mellak

The “Reaping” day come and Prim is extracted: to protect her, K volunteers as a tribute for her sister and to save her both from that terrible destiny and game. Together with her, Peeta Mellak is extracted: “to add insult to injury”, for K, because he was the one who saved her from starvation, throwing some bread.


Therefore, to survive Katniss has to kill that boy too, with whom she has a debt of gratitude, because obviously the winner is only one. Lastly, arrived in Capitol City, they are made desirable, they are introduced to the nation, they are trained for a week and then thrown straight to fight in the arena. Here, after an initial moment, she discovers that Peeta loves her and that he used that expedient for her as a sort of publicity, but the truth was quite different, and then she gets a bit confused because of the fact that she’s unconsciously and unintentionally infatuated with her hunting partner, Gale.

In the arena the tributes take on several detours, in fact, emerges a certain monstrosity by the capital, because behind these games there is a number of strategists that run the rhythms of the reality and who decide what is going to happen at a given moment, for instance, wildfires, lions, GMO wasps. Thus, Katniss pretends in her turn to love Peeta back, to play the part of the “star – crossed lovers” and to earn Capitol City’s sympathies. But it happens that she begins to care for him and, lastly, they are the only two tributes remaining alive in the arena and she succeeds, with a ruse, to let both of them to win, in other words, threatening the capital with their suicide by the means of “nightlock”.

Firstly, this expedient makes her the female winner, and Peeta the male winner, but at the same time, it makes her a political target, because, obviously, President Snow cannot accept this situation.


Author

Suzanne Collins was born in Hartford on August 10, 1962. Nowadays she lives in Connecticut together with her family. She began her career in 1991 as a writer for children’s television shows.

Later, between 2003 and 2007 she wrote The Underland Chronicles saga.

She achieved success the following year thanks to The Hunger Games novel, first science – fiction novel in a trilogy called “The Hunger Games Trilogy”, and the trilogy includes: Hunger Games (2008), Catching Fire (2009) and Mockingjay (2010).

Her books have been translated in 40 countries and continuously reprinted. A film adaptation, directed by Gary Ross and co-written and co-produced by Collins herself, was released in 2012.



Differences between the book and the movie.

In the book, Katniss famous mockingjay pin was given to her by Madge, the mayor’s daughter.

That gesture for Katniss was a revelation: firstly, because she thought that Madge didn’t like her, and later because it’s a small sign of rebellion, since the mockingjay is the symbol of consciousness and revolution for the Government of Panem. In the movie, instead, Katniss finds the pin by chance, but the power and meaning of the mockingjay is not explained.


In the movie, Peeta’s father is never seen or mentioned. In the book, instead, he’s among Katniss’ visitors before she leaves the districts. In fact, he gives her some biscuits, that she will throw off the train thinking that she will have to kill Peeta too.


In the movie, during the opening ceremony, Peeta takes Katniss’ hand to win the crowd’s love at the parade.

Cinna

In the book, instead, this is Cinna’s idea, the stylists of the tributes, that in this way he begins to reveal his will to help the two lovers survive.


In the book the role of Avox, “voiceless servants”, is subtle but constant. They are people that have been punished for having been traitors or escapees, or rising up against the capital.

Katniss recognises an Avox by her red hair. While in the movie this fact isn’t mentioned.


In the book, it is very difficult at first for Katniss to find water inside the arena. In fact, she spends a whole day looking for it among trees and pitfalls to overcome. Her task is to survive in the wild.

Haymitch

At certain time, she is dying of thirst to the point of asking Haymitch for help, her official mentor, who doesn’t respond. So, Katniss understands to be close to it. In the movie, instead, Katniss finds water shortly after the initial shot of the games, after the Cornucopia, the huge platform that tributes must reach to retrieve food and resources.


Sponsors are people or groups of people that, caring much for a particular tribute, help him/her to survive in the arena through several gifts they send the tributes.

In the book, Katniss has to interpret their meanings. In the movie, instead, their gifts are always accompanied by a note justifying the gesture.



In the movie, we can see the reaction District 11 had and the following uprising due to Rue’s death, one of the youngest tributes of this District. In the book this fact doesn’t exist.


In the book, in order to heal Peeta’s wounds, Katniss drugs him to help him to fall asleep and then running around looking for medicines. In the movie, instead, she simply waits for him to fall asleep, and then sneaks out.


In the book, to show the inconstant transition between Katniss and Peeta’s trust and mistrust toward each other, Katniss prepares an arrow in her bow once the strategists will announce them that only one could survive,

because she’s suspicious and fears that Peeta could attempt to kill her. In the movie, instead, this little detail doesn’t exist, because suspect is completely cancelled.


Both in the book and movie, Cato is a crucial character. He is, maybe, the most ruthless and one of the “luckiest”, constantly trained since childhood to attend the Hunger Games.

In the book, he is and will be a pure psychopath until the end. In the movie, Instead, at the end he shows a fragile and human side.



Main themes of the work

Being “Hunger Games” a dystopia, leads to the extreme some aspects of modern culture, thus showing the perverse shadow that hides behind everyday life.

The title of the book itself takes its name from the reality show around which revolves the whole plot, so, one of the main themes is television entertainment. A violence action such as adolescents that brutally kill each other, if this is seen through a television, not only become socially acceptable, but actually exciting. Everything revolves around appearances, as Katniss can’t help but notice: “It is all about the show. it’s all about the way they see you.”

Being the main character just sixteen, it’s interesting to look at it. In the modern era, the appearance and the attention for our own look, has never taken such an important role. The way K is deprived of her own identity to earn public’s favour and, thus survive, can be interpreted as an exasperation of the importance appearance has in modern society.

Lastly, as in many dystopias, a major role is played by the totalitarian power in which a mix of terror and propaganda repress any form of rebellion even before it can take shape.

“Hunger Games” shares with “1984”, father of dystopias, the use of cameras as a mean of surveillance, affecting the lives of individuals while the television is the mean to break into the citizens’ privacy.



Personal impressions

There is no doubt that “Hunger Games” gave dystopian science fiction a prominent place in modern literature. Its power lies in being able to combine such young and complex character as Katniss with a setting and atmosphere of terror, which is no way inferior to more complex novels such as “1984” and “Fahrenheit 451”.

Unlike these classic examples, where the social structure has a predominant role in the narration, here the focus is on the single human being: Katniss. The plot is linear, simple and without detours, where it could be possible to be lost in. It’s literally impossible not to read the whole book down the hatch, the events are so skilfully concatenated to make it difficult to stop.

When we’re simply reading the plot, are obvious the references with “Battle Royale” and Stephen King’s “The Running Man”.

In both of these books there are realities where the characters are forced to fight each other in violent fights to boost the ratings.

It’s important to underline that the power this novel has, is not primarily in the originality of the basic idea, but in its realisation. It’s a novel not be missed, the forerunner of novels and movies that in recent years have respectively invaded libraries and cinemas.


the End


I hope you like this article – review about Hunger Games’ book and movie on my blog and if so, leave a comment, share and like it. See you in the next one! Byeeeeeee.

The Hunger Games – recensione libro/film.

(ENG)

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Oggi, purtroppo, non pubblicherò la famosa recensione su un film da molti richiesto, ovvero Ted Bundy – Fascino Criminale“, ma prometto che arriverà in questi giorni, so stay tuned! Oggi, come potete leggere dal titolo, parleremo di “Hunger Games ”, sia del libro che del film, includendo anche le differenze tra l’opera letteraria e quella cinematografica, i temi principali trattati dall’opera e le mie impressioni personali. Ho deciso di parlare di questo argomento, in primis perché ho ri – letto da poco il romanzo per un esame di literary adapattion, e poi anche perché un paio di giorni fa la scrittrice Suzanne Collins, tramite il twitter della casa editrice Scholastic, ha lanciato la bomba! La Collins ci riporterà nello stato di Panem con un libro prequel che sarà ambientato nei 64 anni prima la rivolta dei 13 distretti, prima dei famosi “Giorni Bui ”.

Spero che questa recensione libresca unita a quella del film sia di vostro gradimento.

Alla recensione!


Trama

Questa storia è ambientata in uno scenario post – apocalittico americano. L’America così come la conosciamo non esiste più, ma al suo posto esiste l’immaginaria nazione di Panem, che è composta da una città capitale, Capitol City, governata dal Presidente Snow, dove c’è un potere dispotico e altamente dittatoriale, e 12 distretti (un tempo 13) comandati da essa.

Questi 12 distretti forniscono tutto ciò che serve a Capitol City, come ad esempio, il Distretto 2 fabbrica armamenti e addestra i pacificatori che poi verranno mandati nei vari distretti, il Distretto 3 produce componenti elettronici, televisori, automobili e anche esplosivi, il Distretto 5 si occupa di elettricità, il Distretto 6 si occupa dei trasporti, il Distretto 8 si occupa dell’industria tessile, il Distretto 12 del carbone. Ma come si fa a tenere il potere dispotico e altamente dittatoriale a Capital City?

Tutto ebbe inizio 74 anni prima della vicenda che viene narrata, quando le 13 colonie intorno Capitol City, stanche delle continue angherie da parte della capitale, iniziarono ad ingaggiare una guerra all’ultimo sangue con Capitol City, per potersi prendere la loro libertà. Purtroppo però Capitol City vince, ci sono migliaia di morti, le colonie vengono praticamente schiavizzate e ai Distretti viene imposta una punizione terribile da pagare: si mira alla gioventù. Ogni anno, come punizione per aver scatenato una ribellione anni prima contro la Capitale, ogni distretto è costretto ad offrire a Capitol City tramite una cerimonia chiamata “Mietitura”, in cui vengono pescati i nomi dei candidati, un ragazzo e una ragazza di età compresa tra gli 11-18 anni per partecipare e competere negli Hunger Games, dei giochi all’ultimo sangue trasmessi in diretta dove, in un’arena segreta controllata da tecnologie e strateghi, i partecipanti rinchiusi dovranno sfidarsi l’un l’altro in una battaglia all’ultimo sangue per sopravvivere. Oltretutto i cittadini possono interagire, ovvero possono mandare ai tributi loro beniamini i generi di prima necessità, come un disinfettante per l’acqua, un coltello, una corda, una pomata e tanto altro ancora. E dei 24, ne resterà soltanto uno. Colui o colei che sopravviverà, rappresenterà la speranza e vivrà nella prosperità e nella pace eterna.

Ma la peculiarità sta nel fatto che questi 24 ragazzi vengono rappresentati come dei “simboli di forza”, come se fossero delle star, infatti vi è tutto un pre – Hunger Games dove vengono preparati, curano il loro aspetto, li vestono benissimo, li fanno partecipare a trasmissioni televisive per presentarli all’intera nazione, affidano loro un mentore, li rendono desiderabili, così che la folla può scegliere il suo beniamino e guardando gli HG possono fare il tifo per la persona facente parte del proprio distretto o per chi preferiscono.

Il libro si apre sul Distretto 12, dove Katniss Everdeen fa una vita praticamente miserabile, se non fosse che lei è una cacciatrice e riesce ad andare avanti con la cacciagione. Katniss ha una madre che è andata in depressione dopo la morte del padre, e una sorellina della quale si prende cura, Primrose.

Peeta Mellak

Arriva il giorno della “mietitura” e viene estratta Prim, quindi Katniss per proteggerla, si offre volontaria per sostituire sua sorella e salvarla sia da quel crudele destino che dal gioco. Insieme a lei viene estratto Peeta Mellak – oltre al danno, la beffa per Katniss, perché lui è colui che le aveva lanciato del pane, salvandola dalla fame.

Quindi per sopravvivere, Katniss, dovrà uccidere anche quel ragazzo con il quale ha un debito di gratitudine, perché ovviamente il vincitore è uno. Infine, arrivati a Capitol City, vengono resi appetibili, li fanno conoscere, li fanno allenare per una settimana, e poi vengono catapultati nell’area. Qui, dopo un primo momento, scopre che Peeta la ama e che ha usato questo espediente per lei come una specie di pubblicità, ma la realtà era bene diversa, e lei va un po’ in confusione per il fatto che è anche infatuata del suo compagno di caccia Gale in modo inconscio e inconsapevole.

Nell’arena affrontano varie peripezie, emerge appunto una certa mostruosità da parte di Capitale, perché dietro all’arena vi è una serie di strateghi che gestiscono i ritmi del reality, e che decidono cosa fare succede o meno in un determinato momento, incendi, leoni, vespe OGM. Katniss finge a sua volta di amare Peeta per recitare la coppia degli “amanti sventurati”, e per attrarsi le simpatie di Capitol City, però succede che lei inizia ad affezionarsi a lui, ed infine si ritrovano solo loro due e lei riesce, con uno stratagemma, a far vincere entrambi, ossia minacciando il suicidio di tutte e due tramite delle bacche velenose, “morsi della notte”.

Questo fa di lei in primis la vincitrice, come ne fa il vincitore anche di Peeta, ma ne fa anche un bersaglio politico, perché ovviamente il Presidente Snow, non può accettare questa cosa.


Autore

Suzanne Collins nasce ad Hartford il 10 agosto 1962. Oggi vive nel Connecticut con la sua famiglia e due gatti selvatici. Inizia la sua carriera nel 1991, quando inizia a scrivere sceneggiature per programmi televisivi per bambini. Successivamente, tra il 2003 e il 2007 scrive la serie di Gregor.

Raggiunge poi il successo l’anno successivo grazie al romanzo Hunger Games, primo romanzo di fantascienza di una trilogia chiamata “The Hunger Games Trilogy”, e la trilogia comprende: Hunger Games (2008), La ragazza di fuoco (2009) e Il canto della rivolta (2010).

I suoi libri sono stati tradotti in 40 paesi e continuamente ristampati. Nel 2012 il romanzo è stato trasposto cinematograficamente per mano del regista Gary Ross. Per i film di HG, è stata pure co – produttrice e co – sceneggiatrice.



Le differenze tra il libro e il film di Hunger Games.

Nel libro, la celebre spilla con la Ghiandaia Imitatrice di Katniss le viene consegnata dalla figlia del sindaco, Madge.

Madge

Quel gesto per Katniss è una sorpresa: innanzitutto perché pensava di non piacere a Madge, poi perché è un piccolo segno di ribellione visto che la Ghiandaia Imitatrice rappresenta per il governo di Panem un simbolo di coscienza e rivoluzione. Nel film, invece, Katniss trova la spilla per caso, ma non viene spiegato il potere della Ghiandaia Imitatrice.


Il padre di Peeta nel film non viene mai visto né menzionato. Nel libro, invece, è tra i visitatori di Katniss prima che parta per l’arena. L’uomo le consegna dei biscotti che in seguito la ragazza getta dal treno al pensiero di dover uccidere Peeta.


Durante la cerimonia d’apertura, nel film Peeta prende la mano di Katniss e in questo modo si ingrazia la folla alla parata.

Cinna

Nel libro però è un’idea di Cinna, lo stilista dei tributi, che in questo modo comincia a rivelare di voler aiutare i due ragazzi a sopravvivere.



Nel libro il ruolo degli Avox, “servi senza voce”, è sottile ma costante. Essi sono delle persone che sono state punite per essere stati dei traditori o dei fuggitivi, o essersi ribellate alla capitale.

Katniss riconosce un Avox dai capelli rossi nel libro, mentre nel film non viene fatta menzione.



Nel libro, per Katniss, trovare dell’acqua nell’arena in cui viene lasciata insieme agli altri tributi, è parecchio difficile. Passa un’intera giornata a cercarla tra alberi e insidie da superare. Il suo compito è sopravvivere nella natura. Ma la ragazza sta male al punto di chiedere aiuto a Haymitch – il suo mentore ufficiale – che,

Haymitch

però, non si fa sentire. Katniss, così, capisce di essere vicina. Nel film, invece, Katniss trova l’acqua subito dopo lo scatto iniziale dei giochi, dopo la Cornucopia, l’enorme piattaforma che i tributi devono raggiungere per recuperare cibo e risorse.


Gli sponsor sono persone o gruppi di persone che, affezionatesi ad un tributo in particolare, lo aiutano a sopravvivere tramite doni che mandano nell’arena.

I loro regali, nel film, sono sempre accompagnati da una nota che giustifica il gesto. Nel libro, invece, tocca a Katniss interpretarne il significato. 



Nel film possiamo vedere la reazione del Distretto 11 e la conseguente rivolta del popolo a seguito della morte di Rue, uno dei più giovani tributi che apparteneva proprio al Distretto 11. Nel libro questo dettaglio non esiste.


Nel libro, per guarire Peeta dalle sue ferite, Katniss lo droga per farlo addormentare e correre a cercare medicine. Nel film, invece, la ragazza aspetta semplicemente che Peeta si addormenti per poi sgattaiolare via.


Per mostrare l’incostante passaggio tra fiducia e sfiducia di Katniss e Peeta, nel libro Katniss prepara una freccia nel suo arco non appena gli Strateghi annunciano che solo uno, tra lei e Peeta, potrà sopravvivere.

Katniss è sospettosa e ha paura che Peeta possa tentare di ucciderla. Nel film, al contrario, questo piccolo dettaglio non esiste, perché il sospetto è annullato del tutto.


Sia nel film che nel libro Cato è un personaggio importante. È forse il tributo più spietato, oltre che il più fortunato visto che appartiene ad uno dei Distretti più ricchi – il secondo – da sempre addestrato a partecipare agli Hunger Games.

Ma mentre nel film, sul finale, mostra un lato fragile ed umano, nel libro rimane un folle psicopatico fino alla fine.




Temi principali dell’opera

Essendo una distopia “Hunger Games” porta all’estremo alcuni aspetti della cultura contemporanea mostrando così l’ombra perversa che si nasconde dietro la quotidianità.

TV channel zapping

Il titolo stesso del libro prende il nome dal reality show intorno a cui ruota tutta la trama, uno dei temi centrali è quindi quello dell’intrattenimento televisivo. Un atto violento come degli adolescenti che si uccidono brutalmente a vicenda, se visto attraverso uno schermo televisivo non solo diventa socialmente accettabile ma addirittura entusiasmante. Tutto ruota intorno alle apparenze, come la stessa Katniss non può fare a meno di notare: “Sta tutto nello spettacolo. Sta tutto nel modo in cui ti percepiscono.

Essendo la protagonista appena sedicenne è interessante soffermarsi su questo punto. Mai come nell’era contemporanea l’apparenza e l’attenzione per il proprio aspetto ha assunto un ruolo così importante. Il modo in cui Katniss viene privata della propria identità per ottenere il favore del pubblico e quindi sopravvivere può essere interpretato come un’esasperazione dell’importanza che l’apparenza assume nella nostra società.

Infine, come in molte distopie, assume grande importanza il potere totalitario in cui un misto di terrore e propaganda reprimono qualunque forma di ribellione prima ancora che possa prendere forma.

Con “1984 ”, padre delle distopie, “Hunger Games” condivide l’utilizzo delle telecamere come mezzo di sorveglianza sulla vita dei singoli individui mentre il televisore è lo strumento per introdursi nell’intimità dei cittadini.



Impressioni personali

Non ci sono dubbi sul fatto che “Hunger Games” abbia conferito alla fantascienza distopica un posto in primo piano nella letteratura contemporanea. La sua forza risiede nell’essere riuscito ad unire un personaggio giovane e complesso come Katniss a un’ambientazione e un clima di terrore che non ha nulla da invidiare a romanzi ben più complessi come “1984 ” o “Fahrenheit 451”.

A differenza di questi esempi classici dove la struttura sociale ha il ruolo predominante nella narrazione, qui viene messo in primo piano un singolo essere umano: Katniss. La trama è semplice, lineare, senza insidie in cui sarebbe possibile perdersi. È letteralmente impossibile non leggere il libro tutto d’un fiato, gli eventi sono così sapientemente concatenati da rendere difficile trovare un punto d’arresto.

Anche leggendo semplicemente la trama sono palesi i riferimenti con “L’uomo in fuga” di Stephen King e “Battle Royale”. In entrambi sono presenti dei reality show in cui i personaggi sono costretti ad affrontarsi in scontri violenti per aumentare gli ascolti.

È importante sottolineare come la forza di questo romanzo non risieda tanto nell’originalità dell’idea di fondo, quanto nella sua realizzazione. È un romanzo da non perdere, il precursore dei romanzi e dei film che negli ultimi anni hanno invaso rispettivamente librerie e sale cinematografiche.


Fine


Spero che anche questo nuovo articolo – recensione sul libro e sul film di Hunger Games vi sia piaciuto e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

PNL e Pensiero positivo.

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Come già succede da tre settimane a questa parte, ancora oggi ci sarà uno di quegli articoli che esulano completamente dalle recensioni sui film che faccio di solito. Come vi dicevo tre settimane fa, dopo il terzo articolo che esula completamente, si ritornerà alle recensioni dei film. So che molti di voi aspettano la recensione del film “Ted Bundy – Fascino Criminale“, che uscirà a breve, anche se è passato un bel po’ dalla sua uscita. Detto questo, oggi, come potete leggere dal titolo, parleremo di “PNL e pensiero positivo“.

Spero questo terzo articolo riguardante la PNL vi piaccia e che lo troviate interessante.


Cos’è la PNL?

La Programmazione Neuro – linguistica (PNL), è una tecnica di comunicazione e relazione interpersonale che ambisce ad intervenire e mettere in relazione gli schemi comportamentali ed i processi neurologici dei singoli soggetti. L’uso del linguaggio e della comunicazione efficace sono gli strumenti per conseguire una maggiore auto-consapevolezza e potersi affermare nella relazione e nei comportamenti mentali ed emozionali. È un metodo di comunicazione e un sistema di “life coaching”, “self-help” e “counseling”, definito da alcuni suoi promotori come «un approccio alla comunicazione, allo sviluppo personale e alla psicoterapia», ideato in California negli anni ’60 e ’70 del XX secolo a Santa Cruz (Università della California) da Richard Bandler e John Grinder.

La PNL fu ideata da Bandler e Grinder, che coniarono il termine con l’intenzione dichiarata di connettere i processi neurologici (neuro), il linguaggio (linguistica) e gli schemi comportamentali dell’esperienza (programmazione). Secondo i fondatori del movimento la PNL sarebbe strumentale “all’individuazione delle modalità per aiutare le persone ad avere vite migliori, più complete e più ricche“.

Il nome deriva, appunto, dall’idea che ci sia una connessione fra i processi neurologici (“neuro“), il linguaggio (“linguistico“) e gli schemi comportamentali appresi con l’esperienza (“programmazione“), affermando che questi schemi possono essere organizzati per raggiungere specifici obiettivi nella vita.

Erickson

La programmazione neurolinguistica si ispira anche a tecniche riconosciute (come l’ipnosi ericksoniana) e benché alcuni psicoterapeuti di scuola statunitense specializzati in ipnositerapia la sostengano, il suo modello terapeutico non ha validità scientifica, ed essa è considerata una pseudoscienza, priva di riscontri e fondamentalmente erronea. Tali caratteristiche ne fanno un caso di studio nell’insegnamento universitario e professionale, dove viene utilizzato come modello di teoria pseudoscientifica. Bandler ha sostenuto che gli esseri umani sono letteralmente programmabili: «Quando ho cominciato a usare il termine “programmazione” le persone si arrabbiarono veramente. Hanno detto cose come: “state dicendo che noi siamo come le macchine. Siamo esseri umani, non robot.”

Ciò che stavo dicendo veramente era proprio l’opposto. Siamo la sola macchina che può programmarsi. Siamo auto-programmabili. Possiamo impostare programmi deliberatamente progettati e automatizzati che funzionano da soli per occuparsi di noiose mansioni terrene, liberando così le nostre menti per fare altre cose più interessanti e creative

La PNL in Italia ha cominciato a diffondersi negli anni ’80, prevalentemente nel settore della formazione manageriale. Oggi, è una pratica che si occupa di vari aspetti dalla comunicazione umana e può essere utilizzata nell’educazione, nei processi di apprendimento, di negoziazione e vendita ed è strumento per l’esercizio della leadership e del team building. In ambito scolastico e formativo l’utilizzo della PNL è associato ad attività di ricerca e

sperimentazione di modelli di insegnamento e apprendimento, al rapporto tra docente ed alunni, alla possibilità di migliorare le proprie risorse interne (motivazione, interesse, curiosità) e, di conseguenza, produrre benefici anche nelle attività di orientamento scolastico e professionale.


Concetti fondamentali

L’idea centrale della PNL è che la totalità dell’individuo interagisce nelle sue componenti (“linguaggio”, “convinzioni” e “fisiologia“) nel creare percezioni con determinate caratteristiche qualitative e quantitative: l’interpretazione soggettiva di questa struttura dà significato al mondo. Modificando i significati attraverso una trasformazione della struttura percettiva (detta mappa, cioè l’universo simbolico di riferimento), la persona può intraprendere cambiamenti di atteggiamento e di comportamenti. La percezione del mondo, e di conseguenza la risposta ad esso, possono essere modificate applicando opportune tecniche di cambiamento.

La PNL ha tra i suoi scopi, quindi, l’obiettivo di sviluppare abitudini/reazioni di successo, amplificando i comportamenti “facilitanti” (cioè efficaci) e diminuendo quelli “limitanti” (cioè indesiderati). Il cambiamento può avvenire anche riproducendo (“modellando“) precisamente i comportamenti delle persone di successo allo scopo di creare un nuovo “strato” di esperienza (una tecnica chiamata modellamento).

Michael Heap

Michael Heap, in un articolo sulla PNL scritto nel 1988 per The Psychologist, la rivista mensile della Società Psicologica Britannica, riferiva di un’affermazione da lui ascoltata durante un seminario di PNL, secondo la quale problemi di pronuncia potevano essere eliminati in cinque minuti tramite un NLP Training Programme.

Bandler e Grinder, in The Structure of Magic (1975), scrissero che “Il (…) desiderio in questo libro non è mettere in discussione la qualità magica della nostra esperienza su questi stregoni terapeutici, ma piuttosto indicare che questa magia che compiono – psicoterapia… come altre attività umane complesse quali dipingere, comporre musica, o mandare un uomo sulla luna – ha una struttura ed è, quindi, imparabile, date le risorse adatte. Nostra intenzione non è nemmeno sostenere che leggere un libro può assicurare che abbiate queste qualità dinamiche. Non desideriamo in particolare rivendicare che abbiamo scoperto “il giusto” o il più potente approccio alla psicoterapia. Desideriamo soltanto presentare un insieme specifico di strumenti che ci sembrano essere impliciti nelle azioni di questi terapisti, in modo che possiate cominciare o continuare il processo infinito per migliorare, arricchire e ampliare le capacità che offrite per assistere le persone.


Il pensiero positivo può spostare le montagne!

Potrebbe sembrare una frase retorica, ma se provassimo a cambiare il nostro abituale modo di pensare, rivolgendo pensieri positivi, ci stupiremmo dei risultati. Il pensiero è potente e ci permette di catturare le energie intorno a noi e convogliarle in quello che è il nostro volere, il nostro desiderio. Quando il pensiero è positivo, si attirano energie positive, se è negativo si attirano solo pensieri e situazioni negative. Il desiderio di realizzare qualcosa, deve essere supportato da un pensiero positivo, tenace e costante, solo così si ha la possibilità di attirare a sé le forze in grado di aiutarci a perseguire e realizzare i nostri desideri. Spesso però, i nostri pensieri sono contaminati, anche non volendo, da quello che ci circonda, da reazione e comportamenti estremamente negativi e distruttivi.

Tutto in torno a noi è all’insegna della catastrofe, da cosa leggiamo sui giornali a quello che guardiamo alla televisione, a cosa sentiamo quando parliamo con la gente. Si potrebbe fare un elenco lunghissimo di cose negative; ci assale una profonda paura, incertezza, insicurezza, che non fa altro che renderci sempre più tristi e questo potrebbe farci involvere in una disperata situazione di non ritorno.

Ecco perché è estremamente importante sfoderare come una spada la nostra positività, pensando, parlando e agendo positivo, per contrastare l’inesorabile e devastante energia negativa che ci avvolge come una nube tossica e non ci consente di vedere l’azzurro del cielo. Uniamo dunque le energie positive ed armiamoci di buoni propositi, rivolgendo il nostro pensiero positivo anche all’esterno di noi, con amore e consapevolezza che gli altri sono fatti di “tanti uno”, quindi anche di noi.

Impariamo a pregare per cristallizzare ed incanalare i vortici di energie positive, atte a sconfiggere il male. È sempre più importante coinvolgere altre persone e stimolarle a pensare positivo, comprendendo che solo così si potranno contrastare tutte le situazioni, sia personali che dell’intera umanità, con la consapevolezza che è più vincente il bene che il male.

Certo, direte, in questo momento dove tutto è una catastrofe, dove la natura si sta ribellando, creando situazione sempre più devastanti, è difficili agire e pensare positivo. È proprio in questi momenti, che l’intera umanità deve creare un’immensa bolla di energie positive, unendo le forze per contrastare e combattere l’influsso negativo sempre più invasivo. Dobbiamo agire e non limitarci a piangere; quello che è successo dagli inizi di giugno in Sudan, dove una rivolta pacifica contro una dittatura è recentemente sprofondata nella violenza, facendo morire la speranza, lasciando tutti attoniti, con il nodo alla gola e un senso d’impotenza; questo si è somma a quelli che sono già i nostri momenti di panico e di insicurezza, creandoci una profonda tristezza e paura.

Questo porta a comportamenti sempre più depressi e negativi, prendendo questi episodi come una “scusa” per pensare negativo, alimentando sempre più la negatività nostra e di conseguenza dell’intera umanità. È veramente difficile quando il cuore è colmo di tristezza, di angoscia e di paura, rivolgere un pensiero positivo e fiducioso verso un futuro in grado di darci certezze e felicità, ma abbiamo il dovere di farlo.

Pensare positivo e agire in modo costruttivo, propositivo e collaborativo, oggi è l’unico modo per difenderci e combattere il male. Il pensiero positivo si cristallizza, attira e somma altri pensieri, diventando così, una grande energia che ci consentirà di reagire e contrastare tutto l’orrore e la sofferenza. L’amore e la preghiera, sono armi potentissime che, con il pensiero positivo e la volontà di combattere, ci aiuteranno a credere ancora nella potenza del bene.

La positività è la chiave per un’esistenza felice!

Diventa consapevole che sei unico! Ricorda che gli altri possono avere ciò che hai anche tu, ma non possono essere ciò che sei tu.


Fine


Spero che anche questo terzo articolo vi sia piaciuto e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

The Alchemic Door.

(ITA)

Hi everyone and welcome back to this new article on my blog. As I told you last week, for at least for another week, there will be no articles regarding movie reviews, instead there will be kind of articles. In today’s article we’re going to talk about “Mystery” and one the most enigmatic mysteries of last few centuries upon a monument that is located in the heart of Rome, as well as The Alchemic Door.

I hope you like this second article on my blog about mystery.


Among the many Roman Wonders filled with Mystery and Magic that came down to us up to the present day, those wonders that can be full monuments or just part of them or even just ruins filled with history, not everyone knows that in the heart of Rome, in one of the most characteristic quarters of the city,

in the gardens of Piazza Vittorio Emanuele II, despite being there under the eyes of all of us to see, you will find a door, a magic door… The Alchemical Door.


Intro

The Alchemical Door, also known as the Alchemy Gate or Hermetic Door or even Magic Portal, is a monument built between 1655 and 1680 by the Marquis of Pietraforte, Massimiliano Savelli Palombara, in his residence, the Villa Palombara.

This ‘Door’ is the only one of five former gates of the villa that still remains. In 1873 the Alchemical Door was disassembled and in 1888 rebuilt inside the gardens of Piazza Vittorio, on an old perimetral wall of the Sant’ Eustachio Church, and on the two sides were added two statues of “monstruous” dwarves that represent the ancient Egyptian demigod Bes.

this is how the Door looks-alike nowadays.


the Legend:

Portrait of Giuseppe Francesco Borri

According to a story, collected by the erudite Francesco Girolamo Cancellieri in 1802, a pilgrim named “Stibeum” (from Latin stibium, which means “antimony“), was hosted in the villa for a night. That night, the pilgrim, identified later by some as the alchemist Giuseppe Francesco Borri,

searched the gardens of the villa overnight in search of a mysterious herb capable of concocting gold. Legend held that the next morning he was seen to disappear forever through a door, but left behind a few flakes of gold – the fruits of a successful alchemical transmutation,

and a mysterious paper full of puzzling symbols and equations that must have held the secret of the philosopher stone.

The marquis, at first tried to understand and decode the mysterious paper with all of its puzzling magic symbols and equations, until he had these symbols engraved on the five gates of the villa Palombara and on the walls of the mansion, hoping that one day they would be translated.



The Alchemists of Riario Palace.

Queen Christina of Sweden

The marquis Palombara developed a passion for alchemy in 1656, when he visited the Roman court of Queen Christina of Sweden in Riario Palace (now known as Palazzo Corsini),

Riario Palace (now Palazzo Corsini)

at the foot of the Janiculum Hill, that in modern days is seat to the National Academy of Lincei. Christine of Sweden was a devoted alchemist and scientist,

who was educated by the French mathematician and philosopher Cartesio, and also, she had and advanced laboratory supervised by the alchemist Pietro Antonio Bandiera. In Riario Palace an Academy was founded, to which the names of those 17th century illustrious figures are linked, such as Giuseppe Francesco Borri – an esoteric doctor born from a Milan noble family, the astronomer Giovanni Cassini,

Giovanni Cassini

the alchemist Francesco Maria Santinelli and the erudite Athanasius Kircher.

After Queen Christina of Sweden’s conversion to Catholicism, she decided to abdicate the throne of Sweden and she spent most of the rest of her life in Rome, from 1655 until her death in 1689.



Signs:

The symbols engraved on the Alchemic Door can be found among the illustrations of alchemic and esoteric philosophy books owned by Marquis Palombara.


Particularly, the drawing on the pediment of the Alchemic Door, with its two overlapping triangles and Latin inscriptions, is almost similar to the symbol that can be found on the frontispiece of Henricus Madatanus’ allegoric – alchemic book, called Aureum Seculum Redivivum.

On the pediment of the Door is represented an emblem with on the inside the seal of David, contained in a circle with some Latin inscriptions, with the upper point occupied by a cross attached to an inner circle and the lower end by an hexagram with an oculus in it, which is the alchemic symbol of both the sun and gold. The frieze represents the emblem of the Rosacroce’s family, that can be found in many 17th century books and, maybe, it showed up for the first time in the title page of the book Aureum Seculum Redivivum.

The alchemic symbols along the doorframes follow, albeit with some small differencies, the sequence of planets associated to the correspondent metals: Saturn-lead, Jupiter-tin, Mars-iron, Venus-bronze, Moon-silver and Mercury-mercury. To every planet is associated a hermetic motto, following the direction indicated by the Jewish motto Ruach Elohim. Thus, this door must be read as the monument that marks the historic passage of the overthrow from exoteric Christianity symbols to the new spiritual model that was developing during the 17th century.



Inscriptions:

Both on the Villa’s walls and on the door itself there were some inscriptions. Even if Villa Palombara doesn’t exist anymore, some diggings brought to light inscriptions, better known as the Villa’s “missing inscriptions”. For instance:


VILLAE IANUAM TRANANDO RECLUDENS IÀSON OBTINET LOCUPLES VELLUS MEDEAE. 1680”

  • Passing by opening the door of the villa, Jason obtained the rich fleece of Medea 1680

AQUA A QUA HORTI IRRIGANTUR NON EST AQUA A QUA HORTI ALUNTUR.”

  • The water with which the gardens are watered is not the water that feeds them.

CUM SOLO SOPHORUM LAPIS NON SALE ET DATUR SOLE SILE LUPIS.”

  • Be satisfied of the only salt (knowledge) and of the only sun (reason)

QUI POTENTI HODIE PECUNIA NATURAE ARCANA EMITUR SPURIA REVELAT NOBILITAS SED MORTEM NON LEGITIMA QUAERIT SAPIENTIA.”

  • Who discovers the mysteries of nature to the powerful person, he himself is looking for death.


Inscriptions on the rose window.

“TRIA SUNT MIRABILIA DEUS ET HOMO MATER ET VIRGO TRINUS ET UNUS.”

  • There are three marvels: God and man, mother and virgin, triune and one.

“CENTRUM IN TRIGONO CENTRI.”

  • The center is in the triangle of the center.


Inscriptions on the architrave:

רוח אלהים (RUACH ELOHIM)

Spirit of God.

HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHICAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON.

  • A dragon guards the entrance of the magic garden of the Hesperides, and, without Hercules, Jason would not have tasted the delights of Colchis.


Inscriptions on the threshold

SI SEDES NON IS.

  • an ambiguous quasi-palindrome, meaning both “If you sit, you do not go,” and “If you do not sit, you go.”

EST OPUS OCCULTUM VERI SOPHI APERIRE TERRAM UT GERMINET SALUTEM PRO POPULO

  • It is an occult work of true wisdom to open the earth, so that it may generate salvation for the people.


Inscriptions on the doorframes

FILIUS NOSTER MORTUUS VIVIT REX AB IGNE REDIT ET CONIUGIO GAUDET OCCULTO

  • Our dead son lives, returns from the fire a king, and enjoys occult conjugation.

SI FECERIS VOLARE TERRAM SUPER CAPUT TUUM EIUS PENNIS AQUAS TORRENTIUM CONVERTES IN PETRAM

  • If you make the earth fly upside down, with its wings you may convert torrential waters to stone.

DIAMETER SPHERAE THAU CIRCULI CRUX ORBIS NON ORBIS PROSUNT

  • The diameter of the sphere, the tau in the circle, and the cross of the globe bring no joy to the blind.

QUANDO IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLUMBAS TUNC VOCABERIS SAPIENS.

  • When in your house black crows give birth to white doves, then will you be called wise.

AZOT ET IGNIS DEALBANDO LATONAM VENIET SINE VESTE DIANA

  • When azoth and fire whiten Latona, Diana comes unclothed


Mass culture

As many cases regarding mystery, that since the genesis attracts more and more people for its dark side and the following discover, and often this fact inspires, or better to say “forces”, many people to write books or to make documentaries, or even to make some citations in movies and videogames, both on the object itself and on its owner. Down below I report to you some examples:

Filmography:

In the famous movie “L’anno Mille” directed by Diego Febbraro, the monument serves as a portal between Middle Ages and the modern Rome.


In the first levels of the videogame “Tomb Raider – Chronicles”, the main character Lara Croft, visits Rome looking for the Philosopher Stone; to find it, she has to try to open the Alchemic Door.


Bibliography:

On the door:

The Porta Magica – Rome”. The Journal of American Folk-Lore by Henry Carrington Bolton. It is the first modern study on the monument, with numerous inaccuracies in terms of transcription and traslation of inscriptions.

La Porta Magica di Roma: studio storico” by Pietro Bornia.

Il Segno del Messia: l’enigma svelato – L’Olismo Originario, la Porta Alchemica e l’archeoastronomia, Battaglia Terme” (2012) by Teodoro Brescia,

La Porta Ermetica.” (1979) di Luciano Pirrotta.

La Porta Magica. Luoghi e memorie nel giardino di piazza Vittorio.” (1990) di Nicoletta Cardano.

 “Gli Argonauti a Roma. Alchimia, ermetismo e storia inedita del Seicento nei Dialoghi eruditi di Giuseppe Giusto Guaccimanni.” (2014) di Maria Fiammetta Iovine.

La porta magica di Roma simbolo dell’alchimia occidentale.” (2015) di Mino Gabriele.

 “La Porta Ermetica di Roma. Un itinerario spirituale fra simbolismo e alchimia.” (2015) di Nuccio D’Anna.



On Massimiliano Palombara:

“Marchese Massimiliano Palombara, La Bugia: Rime ermetiche e altri scritti. Da un Codice Reginense del sec. XVII” (1983), by Anna Maria Partini.

“Il giardino di Hermes: Massimiliano Palombara alchimista e rosacroce nella Roma del Seicento. Con la prima edizione del codice autografo della Bugia” by Mino Gabriele, 1986.

 “Massimiliano Palombara filosofo incognito. Appunti per una biografia di un alchimista rosacrociano del XVII secolo” by Maria Fiammetta Iovine, 2016.


Fine


I hope you liked this second article on my blog and if so, leave a comment, share and like it. See you in the next one! Byeeeee.

La Porta Alchemica.

(ENG)

la porta alchemica.

Salve a tutti e benvenuti in questo nuovo articolo sul mio blog. Come vi accennavo la settimana scorsa, per qualche settimana ancora ci saranno questi articoli che esulano completamente dalle recensioni sui film che faccio di solito. Oggi parleremo di “Mystery” e di uno dei misteri più enigmatici degli ultimi secoli su un monumento che si trova nel cuore di Roma, ovvero della Porta Alchemica.

Spero questo secondo articolo riguardante il Mistery vi piaccia.


alcune delle meraviglie romane.

Tra le tante meraviglie romane ricolme di mistero e magia pervenute fino a giorni nostri, che siano monumenti completi e intatti o solo parte di essi o ancora solo delle rovine ricolme di storia, non tutti sanno che nel cuore di Roma,

i giardini di Piazza Vittorio Emanuele, dove si trova la porta alchemica

in uno dei quartieri più caratteri-stici della città, nei giardini di Piazza Vittorio Emanuele ll, pur essendo sotto gli occhi di tutti, si trova indisturbata una porta magica… La Porta Alchemica.


Introduzione

Massimiliano Savelli Palombara

La Porta Alchemica, detta anche Porta Magica o Porta Ermetica o Porta dei Cieli, venne edificata tra il 1655 e il 1680 dal marchese di Pietraforte Massimiliano Savelli Palombara, nella sua residenza, Villa Palombara.

La Porta Alchemica è l’unica sopravvissuta delle cinque porte di villa Palombara. Nel 1873 la Porta Magica fu smontata e ricostruita nel 1888 all’interno dei giardini di Piazza Vittorio, su un vecchio muro perimetrale della chiesa di Sant’Eusebio, e accanto furono aggiunte due statue del dio Bes.

come si presenta la porta dal 1888 fino ai giorni nostri.


La Leggenda

Secondo la leggenda, trasmessaci nel 1802 dall’erudito Francesco Girolamo Cancellieri, un pellegrino chiamato “Stibeum” (dal nome latino dell’antimonio), fu ospitato nella villa per una notte.

Giuseppe Francesco Borri.

Costui, identificabile con l’alchimista Francesco Giuseppe Borri, trascorse quella notte nei giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di riprodurre l’oro.

Il mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso la porta, ma lasciò dietro di sè alcune pagliuzze d’oro, frutto di una riuscita trasmutazione alchemica,

e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della pietra filosofale. Il marchese cercò inutilmente di decifrare il contenuto del manoscritto con tutti i suoi simboli ed enigmi,

finché decise di renderlo pubblico facendolo incidere sulle cinque porte di villa Palombara e sui muri della magione, nella speranza che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a comprenderli.



Gli alchimisti di Palazzo Riario

L’interesse del marchese Savelli di Palombara per l’alchimia nacque probabilmente per la sua frequentazione, sin dal 1656, della corte romana della regina Cristina di Svezia a Palazzo Riario (oggi Palazzo Corsini)

sulle pendici del colle Gianicolo, oggigiorno sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Cristina di Svezia era un’appassionata cultrice di alchimia e di scienza,

la quale venne istruita dal filosofo e matematico francese Cartesio, e possedeva un avanzato laboratorio gestito dall’alchimista Pietro Antonio Bandiera. A Palazzo Riario nacque un’accademia a cui si collegano i nomi di personaggi illustri del Seicento, come il medico esoterista di nobile famiglia milanese Giuseppe Francesco Borri,

Giovanni Cassini

l’astronomo Giovanni Cassini, l’alchimista Francesco Maria Santinelli e l’erudito Athanasius Kircher.

Dopo che la regina si convertì al cattolicesimo, abdicò al trono di Svezia e passò gran parte del resto della sua vita a Roma, dal 1655 fino alla sua morte avvenuta nel 1689.



I Simboli

I simboli incisi sulla porta alchemica possono essere rintracciati tra le illustrazioni dei libri di alchimia e filosofia esoterica in possesso del marchese Palombara.


In particolare il disegno sul frontone della Porta Alchemica, con i due triangoli sovrapposti e le iscrizioni in latino, compare quasi esattamente uguale sul frontespizio del libro allegorico-alchemico Aureum Seculum Redivivum di Henricus Madatanus.

Sul frontone della porta alchemica è rappresentato in una patacca il sigillo di Davide circoscritto da un cerchio con iscrizioni in latino, con la punta superiore occupata da una croce collegata ad un cerchio interno e la punta inferiore dell’esagramma occupata da un oculus: il simbolo alchemico del sole e dell’oro. Il fregio rappresenta un simbolo dei Rosacroce riportato in molti testi del Seicento e compare forse per la prima volta sul frontespizio del libro Aureum Seculum Redivivum.

I simboli alchemici lungo gli stipiti della porta seguono, con qualche lieve difformità, la sequenza dei pianeti associati ai corrispondenti metalli: Saturno-piombo, Giove-stagno, Marte-ferro, Venere-rame, Luna-argento, Mercurio-mercurio. Ad ogni pianeta viene associato un motto ermetico, seguendo il percorso dal basso in alto a destra, per scendere dall’alto in basso a sinistra, secondo la direzione indicata dal motto in ebraico Ruach Elohim. La porta si deve quindi leggere come il monumento che segna il passaggio storico del rovesciamento dei simboli del cristianesimo essoterico verso il nuovo modello spirituale che si stava sviluppando nel Seicento.



Epigrafi

Sia nella villa che nella Porta stessa vi erano presenti delle epigrafi. Anche se Villa Palombara non esiste più, alcuni scavi hanno portato alla luce “le epigrafi scomparse” della villa. Un esempio:

VILLAE IANUAM TRANANDO RECLUDENS IÀSON OBTINET LOCUPLES VELLUS MEDEAE. 1680

  • Oltrepassando la porta di questa villa, lo scopritore Giasone (cioè il pellegrino alchimista) ottiene vello di Medea (oro) In gran copia 1680.

AQUA A QUA HORTI IRRIGANTUR NON EST AQUA A QUA HORTI ALUNTUR

  • L’acqua con la quale i giardini sono annaffiati non è acqua dalla quale sono alimentati.

CUM SOLO SOPHORUM LAPIS NON SALE ET DATUR SOLE SILE LUPIS

  • Accontentati (sile) del solo sale (cioè del sapere) e del sole (cioè della ragione).

QUI POTENTI HODIE PECUNIA NATURAE ARCANA EMITUR SPURIA REVELAT NOBILITAS SED MORTEM NON LEGITIMA QUAERIT SAPIENTIA

  • Chi svela gli arcani della natura al potente (alla persona influente) cerca da sé stesso la morte.


Epigrafi sul rosone       

TRIA SUNT MIRABILIA DEUS ET HOMO MATER ET VIRGO TRINUS ET UNUS.

  • Tre son le cose mirabili: Dio e uomo, Madre e vergine, trino e uno.

CENTRUM IN TRIGONO CENTRI

  • Il centro (è) nel trigono del centro.


Epigrafi sull’architrave

רוח אלהים (RUACH ELOHIM)

Spirito divino.

HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHICAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON

  • Il drago esperio custodisce l’ingresso del magico giardino e, senza (la volontà di) Ercole, Giasone non potrebbe gustare le delizie della Colchide.


Epigrafi sulla soglia

SI SEDES NON IS

  • Il motto può essere letto da sinistra a destra : “Se siedi non vai“; e da destra a sinistra: “Se non siedi vai “.

EST OPUS OCCULTUM VERI SOPHI APERIRE TERRAM UT GERMINET SALUTEM PRO POPULO

  • È opera occulta della vera persona saggia aprire la terra, affinché faccia germogliare la salvezza per il popolo.


Epigrafi sullo stipite della porta

FILIUS NOSTER MORTUUS VIVIT REX AB IGNE REDIT ET CONIUGIO GAUDET OCCULTO

  • Nostro figlio, morto, vive, torna re dal fuoco e gode del matrimonio occulto.

SI FECERIS VOLARE TERRAM SUPER CAPUT TUUM EIUS PENNIS AQUAS TORRENTIUM CONVERTES IN PETRAM

  • Se avrai fatto volare la terra al di sopra della tua testa con le sue penne tramuterai in pietra le acque dei torrenti.

DIAMETER SPHERAE THAU CIRCULI CRUX ORBIS NON ORBIS PROSUNT

  • Il diametro della sfera, il tau del circolo, la croce del globo non giovano alle persone cieche.

QUANDO IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLUMBAS TUNC VOCABERIS SAPIENS

  • Quando nella tua casa neri corvi partoriranno bianche colombe, allora sarai chiamato sapiente.

QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM

  • Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa.

AZOT ET IGNIS DEALBANDO LATONAM VENIET SINE VESTE DIANA

  • Azoto e Fuoco: sbiancando Latona, verrà Diana senza veste.


Cultura di massa:

Come in molti dei casi riguardanti il mistero, che sin dall’origine del mondo, esso attrae sempre più persone per questo suo lato oscuro e che aspetta solo di essere svelato, e questo fatto ispira, o per meglio dire spinge, varie persone a scrivere libri o a produrre documentari, o ancora citazioni in film o giochi, sia sull’oggetto in sé che sul suo possessore. Qui sotto ve ne riporto alcuni esempi:

Filmografia:

Nel celebre film L’anno mille diretto da Diego Febbraro, il monumento funge da portale tra il Medioevo e la Roma contemporanea;


Nei primi livelli del videogame Tomb Raider: Chronicles – La leggenda di Lara Croft, la protagonista Lara Croft visita Roma alla ricerca della Pietra Filosofale; per trovarla deve cercare di aprire la Porta Magica;


Bibliografia:

The Porta Magica – Rome”. The Journal of American Folk-Lore 8 (28): pp. 73–78 di Henry Carrington Bolton. È il primo studio moderno sul monumento, con notevoli imprecisioni nella trascrizione e traduzione delle iscrizioni.

La Porta Magica di Roma: studio storico” di Pietro Bornia, dapprima pubblicato nella rivista di studi metapsichici ed esoterici Luce ed Ombra (1915), successivamente pubblicato come estratto e più volte ristampato.

Il Segno del Messia: l’enigma svelato – L’Olismo Originario, la Porta Alchemica e l’archeoastronomia, Battaglia Terme” (2012) di Teodoro Brescia.

La Porta Ermetica.” (1979) di Luciano Pirrotta.

La Porta Magica. Luoghi e memorie nel giardino di piazza Vittorio.” (1990) di Nicoletta Cardano.

 “Gli Argonauti a Roma. Alchimia, ermetismo e storia inedita del Seicento nei Dialoghi eruditi di Giuseppe Giusto Guaccimanni.” (2014) di Maria Fiammetta Iovine.

La porta magica di Roma simbolo dell’alchimia occidentale.” (2015) di Mino Gabriele.

La Porta Ermetica di Roma. Un itinerario spirituale fra simbolismo e alchimia.” (2015) di Nuccio D’Anna.


Su Massimiliano Palombara

“Marchese Massimiliano Palombara, La Bugia: Rime ermetiche e altri scritti. Da un Codice Reginense del sec. XVII” (1983) a cura di Anna Maria Partini.

“Il giardino di Hermes: Massimiliano Palombara alchimista e rosacroce nella Roma del Seicento. Con la prima edizione del codice autografo della Bugia” di Mino Gabriele, 1986.

“Massimiliano Palombara filosofo incognito. Appunti per una biografia di un alchimista rosacrociano del XVII secolo” di Maria Fiammetta Iovine, 2016.


Fine


Spero che anche questo articolo vi sia piaciuto e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.

Andrew Phillip Cunanan – The Man who killed Versace.

(ITA)

Hi everyone and welcome back to this new article on my blog. As you can read by the title of today’s article, we’re going to talk about “Crime” and the case of Andrew Cunanan and the assassination of Gianni Versace. I do know very well that this kind of article is completely not part of those articles that I frequently write, about reviews of movies that I watch, but I have decided to publicize, on a weekly basis, a “tryptic” of articles concerning three different topics, because: firstly, I had to write and publicize them for an university project together with this blog, and secondly, because of the fact that I didn’t want to leave you without something to read for the next weeks, while I’m writing and finishing a movie review on “Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile” that many of you guys have requested, by voting a quick survey on my IG account.

I hope you enjoy this first new kind of article regarding Crime.


His life

Andrew Phillip Cunanan was born in August 31st 1969 in National City, CA. He was an American serial killer. The 12th June 1997 he was inserted in the list of the most dangerous criminals in the USA by FBI.



Andrew with his father Modesto Cunanan.

He is the youngest of four children and he is Italian-American on his mother’s side, Mary Ann Schillaci and Philippine on his father’s side, Modesto Cunanan.

Andrew with his mother Mary ann Schillaci.

He grew up in the affluent neighbour of Rancho Bernardo, on the north side of San Diego. He attended the “Bishop’s School”. Soon, he will show aggressive behaviour towards the other students.

In 1987 things get worse. During an argument with his mother, he threw her against a wall,

dislocating her shoulder; Later examination of his behaviour from reports indicates that he may have suffered from antisocial personality disorder, a personality disorder characterized by a lack of remorse and empathy.




His Murders

His career as a criminal is focused on the last three months of his life in 1997. For reasons not fully understood, he turned into a vicious killer, killing some of his lovers: probably, on the occurrence of such end, a crucial role was played by the fact that he fell right into cocaine and heroin addiction.



His first homicide happened towards the end of April: he slaughtered his 28-years-old friend Jeffrey Trail to death with several hammering on his skull.




Instead, the 3rd May, he killed his second victim – the 33-years-old architect David Madson – by a gunshot wound with a 40-caliber.




In Chicago, he tortured to death the 72-years-old Lee Miglin, who was a building contractor.




Some days after, to steal a car, he shot and killed the 45-year-old military cemetery caretaker in Pennsville, William Reese, and stole his red pickup truck to head off to Florida.




On July 15, in Miami, Cunanan murdered again, this time the Italian fashion designer, Gianni Versace, shooting him twice on the front stairway of his Miami Beach mansion, Casa Casuarina.




His Death

His life ended in a houseboat during the night of 23rd July 1997. His presence inside that house – boat (property of a little sharper) was reported by a keeper that, having heard some noise coming from it, and he alerted the local police. The timely intervention mobilises more than seven units, among which there were the national guard, firefighters and FBI.

When they arrived on the scene, the house – boat where on the inside there were Cunanan, was surrounded: to lure him out, some smoke bombs were thrown, but he didn’t go out of that house – boat; This was unsuccessful and some moments of silent waiting followed.

When the police decide to break in, they found his lifeless body. He committed suicide by shooting himself in the mouth with a 40-caliber. His cremated remains are interred in the Mausoleum at Holy Cross Catholic Cemetery in San Diego, California.


Fine


I hope you liked and enjoyed this article, like, share and leave a comment. See you on the next one! Byeeeeeee!

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora