
Salve a tutti e benvenuti ad un nuovo articolo sul mio blog. Oggi parleremo di un film italiano uscito lo scorso anno, verso metà dicembre 2019, che ero molto curioso di vedere, ovvero “La Dea Fortuna” di Ferzan Özpetek, che già dal primo trailer diffuso, mi sono detto “questo film lo deve assolutamente vedere! ”. Oggi sono qui per condividere con voi il mio pensiero in toto sul film. Spero che questa recensione vi piaccia e buona lettura.
All’articolo!
“La Dea Fortuna è un segreto, un trucco magico. Come fai a tenere per sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui/lei ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà per sempre con te.”
Trama:

Arturo e Alessandro, rispettivamente un traduttore e un idraulico, sono una coppia da oltre quindici anni: vivono a Roma circondati da molti amici. La loro relazione è tuttavia in crisi da lungo tempo: passione e complicità si sono spente, e Arturo sopporta consapevolmente le numerose infedeltà di Alessandro, che si è fatto sempre più riservato e taciturno nei suoi confronti. Un giorno Annamaria, migliore amica di Alessandro, affida ai due uomini i due figli Martina e Sandro, di 12 e 9 anni, perché badino a loro mentre lei è in ospedale per alcuni controlli. La sua degenza, programmata inizialmente per pochi giorni, si prolunga a causa della scoperta di una malattia congenita, cosa che necessiterà dapprima una biopsia e successivamente un’operazione chirurgica.

La convivenza con i bambini sconvolge il già precario equilibrio dei due uomini, i quali prendono a litigare spesso causando tensione anche tra i fratellini; Martina inoltre instilla in Arturo il dubbio che Sandro possa essere in realtà figlio di Alessandro, del quale in effetti porta il nome. Successivamente Alessandro scopre che Arturo aveva a sua volta una relazione clandestina con un artista, che va avanti a sua insaputa da oltre due anni: questa è la causa di una forte crisi in seguito alla quale la coppia decide di separarsi. Intanto Annamaria, comprendendo quanto gravi siano le sue condizioni, scrive il proprio testamento in cui nomina Alessandro tutore legale dei suoi figli, ma quando vede i due uomini sconvolti per la loro rottura non ha il cuore di parlargliene.
Con la separazione imminente, Alessandro e Arturo non possono più occuparsi dei bambini, così chiedono ad Annamaria di affidarli a sua madre Elena, una baronessa decaduta che vive in Sicilia; la ragazza la odia e ha chiuso i rapporti con lei in seguito alla morte per overdose del fratello Lorenzo, ma data l’urgenza si lascia convincere. Durante il viaggio in traghetto da Napoli verso Palermo i due uomini hanno un drammatico confronto nel quale si rinfacciano le reciproche mancanze; saranno i bambini a consolarli durante quella che sembra la chiusura definitiva della loro storia. Giunti nella villa settecentesca dove vive Elena, a Bagheria, i due si rendono subito conto che la donna è eccessivamente severa nei confronti dei bambini, ma ritenendo che la loro permanenza sia solo temporanea li lasciano lì. Una volta tornati a Roma, i due assistono alla morte improvvisa di Annamaria.

Tornati in Sicilia per il funerale dell’amica, Alessandro e Arturo si vedono impedire da Elena di vedere i bambini: la donna dimostra di aver sempre saputo tutto della vita di sua figlia, compresa la loro omosessualità, pertanto ritiene che essi non sarebbero in grado di allevarli correttamente. Lea, la governante di Elena, in gran segreto spiega loro che la donna era estremamente cattiva con Annamaria e Lorenzo, al punto di diventare violenta; i due uomini decidono allora di riprendersi con la forza i bambini, chiudendo Elena nello stesso armadio dove per punizione ella chiudeva i suoi figli e, adesso, i nipoti. La donna, pur sopraffatta, minaccia di denunciarli per sottrazione di minorenne.

Sulla via del ritorno, Alessandro e Arturo si fermano lungo la costa, sicuri che tornando a Roma le cose potrebbero precipitare: durante la notte i due si scambiano per la prima volta dopo tanto tempo un gesto di intimità, cosa che prelude a una possibile riconciliazione. Arriva l’alba e tutti e quattro fanno un bagno nel mare: ciascuno esegue un rituale della Dea Fortuna, insegnato loro da Annamaria, che serve a tenere con sé la persona più cara al mondo: guardare fisso il volto della persona desiderata, per poi chiudere gli occhi e subito dopo riaprirli, affinché l’immagine, come fotografata, scenda fino al cuore. Sandro e Martina lo eseguono rivolgendosi a Alessandro e Arturo, che a loro volta si rivolgono l’un l’altro.
Commento:
Il film, vederlo o meno? ASSOLUTAMENTE SIIIIII!!!
Sin dalle prime immagini e dal primo breve trailer ufficiale diffuso, ho avuto grandi ed alte aspettative riguardo questo film, e posso dire con immensa felicità che sono state ampiamente soddisfatte, se non addirittura anche di più. È un film che mi è piaciuto alla follia, nonostante la “complessa semplicità” dell’opera. Ferzan Özpetek non sbaglia mai un film.
Era da un bel po’ che non andavo al cinema a vedere un bel film d’autore. Solo guardando questo film mi sono ritrovato a guardare un tipo di cinema che mi piace da impazzire, ovvero quello d’autore, quello un po’ più di nicchia. Guardando questo film è come respirare una boccata di aria fresca, e per chi come me ama il cinema di Özpetek – che in molti trovano “simili” su alcuni tratti – , anche se è un cinema molto drammatico, triste, pesante, lui lo fa senza esasperare o esaltare la disperazione, il pianto; ma lo fa sempre lasciandoti una sorta di “presa a bene” finale, diciamo, una sorta di “speranza”, come quella che trova Pandora alla fine del vaso: una Speranza (Elpis). La vita è terribile, agghiacciante, spaventosa, però vale ancora la pena di essere vissuta. Diciamo subito che questo film non ha un caso cosiddetto ‘giallo’ vero e proprio, perché è un film drammatico, però sicuramente ci sono degli altri elementi che se li scoprite guardando pian piano il film, ovviamente ve lo godrete, ne fruirete, in maniera diversa.
“La Dea Fortuna” è una storia corale, com’è nello stile migliore del regista turco, che ricorda, sì, altre sue opere di successo – da Le fate ignoranti a Saturno contro a Mine vaganti –, ma senza prenderle come obbligatorio punto di riferimento, senza fossilizzarsi su di esse. La coralità della storia è rappresentata da un cast importante e affiatato, rappresentato – oltre ai due attori principali – da vecchie e nuove conoscenze di Özpetek: Serra Yilmaz, Filippo Nigro, Yasmine Trinca, Barbara Alberti e i due bravissimi ragazzini Sara Ciocca ed Edoardo Brandi, ed è una storia intessuta di differenze di genere, di orientamento sessuale, culturale, di condizione sociale o, più semplicemente, di vita, è un elemento gioioso sempre caro ad Özpetek, che qui trascolora nella quotidianità più rassicurante. La felicità – come esprime in maniera evidente la scena del ballo improvvisato sotto la pioggia – consiste nel vivere insieme e condividere determinati, piccoli ma preziosi istanti e null’altro conta, null’altro è visibile al di fuori di questa riconciliazione degli opposti.
L’amore e l’amicizia, i sentimenti parentali, non conoscono quelle categorizzazioni puramente esteriori in cui l’essere umano ama rinchiudersi, e la “dea fortuna” del titolo (elemento allegorico ma anche tangibile a legare gli snodi della narrazione, riferimento a un luogo specifico – il Tempio della Fortuna Primigenia di Palestrina, poco fuori Roma – che fa da sfondo a un frammento non peregrino della vicenda) non basa il suo operato su questo tipo di distinzioni. Semmai, la dea fortuna mette alla prova: non solo la coppia protagonista, ma anche la loro cerchia d’amicizie, gli affetti consolidati: tra questi, Annamaria che all’improvviso riemerge dal passato con due figli al seguito, Martina e Alessandro, e molte incertezze sul futuro.
Ne nasce una sorprendente odissea, un viaggio sia geografico che interiore, che conduce Arturo e Alessandro all’interno, sino al “cuore sacro”, al nucleo ardente e nevralgico della loro relazione in crisi… ma anche all’esterno, attraverso le strade e le piazze di una Roma che si svela: dal quartiere Nomentano a Villa Pamphili, dal Tevere a Palestrina, e oltre, verso Bagheria e una Sicilia dal mare trasparente. Dove, non a caso, il film si apre e si conclude, nel passaggio dalle porte chiuse a chiave di un’antica dimora culla di segreti dolori, orrido regno di una mamma/nonna –“strega” (a questo proposito, mi riferisco il piano-sequenza iniziale, profondamente permeato da quel senso del favolistico, del misterico e, a tratti, del gotico che è una delle marche stilistiche primarie del regista) al sentimento di riconquistata libertà regalato dalla contemplazione della linea di un orizzonte marino, nel finale.

Se “Chiamami con il tuo nome” (2017) era il racconto del primo amore, che è uguale e valido per tutti, ma per come è strutturata la nostra società è ovvio che salti all’occhio il fatto che sia un film a tema LGBTQI+; qui, al contrario, si narra della fine, forse, di un amore adulto, maturo, un tipo di storia che va al disopra del genere e che è un po’ comune e uguale per tutti, che ha sicuramente dei punti in comune analoghi un po’ per tutte quante le coppie, così come lo era “Chiamami con il tuo nome”, però sul primo amore o amori di gioventù; in questo caso è però un film che fa parte delle categoria LGBTQI+ (che ben presto spero venga tolta questa “etichetta” e ci saranno film con persone che si amano o che si odiano, a prescindere dal genere), perché ancora categorizziamo il genere.
Di attori nostrani molto conosciuti ce ne sono parecchi, come Stefano Accorsi (che ha una carriera molto lunga, a partire dallo spot MAXIBON agli inizi degli anni ’90), ma vi è pure Jasmine Trinca, bella, brava, talentuosa, versatile, e anche Edoardo Leo, che praticamente è in qualsiasi film italiano: commedie, drammi…lui c’è! Edoardo Leo è una certezza per il cinema moderno; qualsiasi film, pure film d’animazione, come nel remake del 2019 del 32° classico Disney “Il Re Leone”. È ovunque! È l’unica certezza del cinema italiano degli ultimi anni e anche Ferzan Özpetek l’ha voluto per il suo film. Özpetek lavora – secondo me – in maniera magistrale con i suoi attori, è proprio un artista che io trovo di grande ispirazione per qualsiasi cosa, per il modo di scrivere, di narrare, di lavorare con gli attori. Diciamocelo: lui sa far recitare anche i sassi, perché è vero che la bravura di un attore è molto importante per la sua carriera, ovviamente, ma è anche vero che la direzione del regista è fondamentale per la buona riuscita della recitazione dell’attore nel contesto del film, in accordo con gli altri personaggi che si hanno vicino, e per questo serve la guida, l’occhio esterno e le indicazioni di un regista che ha la visione d’insieme di quello che poi sarà il film. Ferzan è così bravo nel suo lavoro – un po’ come Pupi Avati – che ha fatto recitare chiunque, anche persone fuori dal loro contesto, ha fatto recitare Francesco Arca. La cosa furba, intelligente, che ho notato che fa, è prendere degli attori che siano simili nelle proprie corde (di recitazione) ai personaggi delle sue storie, quindi se ha un personaggio con un determinato carattere, cerca di trovare e associare un attore che sa che si trova a suo agio in quelle corde, e questo è già un aiuto molto grande che lui dà a sé stesso, ma anche all’attore che va a scegliere, ma non solo. Non gli basta mettere un attore semplicemente in una “comfort zone”, quindi non facendo partire da una situazione di “difficoltà”, ma partendo poi da una comfort zone riesce a lavorare bene creando e costruendo un personaggio che non risulti un “macchietta” del personaggio scritto da Özpetek o dello stesso attore, bensì che risulti un personaggio fatto e finito a 360°. In questo film lo si può notare con Jasmine Trinca? No, perché lei è una brava attrice e anche molto versatile, e quindi risulta molto brava, come sempre; come non lo si nota con Stefano Accorsi, anche lui un bravo attore che ha dimostrato negli ultimi anni di essere particolarmente versatile, anche se c’è stato un periodo in cui si è ritrovato incastrato sempre negli stessi ruoli, ma anche con “Veloce come il vento” ha dimostrato di sapere, di poter fare molto altro, ma lo si nota – e l’esempio è calzate – con Edoardo Leo. Lui è un attore che di solito ricopre ruoli più comici, ha un suo stile di fare comicità, di far divertire il pubblico, e ha tante appoggiature: si appoggia su un personaggio ben stereotipato, quindi il personaggio un po’ “grezzo”, ma simpatico, romantico, che funziona una volta, due volte (anche visto nella serie di “Smetto quando voglio”), alla decima volta sembra faccia sempre la stessa cosa, sembra che non possa fare altro, e soprattutto si ha voglia di vederlo in qualcosa di diverso. Tra l’altro, questo modo che ha di caratterizzare questi suoi personaggi comici, che è un po’ un “guitto”, ovvero un attore che si diverte a fare il ruolo che sta facendo, però con l’atteggiamento di “so che sto facendo ridere gli altri.” Si nota che non è a 360° dentro il suo personaggio, perché si vede che sta recitando, perché sa che risulta simpatico e che farà divertire gli altri; quindi risulta un po’ finto. Ecco, qui Özpetek ha preso le caratteristiche migliori di queste corde, ironiche e comiche che ha E. Leo, per metterle in un personaggio che è il suo personaggio nel film, ovvero quello di una persona “grezza”, che si contrappone al personaggio di Accorsi che fa il classico ruolo di una persona intellettuale, mentre Leo è quello un po’ più alla mano, semplice, che ha la romanità nell’accento. Quindi sfrutta tutte queste sue caratteristiche che lui ha e che funzionano e gli dà qualcosa in più, gli dà lo spessore, la struttura del personaggio, dell’attore. Si vede che qui non ce un “guitto”, ma ce la costruzione della personalità di un personaggio che ha anche quelle caratteristiche. Per la prima volta si vede Edoardo Leo che recita, e l’ho apprezzato davvero moltissimo. Tutti gli attori sono molto bravi, alcuni sorprendono più di altri per quello che visto prima dei suoi lavori, diciamo. E su questo si può anche vedere che ci sta anche tanto lavoro dell’attore, ma c’è anche un enorme lavoro della direzione registica, e quando un regista ha questa cura nel dare questa attenzione alla recitazione degli attori è meraviglioso, e si vede tanto! Ma anche la cura nel casting, non solo a trovare attori che si trovino in una “comfort zone” rispetto ai personaggi della sceneggiatura, ma anche proprio, per esempio con il casting dei bambini, cioè la bambina, interpretata da Sara Ciocca, che è un piccolo talento in miniatura, è bravissima! E sinceramente, diciamocelo, quanto è raro vedere nel cinema italiano “castati” dei bambini che hanno talento per la recitazione? davvero poco! Ad esempio, si può vedere come i ragazzini del film dei supereroi “Il Ragazzo invisibile” di G. Salvadores siano terribili! Hanno tutta la vita davanti per studiare recitazione, ma “avoja a magnà pagnotta”; questa bambina è davvero incredibile, proprio brava.
Sicuramente ho amato il tipo di narrazione di questo film, che è la narrazione di Özpetek, quindi da “amatore” del genere, l’ho amato di più. Mi piace questa chicca di inserire un “segreto” nelle sue storie, e anche in questo film vi è un segreto, che si vede sin dall’inizio in una scena che è l’antefatto, in qualche modo, e poi per tutto il film ci si chiede come i personaggi con cui abbiamo a che fare si ricollegheranno a quell’antefatto; molto spesso questo segreto è legato a qualcosa di molto drammatico, ad un trauma, che molto spesso va ricostruito. Un’altra cosa che mi è piaciuta tantissimo del film e che fa parte del suo cinema, è la caratteristica di mettere molto spesso dei brani musicali integrali o quasi, che praticamente danno voce ai pensieri degli attori; quindi si ha una sequenza in cui gli attori non parlano, ma compiono delle azioni, oppure nemmeno compiono delle azioni, ma sono lì che pensano e intanto si può ascoltare un brano e quel brano ti sta raccontando esattamente quello che pensa il personaggio in quel momento, quella che è la situazione tutta intorno.
Un’altra cosa che si può trovare all’interno di questo film è un ritmo moderato, un ritmo più lento, non estremamente lento, anzi potremmo definirlo addirittura “il ritmo giusto, perfetto”; e la pecca è il fatto che siamo abituati ad un ritmo molto più forsennato che viene dal cinema internazionale, però qui ce un ritmo giusto, e soprattutto troverete quelle magnifiche sospensioni del tempo che sono le pause di silenzio tra gli attori, e sono delle pause cariche di “non-detto”, di tensione, di forza, di energia, ed è difficilissimo creare una cosa del genere. Sembra facile, ma non lo è affatto, perché una pausa può risultare vuota in maniera estremamente facile in un film; mentre riuscire a dare tutta quella densità di significato ad una pausa alla fine di una scena, che si prende un respiro tra un taglio e l’altro, riempie tantissimo il film, è magnifico, e soprattutto deve avere una storia densa e deve avere degli attori che reggano quelle pause. Non tutti gli attori reggono quelle pause o reggono i piani d’ascolto. Sono davvero moltissimi gli aspetti interessanti del modo di raccontare questa storia: innanzitutto la “DESTRUTTURAZIONE” e la “RISTRUTTURAZIONE” del dramma.
All’inizio del film noi veniamo a sapere che Annamaria (J. Trinca) potrebbe essere malata, deve fare degli accertamenti e andiamo a pensare che si tratti di un tumore, anche perché la narrazione cinematografica negli ultimi anni ci ha abituato che un brutto male è al 99% un tumore, o ci ha abituato comunque a molti personaggi che muoiono di questo male. È un po’ il male della nostra epoca, la piaga di questa epoca, no, e quindi diciamo sembra che sia così. Lei viene ricoverata, vengono fatti degli accertamenti e ti viene detto che in realtà non è così, che lei non ha quel male, ma una malformazione congenita alla testa, che è operabile, e che lei si salverà. E questa è la seconda fase. Nella terza fase, invece, il personaggio che la Trinca interpreta, muore a causa di questa malformazione. Queste tre fasi destrutturano il dramma e poi lo ristrutturano:
Nella prima fase, già partiamo sapendo che il personaggio è ammalato, quindi si è preparati, lo si è visto in altri film, si pensa che il male sia questo, quello “famoso”, “celebre”, quindi ci si abitua all’idea che questo personaggio probabilmente morirà o insomma non farà una bella fine.
Nella seconda fase, invece, ci viene detto: ‘No, non è quel male e non è così! Il personaggio sopravvivrà.’, e quindi si pensa in qualche modo “Ah okay, vedi, qualcosa di diverso, non si parla del solito male e soprattutto, vedi, ci hanno messo il dramma all’inizio, però poi era una di quelle cose che poi alla fine non succede” (quello che sembrava l’allarme iniziale). Dopo che ci si “tranquillizza”, e quindi il dramma iniziale che ci stava facendo angosciare finisce, arriva la mazzata! La botta tra capo e collo. Dopo la calma, ributta il dramma, perché all’improvviso lei muore, proprio improvvisamente e proprio lì davanti a i loro occhi (di Alessandro e Arturo), senza che ci sia una operazione di mezzo o altro, e ci si rimane male, perché quando meno lo si aspetta ricompare il dramma, e secondo me questa cosa è molto potente perché non ti da un dramma di default, ma lo “destruttura” e poi te lo “RIPROPONE”, ed è lì che ti prende di sorpresa.
Nel film ci sono due monologhi che vengono dati ai due protagonisti principali, che sono molto belli, profondi, che rappresentano molto i loro personaggi, ma rappresentano anche molto i pensieri, le opinioni, le emozioni, i sentimenti, che sono comuni a tanti di noi, cose che abbiamo pensato, che ci sono accadute, e sono due monologhi interpretati magistralmente, e nello specifico Accorsi è da commuoversi proprio. La cosa bella è sempre questo contrasto con il dramma, e quindi il fatto che E. Leo fa tutto il suo monologo sulle scale dell’ospedale e parlando dell’inutilità che prova, all’impotenza di quanto si sente inutile e poi il personaggio di Accorsi smorzerà con una battuta sul suo (in realtà) effettivo talento di allacciare i caschi e di non essere, quindi, totalmente inutile. Stessa cosa succederà sul monologo di Accori che avviene sul traghetto per raggiungere la Sicilia: terribile, struggente, ma poetico, su come “invecchia” una relazione, su come ti passa tutta la vita davanti, su quello che poi rimane delle relazioni tra persone che si amano, e quello che rimane dei sentimenti e che fine ha fatto la sua vita, e il monologo si conclude con la frase “…pensavo saremmo invecchiati insieme.“, un grande classico, smorzato dalla bravissima bambina. Infatti, essendo lei una bambina, loro sono già vecchi ai suoi occhi e quindi lei gli dice “Voi siete già vecchi.” Quindi questo contrasto, che è la vita stessa, che un giorno è una tragedia e il giorno dopo è una commedia; c’è sempre questo spirito che per quanto le cose vadano male, in qualche modo ce la si può fare, in qualche modo ce la si può cavare. Altro punto del film che mi è piaciuto moltissimo è stata la lite tra Alessandro (Leo) e Arturo (Accorsi), quella che avviene quando sono a pranzo sul traghetto, e mentre i bambini si alzano per andare a mangiare il gelato, rimangono loro due soli al tavolo ed è bello come si scambiano i ruoli, l’uno per ferire l’altro. In quel momento Alessandro (Leo) – che viene presentato, rappresentato e additato come un “bambinone” cresciuto, diciamo, dà al personaggio di Accorsi (Arturo) – che invece è quello sofisticato, raffinato, intellettuale, il traduttore; mentre l’altro fa l’idraulico –, in quel momento il personaggio di E. Leo parla al personaggio di Accorsi per ferirlo, nel suo linguaggio, e quindi usa un modo di comunicare più adulto rispetto ai suoi standard, concludendo la sua riflessione ‘dandogli del fallito’ nella sua vita, diciamo, però usando un modo di comunicare e un linguaggio con parole forti, infatti parla appunto come un adulto, e questo è il linguaggio dell’altro personaggio, quello di parlare appunto da adulto tra adulti, e lo ferisce profondamente, davvero tanto. La reazione di Accorsi, che invece è il personaggio più intellettuale, è quello di usare un altro codice di linguaggio che è quello che ferisce l’altro, ovvero un linguaggio più infantile, più da bambino (peraltro non verbale) perché la sua reazione a quel lungo monologo su quanto l’altro sia inadeguato, è quella proprio di alzarsi e andarsene, come un bambino, appunto, in maniera infantile. E una volta che se n’è andato, torna indietro, prende il ketchup e ne spreme tantissimo nel piatto di patatine di E. Leo, che precedentemente glielo aveva chiesto, e il personaggio di E. Leo si commuove, proprio come un bimbo al quale è stato fatto un dispetto da una persona che ama. Siamo a livelli altissimi di scrittura, perché i due personaggi che per ferirsi a vicenda invertono il loro modo di dialogare. Qui si può fare caso al tipo di scrittura che vi è dietro, ovvero un tipo di scrittura che ha dietro uno studio nella creazione e nella costruzione dei personaggi. Da qui mi collego ad un’altra cosa che mi è piaciuta molto e che sta nella cura dei dettagli, vedere come Özpetek utilizza il cibo sul set, come abbiamo appena visto nella scena di cui vi ho parlato poco fa, quella del ketchup, che usa questo ketchup come se fosse una pugnalata di sangue che dà all’altro; oppure è molto interessante l’uso del cibo proprio perché sono degli strumenti che si danno agli attori mentre loro recitano, sono strumenti per aiutarsi, per appoggiarsi, per costruire un personaggio, sono strumenti per renderlo vivido, vero, che attraversa lo schermo e, soprattutto, per dare dei messaggi, dei dettagli subliminali, come la scena della lite a casa loro, tra i due protagonisti, quando Alessandro ha appena scoperto che Arturo lo tradisce da due anni con la stessa persona; mentre hanno questa lite, Alessandro sbuccia e mangia questa arancia e l’arancia – essendo un agrume, è un frutto che per quanto dolce possa essere, è apprezzabile proprio per la sua asprezza, per il fatto che sia un po’ acido –, e in quel momento di grande difficoltà per la scoperta del tradimento del suo compagno, lui sta proprio mangiando questo agrume, questo boccone “non amaro”, ma “boccone aspro”. Una immagine molto bella ed evocativa. In questo film ci sono così tante cose belle, dettagli, che queste sopra citate sono solo alcune. Un’altra cosa che si può notare, e che accompagna la questione dei silenzi densi e pregni di significato, è il fatto di vedere i due protagonisti, tra i quali c’è stato un grande sentimento, che praticamente non si toccano mai, eppure nonostante ciò, riesce a creare una tensione fortissima tra i due, davvero densa che si potrebbe prendere a blocchi e spostare da una parte all’altra, e anche questa è una cosa incredibilmente difficile da creare tra due attori e tra due personaggi, e ovviamente dietro ci sarà un lavoro meraviglioso ed incredibile. La potenza di questo sentimento, la densità di questo sentimento, nonostante il fatto che gli attori non si tocchino praticamente mai, eppure c’è questa costante latente, questa esplosiva tensione tra i due, che sia essa una tensione di rabbia, tensione erotica e molto altro ancora. È davvero ben, ben, ben fatto!

Un’altra scena che ho amato tantissimo è una scena che avviene all’improvviso ed è la scena della danza sotto la pioggia. Alla fine di una cena i nostri personaggi sono a rilassarsi e si godono quei doni che la serata dà nella veranda del loro appartamento, e d’improvviso mentre il cielo notturno minaccia tempesta e pioggia torrenziale, un personaggio (Mina) si alza per ballare e prende per mano la piccola Martina per farla unire a lei nella danza, e qui iniziano a sentirsi le prime note, emesse da un piccolo stereo, di un brano turco dal ritmo vivace e allegro che ti resta dentro, e lì mentre le due stanno ballando, e pian piano anche gli altri personaggi si alzano per unirsi a loro due e danzare, dal cielo notturno inizia a scendere giù, su di loro come una sorta di benedizione, come un dono, tantissima pioggia torrenziale. La musica continua – coinvolgendo sempre di più i personaggi stessi e anche gli spettatori nella scena in questione – mentre i nostri personaggi continuano a ballare sotto la pioggia, continuando a gioire di quel dono, di quella pioggia, di quella benedizione. La felicità espressa in questa scena consiste nel vivere insieme e condividere determinati, piccoli ma preziosi istanti e null’altro conta, null’altro è visibile al di fuori di questa riconciliazione degli opposti.
A questa scena potremmo dire sia collegata un’altra scena che mi è piaciuta moltissimo, e cronologicamente si trova subito dopo l’inizio del film, ed è la scena in cui il ricevimento di un matrimonio di una coppia arcobaleno si sta svolgendo in una casa, e non come è diffuso, in un ristorante o un luogo adibito ai ricevimenti, e tutta la festa si sta riprendendo in maniera amatoriale con un cellulare, e si capisce per la qualità della fotografia, dal fatto che la mano non è ferma, ma ballerina, un po’ tremante, e questo è il bello della scena stessa, e al contempo ci sono questi piani sequenza che si intersecano ai titoli iniziali, in cui si vede come un ricevimento, che sia un matrimonio o una festa, siano le più belle se passate e festeggiate con le persone con cui si sta bene e a cui si vuole bene. Il ricevimento di questo matrimonio ripreso con un cellulare – che appunto segue al piano sequenza dei titoli iniziali, quello in cui si allude al trauma infantile che troverà decodifica e replica nell’epilogo, – diventa la rapida presentazione dei personaggi principali del racconto e del contesto sociale che li accoglie. Qui siamo nell’Özpetek più riconoscibile, nella proposta di una personale mitologia, quella di una comunità solidale che intercetta culture e etnie diverse, una bolla ideale nella quale qualsiasi scelta sessuale trova espressione e nessun giudizio. Nell’ambito così delineato si inscrive la storia di Arturo e Alessandro, compagni di vita in crisi da tempo, oramai avviatisi sulla via dell’inevitabile imborghesirsi: una coppia aperta più per evitare o rinviare la rottura che per reale convinzione, due caratteri diversi segnati da una differente estrazione sociale e la cui distanza, anche culturale, si è fatta nel tempo brutalmente economica. Il rapporto di coppia è quindi sfaccettato e sfumato a dovere: le sue problematiche, il suo quotidiano, il modo in cui si espongono le radici dei contrasti, il riottoso chiudersi alle ragioni dell’altro dicono verosimiglianza. L’arrivo di Annamaria e dei suoi bambini, la sua malattia e l’ombra di una morte che sappiamo non potrà non arrivare, mettono in moto l’intreccio virandolo sul tema dell’adozione omogenitoriale.
L’ultima parte, la parte di Romoli, che si allontana dal suo cinema più classico e si avvicina a quello più azzardato e sperimentale, dal fantasy/fantasmatico “Magnifica presenza” al mistery “Napoli velata”, assumendo vaghe tinte horror e chiaroscuri psicoanalitici, ma senza radicarli troppo nel racconto, quasi accostandoli.
Se il mondo di Özpetek è il condominio e la sua vita, Serra Yilmaz che si affaccia ed è sempre pronta a venire a pranzare o cenare da te e a parlare con te, gli amici. Ma non solo questo, anche il trascorrere del tempo, perché qui non troviamo più il Ferzan de “Le Fate Ignoranti”; il mondo di Romoli è quello scuro, gotico, crudo, inquietante. Il film è magnifico proprio perché noi spettatori dimentichiamo, in un certo senso, il mondo di Romoli con tutta la sua oscurità, – anche perché dura molto poco l’introduzione, per poi riprenderlo verso la fine della seconda metà del film – per poi entrare dentro il mondo di Özpetek. Inoltre, la meraviglia del film è che c’è una doppia lettura, molto bella. Il primo livello di lettura è questa storia d’amore stupenda, che riguarda anche l’amicizia, la coppia, il tempo che passa e la paternità. Il secondo livello di lettura è che un film che mette in conflitto i mondi di Gianni Romoli e di Ferzan Ozpetek. Romoli è la parte “dark”, horror, la parte “Dario Argento”, lui è quello per la morte dell’amore, è il più tenebroso tra i due.
Figure con teste di teschi, ci troviamo intrappolati in stanze inquietanti, ci troviamo intrappolati in case enormi con corridori solitari in cui essere soli con le nostre paure, in stanze nelle quali ci chiudiamo o veniamo chiusi, e la richiesta d’aiuto tarda a giungere a destinazione, non c’è nessuno, tranne una camera che penetra in questa casa degli orrori, in questa casa dei nostri traumi infantili… sembra stia iniziando “Profondo Rosso” di Dario Argento da un momento all’altro, nel bel mezzo di un altro film.
E questo film è pazzesco proprio perché vi è l’interazione di questi mondi, già presenti, ad esempio, all’interno di “Cuore Sacro” del 2005 dello stesso Ozpetek. Come in quel film, così come in questo, c’era una camera che filmava le pareti di una casa che contenevano il dolore e l’orrore. In questo film vi è lo stesso incipit. Dopo questo inizio misterioso con persone intrappolate che chiedono aiuto, all’improvviso, ci si ritrova a Roma e veniamo in contatto con i due protagonisti e la loro storia. Nei primi dieci minuti passiamo dal mondo di Romoli al mondo della festa e della condivisone di Ozpetek. Il buffo sodalizio tra questi due, tra il “depresso ironico argento” e questo meraviglioso turco italiano, bello, morbido. Questo film è uno di quelli in cui questi due mondi entrano in conflitto. Quel mondo della paura, che poi scopriremo essere Sicilia, bella, di una nobiltà decaduta, della perversione, degli interni soffocanti, dei nostri traumi infantili, queste figure femminili che dire “streghe” è poco; poi entra in contatto con questa vita borghese, sotto il sole di Roma, ed entriamo nella storia di Arturo e Alessandro che sono una coppia traumatica, problematica.
Uno dei temi del film è sicuramente quello che sta affrontando ultimamente – in generale – il cinema contemporaneo, ovvero quello della genitorialità, ma una genitorialità ovviamente che fa capo a delle famiglie che non sono quelle “tradizionali”, in questo caso ad una famiglia arcobaleno composta da due uomini, che si trovano a dover gestire due bambini e quanto la famiglia natale (in questo caso si parla di una nonna con un carattere terribile, che ha causato dei traumi non indifferenti ai propri figli e che stava per farlo anche ai nipoti); comunque, come non è detto che la tua famiglia originaria sia la famiglia giusta, o comunque la famiglia impostata in maniera tradizionale, non è detto che sia l’unica possibile e sana, ma in questo caso, i bambini stanno meglio con i genitori acquisiti, nonostante non siano una famiglia tradizionale, ma siano in questo caso due uomini.
Come ho detto prima, all’inizio di questa sezione, Ferzan Özpetek non sbaglia mai un film. Per questo film ha preso spunto da una vicenda personale accadutagli. Un paio di anni fa riceve una telefonata da sua cognata, che gli comunica che il fratello ha un brutto male, e gli chiede l’impegno di badare ai suoi figli, nel caso dovesse capitare qualcosa di brutto anche a lei. Ovviamente le ha risposto subito di sì, di getto. Ma poi la cosa lo ha fatto riflettere. Con il suo compagno non aveva mai preso in considerazione l’idea di assumersi la responsabilità di avere dei minori a cui badare, come genitori adottivi. Questa vicenda personale accadutagli lo ha portato ad interessarsi, nel suo lavoro, nel voler trattare di un amore di coppia nella fase in cui, dopo una lunga convivenza, viene meno la passione, e si trasforma in qualcosa d’altro. A questo ha intricato, connesso all’amore, l’antico concetto di “Fortuna”, che non coincide esattamente con la buona sorte. Bella e significativa, al proposito, è la frase ripetuta sia da uno dei piccolissimi protagonisti, che, poi, più avanti da Jasmine Trinca che è: “La Dea Fortuna e un segreto, un trucco magico. Come fai a tenere sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi. E lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà sempre con te.”.Con “La Dea Fortuna”, Özpetek, torna alle atmosfere che sono di più nelle corde del cineasta italo-turco, quelle delle storie d’amore incastonate in una storia collettiva. Questo film è un film di raffinata bellezza e di intense emozioni, un classico “Ozpetek touch”, con attori sublimi, che, al solito con Özpetek, danno il meglio di sé, ed il meglio di sempre. Tutti perfettamente in parte.
Mentre cercavo notizie per scrivere questa recensione, mi ha colpito e incuriosito la lunga ed articolata “domanda” di una giornalista al regista turco sul questo suo nuovo film, al quale chiede: «Ferzan il tuo cinema tocca le corde dell’anima dello spettatore, come pochi. Le musiche giocano un ruolo importante. Come hai lavorato con Pasquale Catalano, con il quale hai collaborato più volte in passato, con risultati eccellenti in “Napoli Velata”? Con questo film mi pare vi siate spinti ancora oltre… E poi ho un paio di curiosità di scenografia: hai chiesto tu di avere a casa dell’artista, l’amante di Arturo, lenzuola di colore “Rosso Istanbul”? E come è stato scelto come luogo delle riprese il celebre ‘Palazzo del Sole’ di via della Lega Lombarda, di fronte al cinema Jolly, realizzato negli anni ’30 dall’Arch. Innocenzo Sabbatini, riportato in tutti i libri di architettura per la caratteristica struttura a terrazze degradanti, perfetta per la vita corale di comunità che rappresenti nel tuo film?». E la risposta di Ferzan Özpetek è stata: «Grazie a Giulia Busnengo, grazie ad una scenografa al suo debutto. Era una assistente sul set de “Le Fate Ignoranti”. Prima è diventata una grande arredatrice. L’ho conosciuta. È stata molto meticolosa. Le ho detto che volevo un’ambientazione come il quartiere de “Le Fate Ignoranti”, dove vivo da anni, ma che non ha più il carattere che aveva una volta. Poi ho cambiato idea. Volevo un quartiere con quelle caratteristiche simili. Lei ha trovato e scelto quell’edificio. Appena siamo entrati in casa ho detto subito che andava bene, senza nemmeno vedere le altre proposte. Era stupendo, l’ideale… Io stesso vorrei una casa cosi nella mia vita. Quando mi ha chiesto se la casa andasse bene, le ho subito detto che era perfetta… […] Ho mandato le foto, la musica – anche se ogni tanto do retta alle persone che mi dicono: “usi troppa musica.” In qualche film ho cercato di trattenermi sulla musica. In questo ho detto: “non mi trattengo”. Ci deve essere un’atmosfera. Sono stato molto libero. La canzone di Mina: una certezza! Il brano di Diodato… quando l’ho ascoltato, qualcosa mi ha emozionato, mi ha fatto fremere…. non avevo la canzone per i titoli di coda. Lui (Pasquale Catalano) viene a casa, e mi dice: “Ti faccio sentire qualcosa di Diodato”. Dopo 20 secondi ho stoppato ed ho detto: “Questa!”. Quando senti qualcosa che ti fa avere un sussulto, è quella. È un po’ come quando si incontrano le persone. Ho l’idea in genere, che ci sono delle persone che incontri, e dici: “non mi convince.”. Magari, poi ci fai anche amicizia. Ma poi torna quella prima sensazione. Io sono così, un animale con il sesto senso sulle cose.»
Anche in ambito di ambientazioni e luoghi scelti, questo film è spettacolare. La storia si svolge attraverso le strade e le piazze di una Roma che si svela: dal quartiere Nomentano a Villa Pamphili, dal Tevere a Palestrina, e oltre, verso Bagheria e in una Sicilia dal mare trasparente – dove, non a caso, il film si apre e si conclude, nel passaggio dalle porte chiuse a chiave di un’antica dimora culla di segreti dolori e al sentimento di riconquistata libertà regalato dalla contemplazione della linea di un orizzonte marino, nel finale. Qui non troviamo una Roma riconoscibile, una Roma “centrale”, in cui figura San Pietro e la sua piazza che dà l’illusione di abbracciare il popolo, o Piazza del Popolo e Via del Corso, o ancora il Colosseo, i Fori Imperiali e la sua via, o ancora l’Altare della Patria, ma figurano più luoghi meno visitati,

meno centrali, come il quartiere Ostiense, la Nomentana, e in alcuni casi, anche luoghi fuori dal centro, come Palestrina e il suo Tempio della Fortuna Primigenia. Uscendo dal Lazio, anche qui ci si svela una Sicilia sconosciuta, nonostante sia raffigurata Villa Valguarnera nella zona Vergine Maria di Palermo, a Bagheria.

Sul Tempio della Fortuna Primigenia il regista sottolinea che si tratta di «un complesso sacro dedicato alla Dea Fortuna. Ma non è, come molti pensano, riferita solo alla “buona sorte”; è fondamentale il modo in cui ognuno di noi reagisce al Caso e alla Fortuna. Siamo noi che determiniamo se quello che ci succede è positivo o negativo. C’è chi lo chiama libero arbitrio. A parte l’affetto che ho per quel luogo, mi sembrava perfetto come riflessione di partenza per raccontare una storia d’amore che ancora non avevo mai raccontato».

Infine, Villa Valguarnera di Bagheria nei ricordi di Özpetek «sembrava la casa di Hansel e Gretel, era quello che volevo. Anche con i suoi macabri affreschi, fatti realizzare dal bisnonno della proprietaria, una amica di Giuseppe Tornatore, come a invitare tutti a godere del buon cibo e della vita perché la morte prima o poi arriva per tutti». Un po’ almodovariano per forma e contenuti, saturo di colori (dei cibi, delle ambientazioni), di sentimenti e sentimentalismi, di sguardi (intensissimi quelli che si scambiano Alessandro e Arturo, fra di loro e con i due bambini che gli vengono affidati), discussioni e riflessioni.
“La Dea Fortuna” è diverso da ciò che appare in prima istanza. A dispetto dell’involucro che lo avvolge, non è basato sull’eccesso: è malinconico e gioioso nel dipingere i paradossi del vivere, l’ansia del tempo che scorre, la lenta consunzione della passione che, diventa, però, un sentimento nuovo. A questi temi Özpetek affianca, con estrema naturalezza, il delicato ma fondante discorso sulla bellezza e la legittimità dell’idea di famiglia, anche quando quest’ultima non si declina nella maniera più tradizionale (e, del resto, la storia familiare di Annamaria si rivela, in questo senso, emblematica). La dea fortuna può non essere il miglior film del regista turco, ma è senza dubbio uno fra i più sinceri, anche nel condividere con lo spettatore la consapevolezza della caducità di ogni cosa: finire, come nella canzone di De André, ma con un ridere rauco/E ricordi tanti/E nemmeno un rimpianto.
Per concludere, dico che il punto forte di questa pellicola è quello sorpassare senza troppi riguardi le tendenze del momento. Oggi, per produrre “cultura per bene” significa sponsorizzare l’omosessualità in tutte le sue forme, nelle modalità più disparate, passando dalla commedia al dramma, nel tentativo apparente di distruggere ogni cliché e spazio d’ignoranza. Chiunque può riconoscersi in questo e può commuoversi, dal momento che il film tratta anche di perdita, abbandono e in un certo senso anche di adozione, nel dramma e nella potenza di potersi affidare di nuovo a qualcuno. È l’universalità disarmante di questi temi, che riguardano genericamente l’elemento umano, a rendere “La dea Fortuna” un film degno di una nota positiva: lo distanzia da chi ha analizzato le diversità attraverso le diversità, pensando di produrre qualcosa di nuovo senza aggiungere, in verità, niente di originale.
Costumi, trucco e parrucco:
I costumi per il film “La Dea Fortuna” sono stati affidati ai costumisti Alessandro Lai e Monica Gaetani.
Nella sua carriera ventennale, Alessandro Lai ha collaborato con molti registi e in molti film per il cinema, come in “Rosa e Cornelia” (2000) di Giorgio Treves, “Bellas Mariposas” (2012) di Salvatore Mereu e “Lezioni di volo” (2007) di Francesca Archibugi – tra gli altri – e per la televisione, come in “Romeo e giulietta” (2014) di Riccardo Donna, per “I Medici” (2016-2018) o ancora per “Diavoli” (2020), ma ha collaborato maggiormente con Özpetek in molti dei suoi film, tra cui “Saturno Contro” (2007), “Mine vaganti” (2010) e “Magnifica Presenza” (2012) e con la Archibugi, ai quali da molti anni è legato professionalmente e collabora con loro per la creazione di molte delle loro opere cinematografiche. Lai ha pure vinto molti premi, tra cui molti David di Donatello e vari Nastro d’argento.
Così come Alessandro Lai, anche Monica Gaetani nella sua carriera più che decennale ha collaborato con molti registi per svariati film per il cinema, tra cui “Croce e Delizia” (2019) di Simone Giordano, “Metti la nonna in freezer” (2018) di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, e film per la televisione (Un Passo dal Cielo – 2011).
I due costumisti sono stati molto bravi nello scegliere i costumi per questo film, perché così come può esserlo una battuta o una parola, o addirittura una movenza o una espressione, hanno fatto in modo che i costumi di molti dei personaggi riflettessero il personaggio stesso, oltre al fatto di inserire dei riferimenti ad altri film di Özpetek. Ad esempio, Arturo, il personaggio di Accorsi è caratterizzato da un look casual-chic, con camice colorate a tinta unita e pantaloni abbinati, e a volte anche giacca abbinata ai pantaloni, in colori chiari come il bianco, l’azzurro, beige, per scarpe mocassini, francesine; viso sbarbato, se non per un baffo molto folto sul prolabio e capelli sempre a posto; tutt’altro look ha Alessandro, il personaggio di Leo, che ha un look più sbarazzino, più semplice, più funzionale – dato il suo lavoro –, un look composto da magliette multi-color nelle nuances del nero e del grigio a manica corta, jeans, scarponi o scarpe sportive, raramente indossa camicie e giacche; il suo viso barbuto, duro, capelli mossi, scompigliati; invece il look di Annamaria (Trinca) è casual-chic/elegante, con svariati outfit tra pantaloni e gonne, maglie a manica corta colorate o a fantasia e camicie, sulle stesse nuances di colore di Arturo, capelli sempre a posto, viso molto naturale e semplice. Sierra, il personaggio di Sierra Yilmaz, ha il suo solito stile: camicioni larghi e lunghi con pantaloni abbinati in vari colori e pattern floreali o maglie larghe e lunghe in pendant, scarpe basse, solito riconoscibile taglio corto biondo platino, con in viso uno smokey eye nero, gote e rossetto rosa chiaro. Mentre Michele il pittore, l’amante di Arturo, ha un look molto sbarazzino, un look da “bello e dannato”, con camicia larga e comoda aperta sul davanti, pantaloni comodi, un po’ larghi e lunghi, piedi scalzi, capelli ricci e scomposti che ricadono sulla fronte e nella parte posteriore fin sopra le orecchie, con qualche macchia di colore addosso e pennello alla mano.
Attori:

Edoardo Leo nei panni di Alessandro Marchetti, un idraulico romano sposato con Arturo.

Stefano Accorsi nei panni di Arturo, un traduttore freelance, con il sogno infranto di diventare uno scrittore, sposato con Alessandro.

Jasmine Trinca nei panni di Annamaria Muscarà, amica di vecchia data di Alessandro, ma anche amica della coppia, che porterà un po’ di scompiglio, ma anche tante cose positive.

Sara Ciocca nei panni di Martina Muscarà, figlia di Annamaria, dallo spirito ribelle e libero come la madre, sorella di Alessandro.

Edoardo Brandi nei panni di Alessandro Muscarà, secondo figlio di Annamaria, timido e impulsivo, fratello di Martina.
Serra Yilmaz nei panni di Esra, una wedding planner romana che lavora insieme alla propria figliatransessuale ‘Mina’, nonché amica e vicina di casa della coppia.
Cristina Bugatty nei panni di Mina, figlia transessuale di Esra, wedding planner insieme alla madre, nonché amica e vicina della coppia.
Matteo Martari nei panni di Michele, il pittore-amante fisso, da due anni, di Arturo.
Barbara Alberti nei panni di Elena Muscarà, la madre (di Annamaria) e nonna molto severa e rigida.
Dora Romano nei panni di Lea, governante della Villa di Elena, ma anche sua stretta confidente, la quale è stata più “madre” per Annamaria di quanto non lo sia stata Elena, comprensiva e buona.
Filippo Nigro nei panni di Filippo, un nuovo che soffre di Alzheimer precoce e che continua ad innamorarsi della donna che ha sposato, Ginevra, che dà una mano al lavoro della moglie,nonché amico della coppia.
Pia Lanciotti nei panni di Ginevra, sposata con Filippo, e gestiscono insieme un’attività.
Carmine Recano nei panni del dottore che opera nel settore in cui Annamaria è ricoverata.
Colonna Sonora:

A Pasquale Catalano, abile musicista e compositore napoletano, è stata affidata la composizione e l’assemblamento della colonna sonora originale del film. Catalano ha già lavorato diverse volte con Özpetek per comporre le colonne sonore di altri suoi film, come nel film “Mine vaganti” del 2010 – per il quale ottiene una candidatura ai David di Donatello 2010 –, in “Allacciate le cinture” del 2014, in “Napoli Velata” del 2017, e in tanti altri film. Questa colonna sonora è un mix di brani e componimenti originali, e la melodia ha un sapore “italo-turco”.
Come sappiamo, canzoni e colonna sonora sono elementi centrali per la buona riuscita di un film. E Ferzan Özpetek ne è ben consapevole, ponendo una grande attenzione nei riguardi del comparto musicale dei suoi lavori, finendo con l’elevare la colonna sonora non solo ad un elemento portante della sua filmografia, ma anche, se vogliamo, ad un suo tratto peculiare, cercando di nutrire il suo cinema di una costante compenetrazione fra suoni e immagini. Molto spesso perfetta. Grazie a brani entrati subito nell’immaginario collettivo.
Significativa fin da Le Fate Ignoranti, la collaborazione tra il regista di origini turche e i vari artisti della scena nostrana è stata sempre salda, felice e puntualmente rinnovata. Come ha dichiarato di recente per Ferzan il lavoro sulle canzoni è qualcosa di prioritario: «Spesso scrivo le scene dei miei film ascoltando le canzoni, non sono io a cercare i brani giusti per i miei film, sono loro che trovano me».

Nei tre trailer che hanno anticipato l’uscita del film, sono state utilizzate tre differenti canzoni: nel primo trailer reso disponibile troviamo il brano “Aldatildik” della cantante turca Sezen Aksu. La particolarità di questa bellissima ballata sta nel forte contrasto tra il suo ritmo, così vivace e allegro, e le parole del suo testo, che ci raccontano di una visione drammatica dell’amore, un sentimento costellato da bugie e che riesce solo ad infliggere del dolore.
La scelta di Özpetek di collocarlo nel momento catartico del ballo collettivo sotto la pioggia dei personaggi può essere forse spiegata dalle circostanze in cui questo rito di gruppo avviene: i protagonisti si trovano a celebrare un momento di sincera felicità vissuto insieme, ma all’interno di una esplosione emotiva molto potente, che lascia scorie complesse e pesanti dentro di loro.

Nel secondo trailer si può ascoltare per la prima volta e in anteprima il brano “Luna Diamante” di Mina e Ivano Fossati – di fatto anticipando l’album Mina Fossati –. Intanto questo brano (Luna Diamante) lega La Dea Fortuna alla voce più famosa della canzone italiana, Mina, inseguita da anni e ora una delle incursioni canore più riuscite del suo cinema. Il brano Luna Diamante, scelto da Özpetek per il suo film, è scritto da Ivano Fossati e cantato a due voci con Mina. La canzone fa da cornice ai sentimenti contrastanti che animano l’ormai difficile rapporto tra i due protagonisti Arturo e Alessandro, fatto di tante incomprensioni, mancanze e rimorsi, ma al centro del quale rimane un forte e ingombrante sentimento di amore. Il brano racconta anche il valore dell’attesa, quello del perdono e del ritrovarsi. E la voce di Mina è appassionata, sorretta solo dal pianoforte e dall’orchestra d’archi. Il videoclip ufficiale, firmato dal regista, mostra un originale montaggio di alcune scene del film, rielaborate ad hoc con l’inserimento delle grafiche del disco.

Nel terzo trailer si può ascoltare il brano “Che Vita Meravigliosa” di Diodato. (anche questo anticipando l’album di Diodato – Che vita Meravigliosa). Questo brano suggella lo spirito del film di Özpetek e del lavoro che c’è dietro. La sua scelta come parte della colonna sonora è puro istinto, all’interno di una lavorazione durante la quale il regista di origini turche ha deciso di buttare a mare tutti i termometri per riuscire a raccontare una storia che parlasse di lui, della sua visione della vita e dei sentimenti. E di questo parla Diodato nel suo brano: delle difficoltà, delle emozioni, dei tanti ostacoli che sono all’interno di una vita paragonata ad un mare in tempesta, in cui è pericoloso nuotare, ma a cui è anche impossibile resistere.

Le tre canzoni sono anche presenti nella tracklist della colonna sonora, nella quale spicca una seconda canzone di Mina intitolata “Chihuahua”. È, inoltre, presente il brano “Veinte Años” di Isaac & Nora, due bambini di 11 e 8 anni che cono stati introdotti alla musica dal padre Nicolas, mentre la madre Catherine è la loro cameraman.
Per quanto concerne invece i componimenti musicali, sono tutti molto belli e orecchiabili, e mi sono piaciuti tutti e nove i componimenti, alcuni più, alcuni meno. Ma il terzo, il quinto e il sesto sono i miei preferiti.
- Il primo componimento “Armarium Sicilis”, inizia con questo ritmo incalzante composto da archi, ai quali – dopo un po’ – si aggiungono altri archi, per “aggravare” il tono, e ottenere un gioco di alti e bassi con toni gravi. In seguito si aggiungono altri strumenti, come gli archi, arricchendo e facendo diventare più incalzante il ritmo. In seguito, d’improvviso, ritorna ad essere solo con i toni gravi dell’inizio, per poi evolvere ancora, ripetendosi per circa 2:22.
- Il secondo componimento “Discessus Sicilis”, è un componimento che sembra un po’ un lamento, dato dal fatto che una specifica nota sul piano viene ripetuta all’infinito, fino a che non si aggiungono altri strumenti che rafforzano questo sentimento di sofferenza.
- Il terzo componimento “Fortuna Sortes”, inizia con un leggero accenno di piano e chitarra che danno un senso di tranquillità, pace, calma ed hanno una dolce melodia. In seguito si aggiungono gli strumenti e il tutto ha un sapore simil jazz, forse un po’ più incalzante, ma non troppo. C’è un leggero stacco di batteria, e poi subito solo “archi”, con un accenno di batteria. Poi c’è uno stacco e tutto ritorna come l’inizio, con l’aggiunta di altri strumenti e così in loop per 3:20.
- Il quarto componimento “Incipit Fabulae”, inizia con un tono grave e “leggero”, come stare a significare che la fabula sarà più che movimentata. Ha questo ritmo un po’ “inquietante” che ci fa subito capire come è stata la vita di Annamaria da bambina e da adolescente, prima di fuggire di casa e dalla madre (come si può anche ben vendere dall’incipit del film). Man mano che procede, il ritmo cambia e la musica si “rallegra”, così come si “rallegra” Annamaria, con alti e bassi, fino a stabilizzarsi sulla frequenza calma, allegra.
- Il quinto componimento “La dea fortuna “, inizia con questo “spirito” dal sapore arabeggiante, con il ritmo scandito da tamburelli, da strimpelli alle corde della chitarra e da fiati, pur sempre rimanendo sulla stessa melodia. Verso la fine, dopo alti e bassi melodici, diventa più allegra e ritmata, scandita da quello che sembra sia un violino, o comunque un arco.
- Il sesto componimento “Sortes “, inizia con lo strimpello della chitarra, poi si ferma… poi riparte… ed è anche questo calmo e rilassante. D’improvviso parte un po’ più ritmata e piena di energia di allergia, poi si ferma… e in seguito riparte come era iniziata.
- Il settimo componimento “Arena”, inizia con suono lieve che ben presto si aggrava e diventa più alto di alcuni toni per poi fermarsi. Questo suono poi si ripete con le stesse modalità. E verso la fine, prima si aggiungono alcune note dolci e delicate di un arco, poi si aggiungono note più vivaci e allegre.
- l’ottavo componimento “Domus Mater”, ha una melodia triste, intristita e “aggravata” da altri strumenti dal tono grave.
- Il nono componimento “Bonus Numerus”, è un continuo del precedente componimento, e continua questo “lamento”, come un lamento generale: per Alessandro e Arturo, per la morte prematura di Annamaria, per i bambini divenuti da poco orfani, che staranno dalla nonna e dovranno stare con due piedi in una scarpa. Ad un tratto mi è sembrato di ascoltare “Bella’s Lullaby” dalla colonna sonora di Twilight, per poi ritornare ad essere triste come all’inizio.
Le tracce in tutti sono quattordici, tra brani e componimenti, per la durata totale di 38 minuti e 31 secondi.
Arturo: Abbiamo già i nostri guai!
Alessandro: Mettiamoci ancora di più nei guai!
FINE.
Spero che anche questa nuova recensione riguardante il film “La Dea Fortuna”, nonostante il ritardo immenso nel pubblicarla, vi sia piaciuta e se così fosse, lasciate un like, commentate e condividete. Al prossimo articolo! Ciaooooo.
































































































































































































